Nella Quarta rivoluzione industriale, il presidente esecutivo del World Economic Forum, Klaus Schwab, sostiene che ci troviamo all’inizio di una nuova epoca storica che, via via, grazie all’immissione di nuove tecnologie sempre più complesse e performanti, consentirà una totale interconnessione tra macchine intelligenti, dispositivi e persone. Questo passaggio è il punto d’avvio di una trasformazione che muterà strutturalmente il modo di vivere, lavorare e comunicare dell’essere umano, arrivando pertanto a metterne in questione persino il proprio statuto. Robot intelligenti, smart cities, sistemi di visione con realtà aumentata, cloud computing, internet delle cose: la quarta rivoluzione industriale, fondata sull’analisi dei dati e lo sviluppo di intelligenze artificiali, inaugura un approccio del tutto nuovo alla produzione e al consumo, segnando così un punto netto di rottura con il passato. Tuttavia, accanto alle grandi opportunità e ai vantaggi per un nuovo modo di fare impresa, tale processo porta con sé anche alcune criticità che, seppur a livello teorico siano continuamente affrontate e dibattute dagli esperti del settore, a livello pratico e politico, almeno per il momento, non trovano una risposta concreta, mentre sul piano mediatico divengono spesso oggetto di strumentalizzazioni sensazionalistiche e poco obiettive.

A gennaio 2016, al World Economic Forum, è stata presentata The future of jobs and skills, una ricerca in cui si stima che da qui al 2020 i sempre più innovativi progressi tecnologici porteranno alla creazione di 2 nuovi milioni di posti di lavoro, contro tuttavia i 7 milioni che spariranno (dunque con un saldo negativo di 5 milioni di posti di lavoro).

Alla crescente preoccupazione per l’automazione del lavoro, si affianca ulteriormente la minaccia dell’utilizzo delle nuove tecnologie anche come strumento di potere e coercizione. Nell’universo tecnologico digitale il soggetto è ridotto a un flusso di dati che le grandi piattaforme come Facebook, Twitter, Amazon, Google e Netflix utilizzano per produrre la propria ricchezza. La merce essenziale di questo capitalismo delle piattaforme è costituita dalle informazioni che gli utenti stessi della Rete cedono, eseguendo di fatto una volontaria attività di produzione a titolo gratuito. Le operazioni che svolgiamo su internet, o le nostre stesse comunicazioni, sono diventate pertanto strumento di sorveglianza e controllo sociale.

Occorre sollevare alcune domande: come il rapporto uomo-macchina sta modificando strutturalmente l’assetto e l’organizzazione del lavoro? A che punto si trova la ricerca sull’intelligenza artificiale e quali sono i confini etici che si pongono i ricercatori? È possibile formulare una risposta politica al controllo delle informazioni attuato dalla società dei metadati?

KABUL magazine ha tentato di rispondere a queste domande in METADATA GALAXIES, il primo volume di K-POCKET GUIDE, una collana di brevi volumi incentrati ognuno su uno specifico argomento di arte e cultura contemporanea e concepiti come manuali di studio e approfondimento. METADATA GALAXIES contiene le interviste a: Simone Arcagni, Andrea Bonarini, Andrea Fumagalli e Matteo Pasquinelli.

Di seguito un breve estratto dell’intervista all’economista Andrea Fumagalli in cui si discute di capitalismo biocognitivo, automazione del lavoro e nuove forme di sussunzione.

 

AUTORE: Dario Giovanni Alì

 

***

 

Dario Giovanni Alì – Caterina Molteni: Nel passaggio dal sistema capitalistico fordista industriale al capitalismo cognitivo abbiamo assistito a un progressivo indebolimento del valore materiale come fonte principale del lavoro, oggi fondato invece su un valore immateriale che si definisce nella gestione delle informazioni per la produzione e il controllo delle conoscenze. L’economia capitalistica è un’economia di produzione e accumulazione finalizzata all’ottenimento di un profitto monetario, ma se quest’ultimo, nel precedente sistema economico, era ottenuto attraverso la produzione di merci, oggi è reso piuttosto tramite l’immagazzinamento di dati e la conseguente produzione di conoscenze. Quali sono gli elementi di continuità e quali quelli di scarto rispetto al precedente modello economico? E tale passaggio è oggi da considerarsi come irreversibile?

 

Andrea Fumagalli: Gli elementi di continuità sono rappresentati dal fatto che siamo sempre all’interno di un sistema capitalistico di produzione basato sui due pilastri fondamentali: la proprietà privata e il rapporto capitale-lavoro come fonte di valorizzazione. Tuttavia a essere cambiate sono le modalità di estrazione di valore dal rapporto di sfruttamento capitale-lavoro, tra finanziarizzazione da un lato e globalizzazione dall’altro, i due fenomeni di fine millennio che hanno assunto un’ampia pervasività, come effetto della crisi del paradigma fordista e della diffusione del nuovo paradigma tecnologico. Anche la percezione del lavoro si è modificata: i processi di individualizzazione della prestazione lavorativa hanno accompagnato i processi di flessibilizzazione di molte attività di lavoro, soprattutto se impegnate a utilizzare le facoltà cognitive e relazionali all’interno di un crescente peso delle produzioni immateriali. Si tratta di un processo tendenzialmente irreversibile a cui si può rispondere non certo con la nostalgia del passato ma pensando nuovi strumenti di welfare, di rappresentanza e di conflitti adeguati alla nuova sfida posta dalle oligarchie finanziarie e dalle grandi corporation multinazionali.

 

D. G. A. – C. M.: Nel dibattito contemporaneo sembra essere tornata centrale la traduzione marxiana del termine «sussunzione», che indicava nella sua declinazione formale e reale la capacità da parte del capitalismo di inglobare forme di lavoro non necessariamente collegate o derivate da esso. In occasione di ‘Platform Capitalism’, tenutosi a Macao (Milano) a marzo 2017, ha discusso della questione relativa ai nuovi modelli economici conosciuti oggi come gig economy e sharing economy. Nel suo intervento ha delineato una distinzione tra ‘autorganizzazione’ e ‘autodirezione’, evidenziando la necessità di trovare forme alternative di autogestione in grado di contrastare il flusso inglobante del capitalismo, che ormai inevitabilmente assorbe anche le forme più creative e indipendenti di gestione del lavoro. Quali crede possano essere le forme di organizzazione in grado di contrastare tale sussunzione? In che cosa consiste la differenza rispetto alle più recenti forme di organizzazione economica?

 

A. F.: Una caratteristica del processo di valorizzazione contemporanea si basa sulla messa a valore (e quindi a profitto) dell’intera vita nella sua globalità e nelle sue specificità.
Nel capitalismo biocognitivo, sussunzione reale e sussunzione formale sono due facce della stessa medaglia e si alimentano a vicenda. Esse, congiuntamente, danno vita a una nuova forma di sussunzione, che possiamo definire vitale. Tale nuova forma dell’accumulazione capitalistica moderna evidenzia alcuni aspetti che sono alla base della crisi del capitalismo industriale. Si tratta di analizzare le nuove fonti della ricchezza (e dei rendimenti crescenti) nel capitalismo biocognitivo. Tali fonti derivano dalla crisi del modello di divisione tecnica e sociale generato dalla prima rivoluzione industriale e portato alle estreme conseguenze dal taylorismo, e vengono alimentate dal ruolo e dalla diffusione del sapere che obbediscono ‘a una razionalità sociale cooperativa che sfugge alla concezione restrittiva del capitale umano’. Ne consegue che viene messo in discussione il tempo di lavoro immediato come principale e unico tempo produttivo, con l’effetto che il tempo effettivo e certificato di lavoro non è più l’unica misura della produttività e l’unica garanzia di accesso al reddito. Si attua così una torsione nella tradizionale teoria del valore-lavoro verso una nuova teoria del valore, in cui il concetto di lavoro è sempre più caratterizzato dal ‘sapere’ e si permea con il tempo di vita. Possiamo chiamare questo passaggio come la transizione verso una teoria del valore-sapere (Vercellone) o teoria del valore-vita (Morini-Fumagalli), se sapere e vita tendono ad autoalimentarsi a vicenda, e dove il principale capitale fisso è l’uomo «nel cui cervello risiede il sapere accumulato dalla società».[1]

Quando la vita diventa forza-lavoro, il tempo di lavoro non è più misurabile in unità di misura standard (ore, giorni ecc.). La giornata lavorativa non ha più limiti, se non quelli naturali. Siamo in presenza di sussunzione formale e di estrazione di plus-valore assoluto. Quando la vita diventa forza-lavoro perché il cervello diventa macchina, ovvero ‘capitale fisso e capitale variabile allo stesso tempo’, l’intensificazione della prestazione lavorativa raggiunge il suo massimo: siamo così in presenza di sussunzione reale ed estrazione di plus-valore relativo.

Tale combinazione delle due forme di sussunzione – che possiamo definire sussunzione vitale – necessita un nuovo sistema di regolazione sociale e di governance politica. Nuovi sistemi di disciplinamento sono necessari per definire quello che chiamo il processo di sussunzione vitale, che non è semplicemente la compresenza simultanea di sussunzione reale (intensificazione dei ritmi di lavoro) e formale (allungamento della giornata lavorativa ed estensione del lavoro produttivo anche ad attività precedentemente escluse, come la cura, l’apprendimento, le relazioni, il tempo libero ecc.), ma qualcosa di più complesso che plasma in maniera differenziata gli elementi di percezione soggettiva e di eterodirezione delle singole vite. È ormai da tempo che non siamo più individui liberi (ammesso che lo si sia mai stati: ma oggi siamo sicuramente meno liberi di quanto lo fossimo nel ’77). Ciò dipende dal fatto che l’eterodirezione, nelle sue diverse forme, oggi tende a trasformarsi in auto-direzione, in repressione personale, in impotenza, nell’impossibilità di poter dire di no (che è una delle massime espressioni di libertà). Ciò non dipende da un comando direttamente esterno, quanto da forme subdole e assai sofisticate che fanno perno su strumenti, diciamo, intermedi: l’indebitamento, una condizione precaria esistenziale, la gabbia di immaginari precostituiti e selettivi.

 

D. G. A. – C. M.: Si stima che la crescente automazione dei settori sostituirà presto la manodopera in molte professioni. Tale prospettiva, che spinge l’opinione pubblica a percepire i robot come una minaccia al proprio lavoro, aprirà sicuramente alla diffusione di nuove figure professionali caratterizzate da competenze diverse rispetto a quelle richieste oggi. Tuttavia, al momento, uno degli effetti dell’automazione è la produzione di occupazioni precarie e pagate sempre meno. A ciò occorre aggiungere, come ha notato lei in diverse occasioni, che siamo ben lontani da una situazione di ‘fine del lavoro’, dal momento che si deve distinguere tra posti (e contratti) di lavoro e lavoro come attività di produzione (che può anche non essere remunerato). Che cos’è il «lavoro senza fine» non pagato e come può l’individuo riappropriarsi del proprio tempo libero sottraendolo alla subordinazione verso le gigantesche piattaforme dati?

 

A. F.: Come espresso nella risposta precedente, la valorizzazione capitalistica di oggi, fondata su sfruttamento, mercificazione e messa a lavoro della vita, pone alcune questioni di merito e di misura che rendono più problematica l’attivazione di una presa di coscienza e quindi di contrasto alle nuove forme di sussunzione. Il venir meno della separazione tra tempo di lavoro e tempo di non lavoro e il loro ibridarsi hanno come conseguenza il venir meno della separazione tra attività produttiva (remunerata) e attività non produttiva (non remunerata). Nel capitalismo biocognitivo, ovvero in un contesto dove l’attività non produttiva tende a zero (tutto ciò che facciamo quotidianamente entra, in modo diverso, in modo più o meno diretto, spesso inconsapevolmente, nella catena di valore), il lavoro produttivo è senza fine e la dicotomia nuova che si presenta è quella tra lavoro remunerato e lavoro non remunerato. Il disoccupato di oggi è colui che produce ricchezza e valore. Tuttavia questo suo atto non è certificato come tale dalle disposizioni vigenti (siano esse contrattuali o legislative) e di conseguenza non viene pagato. Più la vita viene messa a lavoro, più aumenta la quota di lavoro non pagato. Non è un paradosso, tutt’altro!

Cosa si può fare per evitare di cadere oggi nella trappola della precarietà e domani in quella della gratuità, alimentata dall’economia della promessa? In primo luogo, compiere un salto culturale che ti permetta di prendere coscienza di questo fatto: per esempio, che Facebook ha circa 37.000 addetti contro i 300.000 di Foxconn (8 volte tanto) ma un fatturato di solo il 25% inferiore (8,8 mld contro 12,3 mld $), perché in realtà i dipendenti di Facebook sono circa 2 miliardi, ovvero gli utenti. Tale presa di coscienza dovrebbe farci comprendere che la battaglia per un reddito di base è una battaglia per il riconoscimento del nostro essere produttivi. Il reddito di base è quindi remunerazione e non assistenza, e per questo non può che essere incondizionato. È un concetto, quello del reddito incondizionato, che rompe con alcuni tabù del Novecento, in particolare con un’idea vecchia di lavoro che non tiene conto del fatto che oggi l’opera, l’ozio e lo svago si sono trasformati in ‘labor’. Oggi solo il lavoro ‘vecchio’ viene remunerato.

 

***L’intervista completa è contenuta nel volume METADATA GALAXIES.

 

Andrea Fumagalli è professore associato di Economia Politica presso il Dipartimento di Scienze economiche e aziendali dell’Università di Pavia. Nel 2013 ha conseguito l’abilitazione a professore ordinario. Ha conseguito inoltre il Ph.D. in Economia Politica dopo periodi di ricerca presso l’Ehess di Parigi e la New School for Social Research di New York. Insegna all’Università di Pavia e all’Università di Bologna. Le sue ricerche vertono sui temi della precarietà del lavoro, sul reddito di base e sulle trasformazioni del capitalismo contemporaneo. Grateful Dead economy: la psichedelia finanziaria (Agenzia X) è il suo ultimo libro.

 

NOTE

[1] K. Marx, Grundrisse, vol. II, 1977, p. 725.

Nella Quarta rivoluzione industriale, il presidente esecutivo del World Economic Forum, Klaus Schwab, sostiene che ci troviamo all’inizio di una nuova epoca storica che, via via, grazie all’immissione di nuove tecnologie sempre più complesse e performanti, consentirà una totale interconnessione tra macchine intelligenti, dispositivi e persone. Questo passaggio è il punto d’avvio di una trasformazione che muterà strutturalmente il modo di vivere, lavorare e comunicare dell’essere umano, arrivando pertanto a metterne in questione persino il proprio statuto. Robot intelligenti, smart cities, sistemi di visione con realtà aumentata, cloud computing, internet delle cose: la quarta rivoluzione industriale, fondata sull’analisi dei dati e lo sviluppo di intelligenze artificiali, inaugura un approccio del tutto nuovo alla produzione e al consumo, segnando così un punto netto di rottura con il passato. Tuttavia, accanto alle grandi opportunità e ai vantaggi per un nuovo modo di fare impresa, tale processo porta con sé anche alcune criticità che, seppur a livello teorico siano continuamente affrontate e dibattute dagli esperti del settore, a livello pratico e politico, almeno per il momento, non trovano una risposta concreta, mentre sul piano mediatico divengono spesso oggetto di strumentalizzazioni sensazionalistiche e poco obiettive.

A gennaio 2016, al World Economic Forum, è stata presentata The future of jobs and skills, una ricerca in cui si stima che da qui al 2020 i sempre più innovativi progressi tecnologici porteranno alla creazione di 2 nuovi milioni di posti di lavoro, contro tuttavia i 7 milioni che spariranno (dunque con un saldo negativo di 5 milioni di posti di lavoro).

Alla crescente preoccupazione per l’automazione del lavoro, si affianca ulteriormente la minaccia dell’utilizzo delle nuove tecnologie anche come strumento di potere e coercizione. Nell’universo tecnologico digitale il soggetto è ridotto a un flusso di dati che le grandi piattaforme come Facebook, Twitter, Amazon, Google e Netflix utilizzano per produrre la propria ricchezza. La merce essenziale di questo capitalismo delle piattaforme è costituita dalle informazioni che gli utenti stessi della Rete cedono, eseguendo di fatto una volontaria attività di produzione a titolo gratuito. Le operazioni che svolgiamo su internet, o le nostre stesse comunicazioni, sono diventate pertanto strumento di sorveglianza e controllo sociale.

Occorre sollevare alcune domande: come il rapporto uomo-macchina sta modificando strutturalmente l’assetto e l’organizzazione del lavoro? A che punto si trova la ricerca sull’intelligenza artificiale e quali sono i confini etici che si pongono i ricercatori? È possibile formulare una risposta politica al controllo delle informazioni attuato dalla società dei metadati?

KABUL magazine ha tentato di rispondere a queste domande in METADATA GALAXIES, il primo volume di K-POCKET GUIDE, una collana di brevi volumi incentrati ognuno su uno specifico argomento di arte e cultura contemporanea e concepiti come manuali di studio e approfondimento. METADATA GALAXIES contiene le interviste a: Simone Arcagni, Andrea Bonarini, Andrea Fumagalli e Matteo Pasquinelli.

Di seguito un breve estratto dell’intervista all’economista Andrea Fumagalli in cui si discute di capitalismo biocognitivo, automazione del lavoro e nuove forme di sussunzione.

 

AUTORE: Dario Giovanni Alì

 

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Dario Giovanni Alì – Caterina Molteni: Nel passaggio dal sistema capitalistico fordista industriale al capitalismo cognitivo abbiamo assistito a un progressivo indebolimento del valore materiale come fonte principale del lavoro, oggi fondato invece su un valore immateriale che si definisce nella gestione delle informazioni per la produzione e il controllo delle conoscenze. L’economia capitalistica è un’economia di produzione e accumulazione finalizzata all’ottenimento di un profitto monetario, ma se quest’ultimo, nel precedente sistema economico, era ottenuto attraverso la produzione di merci, oggi è reso piuttosto tramite l’immagazzinamento di dati e la conseguente produzione di conoscenze. Quali sono gli elementi di continuità e quali quelli di scarto rispetto al precedente modello economico? E tale passaggio è oggi da considerarsi come irreversibile?

 

Andrea Fumagalli: Gli elementi di continuità sono rappresentati dal fatto che siamo sempre all’interno di un sistema capitalistico di produzione basato sui due pilastri fondamentali: la proprietà privata e il rapporto capitale-lavoro come fonte di valorizzazione. Tuttavia a essere cambiate sono le modalità di estrazione di valore dal rapporto di sfruttamento capitale-lavoro, tra finanziarizzazione da un lato e globalizzazione dall’altro, i due fenomeni di fine millennio che hanno assunto un’ampia pervasività, come effetto della crisi del paradigma fordista e della diffusione del nuovo paradigma tecnologico. Anche la percezione del lavoro si è modificata: i processi di individualizzazione della prestazione lavorativa hanno accompagnato i processi di flessibilizzazione di molte attività di lavoro, soprattutto se impegnate a utilizzare le facoltà cognitive e relazionali all’interno di un crescente peso delle produzioni immateriali. Si tratta di un processo tendenzialmente irreversibile a cui si può rispondere non certo con la nostalgia del passato ma pensando nuovi strumenti di welfare, di rappresentanza e di conflitti adeguati alla nuova sfida posta dalle oligarchie finanziarie e dalle grandi corporation multinazionali.

 

D. G. A. – C. M.: Nel dibattito contemporaneo sembra essere tornata centrale la traduzione marxiana del termine «sussunzione», che indicava nella sua declinazione formale e reale la capacità da parte del capitalismo di inglobare forme di lavoro non necessariamente collegate o derivate da esso. In occasione di ‘Platform Capitalism’, tenutosi a Macao (Milano) a marzo 2017, ha discusso della questione relativa ai nuovi modelli economici conosciuti oggi come gig economy e sharing economy. Nel suo intervento ha delineato una distinzione tra ‘autorganizzazione’ e ‘autodirezione’, evidenziando la necessità di trovare forme alternative di autogestione in grado di contrastare il flusso inglobante del capitalismo, che ormai inevitabilmente assorbe anche le forme più creative e indipendenti di gestione del lavoro. Quali crede possano essere le forme di organizzazione in grado di contrastare tale sussunzione? In che cosa consiste la differenza rispetto alle più recenti forme di organizzazione economica?

 

A. F.: Una caratteristica del processo di valorizzazione contemporanea si basa sulla messa a valore (e quindi a profitto) dell’intera vita nella sua globalità e nelle sue specificità.
Nel capitalismo biocognitivo, sussunzione reale e sussunzione formale sono due facce della stessa medaglia e si alimentano a vicenda. Esse, congiuntamente, danno vita a una nuova forma di sussunzione, che possiamo definire vitale. Tale nuova forma dell’accumulazione capitalistica moderna evidenzia alcuni aspetti che sono alla base della crisi del capitalismo industriale. Si tratta di analizzare le nuove fonti della ricchezza (e dei rendimenti crescenti) nel capitalismo biocognitivo. Tali fonti derivano dalla crisi del modello di divisione tecnica e sociale generato dalla prima rivoluzione industriale e portato alle estreme conseguenze dal taylorismo, e vengono alimentate dal ruolo e dalla diffusione del sapere che obbediscono ‘a una razionalità sociale cooperativa che sfugge alla concezione restrittiva del capitale umano’. Ne consegue che viene messo in discussione il tempo di lavoro immediato come principale e unico tempo produttivo, con l’effetto che il tempo effettivo e certificato di lavoro non è più l’unica misura della produttività e l’unica garanzia di accesso al reddito. Si attua così una torsione nella tradizionale teoria del valore-lavoro verso una nuova teoria del valore, in cui il concetto di lavoro è sempre più caratterizzato dal ‘sapere’ e si permea con il tempo di vita. Possiamo chiamare questo passaggio come la transizione verso una teoria del valore-sapere (Vercellone) o teoria del valore-vita (Morini-Fumagalli), se sapere e vita tendono ad autoalimentarsi a vicenda, e dove il principale capitale fisso è l’uomo «nel cui cervello risiede il sapere accumulato dalla società».[1]

Quando la vita diventa forza-lavoro, il tempo di lavoro non è più misurabile in unità di misura standard (ore, giorni ecc.). La giornata lavorativa non ha più limiti, se non quelli naturali. Siamo in presenza di sussunzione formale e di estrazione di plus-valore assoluto. Quando la vita diventa forza-lavoro perché il cervello diventa macchina, ovvero ‘capitale fisso e capitale variabile allo stesso tempo’, l’intensificazione della prestazione lavorativa raggiunge il suo massimo: siamo così in presenza di sussunzione reale ed estrazione di plus-valore relativo.

Tale combinazione delle due forme di sussunzione – che possiamo definire sussunzione vitale – necessita un nuovo sistema di regolazione sociale e di governance politica. Nuovi sistemi di disciplinamento sono necessari per definire quello che chiamo il processo di sussunzione vitale, che non è semplicemente la compresenza simultanea di sussunzione reale (intensificazione dei ritmi di lavoro) e formale (allungamento della giornata lavorativa ed estensione del lavoro produttivo anche ad attività precedentemente escluse, come la cura, l’apprendimento, le relazioni, il tempo libero ecc.), ma qualcosa di più complesso che plasma in maniera differenziata gli elementi di percezione soggettiva e di eterodirezione delle singole vite. È ormai da tempo che non siamo più individui liberi (ammesso che lo si sia mai stati: ma oggi siamo sicuramente meno liberi di quanto lo fossimo nel ’77). Ciò dipende dal fatto che l’eterodirezione, nelle sue diverse forme, oggi tende a trasformarsi in auto-direzione, in repressione personale, in impotenza, nell’impossibilità di poter dire di no (che è una delle massime espressioni di libertà). Ciò non dipende da un comando direttamente esterno, quanto da forme subdole e assai sofisticate che fanno perno su strumenti, diciamo, intermedi: l’indebitamento, una condizione precaria esistenziale, la gabbia di immaginari precostituiti e selettivi.

 

D. G. A. – C. M.: Si stima che la crescente automazione dei settori sostituirà presto la manodopera in molte professioni. Tale prospettiva, che spinge l’opinione pubblica a percepire i robot come una minaccia al proprio lavoro, aprirà sicuramente alla diffusione di nuove figure professionali caratterizzate da competenze diverse rispetto a quelle richieste oggi. Tuttavia, al momento, uno degli effetti dell’automazione è la produzione di occupazioni precarie e pagate sempre meno. A ciò occorre aggiungere, come ha notato lei in diverse occasioni, che siamo ben lontani da una situazione di ‘fine del lavoro’, dal momento che si deve distinguere tra posti (e contratti) di lavoro e lavoro come attività di produzione (che può anche non essere remunerato). Che cos’è il «lavoro senza fine» non pagato e come può l’individuo riappropriarsi del proprio tempo libero sottraendolo alla subordinazione verso le gigantesche piattaforme dati?

 

A. F.: Come espresso nella risposta precedente, la valorizzazione capitalistica di oggi, fondata su sfruttamento, mercificazione e messa a lavoro della vita, pone alcune questioni di merito e di misura che rendono più problematica l’attivazione di una presa di coscienza e quindi di contrasto alle nuove forme di sussunzione. Il venir meno della separazione tra tempo di lavoro e tempo di non lavoro e il loro ibridarsi hanno come conseguenza il venir meno della separazione tra attività produttiva (remunerata) e attività non produttiva (non remunerata). Nel capitalismo biocognitivo, ovvero in un contesto dove l’attività non produttiva tende a zero (tutto ciò che facciamo quotidianamente entra, in modo diverso, in modo più o meno diretto, spesso inconsapevolmente, nella catena di valore), il lavoro produttivo è senza fine e la dicotomia nuova che si presenta è quella tra lavoro remunerato e lavoro non remunerato. Il disoccupato di oggi è colui che produce ricchezza e valore. Tuttavia questo suo atto non è certificato come tale dalle disposizioni vigenti (siano esse contrattuali o legislative) e di conseguenza non viene pagato. Più la vita viene messa a lavoro, più aumenta la quota di lavoro non pagato. Non è un paradosso, tutt’altro!

Cosa si può fare per evitare di cadere oggi nella trappola della precarietà e domani in quella della gratuità, alimentata dall’economia della promessa? In primo luogo, compiere un salto culturale che ti permetta di prendere coscienza di questo fatto: per esempio, che Facebook ha circa 37.000 addetti contro i 300.000 di Foxconn (8 volte tanto) ma un fatturato di solo il 25% inferiore (8,8 mld contro 12,3 mld $), perché in realtà i dipendenti di Facebook sono circa 2 miliardi, ovvero gli utenti. Tale presa di coscienza dovrebbe farci comprendere che la battaglia per un reddito di base è una battaglia per il riconoscimento del nostro essere produttivi. Il reddito di base è quindi remunerazione e non assistenza, e per questo non può che essere incondizionato. È un concetto, quello del reddito incondizionato, che rompe con alcuni tabù del Novecento, in particolare con un’idea vecchia di lavoro che non tiene conto del fatto che oggi l’opera, l’ozio e lo svago si sono trasformati in ‘labor’. Oggi solo il lavoro ‘vecchio’ viene remunerato.

 

***L’intervista completa è contenuta nel volume METADATA GALAXIES.

 

Andrea Fumagalli è professore associato di Economia Politica presso il Dipartimento di Scienze economiche e aziendali dell’Università di Pavia. Nel 2013 ha conseguito l’abilitazione a professore ordinario. Ha conseguito inoltre il Ph.D. in Economia Politica dopo periodi di ricerca presso l’Ehess di Parigi e la New School for Social Research di New York. Insegna all’Università di Pavia e all’Università di Bologna. Le sue ricerche vertono sui temi della precarietà del lavoro, sul reddito di base e sulle trasformazioni del capitalismo contemporaneo. Grateful Dead economy: la psichedelia finanziaria (Agenzia X) è il suo ultimo libro.

 

NOTE

[1] K. Marx, Grundrisse, vol. II, 1977, p. 725.