La redazione di KABUL magazine, in collaborazione con il PAV (Parco Arte Vivente) di Torino, ha deciso di rendere disponibili le traduzioni di alcuni testi scritti dai principali studiosi del pensiero ecocentrico: Karen Barad, T. J. Demos, Donna Haraway, Bruno Latour e Jason W Moore. La raccolta di questi saggi restituirà una visione parziale sulle teorie formulate in merito alla crisi ambientale, alle sue ripercussioni e alla corrispondente produzione in ambito artistico e letterario.

In An Agential Realist Ontology, pubblicato nel 2007, Karen Barad, fisica quantistica e teorica femminista statunitense, sottolinea le limitazioni che sottintende il concetto di individualità, a partire  dalla sua dipendenza a categorie binarie adottate dalla società come convenzioni utili alla circoscrizione dell’individuo entro determinati confini (Cf. Pensiero affabulante, simbiosi e intra-actions: benvenuti nello Chthulucene!). A partire dalla ridefinizione del modello quantistico dell’atomo proposto da Niels Bohr, l’autrice introduce il termine intra-action spiegando come la rete di relazioni con cui l’individuo entra in contatto non porti alla costituzione di caratteristiche fisse ma alla loro destabilizzazione.

Di seguito la traduzione di un estratto di An Agential Realist Ontology.
Rif. bibl.: K. Barad, Meeting the Universe Halfway, Duke University Press, 2007, pp. 137-141.

 

AUTORE: KABUL magazine

***

«La realtà è più grande di noi».
(Ian Hacking, Representing and Intervening)

«Credo che sia proprio il mondo ciò che si perde nelle dottrine della rappresentazione e dell’oggettività scientifica».
(Donna Haraway, The Promises of Monsters)

Il rappresentazionalismo prende come fondamento il concetto di separazione. Separa il mondo nei domini ontologicamente disgiunti delle parole e delle cose, ponendosi di fronte al dilemma del connettere le due, così da rendere possibile il linguaggio. Se le parole sono slegate dal mondo materiale, come possono prendere piede le rappresentazioni? Se non crediamo più che il mondo brulichi di somiglianze intrinseche le cui caratteristiche sono già inscritte sulla superficie del globo, cose già riempite di segni, parole che attendono come infiniti granelli di sabbia su una spiaggia in attesa di essere scoperte, ma piuttosto che il soggetto conoscente sia invischiato in una spessa rete di rappresentazioni tale che la mente non possa vedere la strada verso gli oggetti, che sono dunque per sempre fuori portata, e che tutto ciò che c’è di visibile è l’appiccicoso problema della cattività dell’uomo all’interno del linguaggio, allora diventa evidente come il rappresentazionalismo sia prigioniero della stessa incerta metafisica che postula. Come l’aspirante corridore del paradosso di Zenone, il rappresentazionalismo non sembra mai avvicinarsi alla soluzione del problema che si è posto, poiché è intrappolato nell’impossibilità di fare un passo oltre il suo punto di partenza metafisico. Ciò che serve è un nuovo punto di partenza.
 La postulazione di entità determinate individualmente e dotate di proprietà intrinseche è il marchio della metafisica atomistica. L’atomismo arriva da Democrito. Secondo Democrito, le proprietà di tutte le cose derivano dalle proprietà delle unità atomiche più piccole (le ‘intagliabili’ o ‘inseparabili’). Sia le teorie liberali sociali sia le teorie scientifiche devono molto all’idea di un mondo composto da individui dotati di proprietà attribuibili a loro come singoli. Una rete densa di pratiche scientifiche, sociali, etiche e politiche, e la nostra comprensione delle stesse, dipende dalle varie istanze differenzianti di questa presupposizione. Molto rimane sospeso nell’oggettività, nel contestare la sua stessa inevitabile apparenza.
Niels Bohr ha vinto il premio Nobel grazie al suo modello quantistico dell’atomo, che segna l’inizio del suo contributo seminale allo sviluppo della teoria quantistica. Bohr però, in un incredibile capovolgimento dello schema intellettuale del suo antenato, esprime un rifiuto cruciale per la metafisica atomistica che considera le ‘cose’ come entità ontologiche fondamentali. Secondo Bohr, le cose non hanno proprietà o limiti intrinsecamente determinati, le parole non hanno significati intrinsecamente determinati. Bohr, inoltre, chiama in causa il vicino credo cartesiano della distinzione intrinseca tra soggetto e oggetto, e tra conoscente e conosciuto. In effetti, la filosofia-fisica di Bohr presenta una sfida radicale non solo alla fisica newtoniana, ma anche all’epistemologia cartesiana e alla sua struttura rappresentazionalista triadica, divisa in parole, soggetto conoscente e cose.
Si potrebbe dire che la cornice epistemologica sviluppata da Bohr rifiuti sia la trasparenza del linguaggio sia la trasparenza della misurazione. In modo ancor più fondamentale, però, rifiuta il presupposto che vede il linguaggio e la misurazione come capaci di svolgere le funzioni di un mediatore. Il linguaggio non rappresenta situazioni, e le misure non rappresentano stati dell’essere indipendenti dalla misurazione stessa. Bohr sviluppa la sua cornice epistemologica senza arrendersi alla disperazione del nichilismo o alle vertigini del relativismo. In modo brillante e sottile, Bohr trova un modo per trattenere la possibilità della conoscenza oggettiva, mentre le grandi strutture della fisica newtoniana e del rappresentazionalismo iniziano a sbriciolarsi.
Il distacco di Bohr da Newton, Cartesio e Democrito non si basa su ‘mere riflessioni filosofiche’ ma su nuove scoperte empiriche nell’ambito della fisica atomica, venute alla luce durante il primo quarto del ventesimo secolo. La difficoltà di Bohr nel fornire una comprensione teoretica di queste scoperte risultò nella sua radicale proposta che implicava una cornice epistemologica completamente nuova.
Sfortunatamente Bohr non esplora la cruciale dimensione ontologica delle sue intuizioni, ma piuttosto si concentra sul loro apporto epistemologico. Ho scavato a fondo nei suoi scritti per trovarvi le sue vedute ontologiche implicite, e qui vorrei elaborare, a partire da esse, lo sviluppo di un’agential realist ontology.
In questa sezione presenterò una breve panoramica degli aspetti importanti del pensiero di Bohr per poi procedere verso una sezione esplicativa dell’agential realist ontology. Tale ontologia relazionale è la base del mio pensiero performativo postumanista sui corpi materiali (sia umani che non). Ciò rifiuta l’ossessione rappresentazionalista per le parole e le cose e per le problematiche relative alla natura della loro relazione, sostenendo invece una relazionalità tra specifiche (ri)configurazioni materiali del mondo attraverso cui limiti, proprietà e significati sono differentemente interpretati (cioè le pratiche discorsive, nel mio senso postumanista del termine) e specifici fenomeni materiali (cioè differenziare i patterns of mattering). Questa relazione causale tra gli apparati della produzione corporea e il fenomeno prodotto è un’agential intra-action. I dettagli qui di seguito. Secondo Bohr, i concetti teoretici (per esempio, posizione e quantità di moto) non sono ideativi per natura, ma sono piuttosto specifiche impostazioni fisiche. Non si può presumere, per esempio, che la nozione di posizione sia un concetto astratto ben definito né si può presumere che sia un attributo singolarmente determinato di un oggetto che esiste in modo indipendente. Piuttosto, la posizione ha significato solo quando viene utilizzato un apparato con un appropriato sistema di parti fisse. Inoltre, ogni misura o posizione che utilizza questo apparato non può essere attribuita a un qualunque oggetto astratto che esiste in maniera indipendente, ma è piuttosto una proprietà del fenomeno – l’inseparabilità dell’oggetto e delle agencies misuranti. Similmente, la quantità di moto è significativa solo in quanto disposizione materiale che coinvolge una serie specifica di parti mobili. Di conseguenza l’indeterminabilità del calcolo di posizioni simultanee e quantità di moto è una questione direttamente legata all’esclusione materiale delle disposizioni di posizione e quantità di moto (dato che una richiede parti fisse, mentre la sua disposizione complementare richiede a quelle stesse parti di essere mobili).
Come sostenevo nel capitolo 3, gli oggetti indipendenti con limiti e proprietà intrinseche non sono la prima unità ontologica, ma lo sono piuttosto i fenomeni. Nella mia elaborazione realista agential, i fenomeni non segnano semplicemente l’inseparabilità epistemologica tra osservatore e osservato, o il risultato delle misurazioni. Piuttosto, i fenomeni segnano l’inseparabilità/il legame ontologico delle intra-acting ‘agencies’.
In questo senso, i fenomeni sono relazioni ontologicamente primitive – relazioni prive di relata preesistenti. La nozione di intra-action (in contrasto con la più comune ‘interazione’, che presuppone l’esistenza a priori di entità o relata indipendenti) rappresenta un profondo cambiamento concettuale. È attraverso specifiche agential intra-action che i limiti e le proprietà dei componenti dei fenomeni diventano determinanti, e particolari concetti (intesi come specifiche articolazioni materiali del mondo) diventano significativi. Le intra-action includono disposizioni materiali allargate (per esempio sistemi di pratiche materiali) che attuano un agential cut tra ‘soggetto’ e ‘oggetto’ (in contrasto con il più familiare cartesian cut che dà per scontata questa divisione). In questo senso, l’agential cut interpreta una risoluzione all’interno dei fenomeni dell’indeterminazione ontologica (e semantica) intrinseca. In altre parole i relata non esistono prima della relazione. Piuttosto, i relata-all’interno-dei-fenomeni emergono attraverso specifiche intra-action. In modo cruciale, allora, le intra-action promulgano l’agential separability – la condizione di esteriorità-all’interno-dei-fenomeni.
La nozione di agential separability è di fondamentale importanza poiché, in assenza di una classica condizione ontologica di esteriorità tra osservatore e osservato, fornisce una condizione ontologica alternativa per la possibilità di oggettività. Inoltre, l’agential cut porta avanti una struttura causale tra componenti di un fenomeno nel segnalare le ‘agencies misuranti’ (‘effetti’) attraverso l’oggetto misurato (‘causa’). È in questo senso che si può dire che la misura esprima dettagli particolari di ciò che viene misurato; così la misurazione è un’intra-action causale e non ‘un qualunque giochetto’. Di conseguenza, la nozione di intra-action sostituisce una rielaborazione della nozione tradizionale di causalità.
Procedendo nella mia elaborazione di questa agential realist ontology, sostengo che i fenomeni non siano soltanto il risultato di un esercizio di laboratorio progettato da soggetti umani. Piuttosto, i fenomeni sono patterns of mattering differenziati (‘modelli di diffrazione’) prodotti attraverso complesse agential intra-action di molteplici pratiche materiche-discorsive, o apparati di produzione corporea, dove gli apparati non sono semplici strumenti di osservazione, ma pratiche che delineano dei limiti – (ri)parametrizzazioni del mondo attraverso materiali specifici – che diventano fondamentali. Queste intra-action causali non devono coinvolgere gli umani. È infatti attraverso queste pratiche che i diversi confini tra umani e non umani, cultura e natura, scienza e sociale, si costituiscono.

I fenomeni costituiscono la realtà. La realtà è composta non da cose-in-sé o da cose-dietro-i-fenomeni, ma da cose-nei-fenomeni. Il mondo è un processo dinamico di intra-activity e materializzazione nell’attivazione di determinate strutture causali con limiti, proprietà, significati e schemi di segni sui corpi determinati. Questo continuo flusso di agency attraverso cui parte del mondo si rende diversamente intelligibile a un’altra parte del mondo e attraverso cui le strutture causali si stabilizzano e destabilizzano non ha luogo nello spazio e nel tempo, ma accade nel prodursi dello stesso spaziotempo. È attraverso specifiche agential intra-action che un senso dell’essere differenziato è attivato nel continuo flusso e riflusso dell’agency. In questo senso, è attraverso intra-action specifiche che il fenomeno diventa matter [1] – in entrambi i sensi del termine.
Il mondo è un processo aperto che crea sostanza e tramite cui la stessa creazione di sostanza acquista significato e forma, attraverso la realizzazione di diverse agential possibilities. La temporalità e la spazialità emergono in questa storicità processuale. Le relazioni di esteriorità, connettività ed esclusione vengono riconfigurate. Le topologie del mondo, trasformandosi, implicano una continua rielaborazione della nozione stessa di dinamica. La dinamica riguarda non solo il cambiamento delle proprietà nel tempo, ma ciò che è importante nella continua materializzazione di diverse topologie di spaziotempo. Il mondo è intra-activity nel suo differential mattering.
Riassumendo, le unità ontologiche primarie non sono ‘cose’ ma fenomeni – riconfigurazioni /legami/relazionalità/(re)articolazioni di dinamiche topologiche proprie del mondo. E l’unità semantica primaria non è la ‘parola’ ma le pratiche discorsivo-materiali attraverso cui i limiti (ontici e semantici) si costituiscono. Il dinamismo è agency. L’agency non è un attributo ma la continua riconfigurazione del mondo. L’universo, nel suo farsi, è agential intra-activity.
Qui di seguito, fornisco una spiegazione dettagliata di questa ontologia realista agente. Il punto di partenza è un dettagliato esame della natura degli apparati, che include due cambiamenti analitici significativi che sono importanti correzioni alla formulazione di Bohr: (1) uno spostamento dalla rappresentazione linguistica verso le pratiche discorsive; e (2) uno spostamento dalla concezione degli apparati come strutture laboratoriali prefabbricate verso una comprensione degli apparati come pratiche materiali-discorsive attraverso cui la stessa distinzione tra il sociale e lo scientifico, la natura e la cultura, viene a costituirsi.

AUTORE: Karen Barad

NOTE

[1] Come to matter in lingua inglese può essere interpretato sia come «acquisisce importanza» sia come «si fa materia» [N. d. T.].

La redazione di KABUL magazine, in collaborazione con il PAV (Parco Arte Vivente) di Torino, ha deciso di rendere disponibili le traduzioni di alcuni testi scritti dai principali studiosi del pensiero ecocentrico: Karen Barad, T. J. Demos, Donna Haraway, Bruno Latour e Jason W Moore. La raccolta di questi saggi restituirà una visione parziale sulle teorie formulate in merito alla crisi ambientale, alle sue ripercussioni e alla corrispondente produzione in ambito artistico e letterario.

In An Agential Realist Ontology, pubblicato nel 2007, Karen Barad, fisica quantistica e teorica femminista statunitense, sottolinea le limitazioni che sottintende il concetto di individualità, a partire  dalla sua dipendenza a categorie binarie adottate dalla società come convenzioni utili alla circoscrizione dell’individuo entro determinati confini (Cf. Pensiero affabulante, simbiosi e intra-actions: benvenuti nello Chthulucene!). A partire dalla ridefinizione del modello quantistico dell’atomo proposto da Niels Bohr, l’autrice introduce il termine intra-action spiegando come la rete di relazioni con cui l’individuo entra in contatto non porti alla costituzione di caratteristiche fisse ma alla loro destabilizzazione.

Di seguito la traduzione di un estratto di An Agential Realist Ontology.
Rif. bibl.: K. Barad, Meeting the Universe Halfway, Duke University Press, 2007, pp. 137-141.

 

AUTORE: KABUL magazine

***

«La realtà è più grande di noi».
(Ian Hacking, Representing and Intervening)

«Credo che sia proprio il mondo ciò che si perde nelle dottrine della rappresentazione e dell’oggettività scientifica».
(Donna Haraway, The Promises of Monsters)

Il rappresentazionalismo prende come fondamento il concetto di separazione. Separa il mondo nei domini ontologicamente disgiunti delle parole e delle cose, ponendosi di fronte al dilemma del connettere le due, così da rendere possibile il linguaggio. Se le parole sono slegate dal mondo materiale, come possono prendere piede le rappresentazioni? Se non crediamo più che il mondo brulichi di somiglianze intrinseche le cui caratteristiche sono già inscritte sulla superficie del globo, cose già riempite di segni, parole che attendono come infiniti granelli di sabbia su una spiaggia in attesa di essere scoperte, ma piuttosto che il soggetto conoscente sia invischiato in una spessa rete di rappresentazioni tale che la mente non possa vedere la strada verso gli oggetti, che sono dunque per sempre fuori portata, e che tutto ciò che c’è di visibile è l’appiccicoso problema della cattività dell’uomo all’interno del linguaggio, allora diventa evidente come il rappresentazionalismo sia prigioniero della stessa incerta metafisica che postula. Come l’aspirante corridore del paradosso di Zenone, il rappresentazionalismo non sembra mai avvicinarsi alla soluzione del problema che si è posto, poiché è intrappolato nell’impossibilità di fare un passo oltre il suo punto di partenza metafisico. Ciò che serve è un nuovo punto di partenza.
 La postulazione di entità determinate individualmente e dotate di proprietà intrinseche è il marchio della metafisica atomistica. L’atomismo arriva da Democrito. Secondo Democrito, le proprietà di tutte le cose derivano dalle proprietà delle unità atomiche più piccole (le ‘intagliabili’ o ‘inseparabili’). Sia le teorie liberali sociali sia le teorie scientifiche devono molto all’idea di un mondo composto da individui dotati di proprietà attribuibili a loro come singoli. Una rete densa di pratiche scientifiche, sociali, etiche e politiche, e la nostra comprensione delle stesse, dipende dalle varie istanze differenzianti di questa presupposizione. Molto rimane sospeso nell’oggettività, nel contestare la sua stessa inevitabile apparenza.
Niels Bohr ha vinto il premio Nobel grazie al suo modello quantistico dell’atomo, che segna l’inizio del suo contributo seminale allo sviluppo della teoria quantistica. Bohr però, in un incredibile capovolgimento dello schema intellettuale del suo antenato, esprime un rifiuto cruciale per la metafisica atomistica che considera le ‘cose’ come entità ontologiche fondamentali. Secondo Bohr, le cose non hanno proprietà o limiti intrinsecamente determinati, le parole non hanno significati intrinsecamente determinati. Bohr, inoltre, chiama in causa il vicino credo cartesiano della distinzione intrinseca tra soggetto e oggetto, e tra conoscente e conosciuto. In effetti, la filosofia-fisica di Bohr presenta una sfida radicale non solo alla fisica newtoniana, ma anche all’epistemologia cartesiana e alla sua struttura rappresentazionalista triadica, divisa in parole, soggetto conoscente e cose.
Si potrebbe dire che la cornice epistemologica sviluppata da Bohr rifiuti sia la trasparenza del linguaggio sia la trasparenza della misurazione. In modo ancor più fondamentale, però, rifiuta il presupposto che vede il linguaggio e la misurazione come capaci di svolgere le funzioni di un mediatore. Il linguaggio non rappresenta situazioni, e le misure non rappresentano stati dell’essere indipendenti dalla misurazione stessa. Bohr sviluppa la sua cornice epistemologica senza arrendersi alla disperazione del nichilismo o alle vertigini del relativismo. In modo brillante e sottile, Bohr trova un modo per trattenere la possibilità della conoscenza oggettiva, mentre le grandi strutture della fisica newtoniana e del rappresentazionalismo iniziano a sbriciolarsi.
Il distacco di Bohr da Newton, Cartesio e Democrito non si basa su ‘mere riflessioni filosofiche’ ma su nuove scoperte empiriche nell’ambito della fisica atomica, venute alla luce durante il primo quarto del ventesimo secolo. La difficoltà di Bohr nel fornire una comprensione teoretica di queste scoperte risultò nella sua radicale proposta che implicava una cornice epistemologica completamente nuova.
Sfortunatamente Bohr non esplora la cruciale dimensione ontologica delle sue intuizioni, ma piuttosto si concentra sul loro apporto epistemologico. Ho scavato a fondo nei suoi scritti per trovarvi le sue vedute ontologiche implicite, e qui vorrei elaborare, a partire da esse, lo sviluppo di un’agential realist ontology.
In questa sezione presenterò una breve panoramica degli aspetti importanti del pensiero di Bohr per poi procedere verso una sezione esplicativa dell’agential realist ontology. Tale ontologia relazionale è la base del mio pensiero performativo postumanista sui corpi materiali (sia umani che non). Ciò rifiuta l’ossessione rappresentazionalista per le parole e le cose e per le problematiche relative alla natura della loro relazione, sostenendo invece una relazionalità tra specifiche (ri)configurazioni materiali del mondo attraverso cui limiti, proprietà e significati sono differentemente interpretati (cioè le pratiche discorsive, nel mio senso postumanista del termine) e specifici fenomeni materiali (cioè differenziare i patterns of mattering). Questa relazione causale tra gli apparati della produzione corporea e il fenomeno prodotto è un’agential intra-action. I dettagli qui di seguito. Secondo Bohr, i concetti teoretici (per esempio, posizione e quantità di moto) non sono ideativi per natura, ma sono piuttosto specifiche impostazioni fisiche. Non si può presumere, per esempio, che la nozione di posizione sia un concetto astratto ben definito né si può presumere che sia un attributo singolarmente determinato di un oggetto che esiste in modo indipendente. Piuttosto, la posizione ha significato solo quando viene utilizzato un apparato con un appropriato sistema di parti fisse. Inoltre, ogni misura o posizione che utilizza questo apparato non può essere attribuita a un qualunque oggetto astratto che esiste in maniera indipendente, ma è piuttosto una proprietà del fenomeno – l’inseparabilità dell’oggetto e delle agencies misuranti. Similmente, la quantità di moto è significativa solo in quanto disposizione materiale che coinvolge una serie specifica di parti mobili. Di conseguenza l’indeterminabilità del calcolo di posizioni simultanee e quantità di moto è una questione direttamente legata all’esclusione materiale delle disposizioni di posizione e quantità di moto (dato che una richiede parti fisse, mentre la sua disposizione complementare richiede a quelle stesse parti di essere mobili).
Come sostenevo nel capitolo 3, gli oggetti indipendenti con limiti e proprietà intrinseche non sono la prima unità ontologica, ma lo sono piuttosto i fenomeni. Nella mia elaborazione realista agential, i fenomeni non segnano semplicemente l’inseparabilità epistemologica tra osservatore e osservato, o il risultato delle misurazioni. Piuttosto, i fenomeni segnano l’inseparabilità/il legame ontologico delle intra-acting ‘agencies’.
In questo senso, i fenomeni sono relazioni ontologicamente primitive – relazioni prive di relata preesistenti. La nozione di intra-action (in contrasto con la più comune ‘interazione’, che presuppone l’esistenza a priori di entità o relata indipendenti) rappresenta un profondo cambiamento concettuale. È attraverso specifiche agential intra-action che i limiti e le proprietà dei componenti dei fenomeni diventano determinanti, e particolari concetti (intesi come specifiche articolazioni materiali del mondo) diventano significativi. Le intra-action includono disposizioni materiali allargate (per esempio sistemi di pratiche materiali) che attuano un agential cut tra ‘soggetto’ e ‘oggetto’ (in contrasto con il più familiare cartesian cut che dà per scontata questa divisione). In questo senso, l’agential cut interpreta una risoluzione all’interno dei fenomeni dell’indeterminazione ontologica (e semantica) intrinseca. In altre parole i relata non esistono prima della relazione. Piuttosto, i relata-all’interno-dei-fenomeni emergono attraverso specifiche intra-action. In modo cruciale, allora, le intra-action promulgano l’agential separability – la condizione di esteriorità-all’interno-dei-fenomeni.
La nozione di agential separability è di fondamentale importanza poiché, in assenza di una classica condizione ontologica di esteriorità tra osservatore e osservato, fornisce una condizione ontologica alternativa per la possibilità di oggettività. Inoltre, l’agential cut porta avanti una struttura causale tra componenti di un fenomeno nel segnalare le ‘agencies misuranti’ (‘effetti’) attraverso l’oggetto misurato (‘causa’). È in questo senso che si può dire che la misura esprima dettagli particolari di ciò che viene misurato; così la misurazione è un’intra-action causale e non ‘un qualunque giochetto’. Di conseguenza, la nozione di intra-action sostituisce una rielaborazione della nozione tradizionale di causalità.
Procedendo nella mia elaborazione di questa agential realist ontology, sostengo che i fenomeni non siano soltanto il risultato di un esercizio di laboratorio progettato da soggetti umani. Piuttosto, i fenomeni sono patterns of mattering differenziati (‘modelli di diffrazione’) prodotti attraverso complesse agential intra-action di molteplici pratiche materiche-discorsive, o apparati di produzione corporea, dove gli apparati non sono semplici strumenti di osservazione, ma pratiche che delineano dei limiti – (ri)parametrizzazioni del mondo attraverso materiali specifici – che diventano fondamentali. Queste intra-action causali non devono coinvolgere gli umani. È infatti attraverso queste pratiche che i diversi confini tra umani e non umani, cultura e natura, scienza e sociale, si costituiscono.

I fenomeni costituiscono la realtà. La realtà è composta non da cose-in-sé o da cose-dietro-i-fenomeni, ma da cose-nei-fenomeni. Il mondo è un processo dinamico di intra-activity e materializzazione nell’attivazione di determinate strutture causali con limiti, proprietà, significati e schemi di segni sui corpi determinati. Questo continuo flusso di agency attraverso cui parte del mondo si rende diversamente intelligibile a un’altra parte del mondo e attraverso cui le strutture causali si stabilizzano e destabilizzano non ha luogo nello spazio e nel tempo, ma accade nel prodursi dello stesso spaziotempo. È attraverso specifiche agential intra-action che un senso dell’essere differenziato è attivato nel continuo flusso e riflusso dell’agency. In questo senso, è attraverso intra-action specifiche che il fenomeno diventa matter [1] – in entrambi i sensi del termine.
Il mondo è un processo aperto che crea sostanza e tramite cui la stessa creazione di sostanza acquista significato e forma, attraverso la realizzazione di diverse agential possibilities. La temporalità e la spazialità emergono in questa storicità processuale. Le relazioni di esteriorità, connettività ed esclusione vengono riconfigurate. Le topologie del mondo, trasformandosi, implicano una continua rielaborazione della nozione stessa di dinamica. La dinamica riguarda non solo il cambiamento delle proprietà nel tempo, ma ciò che è importante nella continua materializzazione di diverse topologie di spaziotempo. Il mondo è intra-activity nel suo differential mattering.
Riassumendo, le unità ontologiche primarie non sono ‘cose’ ma fenomeni – riconfigurazioni /legami/relazionalità/(re)articolazioni di dinamiche topologiche proprie del mondo. E l’unità semantica primaria non è la ‘parola’ ma le pratiche discorsivo-materiali attraverso cui i limiti (ontici e semantici) si costituiscono. Il dinamismo è agency. L’agency non è un attributo ma la continua riconfigurazione del mondo. L’universo, nel suo farsi, è agential intra-activity.
Qui di seguito, fornisco una spiegazione dettagliata di questa ontologia realista agente. Il punto di partenza è un dettagliato esame della natura degli apparati, che include due cambiamenti analitici significativi che sono importanti correzioni alla formulazione di Bohr: (1) uno spostamento dalla rappresentazione linguistica verso le pratiche discorsive; e (2) uno spostamento dalla concezione degli apparati come strutture laboratoriali prefabbricate verso una comprensione degli apparati come pratiche materiali-discorsive attraverso cui la stessa distinzione tra il sociale e lo scientifico, la natura e la cultura, viene a costituirsi.

AUTORE: Karen Barad

NOTE

[1] Come to matter in lingua inglese può essere interpretato sia come «acquisisce importanza» sia come «si fa materia» [N. d. T.].