Act 1 

«This challenged us to operate at the edge of something inexplicable; at the border where art ends and documentation begins; where fiction is no longer the opposite of the reality; where thoughts turn into stories and vice versa».[1]

Dalla crisi della modernità nel secondo dopoguerra abbiamo assistito allo sforzo continuo di comprendere e raccontare la società in cui viviamo, cercando di definirla in maniera precisa e talora dogmatica: ‘Age of Anxiety’,[2] ‘Società del rischio’,[3] ‘Nuovo medioevo’ e la più recente ‘Age of Earthquakes’[4] sono solo alcuni di questi tentativi, che spesso si sono rivelati errati nella loro volontà di essere totalizzanti. Lo stesso Ulrich Beck, dopo tredici anni da La società del rischio. Verso una seconda modernità (1986), riconosce come certe sue valutazioni si siano dimostrate imprecise, discutendo alcune delle critiche che le sue teorie avevano suscitato nel successivo La società globale del rischio (1999). A tale proposito, il filosofo e attivista statunitense Noam Chomsky ha coniato la definizione di ‘problema di Orwell’,[5] secondo cui l’altissimo grado di complessità dell’epoca che stiamo vivendo rende impossibile comprendere le norme e le convenzioni che la governano, nonostante la vastità di conoscenze, dati e strumenti a nostra disposizione. Ci troviamo quindi ad affrontare un importante paradosso: nell’era in cui abbiamo a disposizione la più alta quantità di informazioni della storia, fatichiamo a recepirle, assimilarle ed elaborarle.

Ci si chiede in che modo l’architetto si sia immerso all’interno dell’ iper-complessità e della non prevedibilità della società contemporanea, caratterizzata da questo stato di dubbio permanente. Oggi, il dibattito culturale sulle pratiche spaziali vive di trend temporanei che nascono e muoiono con una rapidità inaspettata. All’interno dell’ormai altissimo numero di biennali, magazine e symposium, i vari topic affrontati si consumano rapidamente passando per un dibattito che, trasmesso per immagini, si sposta sui vari social network (Facebook, Instagram, Twitter, Pinterest, …), rischiando di non approfondire adeguatamente i temi trattati. Al tempo stesso la figura del progettista è messa in crisi e confinata in una posizione marginale. Le città si sono trasformate in arene in cui forze di mercato e tensioni economiche e finanziarie impediscono ragionamenti svincolati dagli interessi delle odierne plutocrazie. Ci si dirige verso una ‘depoliticizzazione’ delle città e degli enti che le governano, sminuendo ruolo e potenzialità dell’architetto, privato ormai del proprio substrato teorico e ideologico. Come può allora oggi reagire la ‘cultura del progetto’ a questa condizione e ritrovare il suo ruolo critico, politico ed etico? Nell’era della ‘Proceleration’,[6] in cui qualsiasi teoria sembra essere sempre errata e già finita prima ancora di essere formulata, la sfida consiste nel capire come l’architetto debba riconfigurare il proprio approccio e la propria professione. Per ritrovare la propria dimensione critica e politica, l’architettura deve tentare di comprendere in che modo si possa interagire con una società, come questa, imprevedibile e che elabora quotidianamente nuove leggi.

Act 2

«The consumerist culture insists that swearing eternal loyalty to anything and anybody is imprudent, since in this world new glittering opportunities crop up daily».[7]

Nel 1969, in un periodo storico caratterizzato da grandi trasformazioni e da uno stato di incertezza simile a quello dei giorni nostri, Christopher Booker scrive The Neophiliacs, utilizzando il termine per definire un soggetto caratterizzato dalla ricerca ossessiva per la novità. Il testo, sottotitolato The Revolution in English Life in the Fifties and Sixties, si pone l’obiettivo di rileggere criticamente la grande trasformazione culturale e sociale della Gran Bretagna di quel periodo, utilizzando il termine ‘neofiliaco’ in accezione negativa. Nel testo, Booker reagisce fortemente all’esplosione della cultura giovanile e alle rivoluzioni scientifiche. Dal suo punto di vista, tali trasformazioni sarebbero dovute a una mania mentale che caratterizza il profilo del neofiliaco, a una condizione psicologica tipica di quei soggetti capaci di adattarsi rapidamente ai cambiamenti estremi e a rifiutare la tradizione e la ripetizione, facendo dell’agitazione e del sovvertimento delle consuetudini sociali i loro strumenti di azione.

Se Booker guarda al Neofiliaco con occhio – potremmo dire – ‘neofobo’, Eric Steven Raymond, sviluppatore di software Open Source e autore di The Cathedral and the Bazaar (1999), abbraccia invece le potenzialità che il termine riveste. Raymond riconosce infatti l’influenza di questo spirito in alcuni campi di ricerca, tra cui la computer science e lo sviluppo tecnologico, spiegando come i velocissimi progressi in questi ambiti siano proprio opera dello ‘spirito di neofilia’. L’avversione del neofiliaco per la normalità porterebbe i soggetti al di fuori delle comuni aree dell’interesse umano, spingendoli in territori inesplorati. Nel 1996, nel suo The New Hacker’s Dictionary, Raymond dà una definizione del termine indicando tale inclinazione comune alla maggior parte degli hackers, cultori del mondo Sci-Fi e membri di numerose sottoculture all’avanguardia, tra cui i sostenitori del movimento Whole Earth per l’ecologia, attivisti, vari membri del Mensa e del movimento clandestino neopagano del Discordianesimo.[8] Il suo atto di scrittura e definizione del linguaggio di una cultura neofita che si stava formando ci rimanda a qualcosa di primordiale e, al tempo stesso, sublime. È l’atto assoluto e originario di neofilia, al pari dello sforzo compiuto dai primi uomini sulla Terra di dare forma a delle modalità di espressione e comunicazione di significati. Rappresenta la più grande azione sovversiva nei confronti di una condizione esistenziale data, aprendone nuovi orizzonti, costringendola a evolversi.

«A neophile is distinct from a revolutionary in that anyone might become a revolutionary if pushed far enough by the reigning authorities or social norms, whereas neophiles are revolutionaries by nature. Their intellectual abhorrence of tradition and repetition usually bemoans a deeper emotional need for constant novelty and change. The meaning of neophile approaches and is not mutually exclusive to the term visionary, but differs in that a neophile actively seeks first-hand experience of novelty rather than merely pontificating about it».[9]

Possiamo immaginare l’architetto neofiliaco come figura in grado di operare all’interno della pratica riformandola? Per intervenire nella complessità del mondo contemporaneo è necessario immaginare una teorizzazione malleabile adatta al continuo mutamento. Vivendo e operando, consapevolmente e per natura, nel dubbio perenne, il neofiliaco si dimostra la figura capace di tale intervento. L’architetto è il neofiliaco per eccellenza, essendo l’architettura l’atto di antropizzazione primario e originario del mondo. Essa nasce nel momento stesso in cui l’uomo primitivo comincia a dar forma al suo rifugio, ai propri manufatti e strumenti, ibridando ciò che la natura gli offre e intervenendo su di essa, plasmandola. La necessità di atti neofiliaci cresce quindi all’interno di una condizione di necessità e di uno stato di crisi. Nei momenti di instabilità è come se il neofiliaco ritornasse all’anno zero, terreno fertile per il suo operato. Guardando all’attuale momento di incertezza che il dibattito sulle pratiche spaziali sta vivendo, l’architetto neofiliaco deve distruggere del tutto e continuamente il presente attraverso una ricerca compulsiva del nuovo e utilizzando un’incessante critica politicamente scorretta e perentoria. Paradossalmente, dev’essere consapevole del fallimento insito nell’elaborazione di ogni sua teoria – morta nel momento stesso in cui è definita, a causa della rapidità del cambiamento. Sarà quindi costretto a rifiutare qualsiasi ortodossia, optando per una tattica continuamente esplorativa, un «sistema pulviscolare di ipotesi e sperimentazioni anarchiche».[10] Nella sua ricerca spasmodica del nuovo, dovrà assumere posizioni mutevoli, vivendo nel limbo della pratica di distruzione e riformulazione. La sua abilità starà nel lavorare nell’ombra, creando conflitto e cambiando terreno d’azione ogni qual volta la normalità vorrà ingoiarlo per codificare la sua visione e trasformarla in consuetudine. L’architetto neofiliaco non sarà mai dogmatico, non potrà avere punti fermi, dovrà essere lui stesso in continua mutazione, pronto a scavalcare la barricata quando una visione risulterà non più appropriata ma obsoleta.

Act 3

«Regardless of the eventual conclusion arrived at by the geo-scientific community of experts considering the merit of this new era, the concept of the Anthropocene affords contemporary scholars, activists, and designers a unique opportunity to reevaluate the terms of theory and practice which have been inherited from modernity. Not least among these inheritances is the assumption of an ontological distinction between human culture and nature».[11]

In che ordine di grandezza e con che profondità il neofiliaco può mettere in dubbio le origini e i fondamenti stessi dell’architettura? Con l’identificazione dell’Antropocene, che impone di riguardare in maniera critica al processo di antropizzazione del pianeta, la prima questione da affrontare è accettare l’architettura stessa come il mezzo di addomesticamento per eccellenza – prima della natura, poi dell’uomo stesso. Ci si scontra così con la violenza insita nell’atto di dare forma allo spazio. L’architetto agisce in ambito urbano delimitando, definendo ed eliminando le parti che devono e non devono mantenere certi comportamenti. Nel secondo dopoguerra il carattere di condizionamento dei comportamenti umani, che era stato in precedenza particolarmente enfatizzato dall’esperimento del moderno e riconoscibile nella tipizzazione funzionale dell’agire umano, viene fortemente contestato. Il movimento moderno in generale, i suoi rappresentanti e le loro teorie, vengono criticate e messe in dubbio. Friedensreich Hundertwasser, pittore e architetto austriaco, che si autodefinisce ‘medico dell’architettura’, rappresenta un caso particolarmente estremo. Nel 1953 pubblica il suo Mouldiness Manifesto: Against Rationalism In Architecture, in cui denuncia il carattere violento e totalizzante dell’architettura razionale, di cui ha esperienza nella sua Vienna, opponendo una nuova corrente chiamata ‘Transautomatism’. Il carattere di cui Hundertwasser accusa l’architettura è il suo essere artificio e automatismo, invocando una rivolta contro il confinamento della vita in ‘edifici cubici’ che sono alieni alla natura umana. Secondo Hundertwasser, l’architettura dovrebbe recuperare il suo legame con il mondo naturale, anziché distaccarsene.

«The time has come for the people to rebel against their confinement in cubical constructions (like chickens or rabbits in cages, a confinement which is basically alien to human nature».[12]

Quindici anni più tardi, nel 1968, in Los Von Loos. A Law Permitting Individual Building Alterations. Architecture-Boycott Manifesto, continua la sua invettiva contro la linea retta, definendola «the only line which does not correspond to man as the image of God. The straight line is a true tool of the devil».[13] E accusa il suo concittadino Adolf Loos di aver portato atrocità nel mondo con il suo saggio Ornamento e delitto scritto nel 1908.

«No doubt he meant well. Adolf Hitler meant well, too. But Adolf Loos was incapable of thinking 50 years ahead. The world will never be rid of the evil he invoked. It is the duty of myself and all of us to be the first to recognise and combat the catastrophe unleashed in Austria sixty years ago».[14]

Ma nei suoi pochi pittoreschi edifici, le uniche modalità per rimediare agli errori dei suoi predecessori consistono nel convertire le rigorose geometrie del movimento moderno in morbide forme organiche, inserendo uno sfrenato uso del colore. Nella delirante critica di Hundertwasser si riconoscono, tuttavia, alcuni caratteri dell’architetto neofiliaco, che in maniera violenta attacca per distruggere e riformulare nuovamente, senza tuttavia preoccuparsi di definire con esattezza e scientificità il punto d’approdo. L’agire di Hundertwasser rivela un carattere fondamentale del neofiliaco, che, nel rifiutare la costruzione di nuove ortodossie, offre una critica forte, accendendo una miccia. Il suo ‘Transautomatism’ è una teoria senza fondamento che non pretende di essere un nuovo dogma.

La teoria totalizzante è fortemente rifiutata dal neofiliaco. All’interno della sua critica c’è qualcosa che dovrebbe sembrare ovvio: riconoscere l’architettura come artificio in opposizione alla natura, in quanto violento addomesticamento e pseudo-civilizzazione. L’eterno contro-progetto del neofiliaco deve prima di tutto scagliarsi contro questo carattere.

Si può guardare a un’architettura della non-domesticazione? Un’architettura del selvatico, del bosco, del deserto? Il periodo storico che stiamo vivendo, assieme alle sue ansie e preoccupazioni, ci obbliga a mettere in dubbio prima di tutto il ruolo che l’architettura ha nei confronti dell’uomo, del suo habitat e dell’intera biosfera. Il neofiliaco costituisce il soggetto capace di questa azione, superando i limiti dettati da una condizione politica, culturale, economica e sociale complessa da gestire. Come definito da m-a-u-s-e-r, «collettivo composto da Asli Serbest e Mona Mahall nel 2007 con l’obiettivo di riflettere e produrre architettura in e attraverso differenti media»,[15] l’architetto è sempre stato una figura ‘eroica’ di crisi – secondo l’accezione etimologica di ‘momento di decisione’. La stessa condizione di crisi corrisponde al suo habitat naturale in cui è capace di muoversi, agire e prendere appunto una decisione in una situazione incerta. La crisi che stiamo affrontando, dichiara il collettivo, «è una crisi della crisi che non ci permette più di credere in figure eroiche, ma prova ad evitare l’incertezza tramite la professionalizzazione e la burocratizzazione», approdando alla neofiliaca domanda: «possiamo reinventare l’architetto in quanto figura debole per renderlo più forte?»[16] L’architetto deve essere necessariamente neofiliaco, mettendo in dubbio se stesso e la disciplina che rappresenta. È necessario creare uno stato di conflitto che possa aiutare la professione a compiere un salto radicale, simile a quello compiuto dal Movimento Moderno ai suoi albori, visibile nell’idea di un’«architettura della prima età della macchina», o nel neofiliaco atto lecorbusieriano di distruggere la vecchia Parigi. Sono state queste le basi per la creazione di un grado zero, dando il via libera all’avvento di nuovi paradigmi.

È necessario uno shock, un certo grado di stupore, per mettere in dubbio le modalità della pratica architettonica costringendola così a evolversi. Occorre mettere in dubbio l’architettura in quanto atto violento di antropizzazione, responsabile del significativo impatto umano sul pianeta, in cui l’uomo stesso si dimostra artefice di un futuro «incombente di miseria, schiavitù e guerra».[17] Per compiere questo passaggio l’architetto deve cominciare a operare con strumenti diversi, abbandonando la fiducia nel ‘progetto costruito’ e nell’architettura in sé, che non possono più essere svincolati dagli interessi e dalle catene della massima efficienza e del massimo profitto. Se accettiamo questo passaggio, sarà semplice capire che occorre concentrarsi sul riprogettare la pratica in sé attraverso il superamento continuo e il rifiuto di qualsiasi nuova visione totalitaria.

 

AUTORE: Parasite2.0 (Stefano Colombo, Eugenio Cosentino, Luca Marullo)

 

BIBLIOGRAFIA

W. H. Auden, The Age of Anxiety, Random House, New Jersey, 1947.

S. Basar, D. Coupland, H. U. Obrist, The Age of Earthquakes, Penguin Books, London 2015.

Z. Bauman, Liquid Times: Living in an Age of Uncertainty, Polity, Cambridge 2007.

U. Beck, Risk Society. Towards a New Modernity, SAGE Publications, London 1992.

A. Branzi, La metropoli primitiva, Fortino Editions, Miami 2014

N. Chomsky, C. Otero, Chomsky on Democracy & Education, Routledge, New York 2002.

E. S. Raymond, The New Hacker’s Dictionary, The MIT Press, London 1996.

S. Scheidegger, Without a viewer, Random Institute, Bermuda 2012.

E. Turpin, Architecture in the Anthropocene, Open Humanities Press, Michigan 2013.

 

SITOGRAFIA

L. Marullo. Interview with m-a-u-s-e-r, ATP Diary, 13 Ottobre 2015.

F. Hundertwasser, Mouldiness Manifesto against Rationalism in Architecture.

Parasite2.0, Interview with Franco Bifo Berardi Interview, Super-scarcity, 14 Ottobre 2015.

 

NOTE

[1] S. Scheidegger, Without a viewer, Random Institute, Bermuda 2012, p.94.

[2] Cf. W. H. Auden, The Age of Anxiety, Random House, New Jersey, 1947.

[3] Cf. U. Beck, Risk Society. Towards a New Modernity, SAGE Publications, London 1992.

[4] Cf. S. Basar, D. Coupland, H. U. Obrist, The Age of Earthquakes, Penguin Books, London 2015.

[5] Cf. N. Chomsky, C. Otero, Chomsky on Democracy & Education, Routledge, New York 2002.

[6] Cf. Basar, Coupland, Obrist, cit., p. 51.

[7] Z. Bauman, Liquid Times: Living in an Age of Uncertainty, Polity, Cambridge 2007, p. 72.

[8] Cf. E. S. Raymond, The New Hacker’s Dictionary, The MIT Press, London 1996.

[9] Cf. definizione di ‘Neophile’, Wikipedia.

[10] A. Branzi, La metropoli primitiva, Fortino Editions, Miami 2014, p.19.

[11] E. Turpin, Architecture in the Anthropocene, Open Humanities Press, Michigan 2013, p. 3.

[12] F. Hundertwasser, Mouldiness Manifesto against Rationalism in Architecture.

[13] Ibid.

[14] Ibid.

[15] L. Marullo. Interview with m-a-u-s-e-r, ATP Diary, 13 Ottobre 2015.

[16] Parasite2.0, Interview with Franco Bifo Berardi Interview, Super-scarcity, 14 Ottobre 2015.

[17] Ivi.

*Originariamente pubblicato su Trans n.28

Act 1 

«This challenged us to operate at the edge of something inexplicable; at the border where art ends and documentation begins; where fiction is no longer the opposite of the reality; where thoughts turn into stories and vice versa».[1]

Dalla crisi della modernità nel secondo dopoguerra abbiamo assistito allo sforzo continuo di comprendere e raccontare la società in cui viviamo, cercando di definirla in maniera precisa e talora dogmatica: ‘Age of Anxiety’,[2] ‘Società del rischio’,[3] ‘Nuovo medioevo’ e la più recente ‘Age of Earthquakes’[4] sono solo alcuni di questi tentativi, che spesso si sono rivelati errati nella loro volontà di essere totalizzanti. Lo stesso Ulrich Beck, dopo tredici anni da La società del rischio. Verso una seconda modernità (1986), riconosce come certe sue valutazioni si siano dimostrate imprecise, discutendo alcune delle critiche che le sue teorie avevano suscitato nel successivo La società globale del rischio (1999). A tale proposito, il filosofo e attivista statunitense Noam Chomsky ha coniato la definizione di ‘problema di Orwell’,[5] secondo cui l’altissimo grado di complessità dell’epoca che stiamo vivendo rende impossibile comprendere le norme e le convenzioni che la governano, nonostante la vastità di conoscenze, dati e strumenti a nostra disposizione. Ci troviamo quindi ad affrontare un importante paradosso: nell’era in cui abbiamo a disposizione la più alta quantità di informazioni della storia, fatichiamo a recepirle, assimilarle ed elaborarle.

Ci si chiede in che modo l’architetto si sia immerso all’interno dell’ iper-complessità e della non prevedibilità della società contemporanea, caratterizzata da questo stato di dubbio permanente. Oggi, il dibattito culturale sulle pratiche spaziali vive di trend temporanei che nascono e muoiono con una rapidità inaspettata. All’interno dell’ormai altissimo numero di biennali, magazine e symposium, i vari topic affrontati si consumano rapidamente passando per un dibattito che, trasmesso per immagini, si sposta sui vari social network (Facebook, Instagram, Twitter, Pinterest, …), rischiando di non approfondire adeguatamente i temi trattati. Al tempo stesso la figura del progettista è messa in crisi e confinata in una posizione marginale. Le città si sono trasformate in arene in cui forze di mercato e tensioni economiche e finanziarie impediscono ragionamenti svincolati dagli interessi delle odierne plutocrazie. Ci si dirige verso una ‘depoliticizzazione’ delle città e degli enti che le governano, sminuendo ruolo e potenzialità dell’architetto, privato ormai del proprio substrato teorico e ideologico. Come può allora oggi reagire la ‘cultura del progetto’ a questa condizione e ritrovare il suo ruolo critico, politico ed etico? Nell’era della ‘Proceleration’,[6] in cui qualsiasi teoria sembra essere sempre errata e già finita prima ancora di essere formulata, la sfida consiste nel capire come l’architetto debba riconfigurare il proprio approccio e la propria professione. Per ritrovare la propria dimensione critica e politica, l’architettura deve tentare di comprendere in che modo si possa interagire con una società, come questa, imprevedibile e che elabora quotidianamente nuove leggi.

Act 2

«The consumerist culture insists that swearing eternal loyalty to anything and anybody is imprudent, since in this world new glittering opportunities crop up daily».[7]

Nel 1969, in un periodo storico caratterizzato da grandi trasformazioni e da uno stato di incertezza simile a quello dei giorni nostri, Christopher Booker scrive The Neophiliacs, utilizzando il termine per definire un soggetto caratterizzato dalla ricerca ossessiva per la novità. Il testo, sottotitolato The Revolution in English Life in the Fifties and Sixties, si pone l’obiettivo di rileggere criticamente la grande trasformazione culturale e sociale della Gran Bretagna di quel periodo, utilizzando il termine ‘neofiliaco’ in accezione negativa. Nel testo, Booker reagisce fortemente all’esplosione della cultura giovanile e alle rivoluzioni scientifiche. Dal suo punto di vista, tali trasformazioni sarebbero dovute a una mania mentale che caratterizza il profilo del neofiliaco, a una condizione psicologica tipica di quei soggetti capaci di adattarsi rapidamente ai cambiamenti estremi e a rifiutare la tradizione e la ripetizione, facendo dell’agitazione e del sovvertimento delle consuetudini sociali i loro strumenti di azione.

Se Booker guarda al Neofiliaco con occhio – potremmo dire – ‘neofobo’, Eric Steven Raymond, sviluppatore di software Open Source e autore di The Cathedral and the Bazaar (1999), abbraccia invece le potenzialità che il termine riveste. Raymond riconosce infatti l’influenza di questo spirito in alcuni campi di ricerca, tra cui la computer science e lo sviluppo tecnologico, spiegando come i velocissimi progressi in questi ambiti siano proprio opera dello ‘spirito di neofilia’. L’avversione del neofiliaco per la normalità porterebbe i soggetti al di fuori delle comuni aree dell’interesse umano, spingendoli in territori inesplorati. Nel 1996, nel suo The New Hacker’s Dictionary, Raymond dà una definizione del termine indicando tale inclinazione comune alla maggior parte degli hackers, cultori del mondo Sci-Fi e membri di numerose sottoculture all’avanguardia, tra cui i sostenitori del movimento Whole Earth per l’ecologia, attivisti, vari membri del Mensa e del movimento clandestino neopagano del Discordianesimo.[8] Il suo atto di scrittura e definizione del linguaggio di una cultura neofita che si stava formando ci rimanda a qualcosa di primordiale e, al tempo stesso, sublime. È l’atto assoluto e originario di neofilia, al pari dello sforzo compiuto dai primi uomini sulla Terra di dare forma a delle modalità di espressione e comunicazione di significati. Rappresenta la più grande azione sovversiva nei confronti di una condizione esistenziale data, aprendone nuovi orizzonti, costringendola a evolversi.

«A neophile is distinct from a revolutionary in that anyone might become a revolutionary if pushed far enough by the reigning authorities or social norms, whereas neophiles are revolutionaries by nature. Their intellectual abhorrence of tradition and repetition usually bemoans a deeper emotional need for constant novelty and change. The meaning of neophile approaches and is not mutually exclusive to the term visionary, but differs in that a neophile actively seeks first-hand experience of novelty rather than merely pontificating about it».[9]

Possiamo immaginare l’architetto neofiliaco come figura in grado di operare all’interno della pratica riformandola? Per intervenire nella complessità del mondo contemporaneo è necessario immaginare una teorizzazione malleabile adatta al continuo mutamento. Vivendo e operando, consapevolmente e per natura, nel dubbio perenne, il neofiliaco si dimostra la figura capace di tale intervento. L’architetto è il neofiliaco per eccellenza, essendo l’architettura l’atto di antropizzazione primario e originario del mondo. Essa nasce nel momento stesso in cui l’uomo primitivo comincia a dar forma al suo rifugio, ai propri manufatti e strumenti, ibridando ciò che la natura gli offre e intervenendo su di essa, plasmandola. La necessità di atti neofiliaci cresce quindi all’interno di una condizione di necessità e di uno stato di crisi. Nei momenti di instabilità è come se il neofiliaco ritornasse all’anno zero, terreno fertile per il suo operato. Guardando all’attuale momento di incertezza che il dibattito sulle pratiche spaziali sta vivendo, l’architetto neofiliaco deve distruggere del tutto e continuamente il presente attraverso una ricerca compulsiva del nuovo e utilizzando un’incessante critica politicamente scorretta e perentoria. Paradossalmente, dev’essere consapevole del fallimento insito nell’elaborazione di ogni sua teoria – morta nel momento stesso in cui è definita, a causa della rapidità del cambiamento. Sarà quindi costretto a rifiutare qualsiasi ortodossia, optando per una tattica continuamente esplorativa, un «sistema pulviscolare di ipotesi e sperimentazioni anarchiche».[10] Nella sua ricerca spasmodica del nuovo, dovrà assumere posizioni mutevoli, vivendo nel limbo della pratica di distruzione e riformulazione. La sua abilità starà nel lavorare nell’ombra, creando conflitto e cambiando terreno d’azione ogni qual volta la normalità vorrà ingoiarlo per codificare la sua visione e trasformarla in consuetudine. L’architetto neofiliaco non sarà mai dogmatico, non potrà avere punti fermi, dovrà essere lui stesso in continua mutazione, pronto a scavalcare la barricata quando una visione risulterà non più appropriata ma obsoleta.

Act 3

«Regardless of the eventual conclusion arrived at by the geo-scientific community of experts considering the merit of this new era, the concept of the Anthropocene affords contemporary scholars, activists, and designers a unique opportunity to reevaluate the terms of theory and practice which have been inherited from modernity. Not least among these inheritances is the assumption of an ontological distinction between human culture and nature».[11]

In che ordine di grandezza e con che profondità il neofiliaco può mettere in dubbio le origini e i fondamenti stessi dell’architettura? Con l’identificazione dell’Antropocene, che impone di riguardare in maniera critica al processo di antropizzazione del pianeta, la prima questione da affrontare è accettare l’architettura stessa come il mezzo di addomesticamento per eccellenza – prima della natura, poi dell’uomo stesso. Ci si scontra così con la violenza insita nell’atto di dare forma allo spazio. L’architetto agisce in ambito urbano delimitando, definendo ed eliminando le parti che devono e non devono mantenere certi comportamenti. Nel secondo dopoguerra il carattere di condizionamento dei comportamenti umani, che era stato in precedenza particolarmente enfatizzato dall’esperimento del moderno e riconoscibile nella tipizzazione funzionale dell’agire umano, viene fortemente contestato. Il movimento moderno in generale, i suoi rappresentanti e le loro teorie, vengono criticate e messe in dubbio. Friedensreich Hundertwasser, pittore e architetto austriaco, che si autodefinisce ‘medico dell’architettura’, rappresenta un caso particolarmente estremo. Nel 1953 pubblica il suo Mouldiness Manifesto: Against Rationalism In Architecture, in cui denuncia il carattere violento e totalizzante dell’architettura razionale, di cui ha esperienza nella sua Vienna, opponendo una nuova corrente chiamata ‘Transautomatism’. Il carattere di cui Hundertwasser accusa l’architettura è il suo essere artificio e automatismo, invocando una rivolta contro il confinamento della vita in ‘edifici cubici’ che sono alieni alla natura umana. Secondo Hundertwasser, l’architettura dovrebbe recuperare il suo legame con il mondo naturale, anziché distaccarsene.

«The time has come for the people to rebel against their confinement in cubical constructions (like chickens or rabbits in cages, a confinement which is basically alien to human nature».[12]

Quindici anni più tardi, nel 1968, in Los Von Loos. A Law Permitting Individual Building Alterations. Architecture-Boycott Manifesto, continua la sua invettiva contro la linea retta, definendola «the only line which does not correspond to man as the image of God. The straight line is a true tool of the devil».[13] E accusa il suo concittadino Adolf Loos di aver portato atrocità nel mondo con il suo saggio Ornamento e delitto scritto nel 1908.

«No doubt he meant well. Adolf Hitler meant well, too. But Adolf Loos was incapable of thinking 50 years ahead. The world will never be rid of the evil he invoked. It is the duty of myself and all of us to be the first to recognise and combat the catastrophe unleashed in Austria sixty years ago».[14]

Ma nei suoi pochi pittoreschi edifici, le uniche modalità per rimediare agli errori dei suoi predecessori consistono nel convertire le rigorose geometrie del movimento moderno in morbide forme organiche, inserendo uno sfrenato uso del colore. Nella delirante critica di Hundertwasser si riconoscono, tuttavia, alcuni caratteri dell’architetto neofiliaco, che in maniera violenta attacca per distruggere e riformulare nuovamente, senza tuttavia preoccuparsi di definire con esattezza e scientificità il punto d’approdo. L’agire di Hundertwasser rivela un carattere fondamentale del neofiliaco, che, nel rifiutare la costruzione di nuove ortodossie, offre una critica forte, accendendo una miccia. Il suo ‘Transautomatism’ è una teoria senza fondamento che non pretende di essere un nuovo dogma.

La teoria totalizzante è fortemente rifiutata dal neofiliaco. All’interno della sua critica c’è qualcosa che dovrebbe sembrare ovvio: riconoscere l’architettura come artificio in opposizione alla natura, in quanto violento addomesticamento e pseudo-civilizzazione. L’eterno contro-progetto del neofiliaco deve prima di tutto scagliarsi contro questo carattere.

Si può guardare a un’architettura della non-domesticazione? Un’architettura del selvatico, del bosco, del deserto? Il periodo storico che stiamo vivendo, assieme alle sue ansie e preoccupazioni, ci obbliga a mettere in dubbio prima di tutto il ruolo che l’architettura ha nei confronti dell’uomo, del suo habitat e dell’intera biosfera. Il neofiliaco costituisce il soggetto capace di questa azione, superando i limiti dettati da una condizione politica, culturale, economica e sociale complessa da gestire. Come definito da m-a-u-s-e-r, «collettivo composto da Asli Serbest e Mona Mahall nel 2007 con l’obiettivo di riflettere e produrre architettura in e attraverso differenti media»,[15] l’architetto è sempre stato una figura ‘eroica’ di crisi – secondo l’accezione etimologica di ‘momento di decisione’. La stessa condizione di crisi corrisponde al suo habitat naturale in cui è capace di muoversi, agire e prendere appunto una decisione in una situazione incerta. La crisi che stiamo affrontando, dichiara il collettivo, «è una crisi della crisi che non ci permette più di credere in figure eroiche, ma prova ad evitare l’incertezza tramite la professionalizzazione e la burocratizzazione», approdando alla neofiliaca domanda: «possiamo reinventare l’architetto in quanto figura debole per renderlo più forte?»[16] L’architetto deve essere necessariamente neofiliaco, mettendo in dubbio se stesso e la disciplina che rappresenta. È necessario creare uno stato di conflitto che possa aiutare la professione a compiere un salto radicale, simile a quello compiuto dal Movimento Moderno ai suoi albori, visibile nell’idea di un’«architettura della prima età della macchina», o nel neofiliaco atto lecorbusieriano di distruggere la vecchia Parigi. Sono state queste le basi per la creazione di un grado zero, dando il via libera all’avvento di nuovi paradigmi.

È necessario uno shock, un certo grado di stupore, per mettere in dubbio le modalità della pratica architettonica costringendola così a evolversi. Occorre mettere in dubbio l’architettura in quanto atto violento di antropizzazione, responsabile del significativo impatto umano sul pianeta, in cui l’uomo stesso si dimostra artefice di un futuro «incombente di miseria, schiavitù e guerra».[17] Per compiere questo passaggio l’architetto deve cominciare a operare con strumenti diversi, abbandonando la fiducia nel ‘progetto costruito’ e nell’architettura in sé, che non possono più essere svincolati dagli interessi e dalle catene della massima efficienza e del massimo profitto. Se accettiamo questo passaggio, sarà semplice capire che occorre concentrarsi sul riprogettare la pratica in sé attraverso il superamento continuo e il rifiuto di qualsiasi nuova visione totalitaria.

 

AUTORE: Parasite2.0 (Stefano Colombo, Eugenio Cosentino, Luca Marullo)

 

BIBLIOGRAFIA

W. H. Auden, The Age of Anxiety, Random House, New Jersey, 1947.

S. Basar, D. Coupland, H. U. Obrist, The Age of Earthquakes, Penguin Books, London 2015.

Z. Bauman, Liquid Times: Living in an Age of Uncertainty, Polity, Cambridge 2007.

U. Beck, Risk Society. Towards a New Modernity, SAGE Publications, London 1992.

A. Branzi, La metropoli primitiva, Fortino Editions, Miami 2014

N. Chomsky, C. Otero, Chomsky on Democracy & Education, Routledge, New York 2002.

E. S. Raymond, The New Hacker’s Dictionary, The MIT Press, London 1996.

S. Scheidegger, Without a viewer, Random Institute, Bermuda 2012.

E. Turpin, Architecture in the Anthropocene, Open Humanities Press, Michigan 2013.

 

SITOGRAFIA

L. Marullo. Interview with m-a-u-s-e-r, ATP Diary, 13 Ottobre 2015.

F. Hundertwasser, Mouldiness Manifesto against Rationalism in Architecture.

Parasite2.0, Interview with Franco Bifo Berardi Interview, Super-scarcity, 14 Ottobre 2015.

 

NOTE

[1] S. Scheidegger, Without a viewer, Random Institute, Bermuda 2012, p.94.

[2] Cf. W. H. Auden, The Age of Anxiety, Random House, New Jersey, 1947.

[3] Cf. U. Beck, Risk Society. Towards a New Modernity, SAGE Publications, London 1992.

[4] Cf. S. Basar, D. Coupland, H. U. Obrist, The Age of Earthquakes, Penguin Books, London 2015.

[5] Cf. N. Chomsky, C. Otero, Chomsky on Democracy & Education, Routledge, New York 2002.

[6] Cf. Basar, Coupland, Obrist, cit., p. 51.

[7] Z. Bauman, Liquid Times: Living in an Age of Uncertainty, Polity, Cambridge 2007, p. 72.

[8] Cf. E. S. Raymond, The New Hacker’s Dictionary, The MIT Press, London 1996.

[9] Cf. definizione di ‘Neophile’, Wikipedia.

[10] A. Branzi, La metropoli primitiva, Fortino Editions, Miami 2014, p.19.

[11] E. Turpin, Architecture in the Anthropocene, Open Humanities Press, Michigan 2013, p. 3.

[12] F. Hundertwasser, Mouldiness Manifesto against Rationalism in Architecture.

[13] Ibid.

[14] Ibid.

[15] L. Marullo. Interview with m-a-u-s-e-r, ATP Diary, 13 Ottobre 2015.

[16] Parasite2.0, Interview with Franco Bifo Berardi Interview, Super-scarcity, 14 Ottobre 2015.

[17] Ivi.

*Originariamente pubblicato su Trans n.28