In occasione del trentesimo compleanno dell’organizzazione non profit milanese Careof, KABUL magazine è stato invitato a partecipare al progetto Prossimità di spazi e tempi, a cura di Martina Angelotti e Caterina Riva.

Durante i giorni che anticiperanno il workshop, la nostra DIGITAL LIBRARY si arricchirà dei testi di Andrea Phillips (docente di arte PARSE e direttore di ricerca della Valand Academy, Università di Göteborg), ospite dell’evento, tradotti per la prima volta in italiano e scaricabili gratuitamente.

«Prossimità di spazi e tempi ha come obiettivo l’introduzione di nuovi metodi e nuovi lessici per ridefinire il ruolo degli attori, nel contesto sociale e culturale. Il progetto, anche nella sua visionarietà, nasce con lo scopo specifico di ritrovare lo spazio della relazione, di prendersi cura del nostro tempo e del nostro lavoro, in una realtà apparentemente pacificata, ma terribilmente compulsiva, con cui siamo spesso costretti a interagire. Come un’organizzazione culturale può costruire comunità? Come può lavorare per parlare al pubblico e fare esperienza di esso? […] Come la sua politica interna e i metodi di distribuzione e remunerazione del lavoro si confrontano con la crisi attuale? Sono alcune delle domande da cui partiremo». (Dal comunicato stampa di Prossimità di spazi e tempi)

Nel secondo paragrafo di Al servizio: l’arte, il valore, il merito e la creazione di pubblici, Phillips mette in discussione la sottile linea di demarcazione che esiste tra «servizio pubblico» e  «aspirazioni private». Nonostante sembrino due concetti agi antipodi, l’autrice del testo dimostra quanto la loro distinzione sia un confine spesso evanescente, tanto da fare cadere in uno stato di confusione sia la sfera pubblica-politica, sia il contesto artistico.  L’istituzione artistica viene presa come esempio di luogo in cui tutte le contraddizioni e tutti gli attori entrano a far parte per difendere le proprie ambizioni senza preoccuparsi di ciò che avviene al di fuori. Per utilizzare un parallelismo letterario, potremmo paragonare i musei a moderni castelli di Atlante in cui Orlando, Ruggero e Bradamante e altri cavalieri combattono per i propri interessi lasciando che il caos, l’astuzia e le illusioni abbiano la meglio senza che essi se ne rendano conto.

Rif. bibl.: A. Phillips, In Service: art, value, merit and the making of publics, in (eds.) Burton, Jackson, Willsden, Public Servants: Art and the Crisis of the Common Good (Massachusetts/New York: MIT/New Museum, 2016).

PRIMA PARTE.
TERZA PARTE.

***

 

PUBBLICI

In questa sezione intendo sostenere che il sistema meritocratico che Young replica nella sua distopia e che Gilroy descrive con precisione spaventosa non solo modella ciò che intendiamo come servizio pubblico in un crescente contesto educativo globale, ma implicitamente rende noto i modi attraverso cui le istituzioni artistiche e i loro partner (artisti, finanziatori, collezionisti, curatori, biennali, fiere d’arte ecc.) si profilano politicamente. Nei valori ambivalenti e così confusi del neoliberismo, in cui l’individualità e l’aspirazione sono spesso poste retoricamente a fianco a idee di impegno civico, i concetti di schiavitù pubblica si sono radicalmente trasformati insieme alle preoccupazioni sull’emancipazione individuale. Tale diagnosi del neoliberismo non è nuova (lo storico individualismo emancipatore è stato ampiamente riconosciuto nei campi della storia, della filosofia e della sociologia), è l’ambiguo rapporto tra servizio e individualismo che propongo come centrale nelle trasformazioni della vita pubblica e artistica. L’istituzione d’arte rappresenta – o spesso è costretta a rappresentare – questi ambigui valori: artisti, educatori e un numero sempre più alto di finanziatori pubblici (sono presenti ovunque) adottano il linguaggio e incarnano i princìpi dell’imprenditorialità, dell’impresa privata e dell’aspirazione. Qui possiamo vedere chiaramente il pubblico come un concetto privatizzato, il civico individuato attraverso la cultura.

Finché è comune nella sua struttura, tale ambivalenza che riguarda le condizioni psichiche e sociali della schiavitù pubblica ha risonanze specifiche per le arti. Nella formazione di artisti per lo più all’interno delle accademie tradizionali, nella cura delle mostre e nei modi attraverso cui queste esposizioni sono consegnate al pubblico, esiste già l’espressione del contraddittorio quadro dei valori privati e della loro naturalizzazione come pubblico in scenari neoliberali finanziari e morali. Ciò non dovrebbe sorprendere, data la storia del mecenatismo liberale nelle arti e visto che l’istituzionalizzazione dell’arte si manifesta quasi ugualmente all’interno delle associazioni recentemente secolarizzate di questo mondo, almeno in Occidente: gallerie, musei, salon ecc. All’inizio del Ventunesimo secolo, abbiamo ereditato e perpetuato l’idea stessa che la sfera pubblica appartenga alle concorrenziali costituzioni del linguaggio. Tale costituzione oscilla su – rendendole ambivalenti – relazioni tra spazi pubblici e privati.

Quando gli spazi sono designati come pubblici ma sono tuttavia delimitati dal privato sia simbolicamente che realmente, l’idea in sé di ciò che è civico si svuota, diventando piuttosto una mera divulgazione dello sfoggio della vita civile, un valore performativo legato al dovere morale e alla comprensione intellettuale dei diritti, un’ostentazione priva di azione (o, come direbbe Gilroy, priva di solidarietà). Per diagnosticare adeguatamente se tale situazione riguardi gli sviluppi delle industrie culturali occidentali, è necessario storicizzare la relazione tra liberalismo e valore estetico dell’arte.

Il post-illuminismo, le trasformazioni nel ruolo dell’artista, insieme al lento sviluppo di istituzioni culturali come i musei d’arte e le infrastrutture educative e sociali filantropiche hanno posto l’opera (e il suo edificio di supporto) come un valore fondato ontologicamente e in termini di valore sociale. La contraddizione specifica di tale posizionamento è ancora oggi vera. In più, accresciuta da un (sebbene non nuovo) interesse per la valutazione finanziaria dell’arte, ha portato a una serie di connessioni semanticamente ed economicamente incrociate, rimaste tutte redditizie per il valore fondamentale dell’arte. Tale valore di base migra senza ostacoli da una parte all’altra delle sfere pubbliche (di nome) e private, ed è in grado di sostituire ogni forma di protesta riguardo l’inclusione e l’esclusione, le condizioni di lavoro e di vita, una paga adeguata e un accesso equo. Inoltre, neutralizza ogni ambizione di creare qualcosa di diverso dalla solidarietà temporanea che si genera su quei temi considerati come attinenti alla sfera civica. È questo il ruolo giocato dall’arte nella privatizzazione di ciò che è civico. Le istituzioni d’arte, a varie scale, incarnano questa avanguardia di potenzialità neoliberale, ma lo fanno in modo confuso: questa confusione è al centro delle politiche dell’arte. È una confusione tra le aspirazioni di artisti e curatori a rendere pubblica l’ingiustizia sociale, da un lato, e il processo di accrescimento dei valori che si fonda proprio su questa stessa ingiustizia sociale, dall’altro.

 

AUTORE: Andrea Phillips

In occasione del trentesimo compleanno dell’organizzazione non profit milanese Careof, KABUL magazine è stato invitato a partecipare al progetto Prossimità di spazi e tempi, a cura di Martina Angelotti e Caterina Riva.

Durante i giorni che anticiperanno il workshop, la nostra DIGITAL LIBRARY si arricchirà dei testi di Andrea Phillips (docente di arte PARSE e direttore di ricerca della Valand Academy, Università di Göteborg), ospite dell’evento, tradotti per la prima volta in italiano e scaricabili gratuitamente.

«Prossimità di spazi e tempi ha come obiettivo l’introduzione di nuovi metodi e nuovi lessici per ridefinire il ruolo degli attori, nel contesto sociale e culturale. Il progetto, anche nella sua visionarietà, nasce con lo scopo specifico di ritrovare lo spazio della relazione, di prendersi cura del nostro tempo e del nostro lavoro, in una realtà apparentemente pacificata, ma terribilmente compulsiva, con cui siamo spesso costretti a interagire. Come un’organizzazione culturale può costruire comunità? Come può lavorare per parlare al pubblico e fare esperienza di esso? […] Come la sua politica interna e i metodi di distribuzione e remunerazione del lavoro si confrontano con la crisi attuale? Sono alcune delle domande da cui partiremo». (Dal comunicato stampa di Prossimità di spazi e tempi)

Nel secondo paragrafo di Al servizio: l’arte, il valore, il merito e la creazione di pubblici, Phillips mette in discussione la sottile linea di demarcazione che esiste tra «servizio pubblico» e  «aspirazioni private». Nonostante sembrino due concetti agi antipodi, l’autrice del testo dimostra quanto la loro distinzione sia un confine spesso evanescente, tanto da fare cadere in uno stato di confusione sia la sfera pubblica-politica, sia il contesto artistico.  L’istituzione artistica viene presa come esempio di luogo in cui tutte le contraddizioni e tutti gli attori entrano a far parte per difendere le proprie ambizioni senza preoccuparsi di ciò che avviene al di fuori. Per utilizzare un parallelismo letterario, potremmo paragonare i musei a moderni castelli di Atlante in cui Orlando, Ruggero e Bradamante e altri cavalieri combattono per i propri interessi lasciando che il caos, l’astuzia e le illusioni abbiano la meglio senza che essi se ne rendano conto.

Rif. bibl.: A. Phillips, In Service: art, value, merit and the making of publics, in (eds.) Burton, Jackson, Willsden, Public Servants: Art and the Crisis of the Common Good (Massachusetts/New York: MIT/New Museum, 2016).

PRIMA PARTE.
TERZA PARTE.

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PUBBLICI

In questa sezione intendo sostenere che il sistema meritocratico che Young replica nella sua distopia e che Gilroy descrive con precisione spaventosa non solo modella ciò che intendiamo come servizio pubblico in un crescente contesto educativo globale, ma implicitamente rende noto i modi attraverso cui le istituzioni artistiche e i loro partner (artisti, finanziatori, collezionisti, curatori, biennali, fiere d’arte ecc.) si profilano politicamente. Nei valori ambivalenti e così confusi del neoliberismo, in cui l’individualità e l’aspirazione sono spesso poste retoricamente a fianco a idee di impegno civico, i concetti di schiavitù pubblica si sono radicalmente trasformati insieme alle preoccupazioni sull’emancipazione individuale. Tale diagnosi del neoliberismo non è nuova (lo storico individualismo emancipatore è stato ampiamente riconosciuto nei campi della storia, della filosofia e della sociologia), è l’ambiguo rapporto tra servizio e individualismo che propongo come centrale nelle trasformazioni della vita pubblica e artistica. L’istituzione d’arte rappresenta – o spesso è costretta a rappresentare – questi ambigui valori: artisti, educatori e un numero sempre più alto di finanziatori pubblici (sono presenti ovunque) adottano il linguaggio e incarnano i princìpi dell’imprenditorialità, dell’impresa privata e dell’aspirazione. Qui possiamo vedere chiaramente il pubblico come un concetto privatizzato, il civico individuato attraverso la cultura.

Finché è comune nella sua struttura, tale ambivalenza che riguarda le condizioni psichiche e sociali della schiavitù pubblica ha risonanze specifiche per le arti. Nella formazione di artisti per lo più all’interno delle accademie tradizionali, nella cura delle mostre e nei modi attraverso cui queste esposizioni sono consegnate al pubblico, esiste già l’espressione del contraddittorio quadro dei valori privati e della loro naturalizzazione come pubblico in scenari neoliberali finanziari e morali. Ciò non dovrebbe sorprendere, data la storia del mecenatismo liberale nelle arti e visto che l’istituzionalizzazione dell’arte si manifesta quasi ugualmente all’interno delle associazioni recentemente secolarizzate di questo mondo, almeno in Occidente: gallerie, musei, salon ecc. All’inizio del Ventunesimo secolo, abbiamo ereditato e perpetuato l’idea stessa che la sfera pubblica appartenga alle concorrenziali costituzioni del linguaggio. Tale costituzione oscilla su – rendendole ambivalenti – relazioni tra spazi pubblici e privati.

Quando gli spazi sono designati come pubblici ma sono tuttavia delimitati dal privato sia simbolicamente che realmente, l’idea in sé di ciò che è civico si svuota, diventando piuttosto una mera divulgazione dello sfoggio della vita civile, un valore performativo legato al dovere morale e alla comprensione intellettuale dei diritti, un’ostentazione priva di azione (o, come direbbe Gilroy, priva di solidarietà). Per diagnosticare adeguatamente se tale situazione riguardi gli sviluppi delle industrie culturali occidentali, è necessario storicizzare la relazione tra liberalismo e valore estetico dell’arte.

Il post-illuminismo, le trasformazioni nel ruolo dell’artista, insieme al lento sviluppo di istituzioni culturali come i musei d’arte e le infrastrutture educative e sociali filantropiche hanno posto l’opera (e il suo edificio di supporto) come un valore fondato ontologicamente e in termini di valore sociale. La contraddizione specifica di tale posizionamento è ancora oggi vera. In più, accresciuta da un (sebbene non nuovo) interesse per la valutazione finanziaria dell’arte, ha portato a una serie di connessioni semanticamente ed economicamente incrociate, rimaste tutte redditizie per il valore fondamentale dell’arte. Tale valore di base migra senza ostacoli da una parte all’altra delle sfere pubbliche (di nome) e private, ed è in grado di sostituire ogni forma di protesta riguardo l’inclusione e l’esclusione, le condizioni di lavoro e di vita, una paga adeguata e un accesso equo. Inoltre, neutralizza ogni ambizione di creare qualcosa di diverso dalla solidarietà temporanea che si genera su quei temi considerati come attinenti alla sfera civica. È questo il ruolo giocato dall’arte nella privatizzazione di ciò che è civico. Le istituzioni d’arte, a varie scale, incarnano questa avanguardia di potenzialità neoliberale, ma lo fanno in modo confuso: questa confusione è al centro delle politiche dell’arte. È una confusione tra le aspirazioni di artisti e curatori a rendere pubblica l’ingiustizia sociale, da un lato, e il processo di accrescimento dei valori che si fonda proprio su questa stessa ingiustizia sociale, dall’altro.

 

AUTORE: Andrea Phillips