In The Undercommons. Fugitive Planning and Black Study, Stefano Harney e Fred Moten teorizzano un approccio politico – un modo di essere e imparare insieme – che identifichi e approfitti delle opportunità di fuga criminale che sussistono nel sostrato di ogni organismo istituzionale governato da un apparato correttivo. A partire dal caso studio della neoliberalizzazione dell’istituzione universitaria, Harney e Moten propongono un’alternativa alle nozioni tradizionali di critica e resistenza, pianificando forme radicali di socialità e collettività attraverso la definizione di ‘Undercommons’.

Gli ‘Undercommons’ sono un concetto, una pratica e uno scenario: sono territori che sfuggono alla sorveglianza digitale, spazi che non sono ancora stati colonizzati dalla normalizzazione finanziaria, collettività che hanno affinato una logica del sotterfugio come strategia di sopravvivenza alle dinamiche del capitalismo globale – e all’emergere generalizzato dell’ultranazionalismo. Nella definizione di Harney e Moten, i black studies incontrano il postoperaismo, accogliendo in una prospettiva trans-storica le prime comunità di schiavi fuggitivi della diaspora africana, i ricercatori non riconosciuti nelle università, le infermiere nella sala fumatori dell’ospedale.

Neri,[1] indigeni, queer e poveri sono i soggetti dispossessati degli Undercommons, detentori di un potere micro-politico non riconosciuto e non legittimato, realizzabile attraverso la pratica dell’antagonismo generale. Diametralmente opposto all’esercizio del rifiuto come immobilità politica, l’antagonismo generale è un comportamento diffuso, un certo modo di stare con gli altri, per sua natura fluido e impossibile da relegare a una vita istituzionale specifica. Per citare una metafora più volte usata dagli autori, Undercommons significa rifiutare l’idea che la musica cominci solo nel momento in cui il musicista prende in mano lo strumento: in una sorta di rivisitazione sovversiva dei 4 minuti e 33 secondi di Cage, Harney e Moten insistono sulla necessità di ascoltare il rumore che c’è, che stiamo già producendo, di abbracciare quel rumore e di rifiutare le offerte che riceviamo di trasformarlo in musica.

L’urgenza di Harney e Moten di definire gli Undercommons nasce dalla convinzione che la politica si sia ormai appropriata del concetto di ‘beni comuni’, sotto un falso ideale di democrazia del buonsenso e dell’opposizione, a cui gli autori contrappongono a loro volta la strategia di «occupare un termine contro se stesso». Tra i concetti da occupare, nel vocabolario politico dei due autori, ha un ruolo centrale la pratica dello ‘studio’, come azione collettiva e auto-organizzata che si estende e cresce al di fuori dell’università stessa, in cui l’attività di studio è anzi diventata quasi impossibile.

«Studio è quello che fai insieme ad altre persone. È parlare e camminare con altre persone, è lavorare, ballare, soffrire, e una irriducibile convergenza delle tre cose che va sotto il nome di pratica speculativa. […] Suonare in una band o in una jam session, gli anziani seduti a una veranda, le persone che lavorano insieme in una fabbrica – lo studio comprende queste varie modalità di azione. Il punto di definirlo ‘studio’ sta nel rimarcare come l’incessante e irreversibile portata intellettuale di queste attività fosse già lì. […] Fare queste cose significa essere coinvolti in un tipo di pratica intellettuale comune. La parte importante è riconoscere che sia così – perché tale riconoscimento ti permette di accedere a una storia del pensiero completamente diversa e alternativa a quella a cui siamo abituati. […] Lo studio sta già succedendo, la vita intellettuale è al lavoro intorno a noi».[2]

L’unica relazione possibile oggi con l’università è una relazione criminale è la prima sezione del capitolo L’Università e gli Undercommons, in S. Harney, F. Moten, The Undercommons. Fugitive Planning and Black Study, Minor Compositions, 2013.

 

AUTORE: Lucrezia Calabrò Visconti

 

***

 

– L’unica relazione possibile oggi con l’università è una relazione criminale.

Ispirandoci a Pistola alla fine dell’Enrico V, così come lui certamente si ispirerebbe a noi, diremo: «Andrò all’università furtivamente, e lì vivrò di furto». Oggi è questa l’unica relazione possibile con l’università americana, e lo stesso si potrebbe dire per le altre università nel mondo. Lo stesso potrebbe valere per l’istituzione universitaria in generale, e sicuramente vale negli Stati Uniti in particolare: non si può negare che l’università sia un luogo di rifugio, ma allo stesso tempo non si può affermare che sia un luogo di rivelazione. Di fronte a tali condizioni, non si può che sgattaiolare all’interno dell’università e rubare tutto ciò che si può. Abusare della sua ospitalità, minare la sua missione, unirsi alla sua colonia di rifugiati, al suo accampamento di zingari. Essere nell’università, ma non dell’università – questo è il percorso dell’intellettuale sovversivo nell’università moderna.

Preoccuparsi dell’università. Oggi è questa la norma negli Stati Uniti, ed è una tendenza che vanta una lunga storia. Può includere l’esigere la sua restaurazione, come nel caso di Harold Bloom, Stanley Fish o Gerald Graff, o invocare la sua riforma, come fanno Derek Bok, Bill Readings o Cary Nelson. Può voler dire negoziare con l’università. Ma per l’intellettuale sovversivo tutto ciò continua ai piani alti, tra le persone rispettabili e gli uomini razionali. Dopo tutto, l’intellettuale sovversivo è venuto sotto falsi pretesti, con i documenti sbagliati, per amore. Il suo lavoro è tanto necessario quanto sgradito. L’università ha bisogno di ciò che l’intellettuale sovversivo le offre, ma non può sopportare quello che egli porta con sé. E, come se non bastasse, l’intellettuale sovversivo scompare. Scompare nel sottosuolo, nella vile comunità segreta di schiavi fuggitivi dell’università, negli undercommons dell’illuminismo, dove il lavoro viene fatto e dove il lavoro viene sovvertito, dove la rivoluzione è ancora nera, ancora forte.

Che cos’è quella forza-lavoro, e qual è la sua capacità sociale, in grado sia di riprodurre l’università che di generare fuggitività? Se uno rispondesse che è l’insegnamento starebbe facendo gli interessi dell’università stessa. L’insegnamento è a mala pena una professione, ed è un’attività di quel «circolo onto-/auto-enciclopedico dello stato» che Jaques Derrida definisce Universitas. Tuttavia, è utile ricordare l’attività dell’insegnamento perché consente di spiare attraverso il buco nella recinzione da cui entra la forza-lavoro, per scorgere la sua sala di assunzione, i suoi quartieri notturni. L’università ha bisogno di insegnare alla sua forza-lavoro, malgrado se stessa, o proprio in quanto se stessa, identica alla forza-lavoro e perciò da essa cancellata. Non è l’insegnamento che mantiene questa capacità sociale, ma piuttosto qualcosa che produce l’altra faccia invisibile dell’insegnamento, un pensare attraverso la pelle dell’insegnamento stesso e verso un orientamento collettivo all’oggetto della conoscenza come progetto futuro – un impegno verso ciò che vorremmo definire l’organizzazione predittiva. Ma prima di tutto questo, è l’insegnamento che ci porta dentro all’università. Prima delle borse di studio, della ricerca, delle conferenze, di libri e riviste accademiche, c’è l’esperienza di imparare e insegnare. Prima della posizione da ricercatore senza obbligo d’insegnamento, prima del dottorando che corregge gli esami, prima della serie di anni sabbatici, prima della permanente riduzione del carico didattico, prima del posto di lavoro come direttore del Centro, prima della consegna della pedagogia a una disciplina chiamata educazione e prima delle lezioni disegnate al solo fine di venire trascritte in una nuova pubblicazione, c’è stato l’insegnamento.

Il momento in cui insegniamo per guadagnarci da vivere è di conseguenza spesso considerato erroneamente come una fase, come se prima o poi uno dovesse smettere di considerare l’insegnamento come il suo principale lavoro. Se la fase persiste, significa che c’è una patologia sociale all’interno dell’università. Invece, se l’insegnamento viene oltrepassato con successo, allora la fase è stata superata, e l’insegnamento viene consegnato nelle mani di coloro che sono noti rimanere in quella fase, la manodopera socio-patologica dell’università. Kant ha curiosamente definito questa fase come «minorità auto-indotta». Kant tenta di contrastarla avendo «la determinazione e il coraggio di usare la propria intelligenza senza venire guidati da qualcun altro». «Abbi il coraggio di usare la tua intelligenza». Ma cosa significherebbe ciò, se l’insegnamento – o piuttosto ciò che potremmo chiamare «l’oltre dell’insegnamento»[3] – fosse precisamente ciò che ci viene chiesto di superare, ciò di cui dovremmo smettere di nutrirci? E che dire di quelle minoranze che si rifiutano di smettere, la tribù delle talpe che non torneranno indietro dall’al di là (da ciò che viene dopo «l’oltre dell’insegnamento»), coloro che decidono di non essere dei soggetti, ma piuttosto di pensare come oggetti, come minoranza? Coloro che sono entrati con successo nella fase successiva all’insegnamento, i soggetti perfetti della comunicazione, certamente li vedranno come dei rifiuti. Ma la manodopera collettiva della minoranza metterà sempre in discussione chi stia veramente prendendo gli ordini dall’Illuminismo. Quei rifiuti vivono proprio per i momenti che sono oltre all’insegnamento, quando si svela una bellissima espressione inaspettata – inaspettata, nessuno l’ha richiesta, bellissima, non tornerà mai più. Incarnare il biopotere dell’Illuminismo è davvero meglio di tutto ciò?

Forse il biopotere dell’Illuminismo lo sa, o forse sta solo reagendo all’oggettivazione della sua forza-lavoro come deve. Ma nonostante il biopotere dipenda direttamente da queste talpe e da questi rifugiati, esso li chiamerà non collegiali, poco pratici, naif, non professionali. Concederà loro l’ultima possibilità di essere pragmatici – chiederà: perché rubare, quando potete avere tutto quello che desiderate? Ma se uno si nascondesse da questa domanda, non si dichiarasse né d’accordo né in disaccordo, e si addentrasse piuttosto a piene mani nel sottosuolo dell’università – negli Undercommons –, allora ciò verrebbe considerato come un furto, un atto criminale. E sarebbe, allo stesso tempo, l’unico atto possibile.

In questi undercommons dell’università si potrà vedere che non si tratta di porre l’insegnamento in contrapposizione alla ricerca, o addirittura l’oltre dell’insegnamento in contrapposizione alla consueta tendenza a individualizzare la ricerca. Entrare nello spazio degli undercommons significa assistere all’estasiante e decisiva rivelazione dell’accessibilità dei beni comuni, resa possibile dall’esercizio di un illuminismo fuggitivo, criminale, matricida e queer. Lo spazio degli undercommons è il fondo del serbatoio dell’università, laddove i beni comuni offrono rifugio, e dove la possibilità di rifugiarsi genera a sua volta beni comuni, nel trascorrere di una vita che è stata rubata dall’illuminismo e di cui ci si può finalmente riappropriare. L’oltre dell’insegnamento riguarda in verità il non completare se stessi, il non oltrepassare, il non portare a termine. Riguarda il consentire alla propria soggettività di venire sottomessa senza legge dagli altri, significa attivare una passione radicale e una passività tali da diventare inadatti al diventare un soggetto. Rinunciare alla propria soggettività è possibile solo quando vengono sradicati i fini e i procedimenti attivati dalle forze regolatrici implicate nel diventare un soggetto, così da rendere impossibile quel meccanismo di richiesta continua auto-imposta che la soggettivazione al biopotere esige e ricompensa. Non è tanto l’insegnamento, quanto più la capacità predittiva intrinseca all’organizzazione dell’atto di insegnare. Quella predizione che predice la sua stessa organizzazione ed è quindi stata accettata, come bene comune, e quella predizione che eccede la sua stessa organizzazione e di conseguenza non può che venire organizzata a sua volta. Contro l’organizzazione predittiva degli Undercommons si schiera il loro stesso lavoro fonoassorbente per l’università, e, oltre a quello, la negligenza della professionalizzazione, e la professionalizzazione dell’accademico critico. Gli Undercommons sono perciò sempre una zona pericolosa.

Come Fredric Jameson ci ricorda, l’università dipende da «una critica di tipo illuminista e dalla demistificazione di fedi e ideologie politicamente impegnate, per poter sgomberare il terreno, renderlo pronto per una pianificazione e uno sviluppo senza ostacoli». È questo il punto debole dell’università, la crepa nella sua sicurezza nazionale: l’università ha bisogno di forza lavoro per la sua «critica di tipo illuminista» ma, in qualche modo, la forza-lavoro sfugge sempre al suo controllo.

I soggetti prematuri degli Undercommons hanno accolto la chiamata seriamente, o comunque sono stati costretti a considerare con serietà la possibilità di accoglierla. Non erano stati chiari riguardo alla pianificazione, troppo mistica, colma di superstizioni. E tuttavia questa forza-lavoro non può riprodursi da sola, deve venire riprodotta dall’esterno. L’università lavora per il giorno in cui sarà in grado di liberarsi del problema della forza-lavoro, come il capitale in generale. A quel punto l’università sarà in grado di riprodurre una forza-lavoro che concepisce se stessa non solo come non necessaria, ma anche come pericolosa allo sviluppo del capitalismo. Molta pedagogia e conoscenza sono già consacrate verso questa direzione. Gli studenti devono arrivare a vedere se stessi come il problema, il che, nonostante le proteste dei critici restaurazionisti dell’università, significa esattamente la stessa cosa che significa essere un cliente, ovvero prendere sulle proprie spalle il peso della realizzazione personale, e sentirsi sempre necessariamente inadeguato alla stessa. In un secondo momento, questi studenti saranno in grado di vedere se stessi propriamente come ostacoli per la società, o forse, con un apprendimento lungo tutta la vita, gli studenti torneranno ad aver diagnosticato con successo se stessi come il vero problema.

Eppure, il sogno di una forza-lavoro uniforme, che riconosca se stessa come superflua, è interrotto esattamente dall’impiego di questa forza-lavoro da parte dell’università nell’attività di rimozione dell’ideologia e delle sue barricate in fiamme. Mentre è meglio che questa funzione poliziesca resti nelle mani di pochi, la sua esistenza solleva ancora una volta la questione del lavoro come differenza, del lavoro come sviluppo di altro lavoro, e perciò del lavoro come fonte di ricchezza. E nonostante la critica di tipo illuminista si ispiri e baci le guance a qualsiasi sviluppo auto-organizzato che sia il risultato di questa differenza nel lavoro, qui troviamo una crepa nel muro, un punto poco profondo nel fiume, un luogo sicuro dove atterrare sotto le rocce. L’università ha ancora bisogno del lavoro clandestino per predisporre la sua forza-lavoro indifferenziata, la cui crescente specializzazione e le cui tendenze manageriali, ancora una volta contro i restaurazionisti, rappresentano esattamente l’avvenuta integrazione della divisione del lavoro con l’universo di scambio che comanda la lealtà restaurazionista.

Innescare lo sviluppo costante di lavoro su altro lavoro e salvaguardare lo spazio per la crescita di questo meccanismo, genera dei rischi. Come la forza della polizia coloniale ha reclutato involontariamente combattenti dalla guerriglia di quartiere, il lavoro universitario potrebbe dare un porto a rifugiati, fuggitivi, rinnegati e naufraghi. Ma ci sono buone ragioni per l’università di essere convinta che questi elementi verranno lasciati senza riparo, o forzati nel sottosuolo. Sono state prese precauzioni, sono state scritte liste di libri, condotte osservazioni sull’insegnamento, lanciati inviti a collaborare. Eppure ancora queste precauzioni confermano l’immanenza della trascendenza, la necessaria deregolamentazione e le possibilità di criminalità e fuggitività che vengono richieste, lavoro dopo lavoro. Comunità di insegnanti di scrittura fuggitivi, dottorandi senza mentori, dipartimenti di studi etnici in università statali, proiezioni di film censurate, studenti Yemeniti col passaporto scaduto che fanno gli editori di riviste, sociologi provenienti da un’università storicamente nera, ingegneri femministe. E cosa dirà l’università di loro? Dirà che non sono professionali. Non è un’accusa arbitraria. È l’accusa contro il «più che professionale». Come fanno costoro che eccedono la professione, che la eccedono, ed eccedendola la sfuggono, come fanno questi schiavi a problematizzare se stessi, a problematizzare l’università, a costringere la comunità a considerarli un problema, un pericolo? Gli Undercommons non sono, in breve, il tipo di comunità eccentriche e stravaganti invocate da Bill Readings alla fine del suo libro. Gli Undercommons, gli schiavi fuggitivi, sono sempre in guerra, sempre latitanti.

 

AUTORE: Stefano Harney, Fred Moten

 

NOTE

[1] Il termine si riferisce alla tradizione radicale ‘nera’, che comprende, ma non ne è limitata, la cultura afroamericana. Il termine apre al panafricanismo e alla blackness intesa in senso politicamente più ampio come autodeterminazione delle minoranze, unite contro la diffusione del razzismo.

[2] Studying Through the Undercommons: Stefano Harney and Fred Moten – Interviews by Stevphen Shukaitis”, 2012 https://classwaru.org/2012/11/12/studying-through-the-undercommons-stefano-harney-fred-moten-interviewed-by-stevphen-shukaitis/

[3] Per una più chiara comprensione del concetto di “oltre” (beyond) nel pensiero di Stefano Harney e Fred Moten rimando alla lettura dell’introduzione The Wild Beyond: With and For the Undercommons, in The Undercommons: Fugitive Planning and Black Study di Jack Halberstam.

In The Undercommons. Fugitive Planning and Black Study, Stefano Harney e Fred Moten teorizzano un approccio politico – un modo di essere e imparare insieme – che identifichi e approfitti delle opportunità di fuga criminale che sussistono nel sostrato di ogni organismo istituzionale governato da un apparato correttivo. A partire dal caso studio della neoliberalizzazione dell’istituzione universitaria, Harney e Moten propongono un’alternativa alle nozioni tradizionali di critica e resistenza, pianificando forme radicali di socialità e collettività attraverso la definizione di ‘Undercommons’.

Gli ‘Undercommons’ sono un concetto, una pratica e uno scenario: sono territori che sfuggono alla sorveglianza digitale, spazi che non sono ancora stati colonizzati dalla normalizzazione finanziaria, collettività che hanno affinato una logica del sotterfugio come strategia di sopravvivenza alle dinamiche del capitalismo globale – e all’emergere generalizzato dell’ultranazionalismo. Nella definizione di Harney e Moten, i black studies incontrano il postoperaismo, accogliendo in una prospettiva trans-storica le prime comunità di schiavi fuggitivi della diaspora africana, i ricercatori non riconosciuti nelle università, le infermiere nella sala fumatori dell’ospedale.

Neri,[1] indigeni, queer e poveri sono i soggetti dispossessati degli Undercommons, detentori di un potere micro-politico non riconosciuto e non legittimato, realizzabile attraverso la pratica dell’antagonismo generale. Diametralmente opposto all’esercizio del rifiuto come immobilità politica, l’antagonismo generale è un comportamento diffuso, un certo modo di stare con gli altri, per sua natura fluido e impossibile da relegare a una vita istituzionale specifica. Per citare una metafora più volte usata dagli autori, Undercommons significa rifiutare l’idea che la musica cominci solo nel momento in cui il musicista prende in mano lo strumento: in una sorta di rivisitazione sovversiva dei 4 minuti e 33 secondi di Cage, Harney e Moten insistono sulla necessità di ascoltare il rumore che c’è, che stiamo già producendo, di abbracciare quel rumore e di rifiutare le offerte che riceviamo di trasformarlo in musica.

L’urgenza di Harney e Moten di definire gli Undercommons nasce dalla convinzione che la politica si sia ormai appropriata del concetto di ‘beni comuni’, sotto un falso ideale di democrazia del buonsenso e dell’opposizione, a cui gli autori contrappongono a loro volta la strategia di «occupare un termine contro se stesso». Tra i concetti da occupare, nel vocabolario politico dei due autori, ha un ruolo centrale la pratica dello ‘studio’, come azione collettiva e auto-organizzata che si estende e cresce al di fuori dell’università stessa, in cui l’attività di studio è anzi diventata quasi impossibile.

«Studio è quello che fai insieme ad altre persone. È parlare e camminare con altre persone, è lavorare, ballare, soffrire, e una irriducibile convergenza delle tre cose che va sotto il nome di pratica speculativa. […] Suonare in una band o in una jam session, gli anziani seduti a una veranda, le persone che lavorano insieme in una fabbrica – lo studio comprende queste varie modalità di azione. Il punto di definirlo ‘studio’ sta nel rimarcare come l’incessante e irreversibile portata intellettuale di queste attività fosse già lì. […] Fare queste cose significa essere coinvolti in un tipo di pratica intellettuale comune. La parte importante è riconoscere che sia così – perché tale riconoscimento ti permette di accedere a una storia del pensiero completamente diversa e alternativa a quella a cui siamo abituati. […] Lo studio sta già succedendo, la vita intellettuale è al lavoro intorno a noi».[2]

L’unica relazione possibile oggi con l’università è una relazione criminale è la prima sezione del capitolo L’Università e gli Undercommons, in S. Harney, F. Moten, The Undercommons. Fugitive Planning and Black Study, Minor Compositions, 2013.

 

AUTORE: Lucrezia Calabrò Visconti

 

***

 

– L’unica relazione possibile oggi con l’università è una relazione criminale.

Ispirandoci a Pistola alla fine dell’Enrico V, così come lui certamente si ispirerebbe a noi, diremo: «Andrò all’università furtivamente, e lì vivrò di furto». Oggi è questa l’unica relazione possibile con l’università americana, e lo stesso si potrebbe dire per le altre università nel mondo. Lo stesso potrebbe valere per l’istituzione universitaria in generale, e sicuramente vale negli Stati Uniti in particolare: non si può negare che l’università sia un luogo di rifugio, ma allo stesso tempo non si può affermare che sia un luogo di rivelazione. Di fronte a tali condizioni, non si può che sgattaiolare all’interno dell’università e rubare tutto ciò che si può. Abusare della sua ospitalità, minare la sua missione, unirsi alla sua colonia di rifugiati, al suo accampamento di zingari. Essere nell’università, ma non dell’università – questo è il percorso dell’intellettuale sovversivo nell’università moderna.

Preoccuparsi dell’università. Oggi è questa la norma negli Stati Uniti, ed è una tendenza che vanta una lunga storia. Può includere l’esigere la sua restaurazione, come nel caso di Harold Bloom, Stanley Fish o Gerald Graff, o invocare la sua riforma, come fanno Derek Bok, Bill Readings o Cary Nelson. Può voler dire negoziare con l’università. Ma per l’intellettuale sovversivo tutto ciò continua ai piani alti, tra le persone rispettabili e gli uomini razionali. Dopo tutto, l’intellettuale sovversivo è venuto sotto falsi pretesti, con i documenti sbagliati, per amore. Il suo lavoro è tanto necessario quanto sgradito. L’università ha bisogno di ciò che l’intellettuale sovversivo le offre, ma non può sopportare quello che egli porta con sé. E, come se non bastasse, l’intellettuale sovversivo scompare. Scompare nel sottosuolo, nella vile comunità segreta di schiavi fuggitivi dell’università, negli undercommons dell’illuminismo, dove il lavoro viene fatto e dove il lavoro viene sovvertito, dove la rivoluzione è ancora nera, ancora forte.

Che cos’è quella forza-lavoro, e qual è la sua capacità sociale, in grado sia di riprodurre l’università che di generare fuggitività? Se uno rispondesse che è l’insegnamento starebbe facendo gli interessi dell’università stessa. L’insegnamento è a mala pena una professione, ed è un’attività di quel «circolo onto-/auto-enciclopedico dello stato» che Jaques Derrida definisce Universitas. Tuttavia, è utile ricordare l’attività dell’insegnamento perché consente di spiare attraverso il buco nella recinzione da cui entra la forza-lavoro, per scorgere la sua sala di assunzione, i suoi quartieri notturni. L’università ha bisogno di insegnare alla sua forza-lavoro, malgrado se stessa, o proprio in quanto se stessa, identica alla forza-lavoro e perciò da essa cancellata. Non è l’insegnamento che mantiene questa capacità sociale, ma piuttosto qualcosa che produce l’altra faccia invisibile dell’insegnamento, un pensare attraverso la pelle dell’insegnamento stesso e verso un orientamento collettivo all’oggetto della conoscenza come progetto futuro – un impegno verso ciò che vorremmo definire l’organizzazione predittiva. Ma prima di tutto questo, è l’insegnamento che ci porta dentro all’università. Prima delle borse di studio, della ricerca, delle conferenze, di libri e riviste accademiche, c’è l’esperienza di imparare e insegnare. Prima della posizione da ricercatore senza obbligo d’insegnamento, prima del dottorando che corregge gli esami, prima della serie di anni sabbatici, prima della permanente riduzione del carico didattico, prima del posto di lavoro come direttore del Centro, prima della consegna della pedagogia a una disciplina chiamata educazione e prima delle lezioni disegnate al solo fine di venire trascritte in una nuova pubblicazione, c’è stato l’insegnamento.

Il momento in cui insegniamo per guadagnarci da vivere è di conseguenza spesso considerato erroneamente come una fase, come se prima o poi uno dovesse smettere di considerare l’insegnamento come il suo principale lavoro. Se la fase persiste, significa che c’è una patologia sociale all’interno dell’università. Invece, se l’insegnamento viene oltrepassato con successo, allora la fase è stata superata, e l’insegnamento viene consegnato nelle mani di coloro che sono noti rimanere in quella fase, la manodopera socio-patologica dell’università. Kant ha curiosamente definito questa fase come «minorità auto-indotta». Kant tenta di contrastarla avendo «la determinazione e il coraggio di usare la propria intelligenza senza venire guidati da qualcun altro». «Abbi il coraggio di usare la tua intelligenza». Ma cosa significherebbe ciò, se l’insegnamento – o piuttosto ciò che potremmo chiamare «l’oltre dell’insegnamento»[3] – fosse precisamente ciò che ci viene chiesto di superare, ciò di cui dovremmo smettere di nutrirci? E che dire di quelle minoranze che si rifiutano di smettere, la tribù delle talpe che non torneranno indietro dall’al di là (da ciò che viene dopo «l’oltre dell’insegnamento»), coloro che decidono di non essere dei soggetti, ma piuttosto di pensare come oggetti, come minoranza? Coloro che sono entrati con successo nella fase successiva all’insegnamento, i soggetti perfetti della comunicazione, certamente li vedranno come dei rifiuti. Ma la manodopera collettiva della minoranza metterà sempre in discussione chi stia veramente prendendo gli ordini dall’Illuminismo. Quei rifiuti vivono proprio per i momenti che sono oltre all’insegnamento, quando si svela una bellissima espressione inaspettata – inaspettata, nessuno l’ha richiesta, bellissima, non tornerà mai più. Incarnare il biopotere dell’Illuminismo è davvero meglio di tutto ciò?

Forse il biopotere dell’Illuminismo lo sa, o forse sta solo reagendo all’oggettivazione della sua forza-lavoro come deve. Ma nonostante il biopotere dipenda direttamente da queste talpe e da questi rifugiati, esso li chiamerà non collegiali, poco pratici, naif, non professionali. Concederà loro l’ultima possibilità di essere pragmatici – chiederà: perché rubare, quando potete avere tutto quello che desiderate? Ma se uno si nascondesse da questa domanda, non si dichiarasse né d’accordo né in disaccordo, e si addentrasse piuttosto a piene mani nel sottosuolo dell’università – negli Undercommons –, allora ciò verrebbe considerato come un furto, un atto criminale. E sarebbe, allo stesso tempo, l’unico atto possibile.

In questi undercommons dell’università si potrà vedere che non si tratta di porre l’insegnamento in contrapposizione alla ricerca, o addirittura l’oltre dell’insegnamento in contrapposizione alla consueta tendenza a individualizzare la ricerca. Entrare nello spazio degli undercommons significa assistere all’estasiante e decisiva rivelazione dell’accessibilità dei beni comuni, resa possibile dall’esercizio di un illuminismo fuggitivo, criminale, matricida e queer. Lo spazio degli undercommons è il fondo del serbatoio dell’università, laddove i beni comuni offrono rifugio, e dove la possibilità di rifugiarsi genera a sua volta beni comuni, nel trascorrere di una vita che è stata rubata dall’illuminismo e di cui ci si può finalmente riappropriare. L’oltre dell’insegnamento riguarda in verità il non completare se stessi, il non oltrepassare, il non portare a termine. Riguarda il consentire alla propria soggettività di venire sottomessa senza legge dagli altri, significa attivare una passione radicale e una passività tali da diventare inadatti al diventare un soggetto. Rinunciare alla propria soggettività è possibile solo quando vengono sradicati i fini e i procedimenti attivati dalle forze regolatrici implicate nel diventare un soggetto, così da rendere impossibile quel meccanismo di richiesta continua auto-imposta che la soggettivazione al biopotere esige e ricompensa. Non è tanto l’insegnamento, quanto più la capacità predittiva intrinseca all’organizzazione dell’atto di insegnare. Quella predizione che predice la sua stessa organizzazione ed è quindi stata accettata, come bene comune, e quella predizione che eccede la sua stessa organizzazione e di conseguenza non può che venire organizzata a sua volta. Contro l’organizzazione predittiva degli Undercommons si schiera il loro stesso lavoro fonoassorbente per l’università, e, oltre a quello, la negligenza della professionalizzazione, e la professionalizzazione dell’accademico critico. Gli Undercommons sono perciò sempre una zona pericolosa.

Come Fredric Jameson ci ricorda, l’università dipende da «una critica di tipo illuminista e dalla demistificazione di fedi e ideologie politicamente impegnate, per poter sgomberare il terreno, renderlo pronto per una pianificazione e uno sviluppo senza ostacoli». È questo il punto debole dell’università, la crepa nella sua sicurezza nazionale: l’università ha bisogno di forza lavoro per la sua «critica di tipo illuminista» ma, in qualche modo, la forza-lavoro sfugge sempre al suo controllo.

I soggetti prematuri degli Undercommons hanno accolto la chiamata seriamente, o comunque sono stati costretti a considerare con serietà la possibilità di accoglierla. Non erano stati chiari riguardo alla pianificazione, troppo mistica, colma di superstizioni. E tuttavia questa forza-lavoro non può riprodursi da sola, deve venire riprodotta dall’esterno. L’università lavora per il giorno in cui sarà in grado di liberarsi del problema della forza-lavoro, come il capitale in generale. A quel punto l’università sarà in grado di riprodurre una forza-lavoro che concepisce se stessa non solo come non necessaria, ma anche come pericolosa allo sviluppo del capitalismo. Molta pedagogia e conoscenza sono già consacrate verso questa direzione. Gli studenti devono arrivare a vedere se stessi come il problema, il che, nonostante le proteste dei critici restaurazionisti dell’università, significa esattamente la stessa cosa che significa essere un cliente, ovvero prendere sulle proprie spalle il peso della realizzazione personale, e sentirsi sempre necessariamente inadeguato alla stessa. In un secondo momento, questi studenti saranno in grado di vedere se stessi propriamente come ostacoli per la società, o forse, con un apprendimento lungo tutta la vita, gli studenti torneranno ad aver diagnosticato con successo se stessi come il vero problema.

Eppure, il sogno di una forza-lavoro uniforme, che riconosca se stessa come superflua, è interrotto esattamente dall’impiego di questa forza-lavoro da parte dell’università nell’attività di rimozione dell’ideologia e delle sue barricate in fiamme. Mentre è meglio che questa funzione poliziesca resti nelle mani di pochi, la sua esistenza solleva ancora una volta la questione del lavoro come differenza, del lavoro come sviluppo di altro lavoro, e perciò del lavoro come fonte di ricchezza. E nonostante la critica di tipo illuminista si ispiri e baci le guance a qualsiasi sviluppo auto-organizzato che sia il risultato di questa differenza nel lavoro, qui troviamo una crepa nel muro, un punto poco profondo nel fiume, un luogo sicuro dove atterrare sotto le rocce. L’università ha ancora bisogno del lavoro clandestino per predisporre la sua forza-lavoro indifferenziata, la cui crescente specializzazione e le cui tendenze manageriali, ancora una volta contro i restaurazionisti, rappresentano esattamente l’avvenuta integrazione della divisione del lavoro con l’universo di scambio che comanda la lealtà restaurazionista.

Innescare lo sviluppo costante di lavoro su altro lavoro e salvaguardare lo spazio per la crescita di questo meccanismo, genera dei rischi. Come la forza della polizia coloniale ha reclutato involontariamente combattenti dalla guerriglia di quartiere, il lavoro universitario potrebbe dare un porto a rifugiati, fuggitivi, rinnegati e naufraghi. Ma ci sono buone ragioni per l’università di essere convinta che questi elementi verranno lasciati senza riparo, o forzati nel sottosuolo. Sono state prese precauzioni, sono state scritte liste di libri, condotte osservazioni sull’insegnamento, lanciati inviti a collaborare. Eppure ancora queste precauzioni confermano l’immanenza della trascendenza, la necessaria deregolamentazione e le possibilità di criminalità e fuggitività che vengono richieste, lavoro dopo lavoro. Comunità di insegnanti di scrittura fuggitivi, dottorandi senza mentori, dipartimenti di studi etnici in università statali, proiezioni di film censurate, studenti Yemeniti col passaporto scaduto che fanno gli editori di riviste, sociologi provenienti da un’università storicamente nera, ingegneri femministe. E cosa dirà l’università di loro? Dirà che non sono professionali. Non è un’accusa arbitraria. È l’accusa contro il «più che professionale». Come fanno costoro che eccedono la professione, che la eccedono, ed eccedendola la sfuggono, come fanno questi schiavi a problematizzare se stessi, a problematizzare l’università, a costringere la comunità a considerarli un problema, un pericolo? Gli Undercommons non sono, in breve, il tipo di comunità eccentriche e stravaganti invocate da Bill Readings alla fine del suo libro. Gli Undercommons, gli schiavi fuggitivi, sono sempre in guerra, sempre latitanti.

 

AUTORE: Stefano Harney, Fred Moten

 

NOTE

[1] Il termine si riferisce alla tradizione radicale ‘nera’, che comprende, ma non ne è limitata, la cultura afroamericana. Il termine apre al panafricanismo e alla blackness intesa in senso politicamente più ampio come autodeterminazione delle minoranze, unite contro la diffusione del razzismo.

[2] Studying Through the Undercommons: Stefano Harney and Fred Moten – Interviews by Stevphen Shukaitis”, 2012 https://classwaru.org/2012/11/12/studying-through-the-undercommons-stefano-harney-fred-moten-interviewed-by-stevphen-shukaitis/

[3] Per una più chiara comprensione del concetto di “oltre” (beyond) nel pensiero di Stefano Harney e Fred Moten rimando alla lettura dell’introduzione The Wild Beyond: With and For the Undercommons, in The Undercommons: Fugitive Planning and Black Study di Jack Halberstam.