Con l’espressione American way of death s’intende il complesso rituale funebre degli Stati Uniti d’America. Questa dicitura ricalca quella più popolare di American way of life, riferita all’ethos della popolazione statunitense. I princìpi che caratterizzano sia la vita che la morte in America sono, infatti, i medesimi: patriottismo, individualismo, pragmatismo e materialismo, all’interno della salda cornice del diritto alla libertà e al perseguimento della felicità garantiti dalla Dichiarazione di Indipendenza, sono valori che hanno consacrato tanto l’eccezionalità di questa nazione quanto la singolarità della sua pratica funeraria, basata sull’imbalsamazione temporanea e sull’imbellettamento della salma del defunto, da esporre nel contesto di una veglia a bara aperta come fosse non più un cadavere, bensì un dormiente. Tutte le operazioni e i luoghi che ruotano attorno alla preparazione del cadavere e al suo funerale sono regolati da un’industria della morte altamente specializzata, la cui realtà economica costituisce una delle più radicate del capitalismo statunitense. La death industry ha mosso i suoi primi passi dalla tanatoprassi dei corpi dei nordisti caduti nella Guerra di Secessione, bisognosi di un trattamento conservativo che ne permettesse una degna sepoltura in patria e, facendo dell’imbalsamazione il motivo della sua stessa esistenza, ha mutato l’esperienza luttuosa dei cittadini americani in relazione al «bel morto»: del defunto, infatti, si è sempre più premiata l’apparenza estetica.

Il nostro intento è quello di interpretare l’American way of death come un complesso meccanismo produttore di immagini interamente votato alla finzione. Una tale chiave di lettura ci sarà suggerita da più fonti: l’intento della stessa industria di approntare un’immagine del morto che allevi il dolore dei luttuanti; l’esame delle mansioni professionali del tanatoprattore, avente le doti di uno scultore, e dell’impresario funebre, dai propositi scenografici per la veglia a bara aperta; le aspettative e i giudizi che i dolenti riversano sull’apparenza della salma del congiunto; il riferirsi al cadavere come a un’immagine da parte della totalità della letteratura che ha preso a oggetto il funerale americano.

Occorre partire dalla problematica letteratura sul tema. Essa è composta di testi molto eterogenei fra loro e giunge a risultati non sempre scevri da imparzialità e contraddizioni: ciò è dovuto non solo al diverso taglio che caratterizza ogni disciplina coinvolta, ma soprattutto al fatto che queste stesse discipline sono state assorbite dall’infiammata polemica che ha investito l’American way of death. L’avversione a questa pratica funeraria nasce da ragioni di natura economica, religiosa e morale, ma soprattutto sorge con la pretesa di puntare i riflettori sulla salvaguardia dei dolenti da alcuni aspetti dell’esperienza del lutto che ormai sono saldamente radicati in America: qui, infatti, il funerale rappresenta una spesa esorbitante, si compone di elementi pagani dovuti all’incontro di tradizioni funebri differenti e lontane, ed è organizzato da funeral director che spesso sono mossi dall’avarizia ai danni dei loro stessi clienti, facendo leva sul senso di rispetto che una professione così delicata suscita nel prossimo. L’ultimo problematico aspetto della letteratura sull’American deathway riguarda la sua ridotta quantità e la sua irreperibilità: gli stessi autori che ci si dedicano lamentano difficoltà nel reperimento delle fonti.

Quest’articolo fornirà dunque un’indispensabile contestualizzazione dell’American way of death all’interno del panorama tanatologico. In accordo col nostro scopo dobbiamo, però, restringere il campo: del vasto ventaglio della tanatologia considereremo ciò che descrive la società occidentale, in particolar modo quella americana.

 

“Pornografia della morte” e “morte capovolta”: gli antesignani della tanatologia occidentale

Nel 1955 il provocatorio articolo La pornografia della morte[1] dell’antropologo inglese Geoffrey Gorer segna la nascita e lo sviluppo della tanatologia come disciplina autonoma.[2] Esso scaturisce dalla riflessione sui lutti personali dell’autore e su come il conseguente atteggiamento luttuoso sia notevolmente cambiato durante il XX secolo.

Gorer, nato nel 1905, ricorda che la famiglia prese il lutto nel 1910 per la scomparsa del re Edoardo VII. Al tempo, il lutto collettivo rispecchiava le consuetudini del «lutto vittoriano», nato dal dolore della regina Vittoria per la morte del consorte nel 1861: lei, malinconica, visse ritirata dal mondo, sempre vestita di nero, e i suoi modi presto si diffusero a corte e poi nel paese, dove abiti scuri e crespo al braccio divennero un doveroso segno di riconoscimento per tutti i dolenti.[3] Ciò portò alla configurazione di rigide norme di rispetto nei confronti dei dolenti stessi, ancora durevoli quando il padre di Gorer morì durante il naufragio del Lusitania nel 1915: «Fui trattato con grande gentilezza, ma come un invalido; non mi fecero nessuna domanda, mostrarono accondiscendenza nei miei confronti, e la conversazione veniva sospesa in mia presenza».[4]

Questo ricordo di infanzia è fondamentale, perché porta Gorer a confrontare le usanze, sempre occidentali ma molto diverse, riguardanti il lutto dopo le guerre mondiali, trovandovi un’analogia con la sessualità e la pornografia: «Per la maggior parte degli ultimi duecento anni, la copula e (almeno nelle decadi centrali del periodo vittoriano) la nascita hanno costituito gli ‘innominabili’ di quella triade della basilare esperienza umana […] intorno alla quale si è costruita tanta fantasia privata e pornografia semiclandestina. Per la maggior parte di questo periodo, la morte non è stata un mistero, tranne che la morte è sempre un mistero. S’incoraggiavano i bambini a pensare alla loro morte e a quella edificante o ammonitrice degli altri. Era cosa rara nel XIX secolo – con la sua alta mortalità – non aver visto qualcuno morire, o non aver reso omaggio a qualche “bella salma”».[5]

Se nella società ottocentesca sessualità e nascita sono tabù, mentre la morte naturale è uno spettacolo edificante anche per i bambini, nel XX secolo questi rapporti vanno invertendosi: «Nel XX secolo […] sembra che la pruderie abbia subìto un mutamento passato inosservato: mentre la copula è diventata sempre più ‘nominabile’, soprattutto nelle società anglosassoni, la morte come processo naturale è diventata sempre più ‘innominabile’ […]. Ai nostri bisnonni si diceva che i bambini si trovavano sotto i cavoli; ai nostri figli verrà probabilmente detto che chi è trapassato (oibò) viene trasformato in fiore o riposa in un bel giardino».[6]

La morte è quindi diventata argomento osceno. Due sono le ragioni principali di questo cambiamento: la crisi delle credenze religiose in una vita futura (nell’Inghilterra protestante i fedeli praticanti sono divenuti una minoranza), che rendono l’idea della decomposizione fisica insopportabile, e i progressi della medicina preventiva, a causa dei quali è diventato raro assistere a una morte naturale in famiglia, eccezion fatta per quella dei componenti anziani.

Tuttavia, Gorer registra nel XX secolo un aumento esponenziale delle morti violente, causate da guerre, rivoluzioni e, in tempi di pace, dagli incidenti d’auto, che tanto affascinano il pubblico di massa: «Mentre la morte naturale è stata sempre più sopraffatta dalla pruderie, la morte violenta ha avuto una parte sempre più importante nelle fantasie proposte al pubblico massificato – gialli, thriller, western, avventure di guerra, spionaggio, fantascienza, per finire coi fumetti dell’orrore. Sembrano esserci numerosi paralleli tra le fantasie che solleticano la nostra curiosità sul mistero del sesso e quelle che solleticano la nostra curiosità sul mistero della morte».[7]

Così, la «pornografia della morte» sarebbe il tentativo di rappresentare le fantasie di morte represse, in modo da ottenere una «gratificazione surrogata» rispetto alla tensione della censura e dell’auto-censura e raggiungere lo scopo di fare i conti con la morte nonostante l’epoca la renda oggetto di pruderie.

Pochi anni dopo il suo scritto, Gorer subì la perdita del fratello Peter, morto di cancro, ma lasciato dai medici all’oscuro della natura della propria malattia. L’esperienza del nuovo lutto lo indusse a recuperare la riflessione sul tema, e l’incontro con la vedova del fratello, Elisabeth, fu particolarmente illuminante: lei non prese parte al funerale del marito e si chiuse nel silenzio per timore di esprimere il proprio dolore pubblicamente. Infatti, Elisabeth sarebbe stata accettata socialmente solo comportandosi come nulla fosse accaduto (ne ricavò solo una lunga depressione); ciò collima con l’imbarazzo suscitato dai rifiuti di Gorer stesso agli inviti di conoscenti e amici, con la motivazione di essere in lutto.

Intuita una difficoltà sociale nell’elaborazione del lutto, Gorer realizza questionari e interviste sul tema, confluiti in Death, Grief, and Mourning. A Study of Contemporary Society, del 1965. Oggi la morte è fronteggiata senza guida e con scarso aiuto sociale; al contrario dell’epoca vittoriana, che sosteneva i dolenti, gli uomini devono tenere sotto controllo il dolore senza esprimerlo, in quanto la società contemporanea riesce ad accompagnare i sopravvissuti solo dal momento della morte del congiunto fino a quello della sistemazione finale del suo corpo. Dopo il funerale, i luttuanti sono lasciati nella solitudine, e ciò non solo penalizza la loro reintegrazione nella società, ma prolunga indefinitamente il lutto con rischio di cronicizzazione.[8]

Le tesi di Gorer riguardano la società inglese degli anni Cinquanta e Sessanta, ma descrivono bene buona parte dell’Occidente contemporaneo: i suoi scritti saranno utilizzati anche negli Stati Uniti e ne vedremo man mano le affinità con l’American way of death e il suo modo di trattare il cadavere.

Lo storico francese Philippe Ariès si dedica allo studio della morte in Occidente a seguito di studi demografici e sociologici sulla popolazione e sulla famiglia francese, incuriosito dall’origine antica dei riti funebri a lui contemporanei. È quindi molto diversa la motivazione che spinge Gorer e Ariès a occuparsi dello stesso fenomeno, ma anche nel caso dello studioso francese i lutti personali hanno dato un certo impulso alla ricerca: se alla morte della madre, nel 1964, fu oggetto di affettuoso cordoglio, appena sette anni dopo, alla morte del padre, quelle stesse persone si sentirono a disagio nel manifestargli le condoglianze e non si esposero più come prima.[9]

La lettura di Gorer è per Ariès rivelatrice: unitamente al suo vissuto personale, lo aiuta a comprendere che «gli interdetti che circondavano la morte, nati negli Stati Uniti e nell’Europa nord-occidentale del Ventesimo secolo, stavano ormai penetrando in Francia»,[10] e lo inducono, nell’imponente L’uomo e la morte dal Medioevo a oggi[11] del 1977, a indagare le cause profonde della morte contemporanea da lui definita «morte capovolta», in quanto frutto di tre grandi ribaltamenti, rispetto alla società moderna, in stretta connessione tra loro.

Il primo riguarda la consapevolezza da parte del moribondo della propria fine e il conseguente luogo deputato alla sua morte. Nel paragrafo intitolato L’inizio della menzogna,[12] Ariés spiega come fino alla metà del XIX secolo fosse costume avvertire il morente tramite il nuncius mortis, solitamente effettuato dal parroco o dal medico, di modo che, nel contesto di una morte pubblica all’interno della propria abitazione, potesse ricevere l’estrema unzione e presiedere alla cerimonia degli addii. Infatti, ancora nel primo Novecento, «in tutto l’Occidente di cultura latina, cattolica o protestante, la morte di un uomo modificava solennemente lo spazio e il tempo di un gruppo sociale che poteva estendersi all’intera comunità»,[13] dal momento che «non era solo un individuo che spariva, ma la società che era ferita, e la ferita doveva cicatrizzarsi».[14] Dalla seconda metà del XIX secolo, costerà sempre di più avvertire l’agonizzante, sia perché la diminuita influenza della religione sulla vita porta a una progressiva eliminazione dell’estrema unzione per evitare ogni collegamento alla morte, sia perché l’igienismo borghese rende il decesso un accadimento biologico sudicio e nauseabondo. «Morire in pubblico è indecente».[15] Oggi, invece, il malato grave viene tenuto all’oscuro della sua condizione, ed «è considerato un bambino da mettere sotto tutela e proteggere da se stesso».[16] Questo, unitamente al progresso della medicina nel Novecento, porta a trasferire il moribondo dalla casa all’ospedale nel tentativo di un salvataggio in extremis, che è al contempo un modo per garantirne una morte sterile e asettica: l’ospedale ha offerto alle famiglie, rese più delicate dai princìpi del comfort e dell’igiene personale, «l’asilo dove hanno potuto nascondere il malato scomodo, che né la gente né loro potevano più sopportare, scaricando su altri, con la coscienza perfettamente a posto, un’assistenza d’altra parte maldestra per continuare una vita normale».[17] All’ospedale si muore soli e ignari: così se «l’uomo è stato, per millenni, il padrone assoluto della sua morte e delle circostanze della sua morte […] oggi non lo è più».[18]

Il secondo capovolgimento, in stretto accordo con Gorer, riguarda il rifiuto contemporaneo del lutto: essendo la morte divenuta evento privato, anche il cordoglio va vissuto in sordina. Il dolente «si obbliga a comportarsi come se non fosse accaduto nulla, a continuare senza alcuna cesura la propria vita normale»,[19] altrimenti «la persona che si ostina nel lutto è spietatamente esclusa come fosse pazza».[20] È appena tollerato che si pianga «in privato e furtivamente, come un equivalente della masturbazione […]. Ora le lacrime del lutto sono assimilate alle escrezioni del malato. Le une e le altre son ripugnanti. La morte è esclusa».[21] Pertanto, «chi resta è come schiacciato tra il peso del suo dolore e quello dell’interdetto sociale»[22] e i segni esteriori del lutto (abiti neri, crespo, ricevimento e telefonate alle case dei dolenti, visite alla tomba, stop del traffico durante il passaggio di un carro funebre) spariscono.

Il terzo capovolgimento riguarda la medicalizzazione della morte. Soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, la morte è divenuta di esclusivo dominio della medicina,[23] cui spetta il compito di definirla e constatarla. Morendo in ospedale, il trapasso si allunga notevolmente, e tramite il cosiddetto «accanimento terapeutico» si giunge all’«immagine pietosa, ormai classica, del moribondo irto di tubi».[24]

L’American way of death consiste in un particolare caso di «morte capovolta». L’odierna medicalizzazione del morente, secondo Ariès, è da ritenersi connessa a quella del cadavere, anch’esso «irto di tubi», in America.

 

L’«American way of death» tra tanatologia e giornalismo d’assalto

Il funerale americano prevede il prelievo del cadavere dall’obitorio ospedaliero, la sua imbalsamazione, definita in italiano «tanatoprassi» (dal greco thánatos, morte, e praxis, pratica), la sua cura cosmetica, la bara lasciata aperta e la visita di parenti e amici per un ultimo saluto alla «bella» salma, prima dell’inumazione o della cremazione. Tutto ciò avviene in una struttura specifica, la funeral home,[25] dove esperti imbalsamatori si occupano del cadavere e gli imprenditori funebri, detti funeral director, stabiliscono coi luttuanti i dettagli della veglia e della funzione religiosa, da svolgersi in una particolare sala del commiato detta slumber room.

Ciò rientra solo parzialmente nel novero della «morte capovolta». Sembra che un lato della cultura americana abbia spinto a cancellare le tracce della morte, rendendola insignificante, mentre l’altro la tratteneva, riportandola bene in vista e aggiornando la vecchia corrente romantica. Seguiamo Ariès: «Tra queste due tendenze contraddittorie, doveva bene stabilirsi un compromesso. Il tempo della morte è stato diviso tra di esse. L’interdetto regna come in Inghilterra fino alla morte inclusa, e torna in vigore dopo la sepoltura perché il lutto è proscritto anche qui. Ma è sospeso tra la morte e la sepoltura, e sussiste l’antico cerimoniale di rito, d’altra parte irriconoscibile per i rimaneggiamenti subìti. Tanto irriconoscibile che ha ingannato i più perspicaci osservatori […]. Essi ci hanno visto solo modernità, mentre si tratta semplicemente di una vernice moderna su un fondo antico».[26]

Regista di questa sospensione è l’imprenditore funebre. Come già menzionato da Gorer, l’allontanamento delle persone dalla religione fu uno dei fattori che condusse al veto della morte e del lutto; in America, ciò è frutto non solo della secolarizzazione, ma anche dell’atteggiamento delle Chiese stesse che, in seguito alla Guerra di Secessione (il «primo grande massacro dell’era contemporanea»),[27] cominciarono a giudicare eccessivo lo spazio occupato dai morti nel sentimento religioso. Questo loro tirarsi indietro giovò ai funeral director, che «s’infilarono al posto dei preti e sfruttarono bisogni psicologici trascurati. Poi, con notevole agilità, utilizzarono le indicazioni degli psicologi del lutto; questi […] a partire da Freud insistevano sulla necessità naturale del lutto e del conforto collettivo che la società borghese delle grandi città rifiutava ai sopravvissuti. Allora i funeral director hanno supplito alle deficienze della società. Hanno voluto essere dei doctor of grief con una vocazione di grief therapy. Ormai la cura di placare il dolore delle famiglie in lutto spettava a loro. Essi hanno impresso una deviazione al lutto: dalla vita quotidiana da cui era escluso, verso il corto periodo dei funerali, dove ancora era ammesso».[28]

Assistiamo dunque alla nascita della funeral home, uno spazio laico interamente votato a una morte visibile e solenne, che «portò sollievo contemporaneamente al clero, alla famiglia, ai medici o alle infermiere che […] non dovevano più occuparsi del morto in chiesa, a casa, all’ospedale».[29] Cartelloni all’ingresso della città o del quartiere la pubblicizzavano, minando il tabù vigente sull’argomento; i funeral director stessi ne parlano ben volentieri ai giornalisti.

Proprio a una giornalista d’assalto e attivista, Jessica Mitford, dobbiamo il primo significativo testo sull’industria funebre americana, tuttora l’unico a vantare una certa completezza: il bestseller The American Way of Death del 1963. Si tratta di una pesante critica ai costumi funebri statunitensi, intesi come truffaldini e irrazionali; nell’edizione rivista e aggiornata del 1998,[30] pubblicata postuma, vengono spiegate le circostanze della sua genesi e della sua fortuna.

A fine anni Cinquanta, il marito della giornalista, Bob Threuhaft, avvocato del lavoro, scoprì i costi elevatissimi del funerale medio, difficili da sostenere per le classi non abbienti. La sua soluzione fu la costituzione, con alcuni colleghi e professori universitari, della Bay Area Funeral Society (BASF), associazione no profit che attraverso un accordo con un imprenditore funebre locale garantiva rituali semplici ed economici inizialmente nelle contee di Alameda, Contra Costa e San Francisco.[31] Mitford si interessò a questi fatti e si mise a scrivere incoraggiata dal consorte, ottenendo così il duplice risultato di un aumento sensibile delle famiglie aderenti al funerale low cost[32] e dell’ottenimento di un’indagine governativa condotta dalla Federal Trade Commission:[33] scaturì da questa una nuova legge, la Funeral Trade Rule[34] del 1984, la cui norma più rilevante fu l’obbligo, per i funeral director, di comunicare con trasparenza il prezzo di ogni singolo servizio offerto, in modo da evitare la pratica di «soppesare» il cliente prima di presentargli il conto.[35]

Se Ariès attribuisce all’articolo di Gorer il punto di inizio del revival della morte nei cultural studies,[36] al libro di Mitford si deve l’inizio della corrispettiva letteratura d’opinione.[37] Nonostante l’enorme adesione alla cultura funeraria in oggetto, i malumori non mancavano, e il libro vendette ben 20.000 copie il primo giorno di distribuzione. Accolto da numerose recensioni positive per acutezza dell’analisi e quantità del materiale raccolto, stimolò innumerevoli interventi del pubblico radiofonico, che non vedeva l’ora di raccontare la propria esperienza personale con le funeral home, e finì incluso in varie antologie letterarie per via del suo stile sagace e beffardo. L’attacco di Mitford tuttavia non stroncò l’industria funebre che, adeguatasi al cambiamento, differenziò i servizi, fornì funerali personalizzati e multireligiosi e formò i suoi componenti in modo ancora più professionale.

Finora ci siamo limitati a rilevare il mutamento degli atteggiamenti luttuosi in alcune regioni della società Occidentale del XX secolo e abbiamo osservato come l’American way of death ne sia un caso particolare, benché aspramente criticato. Ci proponiamo nei prossimi articoli di analizzare le diverse fasi di questo rito, comprendendole dal punto di vista antropologico e sottolineando le finalità estetiche che gli sono proprie, in virtù dell’attenzione rivolta al cadavere.

 

AUTORE: Stefano Menichini

 

BIBLIOGRAFIA

Ph. Ariès, Padri e figli nell’Europa medievale e moderna (1960), tr. it. di M. Garin, Laterza, Roma-Bari 1981.

Ph. Ariès, Storia della morte in Occidente (1975), tr. it. di S. Vigezzi, Rizzoli, Milano 1998.

Ph. Ariès, L’uomo e la morte dal Medioevo a oggi (1977), tr. it. di M. Garin, Laterza, Roma-Bari 1992.

J. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte (1976), tr. it. di G. Mancuso, Feltrinelli, Milano 1980.

F. Campione, Venire a patti con un punto interrogativo, in «Studi tanatologici», 1, 2005.

G. Flaubert, Madame Bovary (1856), tr. it. di M. L. Spaziani, Mondadori, Milano 2009.

G. Gorer, La pornografia della morte (1955), tr. it. di G. Sensi, in «Studi Tanatologici», 1, 2005.

G. Gorer, Death, Grief and Mourning. A Study of Contemporary Society, Cresset Press, London 1965.

G. Laderman, Rest in peace. A cultural history of death and the funeral home in twentieth-century America, Oxford University Press, New York 2003.

R. Maresci, Death Market, Castelvecchi, Roma 1998.

J. Mitford, The American Way of Death Revisited (1998), Alfred A. Knopf, New York 2013.

M. Sozzi, Reinventare la morte. Introduzione alla tanatologia, Laterza, Roma-Bari 2009.

 

SITOGRAFIA

Bay Area Funeral Consumers Association.

Federal Trade Commission.

Funeral Consumers Alliance.

T. Mallon, Red Sheep. How Jessica Mitford found her voice, in «New Yorker», 16/10/2006.

 

NOTE

[1] G. Gorer, La pornografia della morte (1955), tr. it. di G. Sensi, in «Studi Tanatologici», 1, 2005, pp. 22-26.

[2] Cf. F. Campione, Venire a patti con un punto interrogativo, in «Studi tanatologici», 1, 2005, pp. 47-54.

[3] Cf. M. Sozzi, Reinventare la morte. Introduzione alla tanatologia, Laterza, Roma-Bari 2009, p. 38.

[4] G. Gorer, Death, Grief and Mourning. A Study of Contemporary Society, Cresset Press, London 1965, cit. in M. Sozzi, Reinventare la morte, cit., p. 39.

[5] Gorer, cit., pp. 23-24.

[6] Ivi, p. 24.

[7] Ivi, p. 25. Baudrillard approfondisce questo punto in Lo scambio simbolico e la morte (1976), tr. it. di G. Mancuso, Feltrinelli, Milano 1980, pp. 182-83.

[8] Cf. Sozzi, cit., pp. 40-41. Philippe Ariès rincara la dose, con diretto riferimento alla civiltà americana: «Una causalità immediata salta subito all’occhio: la necessità d’essere felici, il dovere morale e l’obbligo sociale di contribuire alla felicità collettiva evitando ogni causa di tristezza o di noia, dandosi l’aria di esser sempre felici, anche se si tocca il fondo della desolazione […]. L’idea della felicità ci riconduce in America, e conviene cercar di comprendere i rapporti fra la civiltà americana e il moderno atteggiamento davanti alla morte» (Ph. Ariès, Storia della morte in Occidente (1975), tr. it. di S. Vigezzi, Rizzoli, Milano 1998, pp. 74-75).

[9] Cf. Sozzi, cit., p. 44.

[10] Ariès, cit., p. 11.

[11] Ph. Ariès, L’uomo e la morte dal Medioevo a oggi (1977), tr. it. di M. Garin, Laterza, Roma-Bari 1992.

[12] Ivi, pp. 661-664.

[13] Ivi, p. 659.

[14] Ibid.

[15] Ivi, p. 671. La morte sudicia è descritta, senza alcuna concessione, da Flaubert nel caso della suicida Madame Bovary (G. Flaubert, Madame Bovary (1856), tr. it. di M. L. Spaziani, Mondadori, Milano 2009, pp. 350-58).

[16] M. Sozzi, cit., p. 45.

[17] Ivi, p. 673.

[18] Ariès (1975), cit., p. 190.

[19] Ariès (1977), cit., p. 682.

[20] Ivi, p. 683.

[21] Ivi, p. 684.

[22] Ivi, p. 688.

[23] Cf. ivi, p. 689.

[24] Ibid.

[25] Essa è a conduzione familiare e ha come sede l’abitazione stessa della famiglia; il nome dell’azienda si compone del cognome della famiglia di funeral director seguito da funeral home. Ancora oggi, «più dell’80% delle funeral home è business di “mamma e papà”» (G. Laderman, Rest in peace. A cultural history of death and the funeral home in twentieth-century America, Oxford University Press, New York 2003, p. 189).

[26] Ariès (1977), cit., p. 705.

[27] Ibid.

[28] Ibid.

[29] Ibid.

[30] J. Mitford, The American Way of Death Revisited (1998), Alfred A. Knopf, New York 2013.

[31] Oggi la BAFS è sostituita da altre associazioni, come la Funeral Consumers Alliance e la Bay Area Funeral Consumers Association.

[32] Mitford stessa aderì, scegliendo la cremazione senza funzione funebre e lo spargimento delle ceneri nell’oceano, al costo di 475 dollari (T. Mallon, Red Sheep. How Jessica Mitford found her voice, in «New Yorker», 16/10/2006).

[33] Cf. Mitford, cit., p. 176.

[34] La Funeral Trade Rule è consultabile al sito della Federal Trade Commission.

[35] Cf. Mitford, p. 20.

[36] Cf. Ariès (1975), cit., p. 189.

[37] In Italia, epigono del libro di Mitford può essere considerato quello di R. Maresci, Death Market, Castelvecchi, Roma 1998.

Con l’espressione American way of death s’intende il complesso rituale funebre degli Stati Uniti d’America. Questa dicitura ricalca quella più popolare di American way of life, riferita all’ethos della popolazione statunitense. I princìpi che caratterizzano sia la vita che la morte in America sono, infatti, i medesimi: patriottismo, individualismo, pragmatismo e materialismo, all’interno della salda cornice del diritto alla libertà e al perseguimento della felicità garantiti dalla Dichiarazione di Indipendenza, sono valori che hanno consacrato tanto l’eccezionalità di questa nazione quanto la singolarità della sua pratica funeraria, basata sull’imbalsamazione temporanea e sull’imbellettamento della salma del defunto, da esporre nel contesto di una veglia a bara aperta come fosse non più un cadavere, bensì un dormiente. Tutte le operazioni e i luoghi che ruotano attorno alla preparazione del cadavere e al suo funerale sono regolati da un’industria della morte altamente specializzata, la cui realtà economica costituisce una delle più radicate del capitalismo statunitense. La death industry ha mosso i suoi primi passi dalla tanatoprassi dei corpi dei nordisti caduti nella Guerra di Secessione, bisognosi di un trattamento conservativo che ne permettesse una degna sepoltura in patria e, facendo dell’imbalsamazione il motivo della sua stessa esistenza, ha mutato l’esperienza luttuosa dei cittadini americani in relazione al «bel morto»: del defunto, infatti, si è sempre più premiata l’apparenza estetica.

Il nostro intento è quello di interpretare l’American way of death come un complesso meccanismo produttore di immagini interamente votato alla finzione. Una tale chiave di lettura ci sarà suggerita da più fonti: l’intento della stessa industria di approntare un’immagine del morto che allevi il dolore dei luttuanti; l’esame delle mansioni professionali del tanatoprattore, avente le doti di uno scultore, e dell’impresario funebre, dai propositi scenografici per la veglia a bara aperta; le aspettative e i giudizi che i dolenti riversano sull’apparenza della salma del congiunto; il riferirsi al cadavere come a un’immagine da parte della totalità della letteratura che ha preso a oggetto il funerale americano.

Occorre partire dalla problematica letteratura sul tema. Essa è composta di testi molto eterogenei fra loro e giunge a risultati non sempre scevri da imparzialità e contraddizioni: ciò è dovuto non solo al diverso taglio che caratterizza ogni disciplina coinvolta, ma soprattutto al fatto che queste stesse discipline sono state assorbite dall’infiammata polemica che ha investito l’American way of death. L’avversione a questa pratica funeraria nasce da ragioni di natura economica, religiosa e morale, ma soprattutto sorge con la pretesa di puntare i riflettori sulla salvaguardia dei dolenti da alcuni aspetti dell’esperienza del lutto che ormai sono saldamente radicati in America: qui, infatti, il funerale rappresenta una spesa esorbitante, si compone di elementi pagani dovuti all’incontro di tradizioni funebri differenti e lontane, ed è organizzato da funeral director che spesso sono mossi dall’avarizia ai danni dei loro stessi clienti, facendo leva sul senso di rispetto che una professione così delicata suscita nel prossimo. L’ultimo problematico aspetto della letteratura sull’American deathway riguarda la sua ridotta quantità e la sua irreperibilità: gli stessi autori che ci si dedicano lamentano difficoltà nel reperimento delle fonti.

Quest’articolo fornirà dunque un’indispensabile contestualizzazione dell’American way of death all’interno del panorama tanatologico. In accordo col nostro scopo dobbiamo, però, restringere il campo: del vasto ventaglio della tanatologia considereremo ciò che descrive la società occidentale, in particolar modo quella americana.

 

“Pornografia della morte” e “morte capovolta”: gli antesignani della tanatologia occidentale

Nel 1955 il provocatorio articolo La pornografia della morte[1] dell’antropologo inglese Geoffrey Gorer segna la nascita e lo sviluppo della tanatologia come disciplina autonoma.[2] Esso scaturisce dalla riflessione sui lutti personali dell’autore e su come il conseguente atteggiamento luttuoso sia notevolmente cambiato durante il XX secolo.

Gorer, nato nel 1905, ricorda che la famiglia prese il lutto nel 1910 per la scomparsa del re Edoardo VII. Al tempo, il lutto collettivo rispecchiava le consuetudini del «lutto vittoriano», nato dal dolore della regina Vittoria per la morte del consorte nel 1861: lei, malinconica, visse ritirata dal mondo, sempre vestita di nero, e i suoi modi presto si diffusero a corte e poi nel paese, dove abiti scuri e crespo al braccio divennero un doveroso segno di riconoscimento per tutti i dolenti.[3] Ciò portò alla configurazione di rigide norme di rispetto nei confronti dei dolenti stessi, ancora durevoli quando il padre di Gorer morì durante il naufragio del Lusitania nel 1915: «Fui trattato con grande gentilezza, ma come un invalido; non mi fecero nessuna domanda, mostrarono accondiscendenza nei miei confronti, e la conversazione veniva sospesa in mia presenza».[4]

Questo ricordo di infanzia è fondamentale, perché porta Gorer a confrontare le usanze, sempre occidentali ma molto diverse, riguardanti il lutto dopo le guerre mondiali, trovandovi un’analogia con la sessualità e la pornografia: «Per la maggior parte degli ultimi duecento anni, la copula e (almeno nelle decadi centrali del periodo vittoriano) la nascita hanno costituito gli ‘innominabili’ di quella triade della basilare esperienza umana […] intorno alla quale si è costruita tanta fantasia privata e pornografia semiclandestina. Per la maggior parte di questo periodo, la morte non è stata un mistero, tranne che la morte è sempre un mistero. S’incoraggiavano i bambini a pensare alla loro morte e a quella edificante o ammonitrice degli altri. Era cosa rara nel XIX secolo – con la sua alta mortalità – non aver visto qualcuno morire, o non aver reso omaggio a qualche “bella salma”».[5]

Se nella società ottocentesca sessualità e nascita sono tabù, mentre la morte naturale è uno spettacolo edificante anche per i bambini, nel XX secolo questi rapporti vanno invertendosi: «Nel XX secolo […] sembra che la pruderie abbia subìto un mutamento passato inosservato: mentre la copula è diventata sempre più ‘nominabile’, soprattutto nelle società anglosassoni, la morte come processo naturale è diventata sempre più ‘innominabile’ […]. Ai nostri bisnonni si diceva che i bambini si trovavano sotto i cavoli; ai nostri figli verrà probabilmente detto che chi è trapassato (oibò) viene trasformato in fiore o riposa in un bel giardino».[6]

La morte è quindi diventata argomento osceno. Due sono le ragioni principali di questo cambiamento: la crisi delle credenze religiose in una vita futura (nell’Inghilterra protestante i fedeli praticanti sono divenuti una minoranza), che rendono l’idea della decomposizione fisica insopportabile, e i progressi della medicina preventiva, a causa dei quali è diventato raro assistere a una morte naturale in famiglia, eccezion fatta per quella dei componenti anziani.

Tuttavia, Gorer registra nel XX secolo un aumento esponenziale delle morti violente, causate da guerre, rivoluzioni e, in tempi di pace, dagli incidenti d’auto, che tanto affascinano il pubblico di massa: «Mentre la morte naturale è stata sempre più sopraffatta dalla pruderie, la morte violenta ha avuto una parte sempre più importante nelle fantasie proposte al pubblico massificato – gialli, thriller, western, avventure di guerra, spionaggio, fantascienza, per finire coi fumetti dell’orrore. Sembrano esserci numerosi paralleli tra le fantasie che solleticano la nostra curiosità sul mistero del sesso e quelle che solleticano la nostra curiosità sul mistero della morte».[7]

Così, la «pornografia della morte» sarebbe il tentativo di rappresentare le fantasie di morte represse, in modo da ottenere una «gratificazione surrogata» rispetto alla tensione della censura e dell’auto-censura e raggiungere lo scopo di fare i conti con la morte nonostante l’epoca la renda oggetto di pruderie.

Pochi anni dopo il suo scritto, Gorer subì la perdita del fratello Peter, morto di cancro, ma lasciato dai medici all’oscuro della natura della propria malattia. L’esperienza del nuovo lutto lo indusse a recuperare la riflessione sul tema, e l’incontro con la vedova del fratello, Elisabeth, fu particolarmente illuminante: lei non prese parte al funerale del marito e si chiuse nel silenzio per timore di esprimere il proprio dolore pubblicamente. Infatti, Elisabeth sarebbe stata accettata socialmente solo comportandosi come nulla fosse accaduto (ne ricavò solo una lunga depressione); ciò collima con l’imbarazzo suscitato dai rifiuti di Gorer stesso agli inviti di conoscenti e amici, con la motivazione di essere in lutto.

Intuita una difficoltà sociale nell’elaborazione del lutto, Gorer realizza questionari e interviste sul tema, confluiti in Death, Grief, and Mourning. A Study of Contemporary Society, del 1965. Oggi la morte è fronteggiata senza guida e con scarso aiuto sociale; al contrario dell’epoca vittoriana, che sosteneva i dolenti, gli uomini devono tenere sotto controllo il dolore senza esprimerlo, in quanto la società contemporanea riesce ad accompagnare i sopravvissuti solo dal momento della morte del congiunto fino a quello della sistemazione finale del suo corpo. Dopo il funerale, i luttuanti sono lasciati nella solitudine, e ciò non solo penalizza la loro reintegrazione nella società, ma prolunga indefinitamente il lutto con rischio di cronicizzazione.[8]

Le tesi di Gorer riguardano la società inglese degli anni Cinquanta e Sessanta, ma descrivono bene buona parte dell’Occidente contemporaneo: i suoi scritti saranno utilizzati anche negli Stati Uniti e ne vedremo man mano le affinità con l’American way of death e il suo modo di trattare il cadavere.

Lo storico francese Philippe Ariès si dedica allo studio della morte in Occidente a seguito di studi demografici e sociologici sulla popolazione e sulla famiglia francese, incuriosito dall’origine antica dei riti funebri a lui contemporanei. È quindi molto diversa la motivazione che spinge Gorer e Ariès a occuparsi dello stesso fenomeno, ma anche nel caso dello studioso francese i lutti personali hanno dato un certo impulso alla ricerca: se alla morte della madre, nel 1964, fu oggetto di affettuoso cordoglio, appena sette anni dopo, alla morte del padre, quelle stesse persone si sentirono a disagio nel manifestargli le condoglianze e non si esposero più come prima.[9]

La lettura di Gorer è per Ariès rivelatrice: unitamente al suo vissuto personale, lo aiuta a comprendere che «gli interdetti che circondavano la morte, nati negli Stati Uniti e nell’Europa nord-occidentale del Ventesimo secolo, stavano ormai penetrando in Francia»,[10] e lo inducono, nell’imponente L’uomo e la morte dal Medioevo a oggi[11] del 1977, a indagare le cause profonde della morte contemporanea da lui definita «morte capovolta», in quanto frutto di tre grandi ribaltamenti, rispetto alla società moderna, in stretta connessione tra loro.

Il primo riguarda la consapevolezza da parte del moribondo della propria fine e il conseguente luogo deputato alla sua morte. Nel paragrafo intitolato L’inizio della menzogna,[12] Ariés spiega come fino alla metà del XIX secolo fosse costume avvertire il morente tramite il nuncius mortis, solitamente effettuato dal parroco o dal medico, di modo che, nel contesto di una morte pubblica all’interno della propria abitazione, potesse ricevere l’estrema unzione e presiedere alla cerimonia degli addii. Infatti, ancora nel primo Novecento, «in tutto l’Occidente di cultura latina, cattolica o protestante, la morte di un uomo modificava solennemente lo spazio e il tempo di un gruppo sociale che poteva estendersi all’intera comunità»,[13] dal momento che «non era solo un individuo che spariva, ma la società che era ferita, e la ferita doveva cicatrizzarsi».[14] Dalla seconda metà del XIX secolo, costerà sempre di più avvertire l’agonizzante, sia perché la diminuita influenza della religione sulla vita porta a una progressiva eliminazione dell’estrema unzione per evitare ogni collegamento alla morte, sia perché l’igienismo borghese rende il decesso un accadimento biologico sudicio e nauseabondo. «Morire in pubblico è indecente».[15] Oggi, invece, il malato grave viene tenuto all’oscuro della sua condizione, ed «è considerato un bambino da mettere sotto tutela e proteggere da se stesso».[16] Questo, unitamente al progresso della medicina nel Novecento, porta a trasferire il moribondo dalla casa all’ospedale nel tentativo di un salvataggio in extremis, che è al contempo un modo per garantirne una morte sterile e asettica: l’ospedale ha offerto alle famiglie, rese più delicate dai princìpi del comfort e dell’igiene personale, «l’asilo dove hanno potuto nascondere il malato scomodo, che né la gente né loro potevano più sopportare, scaricando su altri, con la coscienza perfettamente a posto, un’assistenza d’altra parte maldestra per continuare una vita normale».[17] All’ospedale si muore soli e ignari: così se «l’uomo è stato, per millenni, il padrone assoluto della sua morte e delle circostanze della sua morte […] oggi non lo è più».[18]

Il secondo capovolgimento, in stretto accordo con Gorer, riguarda il rifiuto contemporaneo del lutto: essendo la morte divenuta evento privato, anche il cordoglio va vissuto in sordina. Il dolente «si obbliga a comportarsi come se non fosse accaduto nulla, a continuare senza alcuna cesura la propria vita normale»,[19] altrimenti «la persona che si ostina nel lutto è spietatamente esclusa come fosse pazza».[20] È appena tollerato che si pianga «in privato e furtivamente, come un equivalente della masturbazione […]. Ora le lacrime del lutto sono assimilate alle escrezioni del malato. Le une e le altre son ripugnanti. La morte è esclusa».[21] Pertanto, «chi resta è come schiacciato tra il peso del suo dolore e quello dell’interdetto sociale»[22] e i segni esteriori del lutto (abiti neri, crespo, ricevimento e telefonate alle case dei dolenti, visite alla tomba, stop del traffico durante il passaggio di un carro funebre) spariscono.

Il terzo capovolgimento riguarda la medicalizzazione della morte. Soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, la morte è divenuta di esclusivo dominio della medicina,[23] cui spetta il compito di definirla e constatarla. Morendo in ospedale, il trapasso si allunga notevolmente, e tramite il cosiddetto «accanimento terapeutico» si giunge all’«immagine pietosa, ormai classica, del moribondo irto di tubi».[24]

L’American way of death consiste in un particolare caso di «morte capovolta». L’odierna medicalizzazione del morente, secondo Ariès, è da ritenersi connessa a quella del cadavere, anch’esso «irto di tubi», in America.

 

L’«American way of death» tra tanatologia e giornalismo d’assalto

Il funerale americano prevede il prelievo del cadavere dall’obitorio ospedaliero, la sua imbalsamazione, definita in italiano «tanatoprassi» (dal greco thánatos, morte, e praxis, pratica), la sua cura cosmetica, la bara lasciata aperta e la visita di parenti e amici per un ultimo saluto alla «bella» salma, prima dell’inumazione o della cremazione. Tutto ciò avviene in una struttura specifica, la funeral home,[25] dove esperti imbalsamatori si occupano del cadavere e gli imprenditori funebri, detti funeral director, stabiliscono coi luttuanti i dettagli della veglia e della funzione religiosa, da svolgersi in una particolare sala del commiato detta slumber room.

Ciò rientra solo parzialmente nel novero della «morte capovolta». Sembra che un lato della cultura americana abbia spinto a cancellare le tracce della morte, rendendola insignificante, mentre l’altro la tratteneva, riportandola bene in vista e aggiornando la vecchia corrente romantica. Seguiamo Ariès: «Tra queste due tendenze contraddittorie, doveva bene stabilirsi un compromesso. Il tempo della morte è stato diviso tra di esse. L’interdetto regna come in Inghilterra fino alla morte inclusa, e torna in vigore dopo la sepoltura perché il lutto è proscritto anche qui. Ma è sospeso tra la morte e la sepoltura, e sussiste l’antico cerimoniale di rito, d’altra parte irriconoscibile per i rimaneggiamenti subìti. Tanto irriconoscibile che ha ingannato i più perspicaci osservatori […]. Essi ci hanno visto solo modernità, mentre si tratta semplicemente di una vernice moderna su un fondo antico».[26]

Regista di questa sospensione è l’imprenditore funebre. Come già menzionato da Gorer, l’allontanamento delle persone dalla religione fu uno dei fattori che condusse al veto della morte e del lutto; in America, ciò è frutto non solo della secolarizzazione, ma anche dell’atteggiamento delle Chiese stesse che, in seguito alla Guerra di Secessione (il «primo grande massacro dell’era contemporanea»),[27] cominciarono a giudicare eccessivo lo spazio occupato dai morti nel sentimento religioso. Questo loro tirarsi indietro giovò ai funeral director, che «s’infilarono al posto dei preti e sfruttarono bisogni psicologici trascurati. Poi, con notevole agilità, utilizzarono le indicazioni degli psicologi del lutto; questi […] a partire da Freud insistevano sulla necessità naturale del lutto e del conforto collettivo che la società borghese delle grandi città rifiutava ai sopravvissuti. Allora i funeral director hanno supplito alle deficienze della società. Hanno voluto essere dei doctor of grief con una vocazione di grief therapy. Ormai la cura di placare il dolore delle famiglie in lutto spettava a loro. Essi hanno impresso una deviazione al lutto: dalla vita quotidiana da cui era escluso, verso il corto periodo dei funerali, dove ancora era ammesso».[28]

Assistiamo dunque alla nascita della funeral home, uno spazio laico interamente votato a una morte visibile e solenne, che «portò sollievo contemporaneamente al clero, alla famiglia, ai medici o alle infermiere che […] non dovevano più occuparsi del morto in chiesa, a casa, all’ospedale».[29] Cartelloni all’ingresso della città o del quartiere la pubblicizzavano, minando il tabù vigente sull’argomento; i funeral director stessi ne parlano ben volentieri ai giornalisti.

Proprio a una giornalista d’assalto e attivista, Jessica Mitford, dobbiamo il primo significativo testo sull’industria funebre americana, tuttora l’unico a vantare una certa completezza: il bestseller The American Way of Death del 1963. Si tratta di una pesante critica ai costumi funebri statunitensi, intesi come truffaldini e irrazionali; nell’edizione rivista e aggiornata del 1998,[30] pubblicata postuma, vengono spiegate le circostanze della sua genesi e della sua fortuna.

A fine anni Cinquanta, il marito della giornalista, Bob Threuhaft, avvocato del lavoro, scoprì i costi elevatissimi del funerale medio, difficili da sostenere per le classi non abbienti. La sua soluzione fu la costituzione, con alcuni colleghi e professori universitari, della Bay Area Funeral Society (BASF), associazione no profit che attraverso un accordo con un imprenditore funebre locale garantiva rituali semplici ed economici inizialmente nelle contee di Alameda, Contra Costa e San Francisco.[31] Mitford si interessò a questi fatti e si mise a scrivere incoraggiata dal consorte, ottenendo così il duplice risultato di un aumento sensibile delle famiglie aderenti al funerale low cost[32] e dell’ottenimento di un’indagine governativa condotta dalla Federal Trade Commission:[33] scaturì da questa una nuova legge, la Funeral Trade Rule[34] del 1984, la cui norma più rilevante fu l’obbligo, per i funeral director, di comunicare con trasparenza il prezzo di ogni singolo servizio offerto, in modo da evitare la pratica di «soppesare» il cliente prima di presentargli il conto.[35]

Se Ariès attribuisce all’articolo di Gorer il punto di inizio del revival della morte nei cultural studies,[36] al libro di Mitford si deve l’inizio della corrispettiva letteratura d’opinione.[37] Nonostante l’enorme adesione alla cultura funeraria in oggetto, i malumori non mancavano, e il libro vendette ben 20.000 copie il primo giorno di distribuzione. Accolto da numerose recensioni positive per acutezza dell’analisi e quantità del materiale raccolto, stimolò innumerevoli interventi del pubblico radiofonico, che non vedeva l’ora di raccontare la propria esperienza personale con le funeral home, e finì incluso in varie antologie letterarie per via del suo stile sagace e beffardo. L’attacco di Mitford tuttavia non stroncò l’industria funebre che, adeguatasi al cambiamento, differenziò i servizi, fornì funerali personalizzati e multireligiosi e formò i suoi componenti in modo ancora più professionale.

Finora ci siamo limitati a rilevare il mutamento degli atteggiamenti luttuosi in alcune regioni della società Occidentale del XX secolo e abbiamo osservato come l’American way of death ne sia un caso particolare, benché aspramente criticato. Ci proponiamo nei prossimi articoli di analizzare le diverse fasi di questo rito, comprendendole dal punto di vista antropologico e sottolineando le finalità estetiche che gli sono proprie, in virtù dell’attenzione rivolta al cadavere.

 

AUTORE: Stefano Menichini

 

BIBLIOGRAFIA

Ph. Ariès, Padri e figli nell’Europa medievale e moderna (1960), tr. it. di M. Garin, Laterza, Roma-Bari 1981.

Ph. Ariès, Storia della morte in Occidente (1975), tr. it. di S. Vigezzi, Rizzoli, Milano 1998.

Ph. Ariès, L’uomo e la morte dal Medioevo a oggi (1977), tr. it. di M. Garin, Laterza, Roma-Bari 1992.

J. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte (1976), tr. it. di G. Mancuso, Feltrinelli, Milano 1980.

F. Campione, Venire a patti con un punto interrogativo, in «Studi tanatologici», 1, 2005.

G. Flaubert, Madame Bovary (1856), tr. it. di M. L. Spaziani, Mondadori, Milano 2009.

G. Gorer, La pornografia della morte (1955), tr. it. di G. Sensi, in «Studi Tanatologici», 1, 2005.

G. Gorer, Death, Grief and Mourning. A Study of Contemporary Society, Cresset Press, London 1965.

G. Laderman, Rest in peace. A cultural history of death and the funeral home in twentieth-century America, Oxford University Press, New York 2003.

R. Maresci, Death Market, Castelvecchi, Roma 1998.

J. Mitford, The American Way of Death Revisited (1998), Alfred A. Knopf, New York 2013.

M. Sozzi, Reinventare la morte. Introduzione alla tanatologia, Laterza, Roma-Bari 2009.

 

SITOGRAFIA

Bay Area Funeral Consumers Association.

Federal Trade Commission.

Funeral Consumers Alliance.

T. Mallon, Red Sheep. How Jessica Mitford found her voice, in «New Yorker», 16/10/2006.

 

NOTE

[1] G. Gorer, La pornografia della morte (1955), tr. it. di G. Sensi, in «Studi Tanatologici», 1, 2005, pp. 22-26.

[2] Cf. F. Campione, Venire a patti con un punto interrogativo, in «Studi tanatologici», 1, 2005, pp. 47-54.

[3] Cf. M. Sozzi, Reinventare la morte. Introduzione alla tanatologia, Laterza, Roma-Bari 2009, p. 38.

[4] G. Gorer, Death, Grief and Mourning. A Study of Contemporary Society, Cresset Press, London 1965, cit. in M. Sozzi, Reinventare la morte, cit., p. 39.

[5] Gorer, cit., pp. 23-24.

[6] Ivi, p. 24.

[7] Ivi, p. 25. Baudrillard approfondisce questo punto in Lo scambio simbolico e la morte (1976), tr. it. di G. Mancuso, Feltrinelli, Milano 1980, pp. 182-83.

[8] Cf. Sozzi, cit., pp. 40-41. Philippe Ariès rincara la dose, con diretto riferimento alla civiltà americana: «Una causalità immediata salta subito all’occhio: la necessità d’essere felici, il dovere morale e l’obbligo sociale di contribuire alla felicità collettiva evitando ogni causa di tristezza o di noia, dandosi l’aria di esser sempre felici, anche se si tocca il fondo della desolazione […]. L’idea della felicità ci riconduce in America, e conviene cercar di comprendere i rapporti fra la civiltà americana e il moderno atteggiamento davanti alla morte» (Ph. Ariès, Storia della morte in Occidente (1975), tr. it. di S. Vigezzi, Rizzoli, Milano 1998, pp. 74-75).

[9] Cf. Sozzi, cit., p. 44.

[10] Ariès, cit., p. 11.

[11] Ph. Ariès, L’uomo e la morte dal Medioevo a oggi (1977), tr. it. di M. Garin, Laterza, Roma-Bari 1992.

[12] Ivi, pp. 661-664.

[13] Ivi, p. 659.

[14] Ibid.

[15] Ivi, p. 671. La morte sudicia è descritta, senza alcuna concessione, da Flaubert nel caso della suicida Madame Bovary (G. Flaubert, Madame Bovary (1856), tr. it. di M. L. Spaziani, Mondadori, Milano 2009, pp. 350-58).

[16] M. Sozzi, cit., p. 45.

[17] Ivi, p. 673.

[18] Ariès (1975), cit., p. 190.

[19] Ariès (1977), cit., p. 682.

[20] Ivi, p. 683.

[21] Ivi, p. 684.

[22] Ivi, p. 688.

[23] Cf. ivi, p. 689.

[24] Ibid.

[25] Essa è a conduzione familiare e ha come sede l’abitazione stessa della famiglia; il nome dell’azienda si compone del cognome della famiglia di funeral director seguito da funeral home. Ancora oggi, «più dell’80% delle funeral home è business di “mamma e papà”» (G. Laderman, Rest in peace. A cultural history of death and the funeral home in twentieth-century America, Oxford University Press, New York 2003, p. 189).

[26] Ariès (1977), cit., p. 705.

[27] Ibid.

[28] Ibid.

[29] Ibid.

[30] J. Mitford, The American Way of Death Revisited (1998), Alfred A. Knopf, New York 2013.

[31] Oggi la BAFS è sostituita da altre associazioni, come la Funeral Consumers Alliance e la Bay Area Funeral Consumers Association.

[32] Mitford stessa aderì, scegliendo la cremazione senza funzione funebre e lo spargimento delle ceneri nell’oceano, al costo di 475 dollari (T. Mallon, Red Sheep. How Jessica Mitford found her voice, in «New Yorker», 16/10/2006).

[33] Cf. Mitford, cit., p. 176.

[34] La Funeral Trade Rule è consultabile al sito della Federal Trade Commission.

[35] Cf. Mitford, p. 20.

[36] Cf. Ariès (1975), cit., p. 189.

[37] In Italia, epigono del libro di Mitford può essere considerato quello di R. Maresci, Death Market, Castelvecchi, Roma 1998.