La redazione KABUL magazine rende disponibile la registrazione della tavola rotonda intitolata Le déjuner sur l’herbe, che si è tenuta domenica 5 novembre, nell’ambito di PIPER. Learning at the discotheque, il programma di incontri pensato da the classroom (Paola Nicolin) per Artissima 2017.

[Per maggiori informazioni sul progetto, qui è disponibile l’intervista di Francesca Vason alla curatrice del progetto Paola Nicolin]

***

Le déjuner sur l’herbe, sin dalle prime battute, si presenta come il momento in cui ricostruire in modo informale la storia del Piper, attraverso la testimonianza dei protagonisti che hanno dato vita e animato la discoteca torinese. Graziella Guy apre l’incontro raccontando come il Piper di Torino, sulla scia dell’omonimo locale romano nato due anni prima, nasca dall’unione di una visione imprenditoriale con la forza creativa e innovatrice degli architetti, dei designer, degli artisti e dei musicisti che vi hanno militato. La storia del locale è caratterizzata da entusiasmi, momenti di grande successo e persino contrasti con la classe più conservatrice. La vera anima del Piper si afferma infatti in seguito al tentativo di ostruzionismo, avvenuto poco dopo la sua apertura da parte della compagine altolocata torinese che inizialmente aveva deciso di investire sul progetto. Questa, spaventata dalla flessibilità e dall’apertura che il Piper incarna, ne propone la chiusura immediata. È in questo momento che Graziella Guy e Pietro Derossi (architetto e ideatore del locale), allora ricercatore universitario, decidono di assumere la gestione della discoteca. Presentandosi come una radicale alternativa alla tradizionale ‘sala da ballo’, il Piper rappresenta un luogo in cui la diversità e la pluralità sono spontaneamente accettate. È uno spazio di ricerca e azione, ma soprattutto un luogo in cui linguaggi differenti ed esperienze molto diverse tra loro possono interscambiarsi. Nel corso della conversazione, soprattutto grazie alla testimonianza di Tommaso Trini (storico dell’arte), sono ricordate le azioni di Michelangelo Pistoletto e di Piero Gilardi, presente al tavolo, gli interventi di Mario Schifano e Alighiero Boetti, di Gianni Piacentino e Gilberto Zorio, fino a rievocare le esperienze Fluxus, tangenti allo spirito del club.

La forza del Piper risiede nella comunanza di intenti, ciò che Trini definisce «acting together». Il Piper si presentava come uno spazio in cui fare persino critica attivista e politica militante. Piero Gilardi (artista) racconta la seconda metà degli anni ’60 come anni cruciali del cambiamento, a livello politico, etico, sociale, del costume. «Un coacervo di idee nuove si intrecciavano» (Gilardi). Voci ed energie si uniscono per contrastare e abbattere la società fordista. Si tratta di un cambiamento che, come sappiamo, investe anche le arti segnando il passaggio «dall’arte della rappresentazione all’arte del vissuto». Nel ’67, infatti, l’artista torinese presenta al Piper i suoi vestiti-natura, paesaggi da indossare per generare e recuperare un rapporto intimo, un’esperienza personale, con una natura che, esattamente come oggi, appare sempre più bistrattata dall’industrializzazione e dal mercato.

La radicalità del Piper si manifesta anche nell’attività del Gruppo STRUM, di cui Derossi è membro insieme a Giorgio Ceretti, Carlo Giammarco, Riccardo Rosso e Maurizio Vogliazzo. STRUM, ricorda Derossi, sta per strumentale, una strumentalità volta a uscire dalle politiche di mercato e a individuare, soprattutto nell’ambito dell’architettura e del design, situazioni finalizzate «alla trasformazione sociale e al dibattito politico». La visione utopistica del gruppo mira a estendere i princìpi sviluppati all’interno del Piper oltre i confini della discoteca, per intaccare la struttura della città. Anch’essa, infatti, può essere flessibile. La città è luogo dell’attesa, parafrasando Derossi, è uno spazio che attende di essere usato, che può assumere forme diverse e generare momenti di vera partecipazione.

Gli interventi di Clino Castelli (designer, artista e teorico dell’arte) e Fulvio Ferrari (direttore Museo Casa Mollino, Torino) partecipano a questa ricostruzione, ripercorrendo la storia dei club dell’epoca attraverso due excursus, uno cronologico l’altro fotografico, e passando in rassegna aneddoti e luoghi in cui la musica e le arti internazionali hanno trovato espressione, nonché punti d’incontro con il panorama italiano.

Le déjuner sur l’herbe, pertanto, è l’occasione in cui ricordare le intenzioni alla base della realizzazione e del programma del Piper. Intenzioni che hanno saputo raccontare la storia di una generazione attraverso dibattiti, prospettive e utopie che dimostrano di essere ancora contemporanei e in un ciclo – quello inaugurato negli anni ’60 – che non si è ancora esaurito.

PIPER. Learning at the discotheque è stato il titolo del programma di talk di Artissima 2017, curato da the classroom, un centro di arte e formazione diretto dal 2016 da Paola Nicolin. Ispirato al Piper Club di Torino (1966-69), il progetto ne prevede una ricostruzione evocativa realizzata in collaborazione con il collettivo artistico Superbudda e con Gufram, che ha riprodotto per l’occasione le sedie disegnate da Pietro Derossi nel 1966.


La redazione KABUL magazine rende disponibile la registrazione della tavola rotonda intitolata Le déjuner sur l’herbe, che si è tenuta domenica 5 novembre, nell’ambito di PIPER. Learning at the discotheque, il programma di incontri pensato da the classroom (Paola Nicolin) per Artissima 2017.

[Per maggiori informazioni sul progetto, qui è disponibile l’intervista di Francesca Vason alla curatrice del progetto Paola Nicolin]

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Le déjuner sur l’herbe, sin dalle prime battute, si presenta come il momento in cui ricostruire in modo informale la storia del Piper, attraverso la testimonianza dei protagonisti che hanno dato vita e animato la discoteca torinese. Graziella Guy apre l’incontro raccontando come il Piper di Torino, sulla scia dell’omonimo locale romano nato due anni prima, nasca dall’unione di una visione imprenditoriale con la forza creativa e innovatrice degli architetti, dei designer, degli artisti e dei musicisti che vi hanno militato. La storia del locale è caratterizzata da entusiasmi, momenti di grande successo e persino contrasti con la classe più conservatrice. La vera anima del Piper si afferma infatti in seguito al tentativo di ostruzionismo, avvenuto poco dopo la sua apertura da parte della compagine altolocata torinese che inizialmente aveva deciso di investire sul progetto. Questa, spaventata dalla flessibilità e dall’apertura che il Piper incarna, ne propone la chiusura immediata. È in questo momento che Graziella Guy e Pietro Derossi (architetto e ideatore del locale), allora ricercatore universitario, decidono di assumere la gestione della discoteca. Presentandosi come una radicale alternativa alla tradizionale ‘sala da ballo’, il Piper rappresenta un luogo in cui la diversità e la pluralità sono spontaneamente accettate. È uno spazio di ricerca e azione, ma soprattutto un luogo in cui linguaggi differenti ed esperienze molto diverse tra loro possono interscambiarsi. Nel corso della conversazione, soprattutto grazie alla testimonianza di Tommaso Trini (storico dell’arte), sono ricordate le azioni di Michelangelo Pistoletto e di Piero Gilardi, presente al tavolo, gli interventi di Mario Schifano e Alighiero Boetti, di Gianni Piacentino e Gilberto Zorio, fino a rievocare le esperienze Fluxus, tangenti allo spirito del club.

La forza del Piper risiede nella comunanza di intenti, ciò che Trini definisce «acting together». Il Piper si presentava come uno spazio in cui fare persino critica attivista e politica militante. Piero Gilardi (artista) racconta la seconda metà degli anni ’60 come anni cruciali del cambiamento, a livello politico, etico, sociale, del costume. «Un coacervo di idee nuove si intrecciavano» (Gilardi). Voci ed energie si uniscono per contrastare e abbattere la società fordista. Si tratta di un cambiamento che, come sappiamo, investe anche le arti segnando il passaggio «dall’arte della rappresentazione all’arte del vissuto». Nel ’67, infatti, l’artista torinese presenta al Piper i suoi vestiti-natura, paesaggi da indossare per generare e recuperare un rapporto intimo, un’esperienza personale, con una natura che, esattamente come oggi, appare sempre più bistrattata dall’industrializzazione e dal mercato.

La radicalità del Piper si manifesta anche nell’attività del Gruppo STRUM, di cui Derossi è membro insieme a Giorgio Ceretti, Carlo Giammarco, Riccardo Rosso e Maurizio Vogliazzo. STRUM, ricorda Derossi, sta per strumentale, una strumentalità volta a uscire dalle politiche di mercato e a individuare, soprattutto nell’ambito dell’architettura e del design, situazioni finalizzate «alla trasformazione sociale e al dibattito politico». La visione utopistica del gruppo mira a estendere i princìpi sviluppati all’interno del Piper oltre i confini della discoteca, per intaccare la struttura della città. Anch’essa, infatti, può essere flessibile. La città è luogo dell’attesa, parafrasando Derossi, è uno spazio che attende di essere usato, che può assumere forme diverse e generare momenti di vera partecipazione.

Gli interventi di Clino Castelli (designer, artista e teorico dell’arte) e Fulvio Ferrari (direttore Museo Casa Mollino, Torino) partecipano a questa ricostruzione, ripercorrendo la storia dei club dell’epoca attraverso due excursus, uno cronologico l’altro fotografico, e passando in rassegna aneddoti e luoghi in cui la musica e le arti internazionali hanno trovato espressione, nonché punti d’incontro con il panorama italiano.

Le déjuner sur l’herbe, pertanto, è l’occasione in cui ricordare le intenzioni alla base della realizzazione e del programma del Piper. Intenzioni che hanno saputo raccontare la storia di una generazione attraverso dibattiti, prospettive e utopie che dimostrano di essere ancora contemporanei e in un ciclo – quello inaugurato negli anni ’60 – che non si è ancora esaurito.

PIPER. Learning at the discotheque è stato il titolo del programma di talk di Artissima 2017, curato da the classroom, un centro di arte e formazione diretto dal 2016 da Paola Nicolin. Ispirato al Piper Club di Torino (1966-69), il progetto ne prevede una ricostruzione evocativa realizzata in collaborazione con il collettivo artistico Superbudda e con Gufram, che ha riprodotto per l’occasione le sedie disegnate da Pietro Derossi nel 1966.