In occasione del trentesimo compleanno dell’organizzazione non profit milanese Careof, KABUL magazine è stato invitato a partecipare al progetto Prossimità di spazi e tempi, a cura di Martina Angelotti e Caterina Riva.

Durante e successivamente ai giorni dell’evento, la nostra DIGITAL LIBRARY si arricchirà dei testi di Andrea Phillips (docente di arte PARSE e direttore di ricerca della Valand Academy, Università di Göteborg), ospite dell’evento, tradotti per la prima volta in italiano e scaricabili gratuitamente.

Nel quarto e ultimo paragrafo di Al servizio: l’arte, il valore, il merito e la creazione di pubblici, Phillips tira le fila del discorso riunendo i concetti trattati precedentemente e dando al servizio pubblico un’immagine di chimera. Un insieme in cui convivono la «culturalizzazione dell’industria» e l’«industrializzazione della cultura». Sotto la prima «etichetta» rientrano tutte quelle attività artistiche che vengono messe al servizio delle azioni di propaganda di stampo comunista, nella seconda i modelli di produzione culturali utili nel quotidiano del settore industriale e post-industriale alla produzione di un capitale frutto di un assoggettamento al servizio pubblico. Per liberarsi da questi schemi che appaiono irremovibili e inducono a una sovraesposizione e sovrapproduzione artistica, Fred Moten e Stefano Harney in The Undercommons incitano ad azioni sleali che l’autrice di questo testo vede solo come soluzioni momentanee, di una durata pari al tempo necessario per far sì che quell’atto di slealtà venga accettato e riconosciuto dall’industria culturale.

Rif. bibl.: A. Phillips, In Service: art, value, merit and the making of publics, in (eds.) Burton, Jackson, Willsden, Public Servants: Art and the Crisis of the Common Good (Massachusetts/New York: MIT/New Museum, 2016).

PRIMA PARTE.
SECONDA PARTE.
TERZA PARTE.

***

SERVIZIO PUBBLICO = SOCIETÀ + CAPITALE + MERITO

Stewart Martin, nel suo articolo del 2009, Artistic communism a sketch, infittisce questa complessa rete di merito, servizi sociali, capitalizzazione e processo di creazione del pubblico. Nel testo, l’autore evidenzia una connessione essenziale tra la versione capitalista e quella comunista di quella che lui chiama «culturalizzazione dell’industria». Citando parecchi artisti produttivisti sovietici durante la NEP (Nuova Politica Economica) dei primi anni ’20, la cui opera aveva come scopo quello di utilizzare le competenze artistiche al fine di implementare i prodotti, i meccanismi e l’efficacia emotiva del comunismo, Martin afferma:

«La cultura industriale è archetipica dell’arte capitalista nella misura in cui sottende l’assorbimento della cultura in un processo di produzione industriale di beni di consumo, inaugurando una cultura in cui ‛la vita non vive’. Tuttavia, si può comprendere la sua importanza solo qualora si prendano in considerazione le implicazioni reciproche di questo processo, ossia, non solo l’industrializzazione della cultura, ma anche la culturalizzazione dell’industria. Tale duplice processo è ugualmente in gioco nella concezione comunista di ‛industria culturale’, come nella dissoluzione industriale dell’alienazione artistica all’interno di un settore elitario rimosso dalla vita quotidiana – così il produttivismo proponeva una cultura industriale in tal senso… L’idea di un’arte capitalista si è quindi sviluppata come un sovvertimento di quella comunista, elaborata attraverso la presa in considerazione di una serie di approssimazioni chiave».[1]

La stessa concezione di servizio pubblico, condivisa da due poli radicalmente opposti, borghesi e comunisti, proviene dall’amministrazione burocratica della classe media che emerge in concomitanza con il processo che Martin, sulla scia di Theodor Adorno e Max Horkheimer, ha denominato ‘industrializzazione della cultura’. Il pubblico asservimento della cultura si contrappone e allo stesso tempo imita l’idea di arte comunista – la metodologia di applicare strumenti e capacità artistiche a una funzione quotidiana, produttiva, industriale e ora post-industriale. Tale sovrapposizione ripetitiva di arte capitalista e comunista, descritta da Martin, è il fulcro dell’attuale compromissione delle istituzioni culturali. L’esempio di Common Practice, sollevando il dibattito sulle caratteristiche del valore economico e societale, suggerisce che tanto su una base triviale e quotidiana, quanto a livello di logica concettuale, lo spettro del modello comunista continua a perseguitare quello capitalista, con la forza dialettica propulsiva che manda avanti il servizio pubblico dell’arte, ma sotto forma di negazione partecipativa.

Le istituzioni artistiche si inseriscono nel paradigma di una cultura di asservimento pubblico e nemmeno nei modelli più avanzati di Welfare State sono svincolate dalle forme di liberalismo che le hanno modellate; esse perseguono un pubblico servizio in nome del capitale. Di particolare rilievo è la misura in cui brillanti curatori e artisti diventano comunisti in quanto produttori di contenuti, ed è qui che le contraddizioni di una mostra diventano manifeste. Queste mostre sono prodotte da enti culturali che incarnano princìpi di libertà artistica anche da un punto di vista economico – istituzioni, biennali, fiere ecc. –, ma anche da singoli artisti e curatori: pratiche di comunismo estetico, sviluppate e promosse da artisti, curatori, e dai loro collaboratori (spesso nell’ambito dell’educazione, dell’attivismo e di agenzie non-governative) e situate all’interno dei processi di formazione del capitale.

All’inizio del libro The Undercommons: Fugitive Planning and Black Study, Fred Moten e Stefano Harney suggeriscono un comportamento «sleale nei confronti della sfera pubblica»:[2]

«Se si volesse esplorare la possibilità di meglio definire l’amministrazione pubblica come la forza lavoro della perpetua privatizzazione del sortilegio capitalista, si potrebbero trarre una serie di spunti non professionali… se l’amministrazione pubblica è la competenza di fronteggiare la socializzazione che è continuamente tirata in causa dal capitalismo e di prenderne il più possibile per ridurla a quella cosa che si chiama pubblico o a quello che è il privato… ne consegue che le posizioni accademiche diventano insostenibili. Non è possibile parlare di una forza-lavoro orientata alla riproduzione dell’espropriazione sociale come se fosse dotata di una dimensione etica».[3]

In qualità di artisti, curatori, manager, amministratori e scrittori, ci affidiamo a formati che rendono difficile persino immaginare forme di slealtà che non vengano immediatamente ristabilite come argomenti comunisti. Il nostro lavoro è orientato, come affermano Moten e Harney, alla «riproduzione dell’espropriazione sociale». Il nostro desiderio autopoietico, così come descritto da Gilroy, è invischiato nelle forme di meritocrazia che compiono questa espropriazione. Come possiamo, nell’ambito dell’arte contemporanea, ignorare il pubblico e andare contro la meritocrazia? Che cosa ne sarebbe dell’arte? Le istituzioni artistiche potrebbero essere luoghi in cui essa, anziché essere smerciata a quelle persone che espropriamo, provenga direttamente da queste ultime, che desiderano e cercano di impiegare tali spazi?[4] Come afferma Young, «L’assioma del pensiero moderno è la disparità tra gli individui»,[5] eppure non osserviamo questo fenomeno all’interno delle strutture di proprietà dell’arte a un qualsiasi livello in grado di alterarle, nonostante le proteste degli attivisti sulle condizioni di lavoro. A tal riguardo il servizio pubblico è una chimera per la nostra scomoda dipendenza: nell’arte non possiamo più fingere di poter adempiere alle condizioni che esso ci impone.

 

AUTORE: Andrea Phillips

 

NOTE

[1] S. Martin, Artistic communism a sketch, «Third Text», 23, 4 (July 2009), pp. 487-89.

[2] S. Harney, F. Moten, The Undercommons: Fugitive Planning and Black Study, Autonomedia/Minor Compositions, New York 2013, p. 34.

[3] Ibid., pp. 36-37.

[4] In Dispossession: The Performative in the Political, Judith Butler e Athena Athanasiou sviluppano una definizione dialettica del termine in cui si può essere espropriati sia economicamente che dall’incontro con un’altro/a. Butler sostiene: «Potremmo chiederci perché certe forme di deprivazione e sfruttamento umane siano chiamate ‘espropriazione’. C’era forse una proprietà immanente e poi sottratta? A volte sì. Che idea ci facciamo del possedere qualcosa in due? Sono gli individui forme di proprietà, e siamo noi in grado di comprendere questa forma giuridica se non fossimo in una condizione storica di schiavitù da quelle forme di individualismo esasperato che appartengono al capitalismo?», J. Butler, A. Athanasiou, Dispossession: The Performative in the Political, Polity, Cambridge 2013, p. 7.

[5] Ibid., pp. 36-37.

In occasione del trentesimo compleanno dell’organizzazione non profit milanese Careof, KABUL magazine è stato invitato a partecipare al progetto Prossimità di spazi e tempi, a cura di Martina Angelotti e Caterina Riva.

Durante e successivamente ai giorni dell’evento, la nostra DIGITAL LIBRARY si arricchirà dei testi di Andrea Phillips (docente di arte PARSE e direttore di ricerca della Valand Academy, Università di Göteborg), ospite dell’evento, tradotti per la prima volta in italiano e scaricabili gratuitamente.

Nel quarto e ultimo paragrafo di Al servizio: l’arte, il valore, il merito e la creazione di pubblici, Phillips tira le fila del discorso riunendo i concetti trattati precedentemente e dando al servizio pubblico un’immagine di chimera. Un insieme in cui convivono la «culturalizzazione dell’industria» e l’«industrializzazione della cultura». Sotto la prima «etichetta» rientrano tutte quelle attività artistiche che vengono messe al servizio delle azioni di propaganda di stampo comunista, nella seconda i modelli di produzione culturali utili nel quotidiano del settore industriale e post-industriale alla produzione di un capitale frutto di un assoggettamento al servizio pubblico. Per liberarsi da questi schemi che appaiono irremovibili e inducono a una sovraesposizione e sovrapproduzione artistica, Fred Moten e Stefano Harney in The Undercommons incitano ad azioni sleali che l’autrice di questo testo vede solo come soluzioni momentanee, di una durata pari al tempo necessario per far sì che quell’atto di slealtà venga accettato e riconosciuto dall’industria culturale.

Rif. bibl.: A. Phillips, In Service: art, value, merit and the making of publics, in (eds.) Burton, Jackson, Willsden, Public Servants: Art and the Crisis of the Common Good (Massachusetts/New York: MIT/New Museum, 2016).

PRIMA PARTE.
SECONDA PARTE.
TERZA PARTE.

***

SERVIZIO PUBBLICO = SOCIETÀ + CAPITALE + MERITO

Stewart Martin, nel suo articolo del 2009, Artistic communism a sketch, infittisce questa complessa rete di merito, servizi sociali, capitalizzazione e processo di creazione del pubblico. Nel testo, l’autore evidenzia una connessione essenziale tra la versione capitalista e quella comunista di quella che lui chiama «culturalizzazione dell’industria». Citando parecchi artisti produttivisti sovietici durante la NEP (Nuova Politica Economica) dei primi anni ’20, la cui opera aveva come scopo quello di utilizzare le competenze artistiche al fine di implementare i prodotti, i meccanismi e l’efficacia emotiva del comunismo, Martin afferma:

«La cultura industriale è archetipica dell’arte capitalista nella misura in cui sottende l’assorbimento della cultura in un processo di produzione industriale di beni di consumo, inaugurando una cultura in cui ‛la vita non vive’. Tuttavia, si può comprendere la sua importanza solo qualora si prendano in considerazione le implicazioni reciproche di questo processo, ossia, non solo l’industrializzazione della cultura, ma anche la culturalizzazione dell’industria. Tale duplice processo è ugualmente in gioco nella concezione comunista di ‛industria culturale’, come nella dissoluzione industriale dell’alienazione artistica all’interno di un settore elitario rimosso dalla vita quotidiana – così il produttivismo proponeva una cultura industriale in tal senso… L’idea di un’arte capitalista si è quindi sviluppata come un sovvertimento di quella comunista, elaborata attraverso la presa in considerazione di una serie di approssimazioni chiave».[1]

La stessa concezione di servizio pubblico, condivisa da due poli radicalmente opposti, borghesi e comunisti, proviene dall’amministrazione burocratica della classe media che emerge in concomitanza con il processo che Martin, sulla scia di Theodor Adorno e Max Horkheimer, ha denominato ‘industrializzazione della cultura’. Il pubblico asservimento della cultura si contrappone e allo stesso tempo imita l’idea di arte comunista – la metodologia di applicare strumenti e capacità artistiche a una funzione quotidiana, produttiva, industriale e ora post-industriale. Tale sovrapposizione ripetitiva di arte capitalista e comunista, descritta da Martin, è il fulcro dell’attuale compromissione delle istituzioni culturali. L’esempio di Common Practice, sollevando il dibattito sulle caratteristiche del valore economico e societale, suggerisce che tanto su una base triviale e quotidiana, quanto a livello di logica concettuale, lo spettro del modello comunista continua a perseguitare quello capitalista, con la forza dialettica propulsiva che manda avanti il servizio pubblico dell’arte, ma sotto forma di negazione partecipativa.

Le istituzioni artistiche si inseriscono nel paradigma di una cultura di asservimento pubblico e nemmeno nei modelli più avanzati di Welfare State sono svincolate dalle forme di liberalismo che le hanno modellate; esse perseguono un pubblico servizio in nome del capitale. Di particolare rilievo è la misura in cui brillanti curatori e artisti diventano comunisti in quanto produttori di contenuti, ed è qui che le contraddizioni di una mostra diventano manifeste. Queste mostre sono prodotte da enti culturali che incarnano princìpi di libertà artistica anche da un punto di vista economico – istituzioni, biennali, fiere ecc. –, ma anche da singoli artisti e curatori: pratiche di comunismo estetico, sviluppate e promosse da artisti, curatori, e dai loro collaboratori (spesso nell’ambito dell’educazione, dell’attivismo e di agenzie non-governative) e situate all’interno dei processi di formazione del capitale.

All’inizio del libro The Undercommons: Fugitive Planning and Black Study, Fred Moten e Stefano Harney suggeriscono un comportamento «sleale nei confronti della sfera pubblica»:[2]

«Se si volesse esplorare la possibilità di meglio definire l’amministrazione pubblica come la forza lavoro della perpetua privatizzazione del sortilegio capitalista, si potrebbero trarre una serie di spunti non professionali… se l’amministrazione pubblica è la competenza di fronteggiare la socializzazione che è continuamente tirata in causa dal capitalismo e di prenderne il più possibile per ridurla a quella cosa che si chiama pubblico o a quello che è il privato… ne consegue che le posizioni accademiche diventano insostenibili. Non è possibile parlare di una forza-lavoro orientata alla riproduzione dell’espropriazione sociale come se fosse dotata di una dimensione etica».[3]

In qualità di artisti, curatori, manager, amministratori e scrittori, ci affidiamo a formati che rendono difficile persino immaginare forme di slealtà che non vengano immediatamente ristabilite come argomenti comunisti. Il nostro lavoro è orientato, come affermano Moten e Harney, alla «riproduzione dell’espropriazione sociale». Il nostro desiderio autopoietico, così come descritto da Gilroy, è invischiato nelle forme di meritocrazia che compiono questa espropriazione. Come possiamo, nell’ambito dell’arte contemporanea, ignorare il pubblico e andare contro la meritocrazia? Che cosa ne sarebbe dell’arte? Le istituzioni artistiche potrebbero essere luoghi in cui essa, anziché essere smerciata a quelle persone che espropriamo, provenga direttamente da queste ultime, che desiderano e cercano di impiegare tali spazi?[4] Come afferma Young, «L’assioma del pensiero moderno è la disparità tra gli individui»,[5] eppure non osserviamo questo fenomeno all’interno delle strutture di proprietà dell’arte a un qualsiasi livello in grado di alterarle, nonostante le proteste degli attivisti sulle condizioni di lavoro. A tal riguardo il servizio pubblico è una chimera per la nostra scomoda dipendenza: nell’arte non possiamo più fingere di poter adempiere alle condizioni che esso ci impone.

 

AUTORE: Andrea Phillips

 

NOTE

[1] S. Martin, Artistic communism a sketch, «Third Text», 23, 4 (July 2009), pp. 487-89.

[2] S. Harney, F. Moten, The Undercommons: Fugitive Planning and Black Study, Autonomedia/Minor Compositions, New York 2013, p. 34.

[3] Ibid., pp. 36-37.

[4] In Dispossession: The Performative in the Political, Judith Butler e Athena Athanasiou sviluppano una definizione dialettica del termine in cui si può essere espropriati sia economicamente che dall’incontro con un’altro/a. Butler sostiene: «Potremmo chiederci perché certe forme di deprivazione e sfruttamento umane siano chiamate ‘espropriazione’. C’era forse una proprietà immanente e poi sottratta? A volte sì. Che idea ci facciamo del possedere qualcosa in due? Sono gli individui forme di proprietà, e siamo noi in grado di comprendere questa forma giuridica se non fossimo in una condizione storica di schiavitù da quelle forme di individualismo esasperato che appartengono al capitalismo?», J. Butler, A. Athanasiou, Dispossession: The Performative in the Political, Polity, Cambridge 2013, p. 7.

[5] Ibid., pp. 36-37.