Marianna Vecellio è la curatrice della mostra AmosWorld: Episode One (2017) di Cécile B. Evans (1983), l’artista statunitense vincitrice, con l’opera What the Heart Wants (2016), della XVI edizione del premio illy Present Future. Sin dalla sua istituzione, il premio ha avuto come scopo quello di dare visibilità ai giovani artisti presentati dalle gallerie ad Artissima, appunto nella sezione ‘Present Future’, dedicata ai talenti emergenti, che ogni anno propone una lunga serie di piccole personali esposte dalle gallerie di tutto il mondo. A partire dal 2012, il vincitore del premio ha l’opportunità di esibire le proprie opere in una mostra al Castello di Rivoli – Torino.

AmosWorld: Episode One (2017) è un’opera ambiziosa e, come sostiene Vecellio, è un «‘super congegno’ – un collage di tecniche e stili, di rendering digitali, dialoghi, citazioni e immagini d’archivio, tecniche di animazione 2D e 3D e musiche», un’installazione video architettonica concepita come uno spettacolo televisivo diviso in episodi, un set immaginario che «ricorda l’architettura brutalista in cemento, e […] richiama le utopie radicali comunitarie di Le Corbusier e Peter Smithson, che nell’opera alludono alle nuove comunità digitali della rete».

Di seguito l’intervista alla curatrice della mostra inaugurata al Castello di Rivoli nella settimana di Artissima.

***

Simona Squadrito: L’anno scorso Cécile B. Evans vinceva il premio illy Present Future con What the Heart Wants (2016), un’opera in cui l’artista riflette sul presente, tratteggiando un’immagine fantascientifica, forse non troppo distante, di un ipotetico futuro ancora dominato dalle tecnologie. In What the Heart Wants i soggetti rappresentati, al contrario di ciò che avviene in molte narrazioni distopiche, non sono tanto delle vittime impotenti ma soggetti attivi che attraverso il loro stile di vita mettono in atto delle vie d’uscita dalla distopia di un mondo ipertecnologico, e questo non attraverso il rifiuto di tali tecnologie, ma mediante un modo di rapportarsi e vivere in esse, creando un universo in cui i sentimenti e il desiderio sono gli strumenti principali per sopravvivere e dialogare con e attraverso il mondo virtuale. Il video si rivela sì un omaggio al progresso tecnologico, ma soprattutto alla capacità e alla necessità dell’essere umano di sentire e amare.

 

Marianna Vecellio: Occorre a mio avviso fare una precisazione: gli artisti cosiddetti digital native non sono interessati a esprimere un conflitto con le tecnologie moderne, piuttosto desiderano esplorarne le potenzialità. Sono cresciuti con la tecnologia e la abitano. Hanno sviluppato un vocabolario linguistico che incorpora l’ibridazione a favore di un nuovo modo di sentire, di provare emozioni, di fare esperienza e pertanto anche di innamorarsi. Forse è per questa ragione che paiono manifestare una sorta di ossessione nei confronti del ‘tempo’. Ho notato che molti degli artisti cosiddetti post-digital come Ed Atkins, Rachel Rose e Cécile B. Evans per esempio offrono al ‘tempo’ – inteso non solo come concetto filosofico ma piuttosto come dimensione fisica metereologica – molto spazio creativo. Ricordo la poesia che apriva la pubblicazione di Ed Atkins e sui cui ha impostato alcuni suoi lavori, The Morning Roundup di Gilbert Sorrentino che diceva «I don’t want to hear any news on the radio about the weather on the weekend», e poi aggiunge «… the weather they lived in… the sun of those Saturday». Sentire il tempo ci aiuta a percepire il nostro corpo: è una sorta di fenomenologia dell’essere quotidiano, e in una dimensione ibridata il quotidiano, le abitudini, il nostro corpo, diventano modi per stabilire una relazione con il mondo, di farci sentire che esistiamo, come diceva Merleau-Ponty. Anche l’opera di Rachel Rose, A Minute Ago, apriva con la sequenza di una grandinata. Sentire il tempo equivale a sentire il vissuto. Nell’opera AmosWorld, il tempo metereologico è addirittura la voce di una donna che conversa con il protagonista: una sorta di voce interiore che amorevolmente accompagna il personaggio di Amos nelle sue riflessioni e lo porta a ragionare, gli mostra la realtà, conducendo lo spettatore a scoprire gli aspetti più umani di questo personaggio. In qualche modo è il tempo a conferire ad Amos la sua umanità.

S. S.: Una tematica simile a quella di What the Heart Wants viene sviluppata proprio in Amos’ World, una videoinstallazione concepita come uno spettacolo televisivo diviso in episodi collegati ma indipendenti l’uno dall’altro. In essa i personaggi rappresentati riescono a sopravvivere a una realtà soffocante grazie all’instaurarsi di una rete di relazioni umane impregnate di sentimenti. Che relazione sussiste tra queste due opere? Secondo lei si trovano in continuità?

 

M. V.: Se What the Heart Wants è un’opera conclusa, che possiede uno sviluppo e una fine, Amos’s World al contrario è un lavoro incompleto: concepito in tre episodi – in mostra abbiamo la prima puntata – esso ci mette nella condizione di attesa. What the Heart Wants è un’opera epica costruita intorno all’entità femminile HYPER, un personaggio il cui nome non sembra scelto a caso. Il termine indica una condizione potenziata; Hyper è un sistema: «This is a new system and the system was me» dice il personaggio. Esso sembra avere controllo su tutto e raccogliere le varie espressioni della soggettività ibridata con la tecnologia. Amos, ben lontano dall’essere una figura potenziata, è un uomo patetico chiuso dentro il suo narcisismo e i suoi fallimenti: è l’architetto dell’edificio in cui vivono vari inquilini costretti a trovare un modo per sopravvivere all’interno di un mondo, rappresentato dal palazzo brutalista, che non è altro che un’utopia fallita. Le due opere sono in continuità nella misura in cui appartengono alla ricerca dell’artista, pertanto si riscontrano l’uso di impianti narrativi multipli, la compresenza di immagini artificiali e cultura pop, il ricorso alla musica elettronica, la rappresentazione di un sistema rizomatico.

 

S. S.: In AmosWorld: Episode One viene rappresentata una realtà dicotomica: da una parte c’è il mondo fisico, avvertito dai personaggi come luogo di rappresentanza e solitudine, e dall’altra c’è il mondo virtuale, un ‘luogo’ in cui i personaggi possono vivere manifestando i loro sentimenti più autentici. In breve, l’artista capovolge il pensiero comune e dominante che vede nella realtà virtuale un mondo di finzione e di fuga dalla realtà. Nel mondo di Amos è proprio la sfera del virtuale a garantire la sopravvivenza dei personaggi, a garantire relazioni di prossimità e di amicizia, un luogo in cui è ancora possibile essere degli esseri umani. Ritiene che il capovolgimento che l’artista mette in atto nella lettura del valore che comunemente si dà tra i ‘due mondi’ (fisico e virtuale) possa essere letto come una prefigurazione di un imminente futuro? È ancora opportuno parlare e rappresentare in questi termini la dicotomia esistente tra realtà fisica e realtà virtuale?

 

M. V.: Non trovo che nei lavori di Cécile sia la sfera del virtuale a garantire la sopravvivenza. In generale è l’essere umano che garantisce sopravvivenza a se stesso. Tutto l’immaginario fantascientifico è interessato a esplorare le capacità di adattamento dell’essere umano al presente e al futuro sempre più esposto ai linguaggi della rete. Torno a dire che la rappresentazione dicotomica non esiste più, ci siamo da tempo allontanati dalla visione che separa in un sistema binario reale/artificiale, naturale/culturale, animale/umano, umano/macchina, citando Donna Haraway. A mio avviso Cécile mostra come le nuove tecnologie espongono l’essere umano a nuovi sistemi di relazione che cambiano il modo di sentire; per l’artista il futuro è una compresenza di stati, un’interconnessione di mondi: «I was everywhere» dice a un certo punto. In entrambi i lavori la dicotomia appare ‘incorporata’, e questo termine non è casuale. Se vogliamo adottare una forma dicotomica piuttosto possiamo riferirci al rapporto dati/emozioni.

 

S. S.: Nonostante l’artista si sforzi di tratteggiare delle prefigurazioni positive anche all’interno di mondi soffocanti e poco umani, a mio avviso i mezzi che suggerisce appaiono altrettanto invivibili e soffocanti. Il mondo di Amos è una visione ancora cupa e a tratti grottesca, infatti è sempre grazie alla tecnologia e al mondo virtuale che l’essere umano, secondo l’artista, riesce a ritagliarsi un mondo vivibile…

 

M. V.: Direi che più che d’immaginari negativi ciò che colpisce in Amos’ World è l’atmosfera perturbante. Il termine ha connotazioni ambivalenti – indica allo stesso tempo accoglienza e repulsione – ed è estremamente appropriato nella descrizione di paesaggi, luoghi e identità ‘mutate’. HYPER, Amos e gli inquilini, in misura diversa, sono tutte identità multiple che hanno incorporato i linguaggi e i sistemi della società contemporanea: Dylan Trigg, nel suo The Memory of Place, illustra la possibilità di estensione del proprio corpo al di fuori di noi stessi, e nel fare esperienza inedita di interazione con il mondo il corpo diventa un luogo e il risultato di una mutazione. Assimila l’alterità.

 

S. S.: La mostra al Castello di Rivoli presenta al pubblico solo il primo episodio di AmosWorld. L’artista ha già iniziato a lavorare agli episodi successivi?

 

M. V.: Sì, in realtà proprio in questi giorni Cécile sta lavorando al prossimo episodio.

 

S. S.: Andando a ritroso nelle precedenti edizioni del premio illy Present Future, ho potuto constatare che le ultime quattro edizioni sono state vinte da artiste donne (2013: ex aequo Caroline Achaintre e Fatma Bucak; 2014: Rachel Rose; 2015: Alina Chaiderov; 2016: Cécile B. Evans). Secondo lei è un caso o questo dato sottolinea una rinnovata forza e attenzione del punto di vista femminile nel mondo dell’arte?

 

M. V.: Direi che è un caso felice.

 

S. S.: Da qualche anno la fiera d’arte, un momento specificamente commerciale, è presentata al pubblico e agli addetti ai lavori come un momento di riflessione carico di contenuti. Infatti, proprio all’interno della fiera, è possibile visitare delle vere e proprie mostre, più che un semplice display sistematico di opere. Crede sia realmente possibile conciliare un evento caotico e commerciale come una fiera d’arte con un momento di riflessione e contemplazione dell’opera?

 

M. V.: Credo sia interessante osservare i cambiamenti che le fiere oggi stanno affrontando per rispondere alle esigenze di un pubblico sempre più vasto e consolidare il rapporto con i collezionisti offrendo contenuti, spunti di approfondimento, appuntamenti di vario genere. Perciò le fiere stanno sempre più trasformandosi anche in dispositivi culturali. Rispondo usando una frase contenuta nell’opera di Cécile B. Evans, What the Heart Wants: «It’s not possible. It’s real».

 

AUTORE: Simona Squadrito

Marianna Vecellio è la curatrice della mostra AmosWorld: Episode One (2017) di Cécile B. Evans (1983), l’artista statunitense vincitrice, con l’opera What the Heart Wants (2016), della XVI edizione del premio illy Present Future. Sin dalla sua istituzione, il premio ha avuto come scopo quello di dare visibilità ai giovani artisti presentati dalle gallerie ad Artissima, appunto nella sezione ‘Present Future’, dedicata ai talenti emergenti, che ogni anno propone una lunga serie di piccole personali esposte dalle gallerie di tutto il mondo. A partire dal 2012, il vincitore del premio ha l’opportunità di esibire le proprie opere in una mostra al Castello di Rivoli – Torino.

AmosWorld: Episode One (2017) è un’opera ambiziosa e, come sostiene Vecellio, è un «‘super congegno’ – un collage di tecniche e stili, di rendering digitali, dialoghi, citazioni e immagini d’archivio, tecniche di animazione 2D e 3D e musiche», un’installazione video architettonica concepita come uno spettacolo televisivo diviso in episodi, un set immaginario che «ricorda l’architettura brutalista in cemento, e […] richiama le utopie radicali comunitarie di Le Corbusier e Peter Smithson, che nell’opera alludono alle nuove comunità digitali della rete».

Di seguito l’intervista alla curatrice della mostra inaugurata al Castello di Rivoli nella settimana di Artissima.

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Simona Squadrito: L’anno scorso Cécile B. Evans vinceva il premio illy Present Future con What the Heart Wants (2016), un’opera in cui l’artista riflette sul presente, tratteggiando un’immagine fantascientifica, forse non troppo distante, di un ipotetico futuro ancora dominato dalle tecnologie. In What the Heart Wants i soggetti rappresentati, al contrario di ciò che avviene in molte narrazioni distopiche, non sono tanto delle vittime impotenti ma soggetti attivi che attraverso il loro stile di vita mettono in atto delle vie d’uscita dalla distopia di un mondo ipertecnologico, e questo non attraverso il rifiuto di tali tecnologie, ma mediante un modo di rapportarsi e vivere in esse, creando un universo in cui i sentimenti e il desiderio sono gli strumenti principali per sopravvivere e dialogare con e attraverso il mondo virtuale. Il video si rivela sì un omaggio al progresso tecnologico, ma soprattutto alla capacità e alla necessità dell’essere umano di sentire e amare.

 

Marianna Vecellio: Occorre a mio avviso fare una precisazione: gli artisti cosiddetti digital native non sono interessati a esprimere un conflitto con le tecnologie moderne, piuttosto desiderano esplorarne le potenzialità. Sono cresciuti con la tecnologia e la abitano. Hanno sviluppato un vocabolario linguistico che incorpora l’ibridazione a favore di un nuovo modo di sentire, di provare emozioni, di fare esperienza e pertanto anche di innamorarsi. Forse è per questa ragione che paiono manifestare una sorta di ossessione nei confronti del ‘tempo’. Ho notato che molti degli artisti cosiddetti post-digital come Ed Atkins, Rachel Rose e Cécile B. Evans per esempio offrono al ‘tempo’ – inteso non solo come concetto filosofico ma piuttosto come dimensione fisica metereologica – molto spazio creativo. Ricordo la poesia che apriva la pubblicazione di Ed Atkins e sui cui ha impostato alcuni suoi lavori, The Morning Roundup di Gilbert Sorrentino che diceva «I don’t want to hear any news on the radio about the weather on the weekend», e poi aggiunge «… the weather they lived in… the sun of those Saturday». Sentire il tempo ci aiuta a percepire il nostro corpo: è una sorta di fenomenologia dell’essere quotidiano, e in una dimensione ibridata il quotidiano, le abitudini, il nostro corpo, diventano modi per stabilire una relazione con il mondo, di farci sentire che esistiamo, come diceva Merleau-Ponty. Anche l’opera di Rachel Rose, A Minute Ago, apriva con la sequenza di una grandinata. Sentire il tempo equivale a sentire il vissuto. Nell’opera AmosWorld, il tempo metereologico è addirittura la voce di una donna che conversa con il protagonista: una sorta di voce interiore che amorevolmente accompagna il personaggio di Amos nelle sue riflessioni e lo porta a ragionare, gli mostra la realtà, conducendo lo spettatore a scoprire gli aspetti più umani di questo personaggio. In qualche modo è il tempo a conferire ad Amos la sua umanità.

S. S.: Una tematica simile a quella di What the Heart Wants viene sviluppata proprio in Amos’ World, una videoinstallazione concepita come uno spettacolo televisivo diviso in episodi collegati ma indipendenti l’uno dall’altro. In essa i personaggi rappresentati riescono a sopravvivere a una realtà soffocante grazie all’instaurarsi di una rete di relazioni umane impregnate di sentimenti. Che relazione sussiste tra queste due opere? Secondo lei si trovano in continuità?

 

M. V.: Se What the Heart Wants è un’opera conclusa, che possiede uno sviluppo e una fine, Amos’s World al contrario è un lavoro incompleto: concepito in tre episodi – in mostra abbiamo la prima puntata – esso ci mette nella condizione di attesa. What the Heart Wants è un’opera epica costruita intorno all’entità femminile HYPER, un personaggio il cui nome non sembra scelto a caso. Il termine indica una condizione potenziata; Hyper è un sistema: «This is a new system and the system was me» dice il personaggio. Esso sembra avere controllo su tutto e raccogliere le varie espressioni della soggettività ibridata con la tecnologia. Amos, ben lontano dall’essere una figura potenziata, è un uomo patetico chiuso dentro il suo narcisismo e i suoi fallimenti: è l’architetto dell’edificio in cui vivono vari inquilini costretti a trovare un modo per sopravvivere all’interno di un mondo, rappresentato dal palazzo brutalista, che non è altro che un’utopia fallita. Le due opere sono in continuità nella misura in cui appartengono alla ricerca dell’artista, pertanto si riscontrano l’uso di impianti narrativi multipli, la compresenza di immagini artificiali e cultura pop, il ricorso alla musica elettronica, la rappresentazione di un sistema rizomatico.

 

S. S.: In AmosWorld: Episode One viene rappresentata una realtà dicotomica: da una parte c’è il mondo fisico, avvertito dai personaggi come luogo di rappresentanza e solitudine, e dall’altra c’è il mondo virtuale, un ‘luogo’ in cui i personaggi possono vivere manifestando i loro sentimenti più autentici. In breve, l’artista capovolge il pensiero comune e dominante che vede nella realtà virtuale un mondo di finzione e di fuga dalla realtà. Nel mondo di Amos è proprio la sfera del virtuale a garantire la sopravvivenza dei personaggi, a garantire relazioni di prossimità e di amicizia, un luogo in cui è ancora possibile essere degli esseri umani. Ritiene che il capovolgimento che l’artista mette in atto nella lettura del valore che comunemente si dà tra i ‘due mondi’ (fisico e virtuale) possa essere letto come una prefigurazione di un imminente futuro? È ancora opportuno parlare e rappresentare in questi termini la dicotomia esistente tra realtà fisica e realtà virtuale?

 

M. V.: Non trovo che nei lavori di Cécile sia la sfera del virtuale a garantire la sopravvivenza. In generale è l’essere umano che garantisce sopravvivenza a se stesso. Tutto l’immaginario fantascientifico è interessato a esplorare le capacità di adattamento dell’essere umano al presente e al futuro sempre più esposto ai linguaggi della rete. Torno a dire che la rappresentazione dicotomica non esiste più, ci siamo da tempo allontanati dalla visione che separa in un sistema binario reale/artificiale, naturale/culturale, animale/umano, umano/macchina, citando Donna Haraway. A mio avviso Cécile mostra come le nuove tecnologie espongono l’essere umano a nuovi sistemi di relazione che cambiano il modo di sentire; per l’artista il futuro è una compresenza di stati, un’interconnessione di mondi: «I was everywhere» dice a un certo punto. In entrambi i lavori la dicotomia appare ‘incorporata’, e questo termine non è casuale. Se vogliamo adottare una forma dicotomica piuttosto possiamo riferirci al rapporto dati/emozioni.

 

S. S.: Nonostante l’artista si sforzi di tratteggiare delle prefigurazioni positive anche all’interno di mondi soffocanti e poco umani, a mio avviso i mezzi che suggerisce appaiono altrettanto invivibili e soffocanti. Il mondo di Amos è una visione ancora cupa e a tratti grottesca, infatti è sempre grazie alla tecnologia e al mondo virtuale che l’essere umano, secondo l’artista, riesce a ritagliarsi un mondo vivibile…

 

M. V.: Direi che più che d’immaginari negativi ciò che colpisce in Amos’ World è l’atmosfera perturbante. Il termine ha connotazioni ambivalenti – indica allo stesso tempo accoglienza e repulsione – ed è estremamente appropriato nella descrizione di paesaggi, luoghi e identità ‘mutate’. HYPER, Amos e gli inquilini, in misura diversa, sono tutte identità multiple che hanno incorporato i linguaggi e i sistemi della società contemporanea: Dylan Trigg, nel suo The Memory of Place, illustra la possibilità di estensione del proprio corpo al di fuori di noi stessi, e nel fare esperienza inedita di interazione con il mondo il corpo diventa un luogo e il risultato di una mutazione. Assimila l’alterità.

 

S. S.: La mostra al Castello di Rivoli presenta al pubblico solo il primo episodio di AmosWorld. L’artista ha già iniziato a lavorare agli episodi successivi?

 

M. V.: Sì, in realtà proprio in questi giorni Cécile sta lavorando al prossimo episodio.

 

S. S.: Andando a ritroso nelle precedenti edizioni del premio illy Present Future, ho potuto constatare che le ultime quattro edizioni sono state vinte da artiste donne (2013: ex aequo Caroline Achaintre e Fatma Bucak; 2014: Rachel Rose; 2015: Alina Chaiderov; 2016: Cécile B. Evans). Secondo lei è un caso o questo dato sottolinea una rinnovata forza e attenzione del punto di vista femminile nel mondo dell’arte?

 

M. V.: Direi che è un caso felice.

 

S. S.: Da qualche anno la fiera d’arte, un momento specificamente commerciale, è presentata al pubblico e agli addetti ai lavori come un momento di riflessione carico di contenuti. Infatti, proprio all’interno della fiera, è possibile visitare delle vere e proprie mostre, più che un semplice display sistematico di opere. Crede sia realmente possibile conciliare un evento caotico e commerciale come una fiera d’arte con un momento di riflessione e contemplazione dell’opera?

 

M. V.: Credo sia interessante osservare i cambiamenti che le fiere oggi stanno affrontando per rispondere alle esigenze di un pubblico sempre più vasto e consolidare il rapporto con i collezionisti offrendo contenuti, spunti di approfondimento, appuntamenti di vario genere. Perciò le fiere stanno sempre più trasformandosi anche in dispositivi culturali. Rispondo usando una frase contenuta nell’opera di Cécile B. Evans, What the Heart Wants: «It’s not possible. It’s real».

 

AUTORE: Simona Squadrito