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Demitizzare la stabilità di genere, l’eteronormatività e le categorie uniformate
Magazine, MITO - Part I - Aprile 2019
Tempo di lettura: 8 min
Leonardo Caffo

Demitizzare la stabilità di genere, l’eteronormatività e le categorie uniformate

Decostruzione del mito della normalità nel cinema di Irene Dionisio, regista e direttrice del Lovers Film Festival di Torino, intervistata da Leonardo Caffo.

Carmen y Lola, regia di Arantxa Echevarria, film vincitore del 34° Lovers Film Festival 2019, sezione Lungometraggi.

 

In questa intervista-conversazione il filosofo Leonardo Caffo discute insieme a Irene Dionisio sul mito della stabilità di genere, dell’eteronormatività e delle categorie uniformate che condizionano la vita sociale, artistica e familiare. Regista emergente, Dionisio è dal 2017 direttrice del Lovers Film Festival.

Dopo una laurea in filosofia estetica e sociale, nel 2010 frequenta un master in documentarismo diretto da Daniele Segre e Marco Bellocchio, esperienza che segnerà il suo esordio nel mondo del cinema. Già dai primi documentari sono chiare le tematiche su cui ruota la ricerca della regista, che porta “in scena” la nostra attualità disarmante, sviscerando le tematiche legate all’integrazione sociale, alla crisi economica e culturale della nostra società. Un esempio è La fabbrica è piena (2012), una tragicommedia in otto atti, girata presso lo stabilimento abbandonato della Fiat Grandi Motori di Torino. I due protagonisti, una coppia di senzatetto di origine rumena, contemporanei “eroi” beckettiani, si aggirano in un’atmosfera immobile e silenziosa, dove la fabbrica in via di demolizione diviene metafora della loro esistenza disperata. Nel documentario Sponde. Nel sicuro sole del nord (2015), invece, attraverso il racconto dell’amicizia tra lo scultore e postino tunisino Mohsen e il becchino in pensione Vincenzo, Dionisio affronta la tragedia umana dei migranti, che ogni giorno perdono la vita in viaggio per l’Europa. In Le ultime cose (2016), il suo primo lungometraggio che le ha portato, nel 2017, la candidatura al Globo d’Oro come Miglior regista esordiente e la candidatura al David di Donatello, la regista si «occupa di distruggere il mito mostruoso della “normalità”» (Leonardo Caffo), attraverso tre storie che si intrecciano al banco dei pegni di Torino:

«Le ultime cose è un film sul debito, il debito come colpa. Racconta di un’umanità che si è assuefatta alla normatività del denaro e che quindi lo riconosce consciamente o inconsciamente come unico motore concreto delle sue azioni materiali e morali. È sicuramente un film sui miti del denaro declinati sotto vari aspetti: famiglia, posizione sociale e sfera affettiva» (Irene Dionisio) .

Sebbene Dionisio stessa rigetti per sé l’appellativo di «artista» («non amo essere “etichettata”»), negli ultimi anni il sistema dell’arte contemporanea e varie istituzioni locali e internazionali (tra cui PAC di Milano, Museo Berardo di Lisbona, MamBo di Bologna e PAV Parco Arte Vivente di Torino) hanno manifestato interesse nei confronti dei suoi progetti e della sua ricerca. In occasione della Biennale di Venezia, Dionisio, selezionata da Carolyn Christov Bakargiev, è inoltre presente all’interno del nuovo Piedmont Pavilion, il «padiglione regionale e transnazionale» istituito da Castello di Rivoli e Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, per indagare i concetti di “territorio”, “comunità” e “identità” attraverso le opere di alcuni artisti (più o meno affermati all’interno del panorama artistico internazionale) e iconici prodotti dell’industria e del territorio piemontese come la Fiat 500.

 

Introduzione di Simona Squadrito


Il mito della stabilità di genere, dell’eteronormatività, delle categorie uniformate che condizionano la vita sociale, artistica, familiare. Irene Dionisio, da anni alla direzione del festival del cinema Lovers di Torino e vincitrice di numerosi premi con il suo lungometraggio Le ultime cose, nelle sale nel 2016, da più parti si occupa di distruggere il mito mostruoso della “normalità”. È un giorno di fine febbraio, a Torino fa freddo, e io e Irene ci incontriamo per discutere di alcune cose: è urgente ricominciare a pensare con categorie nuove, deboli e decostruite, liquide ma potenti.

Leornardo Caffo: Irene, la prima domanda è la più diretta: si può dire che l’eteronormatività sia un mito? E che, paradossalmente, non ci sia niente di più mitologico che la tassonomia che i gender studies cercano di mettere in discussione?

Irene Dionisio: La naturalizzazione dell’eterosessualità – ovvero l’eteronormatività –  è stata soltanto uno dei molteplici strumenti messi in atto dalla biopolitica a fini di controllo. Insieme alla dicotomia del binomio maschile/femminile, questa categoria – che contribuisce a ricreare strutture di oppressione e potere – è parte di un processo di separazione strategica dei soggetti desiderati. L’identità – a volte molto lontana, come concetto, dal sentimento, a mio avviso necessario, dell’identificazione – è altamente strumentalizzabile a fini meramente politici. I queer studies hanno tentato di mettere in crisi questi strumenti di dominio, problematizzando un tipo di sessualità normativa e omologante e cercando di dare spazio ai soggetti come entità sfaccettate e indipendenti nella loro interdipendenza. La mitologia come strumento di narrazione deve essere rassicurante, e in quanto “racconto tradizionale” ricerca una ripetizione del riconoscibile divenendo in questo modo “normativa”.

Tinta bruta, regia di Marcio Reolon, vincitore del 33° Lovers Film Festival 2018.

Leornardo Caffo: Le ultime cose è un film del 2016, tre storie intrecciate al banco dei pegni di Torino. Se ti dico che anche l’umanità prototipica – che le tue storie mettono in discussione – è mitologica, mi avvicino al senso del tuo lavoro?

Irene Dionisio: Le ultime cose è un film sul debito, il debito come colpa. Racconta di un’umanità che si è assuefatta alla normatività del denaro e che quindi lo riconosce consciamente o inconsciamente come unico motore concreto delle sue azioni materiali e morali. È sicuramente un film sui miti del denaro declinati sotto vari aspetti: famiglia, posizione sociale e sfera affettiva. È anche un film sui dispositivi che, seppur creati dall’uomo, divengono così solidi e autonomi da esso da dominarlo.

Leornardo Caffo: Sei la direttrice di Lovers Film Festival – Torino LGBTQI Visions, e qui di miti ne hai dovuti sfatare parecchi. Ci racconti di questa tua esperienza in tal senso? In che modo il festival contribuisce all’elaborazione di nuovi modelli narrativi e immaginari alternativi a quelli vigenti?

Irene Dionisio: Il mio lavoro come giovane donna – regista e direttrice artistica – ha sicuramente avuto a che fare con diverse difficoltà legate all’immaginario contemporaneo che si è formato attorno alle posizioni di potere. È indubbio – per le recenti proteste femministe e femminili mondiali e per i dati concreti aggiornati quotidianamente – che il potere in Italia è ancora profondamente patriarcale. La mia direzione nel corso di questi anni ha cercato di affrontare il tema LGBTQI in una prospettiva anti-normativa“…La mia direzione nel corso di questi anni ha cercato di affrontare il tema LGBTQI in una prospettiva anti-normativa”, riportando al centro i soggetti oltre alle barriere identitarie che – seppur rassicuranti – a volte creano nuove forme di esclusione e discriminazione. Il mio primo anno di direzione aveva come claim “queering the borders”. Un’espressione utilizzata sia in ambito accademico sia militante, che ha come significato “infrociare i confini”. Lavorare sulle radici del festival e sulla sua tradizione militante con una prospettiva di questo genere sicuramente apre nuovi interrogativi difficilmente “mercificabili” e sicuramente poco formattabili. Ma la sfida di un festival LGBTQI, a mio avviso, deve essere proprio questa. Rimanere sempre uno strumento che genera pensiero. Un pensiero che deve avere la libertà di essere pieno di idiosincrasie e che possa creare un continuo dibattito, democratico, ma vivo.

The Wound, regia di John Trengove, vincitore del 32° Lovers Film Festival, 2017.

Leornardo Caffo: Com’è cambiato il tuo approccio al lavoro con il passaggio dai documentari ai lungometraggi? Mi hai detto che anche se hai lavorato con videoinstallazioni non intendi definirti “artista”: perché?

Irene Dionisio, Proibitissimo, 2018.

Irene Dionisio: Ho iniziato con il documentario sociale, con piccoli team e budget, ma la massima libertà stilistica, di contenuto e nessuna gerarchia. Una modalità empatica trasversale dalla fase di ideazione sino a quella di produzione, che non escludeva  neppure i soggetti ripresi che venivano coinvolti attivamente nella creazione. Successivamente, l’incontro con il mio primo produttore ha reso possibile il passaggio alla finzione con Le ultime cose. Un passaggio decisamente differente nelle modalità di approccio e di creazione; sicuramente meno libero, ma non privo di grandi insegnamenti. Dirigere un gran numero di persone che eseguono ciò che rende possibile la tua visione è sicuramente un atto di forza e una riflessione che si impone sulla propria posizione di potere, in virtù del proprio ruolo e capitale.  Sono sempre stata molto interessata all’arte contemporanea come luogo di sperimentazione.  Ma non amo essere “etichettata” come artista. Considero le etichette una perdita di libertà intellettuale e preferisco davvero considerarmi un’artigiana che pensa con le immagini.

Leornardo Caffo: Nei tuoi lavori hai affrontato tematiche sociali sempre volte a distruggere miti precostituiti della presunta società civile; a titolo di esempio mi vengono in mente l’integrazione e la difficoltà del dialogo tra diverse culture (Sponde), la  crisi sociale, culturale ed economica della nostra generazione (La fabbrica è piena), i disturbi mentali poco noti e la difficoltà nel gestirli e viverli (Il canto delle Sirene), ma anche la prostituzione e i suoi diritti (Fières d’être Putes). Si distrugge un mito per crearne un altro o per vivere al di là di ogni narrazione precostituita?

Irene Dionisio: Lo spaesamento che si prova di fronte all’apertura di mondi paralleli e possibilmente alternativi comporterebbe un caos ingestibile. Mi piace molto creare paradossi con le mie ricerche filmiche. Culture raccontate dai media come in un clash di civiltà che in realtà hanno punti di contatto che le fanno apparire così simili da sembrare di fronte a uno specchio; un luogo che dovrebbe raccontare il vuoto di un’era post-industriale e che in realtà è animato da nuovi soggetti orfani di un sistema economico meno obsoleto, ma altrettanto decadente; voci “folli” che sono evidentemente più sagge di quelle istituzionalizzate. Mi piace mostrare la saggezza dei mondi cosiddetti marginali, che in realtà conservano una centralità direi essenziale per comprendere che cosa (ci) stia accadendo.

Leornardo Caffo: Hai progetti non realizzati o non finiti? Che cosa farai di qui ai prossimi cinque anni dal punto di vista lavorativo?

Irene Dionisio: Ho la maledetta tendenza a mettermi all’opera ogni volta che ho un’idea che mi ossessiona, e con testardaggine riesco sovente a portarla avanti. Non posso purtroppo dire di avere degli incompiuti al momento. Con rammarico, direi. Da qui ai prossimi cinque anni farò quello che facevo prima di dirigere un festival LGBTQI: tentare di riflettere attraverso le immagini, la scrittura e la regia, sulla mia posizione nel mondo; cercando di trovare un po’ di ordine nel caos, o forse facendo soltanto nuove domande. Al momento sto lavorando alla scrittura e alla regia di un progetto legato alla storia del cinema queer nella prospettiva di una messa in luce delle relazioni tra rappresentazioni/immaginari e movimenti sociali e politici; inoltre lavoro al mio nuovo progetto filmico, La voce di Arturo, scritto con Valia Santella, che racconta la storia di un imitatore di voci. Una storia di dissolvimento volontario dell’identità, in un suicidio metaforico.

Irene Dionisio, Le ultime cose, 2018.

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di Leonardo Caffo
  • Leonardo Caffo (1988) è filosofo, scrittore e curatore. Insegna Filosofia teoretica al Politecnico di Torino e Fenomenologia della arti visive contemporanee ed Estetica della Moda alla NABA di Milano. Conduttore e autore di Rai Radio 3, collaboratore del «Corriere della Sera», scrive regolarmente su «Domus» e tiene la rubrica "Scolio" per «Flash Art». Tra i suoi libri: A come animale (2015) e Costruire futuri (2018) per Bompiani, La vita di ogni giorno (2016), Fragile umanità (2017) e Vegan (2018) per Einaudi. Attualmente è curatore del programma pubblico a La Triennale di Milano.