In occasione del trentesimo compleanno dell’organizzazione non profit milanese Careof, KABUL magazine è stato invitato a partecipare al progetto Prossimità di spazi e tempi, a cura di Martina Angelotti e Caterina Riva.
Durante i giorni che anticiperanno il workshop, la DIGITAL LIBRARY di KABUL magazine si arricchirà dei testi di Andrea Phillips (docente di arte a PARSE e direttore di ricerca della Valand Academy, Università di Göteborg), ospite dell’evento, tradotti per la prima volta in italiano e scaricabili gratuitamente.
«Prossimità di spazi e tempi ha come obiettivo l’introduzione di nuovi metodi e nuovi lessici per ridefinire il ruolo degli attori, nel contesto sociale e culturale. Il progetto, anche nella sua visionarietà, nasce con lo scopo specifico di ritrovare lo spazio della relazione, di prendersi cura del nostro tempo e del nostro lavoro, in una realtà apparentemente pacificata, ma terribilmente compulsiva, con cui siamo spesso costretti a interagire. Come un’organizzazione culturale può costruire comunità? Come può lavorare per parlare al pubblico e fare esperienza di esso? […] Come la sua politica interna e i metodi di distribuzione e remunerazione del lavoro si confrontano con la crisi attuale? Sono alcune delle domande da cui partiremo». (Dal comunicato stampa di Prossimità di spazi e tempi)
Andrea Phillips nel primo paragrafo di Al servizio: l’arte, il valore, il merito e la creazione di pubblici, edito nella sua versione originale da MIT Press, illustra un breve ma articolato excursus sul concetto di «meritocrazia». Partendo da una digressione sul noto e lungimirante testo L’avvento della meritocrazia 1870-2033: un saggio sull’educazione e l’uguaglianza di Michael Young (considerato dai più come il coniatore del termine), per poi far riferimento alle teorie e alle posizioni prese sull’argomento da Michel Foucault e Paul Gilroy, delinea un quadro lucido ma irrisolvibile sul contraddittorio rapporto tra le istituzioni artistiche, i suoi attori e i giusti riconoscimenti da dare a ognuno. L’autonomia è l’obiettivo a cui tutti auspichiamo senza riconoscere che in essa si nasconde l’ostacolo alla nostra libertà di collaborazione e ci costringe a continui compromessi e negoziazioni.
Rif. bibl.: A. Phillips, In Service: art, value, merit and the making of publics, in(eds.) Burton, Jackson, Willsden, Public Servants: Art and the Crisis of the Common Good (Massachusetts/New York: MIT/New Museum, 2016).
 ***

– MERITOCRAZIA

Nel 1958, Michael Young, politico e sociologo britannico, pubblicò L’avvento della meritocrazia 1870-2033: un saggio sull’educazione e l’uguaglianza.[1] Fantastica e profetica allo stesso tempo, la satira narra dello sviluppo di un sistema educativo e sociale in cui le divisioni di classe, parecchio evidenti ieri come oggi nel coordinamento politico britannico, vengono superate da una struttura sistematica e burocratica chiamata meritocrazia (si dice sia stato Young a coniare il termine).[2] In questo sistema, la scuola viene riorganizzata affinché coloro che dimostrano merito vengano allontanati dagli altri; i meritocratici sono pagati per essere studiosi («Oggi ci riesce praticamente impossibile immaginare una grammar school senza il suo giorno settimanale di paga»)[3] e riconosciuti per il loro contributo all’industria e (prevede) forme postindustriali di lavoro redditizio. Il testo è acutamente studiato, mescolando la realtà storica con un futuro immaginario che è scioccante nella sua precisione. «Impercettibilmente un’aristocrazia di nascita si è trasformata in un’aristocrazia d’ingegno»,[4] suggerisce Young. Anche le persone stupide possono dar vita a una progenie intelligente che dovrebbe avere la possibilità di salire sulla scala del successo di carriere modellate in gran parte dall’amministrazione dello stato. «L’assioma del pensiero moderno è che gli individui sono ineguali; e da esso discende il precetto morale che si debba dare a ciascuno una posizione nella vita proporzionata alla sua capacità».[5]

Nella narrazione, il sistema meritocratico viene introdotto dopo che l’ala sinistra del governo insiste affinché ognuno debba avere la stessa scuola, un’idea considerata sia ingenua che inefficiente: il problema di questa idea, scherza Young, è che «mostrando che tutti gli uomini sono ugualmente incompetenti in qualcosa – che cosa potrebbe essere più facile? – [la Sinistra] è andata tanto lontano quanto hanno mostrato che nessun uomo è un genio in tutto – che cosa potrebbe essere più pericoloso? In nome dell’uguaglianza hanno sacrificato con leggerezza i pochi ai molti».[6]

A un certo punto, dopo l’introduzione sulla misurazione meritocratica umana (definita in gran parte attraverso punteggi QI che registrano il potenziale di ciascun individuo), una rivolta, guidata dalle donne negli anni ’60, pretende che tutte le classi siano uguali. Tale ribellione viene repressa. Il Parlamento ritira il cambiavalute basato sui premi di merito e così tutti hanno un reddito ‘ineguale’ di base, il che significa che ogni lavoratore si mantiene su una scala mobile [indicizzazione dei salari] basata sul merito. Il partito laburista declina e i sindacati diventano un’amministrazione del servizio civile. Una campagna eugenetica per la modifica dell’intelligenza nel feto guadagna terreno, e nel 2033 avviene un massacro a Peterloo – l’evento che influenza la scrittura di questa storia immaginaria.[7]

Negli anni ’40 Young era un membro dominante del Partito Laburista nel Regno Unito e un forte sostenitore dell’educazione globale non selettiva – il sistema di scolarizzazione introdotto nel Regno Unito nel 1965 per abolire le divisioni tra la scuola privata, classica e l’istruzione moderna secondaria nel sistema inglese. L’avvento della meritocrazia è un libro di buon auspicio in quanto viene predetta la contemporanea ambivalenza politica nei confronti degli impieghi nella pubblica amministrazione, dell’ethos del merito raccolto e della diseguaglianza dell’istruzione nel Regno Unito, così come altrove. Piuttosto che prendere seriamente l’idea del declino dell’aristocrazia a favore di coloro che hanno merito, la critica satirica di Young sfida il rapporto tra le due forme egemoniche di ascendenza sociale ed economica – una basata sul diritto di nascita, l’altra sulla naturalizzazione del talento individuale, decontestualizzato dalla formazione in favore di un dono innato. Scrivendo sul «Guardian» prima delle elezioni britanniche del 2015, in cui una classe di politici privilegiati, per la maggior parte istruiti privatamente, è stata nuovamente votata al potere a gran voce, David Kynaston commenta il libro di Young:

«Pubblicato nel 1958, nonostante sia prevalentemente ambientato nel 2034 [sic], Michael Young è molto citato ma spesso frainteso. L’avvento della meritocrazia è in ultima analisi un avviso distopico contro una dilagante, autocentrante, QI-centrica e intollerante meritocrazia – un’élite meritocratica emersa in gran parte attraverso i test di intelligenza e la selezione educativa… L’educazione [p]rivata è essenzialmente un meccanismo – a proprio modo un meccanismo brillantemente riuscito – attraverso cui quei bambini già privilegiati dalle circostanze della loro nascita frequentano scuole altamente finanziate e possiedono una posizione socioeconomica privilegiata e ulteriormente affermata e rafforzata. Ciò, a mio parere, è la verità fondamentale riguardo alle istituzioni che in molti casi (tra cui Eton e St Paul) furono originate e stabilite per fornire un’istruzione ai poveri.[8]

Il paradosso creato tra il talento naturale e l’educazione, l’aspirazione e l’abilità, la classe sociale e la povertà è di fondamentale importanza anche nell’arte contemporanea, non solo in termini di demografia itinerante di chi ha talento per diventare un artista, ma anche in termini di come le istituzioni d’arte assumono [personale] e sono guidate. È fondamentale – e intrecciato – anche ciò che capiamo dal servizio pubblico (non è inaspettato che sia il servizio civile piuttosto che il governo a essere il potere prominente nel libro di Young). La trasformazione della disposizione culturale da un’attività a costo limitato o gratuita, finanziata pubblicamente, a una che è finanziata da aziende all’interno di una rete fluida di iniziative di patrocinio privato – e che ha un elevato profilo di media ma è fuori dalla portata della maggior parte delle persone sia dal punto di vista culturale che finanziario – è una delle conquiste (e realtà) dei processi del servizio pubblico contemporaneo. Tali conquiste sono ora in gran parte modellate attraverso il neoliberismo, in quanto i meccanismi hanno continuato a essere adottati e perfezionati dai governi negli ultimi trent’anni. Tali conquiste ridefiniscono profondamente gli scopi e la nostra idea di ciò che significa dare, rendere e accedere al “servizio”.

La chiave di questa trasformazione è una serie di procedure che sono state abbracciate dalle arti: l’adozione dell’economia di mercato come base per la transazione culturale, la dimostrazione della competizione come metodo che delinea ciò che viene mostrato e dove viene mostrato, e la naturalizzazione della meritocrazia come forma attraverso cui viene determinata la selezione (e l’esclusione) delle arti. Questa implicazione fondamentale dell’economia di mercato nell’offerta culturale attraverso modalità civiche e governative è identificata da Michel Foucault come distinzione tra il liberalismo settecentesco di Adam Smith e il neoliberalismo emerso nel corso del ventesimo secolo: «Il problema del neoliberalismo non era come fosse possibile ritagliare e gestire uno spazio libero in una società politica stabilita, come quello del mercato… al contrario [è di sapere] in che modo sia possibile regolare l’esercizio globale del potere politico in base ai princìpi di un’economia di mercato».[9] Ciò, dice Foucault, è l’«arte di governo»[10] neoliberale.

Il processo di soggettivazione[11] della formazione degli artisti e poi il processo di selezione e messa in mostra, così come il lavoro – i percorsi lavorativi – dei curatori si basano tutti su questo concetto incorporato di meritocrazia. Tuttavia le forze oscure che influenzano le decisioni degli attori in questo sistema meritocratico raramente sono note, soprattutto in un contesto artistico che vuole rivendicare il suo pubblico valore. Si creano infatti tensioni a causa dell’irrefrenabile ambizione della maggior parte degli artisti e dei curatori (così come dei direttori di musei, dei galleristi ecc.) per far capire come il loro lavoro possa servire al bene pubblico. È nell’inquietudine dell’amministrazione governativa e della soggettività che possiamo comprendere entrambe le idee del civico e di ciò che significa essere al servizio. Scrivendo dell’impatto della meritocrazia sulla cultura nera britannica e americana a seguito dello sviluppo di ciò che definisce «abitudini neoliberali», Paul Gilroy osserva: «La grande rivoluzione gestionale che aveva cominciato a toccare e a cambiare tutte le istituzioni britanniche, riformandone il linguaggio e alterando la comprensione della loro stessa missione, così come la loro comprensione delle forme contingenti di valore che sono state legate alla loro pratica prima dei tagli e delle austerità, hanno stabilito nuove regole generali».[12]

Gilroy è particolarmente interessato ai modi in cui la meritocrazia si intreccia con i soggetti neri britannici e americani attraverso la rivalutazione di ciò che il lavoro comporta e porta: «I sogni di sollievo, sicurezza e possibilità, la prospettiva di speranza in un futuro migliore garantita attraverso un lavoro costantemente duro ma sempre nobilitato, si raccolgono nel concetto neoliberista di ‘aspirazione’».[13] Egli individua le basi dell’aspirazione nella letteratura e nei costumi di autofinanziamento vittoriani: «In un mondo in cui la Storia è disaggregata, nello specifico frammentata in ‘storie di sfondo’ frammentate, è fondamentale affrontare storicamente la confluenza del desiderio autopoietico e della retorica gestionale».[14]

Gilroy osserva che la svolta semantica, dal parlare – e riconoscere – di differenza razziale al discutere di «diversità e pluralità», dà accesso a «nuovi mercati, clienti e capitali», ma anche «comporta una privatizzazione della resistenza».[15] L’uso delle tecniche di marketing per cambiare il ritratto negativo degli uomini neri da parte dei media è per Gilroy «sintomatico della preferenza del neoliberismo per una socialità post e virtuale sul lavoro lento di costruzione della solidarietà nel tempo».[16] Ciò a sua volta influenza «la sostituzione della democrazia imperfetta da ciò che abbiamo detto essere la non negoziabile forza di una naturale gerarchia». Gilroy mette in relazione le forme di lavoro, i cambiamenti tecnologici e le revisioni di aspirazione tra gli uomini neri (non soltanto, ma per lui in maniera significativa) nel Regno Unito e negli Stati Uniti con la falsa promessa di meritocrazia e naturalizzazione del talento che questa presuppone.[17]

Mentre l’analisi proposta da Gilroy è specifica per le questioni di razza del Regno Unito e degli Stati Uniti, essa offre un sintetico resoconto dell’effetto del neoliberismo sull’erogazione delle arti, grazie all’utilizzo continuo delle diversità da parte delle industrie culturali come uno strumento di contrattazione per la sponsorizzazione. Ma è l’incarnazione della meritocrazia – la sua incorporazione letterale all’interno dei corpi e le anime dei giovani –, in concomitanza con l’erosione di ciò che Gilroy definisce la solidarietà, che qui è importante. Per le organizzazioni artistiche, entrambe queste operazioni – l’incarnazione della meritocrazia e l’erosione delle forme di solidarietà – sono all’opera. Poiché la crescita di una cultura competitiva dell’esposizione alimentata dall’infrastruttura economica dell’arte arriva a dominare i modi in cui operano le istituzioni artistiche, diviene sempre più impossibile immaginare un’alternativa. La tagliente analisi di Gilroy sulla meritocrazia dei personaggi famosi e del suo – politicamente motivato – effetto a cascata sulle vite e le culture dei giovani neri ha profonde implicazioni per ciò che intendiamo sia come ‘pubblico’ che come di ‘servizio’. La meritocrazia rimuove la base contestuale e storica di ogni emergenza individuale o collettiva, come sottolineato sia da Gilroy che da Young. Produce un paesaggio di individui la cui ascesa è basata sull’autonomia dello scopo. L’autonomia è un attributo che viene privatamente guadagnato, imparato e disegnato da soli: non dipende da altri. Il nostro servizio pubblico è quindi privatizzato in nome delle nostre libertà di gesto e di rappresentazione, ma è ancora inteso come un contributo civile. Queste contraddizioni sono evidenti in qualsiasi grande galleria o museo in cui una mostra proclama con forza il suo contributo all’apertura del dibattito e alla creazione di un contesto critico per un certo tema, in cui il contenuto è guidato dall’espressione individuale e spesso non negoziabile di un artista la cui firma è fondamentale per stabilirne il valore espositivo.

 

AUTORE: Andrea Phillips

 

SECONDA PARTE.
TERZA PARTE.

 

NOTE

[1] M. Young, The Rise of the Meritocracy 1870–2033: An Essay on Education and Equality, Pelican, London 1958.

[2] Young ha pubblicato la sua satira come un avvertimento contro gli effetti del sistema educativo britannico tripartito, introdotto dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il sistema divideva gli alunni tra grammar schools (per i ragazzi più accademicamente dotati), scuole secondarie pubbliche (per coloro che sarebbero stati istruiti come leader d’industria e nel settore amministrativo) e scuole secondarie moderne (per tutti gli altri). Young non era contro la meritocrazia in sé – preferiva il successo ottenuto tramite la capacità anziché le divisioni di classe che si riflettevano nelle opportunità e nelle scelte di vita –, ma come sostenne in un articolo scritto per il «Guardian» nel 2001 (un anno prima della sua morte): «È una regola di buon senso affidare ai singoli dei lavori in base al loro merito. Accade l’opposto quando coloro che vengono giudicati meritevoli di qualcosa si fossilizzano in una nuova classe sociale che non lascia più spazio agli altri». Nello stesso articolo ha inoltre parlato della propria disillusione rispetto al voltafaccia neoliberale nella politica tradizionale laburista in Gran Bretagna con Tony Blair: «Sono rimasto molto deluso dal mio libro del 1958, L’ascesa della meritocrazia. Ho coniato una parola che è circolata ampiamente, in particolare negli Stati Uniti, e di recente ha avuto rilievo nei discorsi del Sig. [sic] Blair. Il libro era una satira che desiderava essere un avvertimento (non serve aggiungere ‘non ascoltato’) contro quello che sarebbe potuto capitare alla Gran Bretagna tra il 1958 e la fittizia ribellione finale contro la meritocrazia del 2033». (Cf. M. Young, Down with meritocracy, «Guardian», 28 giugno 2001)

[3] Young, cit., p. 59.

[4] Ibid., p. 48.

[5] Ibid., p. 116.

[6] Ibid., p. 36.

[7] Il vero massacro di Peterloo si è svolto nel 1819 a Manchester, quando la cavalleria attaccò un raduno di settantamila persone che chiedevano una riforma dei processi parlamentari e di rappresentazione.

[8] David Kynaston, What should we do with private schools?, «Guardian», 5 dicembre 2014.

[9] M. Foucault, The Birth of Biopolitics: Lectures at the Collège de France 1978–1979, Macmillan, Basingstoke 2010, p. 131.

[10] Ibid.

[11] Ispirandosi a Louis Althusser, Foucault usa il termine «soggettivazione» per descrivere il processo in cui un individuo non diviene semplicemente un soggetto attraverso processi di formazione dell’identità, solitamente associati alla psicanalisi, ma anche occupando una soggettività attraverso un contesto sociale e politico (cf. M. Foucault, Discipline and Punish: The Birth of the Prison, Random House, New York 1977).

[12] P. Gilroy, We Got to Get Over Before We Go Under: Fragments for a History of Black Vernacular Neoliberalism, «New Formations», 80/81, novembre 2013, p. 24.

[13] Ibid., p. 26.

[14] Ibid.

[15] Ibid., p. 29.

[16] Ibid., p. 33.

[17] Ibid., p. 34.

In occasione del trentesimo compleanno dell’organizzazione non profit milanese Careof, KABUL magazine è stato invitato a partecipare al progetto Prossimità di spazi e tempi, a cura di Martina Angelotti e Caterina Riva.
Durante i giorni che anticiperanno il workshop, la DIGITAL LIBRARY di KABUL magazine si arricchirà dei testi di Andrea Phillips (docente di arte a PARSE e direttore di ricerca della Valand Academy, Università di Göteborg), ospite dell’evento, tradotti per la prima volta in italiano e scaricabili gratuitamente.
«Prossimità di spazi e tempi ha come obiettivo l’introduzione di nuovi metodi e nuovi lessici per ridefinire il ruolo degli attori, nel contesto sociale e culturale. Il progetto, anche nella sua visionarietà, nasce con lo scopo specifico di ritrovare lo spazio della relazione, di prendersi cura del nostro tempo e del nostro lavoro, in una realtà apparentemente pacificata, ma terribilmente compulsiva, con cui siamo spesso costretti a interagire. Come un’organizzazione culturale può costruire comunità? Come può lavorare per parlare al pubblico e fare esperienza di esso? […] Come la sua politica interna e i metodi di distribuzione e remunerazione del lavoro si confrontano con la crisi attuale? Sono alcune delle domande da cui partiremo». (Dal comunicato stampa di Prossimità di spazi e tempi)
Andrea Phillips nel primo paragrafo di Al servizio: l’arte, il valore, il merito e la creazione di pubblici, edito nella sua versione originale da MIT Press, illustra un breve ma articolato excursus sul concetto di «meritocrazia». Partendo da una digressione sul noto e lungimirante testo L’avvento della meritocrazia 1870-2033: un saggio sull’educazione e l’uguaglianza di Michael Young (considerato dai più come il coniatore del termine), per poi far riferimento alle teorie e alle posizioni prese sull’argomento da Michel Foucault e Paul Gilroy, delinea un quadro lucido ma irrisolvibile sul contraddittorio rapporto tra le istituzioni artistiche, i suoi attori e i giusti riconoscimenti da dare a ognuno. L’autonomia è l’obiettivo a cui tutti auspichiamo senza riconoscere che in essa si nasconde l’ostacolo alla nostra libertà di collaborazione e ci costringe a continui compromessi e negoziazioni.
Rif. bibl.: A. Phillips, In Service: art, value, merit and the making of publics, in(eds.) Burton, Jackson, Willsden, Public Servants: Art and the Crisis of the Common Good (Massachusetts/New York: MIT/New Museum, 2016).
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– MERITOCRAZIA

Nel 1958, Michael Young, politico e sociologo britannico, pubblicò L’avvento della meritocrazia 1870-2033: un saggio sull’educazione e l’uguaglianza.[1] Fantastica e profetica allo stesso tempo, la satira narra dello sviluppo di un sistema educativo e sociale in cui le divisioni di classe, parecchio evidenti ieri come oggi nel coordinamento politico britannico, vengono superate da una struttura sistematica e burocratica chiamata meritocrazia (si dice sia stato Young a coniare il termine).[2] In questo sistema, la scuola viene riorganizzata affinché coloro che dimostrano merito vengano allontanati dagli altri; i meritocratici sono pagati per essere studiosi («Oggi ci riesce praticamente impossibile immaginare una grammar school senza il suo giorno settimanale di paga»)[3] e riconosciuti per il loro contributo all’industria e (prevede) forme postindustriali di lavoro redditizio. Il testo è acutamente studiato, mescolando la realtà storica con un futuro immaginario che è scioccante nella sua precisione. «Impercettibilmente un’aristocrazia di nascita si è trasformata in un’aristocrazia d’ingegno»,[4] suggerisce Young. Anche le persone stupide possono dar vita a una progenie intelligente che dovrebbe avere la possibilità di salire sulla scala del successo di carriere modellate in gran parte dall’amministrazione dello stato. «L’assioma del pensiero moderno è che gli individui sono ineguali; e da esso discende il precetto morale che si debba dare a ciascuno una posizione nella vita proporzionata alla sua capacità».[5]

Nella narrazione, il sistema meritocratico viene introdotto dopo che l’ala sinistra del governo insiste affinché ognuno debba avere la stessa scuola, un’idea considerata sia ingenua che inefficiente: il problema di questa idea, scherza Young, è che «mostrando che tutti gli uomini sono ugualmente incompetenti in qualcosa – che cosa potrebbe essere più facile? – [la Sinistra] è andata tanto lontano quanto hanno mostrato che nessun uomo è un genio in tutto – che cosa potrebbe essere più pericoloso? In nome dell’uguaglianza hanno sacrificato con leggerezza i pochi ai molti».[6]

A un certo punto, dopo l’introduzione sulla misurazione meritocratica umana (definita in gran parte attraverso punteggi QI che registrano il potenziale di ciascun individuo), una rivolta, guidata dalle donne negli anni ’60, pretende che tutte le classi siano uguali. Tale ribellione viene repressa. Il Parlamento ritira il cambiavalute basato sui premi di merito e così tutti hanno un reddito ‘ineguale’ di base, il che significa che ogni lavoratore si mantiene su una scala mobile [indicizzazione dei salari] basata sul merito. Il partito laburista declina e i sindacati diventano un’amministrazione del servizio civile. Una campagna eugenetica per la modifica dell’intelligenza nel feto guadagna terreno, e nel 2033 avviene un massacro a Peterloo – l’evento che influenza la scrittura di questa storia immaginaria.[7]

Negli anni ’40 Young era un membro dominante del Partito Laburista nel Regno Unito e un forte sostenitore dell’educazione globale non selettiva – il sistema di scolarizzazione introdotto nel Regno Unito nel 1965 per abolire le divisioni tra la scuola privata, classica e l’istruzione moderna secondaria nel sistema inglese. L’avvento della meritocrazia è un libro di buon auspicio in quanto viene predetta la contemporanea ambivalenza politica nei confronti degli impieghi nella pubblica amministrazione, dell’ethos del merito raccolto e della diseguaglianza dell’istruzione nel Regno Unito, così come altrove. Piuttosto che prendere seriamente l’idea del declino dell’aristocrazia a favore di coloro che hanno merito, la critica satirica di Young sfida il rapporto tra le due forme egemoniche di ascendenza sociale ed economica – una basata sul diritto di nascita, l’altra sulla naturalizzazione del talento individuale, decontestualizzato dalla formazione in favore di un dono innato. Scrivendo sul «Guardian» prima delle elezioni britanniche del 2015, in cui una classe di politici privilegiati, per la maggior parte istruiti privatamente, è stata nuovamente votata al potere a gran voce, David Kynaston commenta il libro di Young:

«Pubblicato nel 1958, nonostante sia prevalentemente ambientato nel 2034 [sic], Michael Young è molto citato ma spesso frainteso. L’avvento della meritocrazia è in ultima analisi un avviso distopico contro una dilagante, autocentrante, QI-centrica e intollerante meritocrazia – un’élite meritocratica emersa in gran parte attraverso i test di intelligenza e la selezione educativa… L’educazione [p]rivata è essenzialmente un meccanismo – a proprio modo un meccanismo brillantemente riuscito – attraverso cui quei bambini già privilegiati dalle circostanze della loro nascita frequentano scuole altamente finanziate e possiedono una posizione socioeconomica privilegiata e ulteriormente affermata e rafforzata. Ciò, a mio parere, è la verità fondamentale riguardo alle istituzioni che in molti casi (tra cui Eton e St Paul) furono originate e stabilite per fornire un’istruzione ai poveri.[8]

Il paradosso creato tra il talento naturale e l’educazione, l’aspirazione e l’abilità, la classe sociale e la povertà è di fondamentale importanza anche nell’arte contemporanea, non solo in termini di demografia itinerante di chi ha talento per diventare un artista, ma anche in termini di come le istituzioni d’arte assumono [personale] e sono guidate. È fondamentale – e intrecciato – anche ciò che capiamo dal servizio pubblico (non è inaspettato che sia il servizio civile piuttosto che il governo a essere il potere prominente nel libro di Young). La trasformazione della disposizione culturale da un’attività a costo limitato o gratuita, finanziata pubblicamente, a una che è finanziata da aziende all’interno di una rete fluida di iniziative di patrocinio privato – e che ha un elevato profilo di media ma è fuori dalla portata della maggior parte delle persone sia dal punto di vista culturale che finanziario – è una delle conquiste (e realtà) dei processi del servizio pubblico contemporaneo. Tali conquiste sono ora in gran parte modellate attraverso il neoliberismo, in quanto i meccanismi hanno continuato a essere adottati e perfezionati dai governi negli ultimi trent’anni. Tali conquiste ridefiniscono profondamente gli scopi e la nostra idea di ciò che significa dare, rendere e accedere al “servizio”.

La chiave di questa trasformazione è una serie di procedure che sono state abbracciate dalle arti: l’adozione dell’economia di mercato come base per la transazione culturale, la dimostrazione della competizione come metodo che delinea ciò che viene mostrato e dove viene mostrato, e la naturalizzazione della meritocrazia come forma attraverso cui viene determinata la selezione (e l’esclusione) delle arti. Questa implicazione fondamentale dell’economia di mercato nell’offerta culturale attraverso modalità civiche e governative è identificata da Michel Foucault come distinzione tra il liberalismo settecentesco di Adam Smith e il neoliberalismo emerso nel corso del ventesimo secolo: «Il problema del neoliberalismo non era come fosse possibile ritagliare e gestire uno spazio libero in una società politica stabilita, come quello del mercato… al contrario [è di sapere] in che modo sia possibile regolare l’esercizio globale del potere politico in base ai princìpi di un’economia di mercato».[9] Ciò, dice Foucault, è l’«arte di governo»[10] neoliberale.

Il processo di soggettivazione[11] della formazione degli artisti e poi il processo di selezione e messa in mostra, così come il lavoro – i percorsi lavorativi – dei curatori si basano tutti su questo concetto incorporato di meritocrazia. Tuttavia le forze oscure che influenzano le decisioni degli attori in questo sistema meritocratico raramente sono note, soprattutto in un contesto artistico che vuole rivendicare il suo pubblico valore. Si creano infatti tensioni a causa dell’irrefrenabile ambizione della maggior parte degli artisti e dei curatori (così come dei direttori di musei, dei galleristi ecc.) per far capire come il loro lavoro possa servire al bene pubblico. È nell’inquietudine dell’amministrazione governativa e della soggettività che possiamo comprendere entrambe le idee del civico e di ciò che significa essere al servizio. Scrivendo dell’impatto della meritocrazia sulla cultura nera britannica e americana a seguito dello sviluppo di ciò che definisce «abitudini neoliberali», Paul Gilroy osserva: «La grande rivoluzione gestionale che aveva cominciato a toccare e a cambiare tutte le istituzioni britanniche, riformandone il linguaggio e alterando la comprensione della loro stessa missione, così come la loro comprensione delle forme contingenti di valore che sono state legate alla loro pratica prima dei tagli e delle austerità, hanno stabilito nuove regole generali».[12]

Gilroy è particolarmente interessato ai modi in cui la meritocrazia si intreccia con i soggetti neri britannici e americani attraverso la rivalutazione di ciò che il lavoro comporta e porta: «I sogni di sollievo, sicurezza e possibilità, la prospettiva di speranza in un futuro migliore garantita attraverso un lavoro costantemente duro ma sempre nobilitato, si raccolgono nel concetto neoliberista di ‘aspirazione’».[13] Egli individua le basi dell’aspirazione nella letteratura e nei costumi di autofinanziamento vittoriani: «In un mondo in cui la Storia è disaggregata, nello specifico frammentata in ‘storie di sfondo’ frammentate, è fondamentale affrontare storicamente la confluenza del desiderio autopoietico e della retorica gestionale».[14]

Gilroy osserva che la svolta semantica, dal parlare – e riconoscere – di differenza razziale al discutere di «diversità e pluralità», dà accesso a «nuovi mercati, clienti e capitali», ma anche «comporta una privatizzazione della resistenza».[15] L’uso delle tecniche di marketing per cambiare il ritratto negativo degli uomini neri da parte dei media è per Gilroy «sintomatico della preferenza del neoliberismo per una socialità post e virtuale sul lavoro lento di costruzione della solidarietà nel tempo».[16] Ciò a sua volta influenza «la sostituzione della democrazia imperfetta da ciò che abbiamo detto essere la non negoziabile forza di una naturale gerarchia». Gilroy mette in relazione le forme di lavoro, i cambiamenti tecnologici e le revisioni di aspirazione tra gli uomini neri (non soltanto, ma per lui in maniera significativa) nel Regno Unito e negli Stati Uniti con la falsa promessa di meritocrazia e naturalizzazione del talento che questa presuppone.[17]

Mentre l’analisi proposta da Gilroy è specifica per le questioni di razza del Regno Unito e degli Stati Uniti, essa offre un sintetico resoconto dell’effetto del neoliberismo sull’erogazione delle arti, grazie all’utilizzo continuo delle diversità da parte delle industrie culturali come uno strumento di contrattazione per la sponsorizzazione. Ma è l’incarnazione della meritocrazia – la sua incorporazione letterale all’interno dei corpi e le anime dei giovani –, in concomitanza con l’erosione di ciò che Gilroy definisce la solidarietà, che qui è importante. Per le organizzazioni artistiche, entrambe queste operazioni – l’incarnazione della meritocrazia e l’erosione delle forme di solidarietà – sono all’opera. Poiché la crescita di una cultura competitiva dell’esposizione alimentata dall’infrastruttura economica dell’arte arriva a dominare i modi in cui operano le istituzioni artistiche, diviene sempre più impossibile immaginare un’alternativa. La tagliente analisi di Gilroy sulla meritocrazia dei personaggi famosi e del suo – politicamente motivato – effetto a cascata sulle vite e le culture dei giovani neri ha profonde implicazioni per ciò che intendiamo sia come ‘pubblico’ che come di ‘servizio’. La meritocrazia rimuove la base contestuale e storica di ogni emergenza individuale o collettiva, come sottolineato sia da Gilroy che da Young. Produce un paesaggio di individui la cui ascesa è basata sull’autonomia dello scopo. L’autonomia è un attributo che viene privatamente guadagnato, imparato e disegnato da soli: non dipende da altri. Il nostro servizio pubblico è quindi privatizzato in nome delle nostre libertà di gesto e di rappresentazione, ma è ancora inteso come un contributo civile. Queste contraddizioni sono evidenti in qualsiasi grande galleria o museo in cui una mostra proclama con forza il suo contributo all’apertura del dibattito e alla creazione di un contesto critico per un certo tema, in cui il contenuto è guidato dall’espressione individuale e spesso non negoziabile di un artista la cui firma è fondamentale per stabilirne il valore espositivo.

 

AUTORE: Andrea Phillips

 

SECONDA PARTE.
TERZA PARTE.

 

NOTE

[1] M. Young, The Rise of the Meritocracy 1870–2033: An Essay on Education and Equality, Pelican, London 1958.

[2] Young ha pubblicato la sua satira come un avvertimento contro gli effetti del sistema educativo britannico tripartito, introdotto dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il sistema divideva gli alunni tra grammar schools (per i ragazzi più accademicamente dotati), scuole secondarie pubbliche (per coloro che sarebbero stati istruiti come leader d’industria e nel settore amministrativo) e scuole secondarie moderne (per tutti gli altri). Young non era contro la meritocrazia in sé – preferiva il successo ottenuto tramite la capacità anziché le divisioni di classe che si riflettevano nelle opportunità e nelle scelte di vita –, ma come sostenne in un articolo scritto per il «Guardian» nel 2001 (un anno prima della sua morte): «È una regola di buon senso affidare ai singoli dei lavori in base al loro merito. Accade l’opposto quando coloro che vengono giudicati meritevoli di qualcosa si fossilizzano in una nuova classe sociale che non lascia più spazio agli altri». Nello stesso articolo ha inoltre parlato della propria disillusione rispetto al voltafaccia neoliberale nella politica tradizionale laburista in Gran Bretagna con Tony Blair: «Sono rimasto molto deluso dal mio libro del 1958, L’ascesa della meritocrazia. Ho coniato una parola che è circolata ampiamente, in particolare negli Stati Uniti, e di recente ha avuto rilievo nei discorsi del Sig. [sic] Blair. Il libro era una satira che desiderava essere un avvertimento (non serve aggiungere ‘non ascoltato’) contro quello che sarebbe potuto capitare alla Gran Bretagna tra il 1958 e la fittizia ribellione finale contro la meritocrazia del 2033». (Cf. M. Young, Down with meritocracy, «Guardian», 28 giugno 2001)

[3] Young, cit., p. 59.

[4] Ibid., p. 48.

[5] Ibid., p. 116.

[6] Ibid., p. 36.

[7] Il vero massacro di Peterloo si è svolto nel 1819 a Manchester, quando la cavalleria attaccò un raduno di settantamila persone che chiedevano una riforma dei processi parlamentari e di rappresentazione.

[8] David Kynaston, What should we do with private schools?, «Guardian», 5 dicembre 2014.

[9] M. Foucault, The Birth of Biopolitics: Lectures at the Collège de France 1978–1979, Macmillan, Basingstoke 2010, p. 131.

[10] Ibid.

[11] Ispirandosi a Louis Althusser, Foucault usa il termine «soggettivazione» per descrivere il processo in cui un individuo non diviene semplicemente un soggetto attraverso processi di formazione dell’identità, solitamente associati alla psicanalisi, ma anche occupando una soggettività attraverso un contesto sociale e politico (cf. M. Foucault, Discipline and Punish: The Birth of the Prison, Random House, New York 1977).

[12] P. Gilroy, We Got to Get Over Before We Go Under: Fragments for a History of Black Vernacular Neoliberalism, «New Formations», 80/81, novembre 2013, p. 24.

[13] Ibid., p. 26.

[14] Ibid.

[15] Ibid., p. 29.

[16] Ibid., p. 33.

[17] Ibid., p. 34.