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Animalità nell’arte contemporanea e comunicazione interspecifica
Magazine, LINGUAGGI - Part II - Gennaio 2022
Tempo di lettura: 42 min
Dobrosława Nowak

Animalità nell’arte contemporanea e comunicazione interspecifica

Breve ricognizione storico-artistica della rappresentazione del non umano. Dal coyote di Joseph Beuys ai pinguini di Katja Novitskova.

Isabelle Albuquerque, “Sextet”, 2019, Nicodim Gallery.

 

Un primo tentativo di abolizione della schiavitù non umana si ha con lo sviluppo del pensiero postumano e transumano. L’espressione “non umano” si riferisce a un vasto complesso di soggettività tra cui animali, forme di vita modificate e menti artificiali. Nello specifico, le questioni principali del dibattito internazionale sui diritti degli esseri non umani riguardano la loro libertà e uguaglianza, le tutele, i privilegi, la responsabilità giuridica, nonché i concetti legali e politici di cittadinanza, aborto, diritti fetali e riproduttivi. Dall’altro lato, invece, parlare di noi come di “animali umani” può aiutarci forse a cambiare prospettiva. Già nel 1989, Richard Ryder considerava lo specismo – ossia il rifiuto di riservare un trattamento egualitario agli esseri viventi non umani solo per ragioni connesse all’assenza di un legame di specie – il più grave errore etico e morale che contraddistingue la società occidentale antropocentrica.11Richard Ryder, Victims of Science: The Use of Animals in Research, Davis Poynter, London, 1975; Richard Ryder, Animal Revolution: Changing Attitudes towards Speciesism, Basil Blackwell, Oxford, 1989.
A proposito di questo cambio di prospettiva, Steven M. Wise, presidente del Nonhuman Rights Project, ci ricorda infatti che «gli esseri umani sono anche animali, gli unici animali con diritti legalmente riconosciuti e applicabili». 

Andersen Woof, “Always Prepared”, 2021, alla mostra “Animal Show”, Acappella Gallery.

Il teorico e scrittore americano Ihab Hassan, primo a utilizzare nel 1977 il termine “postumanesimo”, a proposito dei cambiamenti introdotti dal sempre più rapido sviluppo tecnologico affermava: «Prima di tutto, dobbiamo capire che la forma umana – contenente desideri umani e tutte le sue rappresentazioni esterne – può subire cambiamenti radicali ed è quindi da rivedere».22Ihab Hassan, Prometheus as Performer: Toward Posthumanism Culture?, «The Georgia Review», vol. 31, n. 4, s. 843, 1977.
Questi cambiamenti erano profondi e difficili da elaborare, ma portavano con sé nuove consapevolezze. I postumanisti, «nella struttura simbolica [dell’umanesimo]», cominciano infatti a vedere «non solo il quadro teorico che serve a giustificare l’unicità dell’uomo in relazione alla sfera non umana (ossia animali, piante e altri esseri viventi e inanimati), ma anche, indirettamente, il consolidamento delle disparità e delle relazioni di sfruttamento».33Agnieszka K. Adamczyk, Przemysław Zawadzki, Post- i transhumanizm w kontekście wybranych zjawisk artystycznych technokultury, «AVANT», X, 3/2019.
 

Sebbene la comunicazione interspecifica tra animali umani e non umani non sia nuovo oggetto di indagine nella nostra società, nel mondo dell’arte essa ha acquisito solo recentemente, per molti artisti, una rilevanza centrale. L’arte, infatti, riflette naturalmente questi cambiamenti di prospettiva, esprimendo curiosità ed empatia verso il nuovo sconosciuto e manifestando il desiderio di oltrepassare i confini delle categorie attraverso le quali abbiamo circoscritto la vita e la non vita, a partire da riflessioni come: “Che cosa significa essere vivi?”. Un esempio è la performance May the Horse Live in Me, nella quale Laval-Jeantet (che, insieme a Mangin, fa parte del collettivo Art Orienté Objet), indossando dei trampoli a zoccolo di cavallo, si inietta del plasma equino per trasformarsi in un essere ibrido tra umano e non umano. 

Un’altra delle numerose opere trasgressive di questo genere è il cyborg Nomadic Plant dell’artista messicano Gilberto Esparza, una struttura meccanica su cui si reggono piante e vari organismi che vivono in maniera simbiotica spostandosi e nutrendosi liberamente in natura. La “pianta nomade” è infatti un ibrido organico e inorganico che si muove verso i fiumi per mantenersi autonomamente in vita indipendentemente dal suo creatore. Opera concettualmente affine a questa è Parásitos Urbanos, dello stesso Esparza, fatta di organismi artificiali in grado di sopravvivere negli ambienti urbani traendo nutrimento dall’energia sottratta alla rete elettrica di una città per interagire con l’ambiente circostante. Questi organismi si muovono ed emettono suoni comunicando con altri parassiti della stessa specie, ed entrando così a far parte del paesaggio sonoro urbano. 

Ad Minoliti, Li Shuang, Liu Yin, Where Jellyfish Come From: Ad Minoliti, Li Shuang, Liu Yin, 2022, Antenna Space.

 

Cosa intendiamo per “comunicazione interspecifica”?

Gli organismi comunicano tra loro e con le altre specie. Sappiamo infatti che persino «i batteri possiedono elaborati sistemi di segnalazione chimica che consentono loro di comunicare al loro interno e tra specie diverse».44Michael J. Federle, Bonnie L. Bassler, Interspecies communication in bacteria, «J Clin Invest», 112(9), Nov 1, 2003, pp. 1291-1299.
I nostri tentativi di comunicazione con le altre specie animali fanno parte del nostro vissuto quotidiano“…I nostri tentativi di comunicazione con le altre specie animali fanno parte del nostro vissuto quotidiano”, che si tratti di animali domestici, come cani e gatti, o di altri animali familiari all’essere umano, come cavalli o uccelli, con i quali siamo soliti instaurare legami affettivi. Il canale YouTube “Special Books by Special Kids”, fondato da Chris Ulmer, mi sembra particolarmente esemplificativo di questa attitudine. L’autore intervista persone con disabilità, affette da malattie genetiche, mentali, o altre condizioni, che influenzano il loro modo di comunicare con il mondo esterno. Una delle intervistate è Callie Truelove, una ragazza adolescente a cui è stata diagnosticata la sindrome di Williams, rara malattia genetica che si manifesta sin dalla nascita. Alcuni mesi dopo la prima intervista con Chris, Callie viene invitata allo show per una seconda volta, dove racconta di aver stretto amicizia con Nick: 

«Mi emoziono solo a parlarne [della nostra amicizia]. È come se finalmente avessi trovato qualcuno che mi capisce, quando nessun altro lo fa. Prima di Nick, l’unico animale che mi avrebbe mai capito era [il mio cane] Doodle. Adesso, a capirmi, è anche un essere umano».

Come afferma Michael John Gorman – direttore e fondatore di BlOTOPIA Naturkundemuseum Bayern e docente universitario di “Life Sciences in Society” all’Università Ludwig Maximilian di Monaco – la comunicazione interspecifica tra animali umani e non umani è una storia che dura da almeno centomila anni.55Per una panoramica del rapporto tra esseri umani e non umani dell’antichità greco-romana si veda Thorsten Fögen, Animal Communication, in Gordon Lindsay Campbell (ed.), The Oxford Handbook of Animals in Classical Thought and Life, 2014. Per una trattazione più incentrata sui legami con il mito si veda invece la voce Animals in Mythology di encyclopedia.com.
Nel corso della conferenza The Future Of Interspecies Communication, Gorman ha portato l’esempio della popolazione Yao, in Mozambico, che interagisce da secoli con la specie di uccelli Prodotiscus per aiutarli a recuperare la cera d’api dagli alberi. Questa specie, infatti, possiede la capacità innata di scovare i nidi d’ape, ma si rivela incapace, da sola, di prelevarne la cera. Per questa ragione, la collaborazione mutualistica che si viene a instaurare tra esseri umani e specie animale si rivela vantaggiosa per entrambi: l’uccello trova il nido, e invia così dei segnali agli esseri umani, in modo che questi ultimi possano prelevare il miele, mentre il primo la cera.

Jules Howard, Can the honeyguide show us a new way to connect with nature?, 2016, The Guardian.

Un ulteriore esempio di relazione interspecifica stabile tra umani e non umani è quella che si ha tra i tradizionali pescatori giapponesi e la specie di uccelli detta Phalacrocorax carbo (più comunemente i “cormorani”). Questo tipo di uccello, dotato di abilità eccezionali nella pesca, da più di mille anni viene impiegato dai pescatori come strumento di cattura dei pesci fluviali: legati alle imbarcazioni, i cormorani si immergono nell’acqua per andare a caccia, catturano la propria preda e la portano al pescatore, dividendola con lui.

Rapporti utilitaristici di questo genere sono frequenti, si pensi ai topi utilizzati per fiutare le mine anti-uomo o alle unità cinofile di salvataggio che rischiano frequentemente la vita per salvare esseri umani in pericolo. Scrive in proposito Jules Howard su «The Guardian»:

«Guardate da vicino i cormorani e vedrete un laccio posto alla base della gola per impedire loro di ingoiare i pesci più grandi (che i pescatori vogliono per sé stessi). Siamo quasi sempre noi a gestire i termini dell’accordo. Quando lavoriamo insieme agli altri animali siamo quasi sempre noi che possediamo l’affare quando lavoriamo con altri animali».

A proposito dei numerosi tentativi di studio e osservazione animale, nel 1919 il filosofo polacco Daniel Zgliński, all’interno del suo libro Dusze zwierząt i ludzi w zarysach (traducibile in italiano come “Anime di animali ed esseri umani a grandi linee”), esprime alcune considerazioni relative al pensiero animale, rapportato a quello degli esseri umani, e scrive:

«[Tra gli animali] non esiste stupidità. L’essere umano, invece, agisce in modo assurdo. Gli animali non lo fanno, non commettono le cosiddette “sciocchezze”, soprattutto con un piano ben congegnato, come accade invece con gli esseri umani. Perché il livello del loro ragionamento non è solo basso, ma anche semplice, completamente diretto e rivolto verso un fine molto ravvicinato. E pertanto, per loro, non vi è nemmeno la possibilità di commettere sciocchezze». 

Più avanti, l’autore sottolinea che l’assenza di un’intenzionalità cattiva negli animali non equivale, tuttavia, alla loro presunta stupidità:

«Se una pernice si lascia catturare in una trappola che è stata tesa per lei, questa non è prova della sua stupidità. Perché davanti a una trappola, anche se di altro genere, persino il saggio si lascia catturare, e ciò non prova affatto che colui che tende una trappola sia più saggio della sua vittima. Se addestriamo un cane da caccia affinché catturi un cinghiale, ciò non prova la stupidità del cinghiale o, d’altro canto, il nostro ingegno. Il cinghiale si muove in buona fede attraverso il bosco, mentre l’essere umano lo prende segretamente di mira con la sua cattiva volontà. Il trucco, l’eccesso di violenza non costituiscono prova per la ragione. Sono solo un sintomo di mani immorali slegate, non trattenute dagli scrupoli della ragione. Anche uno stupido può superare in astuzia uno saggio».

Helena Hladilova, Perdix, 2021, Almanac Projects.

La comunicazione interspecifica tra animali umani e non umani è onnipresente nelle nostre vite quotidiane, anche quando non ce ne accorgiamo. Persino l’insetto più piccolo, allontanandosi da noi alla nostra vista, in quel momento ci sta inviando un preciso segnale di comunicazione non verbale, così come fanno in continuazione i nostri animali domestici verso di noi. Se è vero che tali interazioni sono parte intrinseca della nostra cultura e società, è interessante notare invece come la scienza abbia affrontato, negli anni, la complessità di questo rapporto e i presupposti di questa comunicazione tra specie.

Austin Stewart, Second Livestock, 2014.

 

Le ricerche scientifiche sulla comunicazione interspecifica

Se parliamo del rapporto tra scienza e sperimentazione animale, nomi come Dolly, Laika, Pavlov e Nim Chimpsky sono certamente noti a molti. I progetti di ricerca, provenienti dagli ambiti più disparati – dall’antropologia alla psicologia, dalla genetica alla fisica –, che hanno incentrato l’oggetto della propria indagine sullo studio e l’utilizzo degli animali sono innumerevoli. Un’enorme percentuale di premi Nobel per la medicina (76% nel 1901) si è affidata alla sperimentazione animale, mentre moltissime specie sono state utilizzate a scopo scientifico con una pressoché nulla regolamentazione. Oggi, circa il 95% degli animali usati a tale scopo è costituito da pesci, uccelli, topi e ratti, di cui questi ultimi costituiscono una larga maggioranza. Oltre all’utilizzo degli animali a scopi medici e per facilitare le ricerche sul campo, un ulteriore ramo scientifico denominato Animal Science sta diventando sempre più popolare come materia universitaria, offrendo un’ampia gamma di nuove opportunità professionali. L’Animal Science comprende produzione, gestione, istruzione, ricerca, servizi agricoli, genetica, microbiologia, comportamento animale, nutrizione, fisiologia, riproduzione, economia, marketing agrario, aspetti legali e ambiente. All’interno di questa vasta raccolta che comprende diversi aspetti della vita animale non umana, mi concentro qui su un oggetto di indagine in particolare, ovvero il comportamento animale e, più precisamente, la comunicazione interspecifica. Si tratta di un ambito scientifico abbastanza recente ma che ha goduto di uno sviluppo particolarmente intenso sin dalla sua nascita, ovvero nel corso degli anni ’60.

Liam Denny, The Hermit, 2021, Bus Projects.

Irene Maxine Pepperberg, attualmente ricercatrice associata e docente presso la Harvard University, nota per i suoi studi sulla cognizione animale, in particolare in relazione ai pappagalli, spiega gli inizi di questo ambito scientifico durante la conferenza The Future Of Interspecies Communication, tenuta a DLD New York. Tutto è cominciato in Inghilterra, quando William Homan Thorpe ha provato a decifrare il canto degli uccelli e nel frattempo Jane Goodall studiava il comportamento di un gruppo di scimpanzé selvaggi sul proprio territorio nativo. In quel periodo, negli Stati Uniti, Trixie e Allan Gardner insegnavano alla scimpanzé Washoe a usare la lingua dei segni americana, tentativo fatto anche alcuni anni più avanti, alla Columbia University, da Herbert S. Terrace con lo scimpanzé Nim Chimpsky (il nome è un richiamo esplicito alla figura del linguista statunitense Noam Chomsky, il quale considerava l’abilità linguistica quale prerogativa esclusiva dell’essere umano: sebbene gli altri esseri viventi sappiano comunicare in modi molto diversi tra loro, solo gli umani sono in grado, infatti, di stabilire una grammatica universale e di produrre e comprendere sequenze infinite di segni, usando regole grammaticali specifiche che si applicano alla lingua. Durante la conferenza, spiega Pepperberg a proposito di uno degli esperimenti condotti con gli scimpanzé: 

«Dunque, è successo che l’animale ha cominciato a usare la lingua umana per comunicare con gli uomini, per fare domande, per parlare del suo ambiente e descrivere ciò che vedeva. Non gli era chiesto di farlo, non lo faceva per ottenere in cambio un premio, ma proprio al solo scopo di comunicare». 

C’è dell’altro in questo racconto. Diversi scienziati, infatti, non confermano questo genere di conclusioni né tante altre ricerche condotte in questo campo, convinti che questi tentativi di comunicazione da parte degli animali sottoposti a test siano soltanto presunti, casuali e non effettivi, in altre parole il risultato di un’azione forzata dai ricercatori più che consapevolmente compiuta dagli animali. Molti esperimenti di questo tipo, inoltre, si sono rivelati causa di danni psicologici e fisici per gli oggetti delle ricerche. Lo scimpanzé Nim Chimpsky, per esempio, è diventato sempre più aggressivo ed è deceduto, a causa di un attacco di cuore, alla prematura età di 26 anni.

Jason Dodge, Haris Epaminonda, Nicolás Lamas, Francesco De Prezzo, Lasse Schmidt Hansen, Maarten Van Roy, Twilight Objects, Pas Une Orange, 2021:2002.

Nel 1973, il premio Nobel per la medicina viene assegnato congiuntamente a Karl von Frisch, Konrad Lorenz e Nikolaas Tinbergen, per le loro ricerche sulla comunicazione interspecifica.66Sulla motivazione si legge: «Discoveries concerning organization and elicitation of individual and social behavior patterns».
Su questo stesso ambito, David Premack introduce poco più avanti, nel 1979, i due concetti rivoluzionari di intenzione e comunicazione simbolica: «Quando l’uomo e lo scimpanzé gareggiavano per un obiettivo comune, gli scimpanzé imparavano sia a trattenere le informazioni o fuorviare il destinatario, che a sminuire o confutare gli stessi segnali fuorvianti del mittente».77Guy Woodruff, David Premack, Intentional communication in the chimpanzee: The development of deception, «Cognition», 7, 4, 1979, pp. 333-362.
Secondo Premack, pertanto, questa capacità di trasmettere e utilizzare informazioni accurate e fuorvianti, tenendo conto della natura del mittente o del destinatario, dimostra che questa specie di primati ha una capacità di comunicazione intenzionale. 

Dagli anni ’60 a oggi le ricerche scientifiche, soprattutto negli ultimi tempi, si stanno focalizzando sempre di più sul tentativo di instaurare un rapporto di comprensione reciproca nella comunicazione tra la specie umana e le altre animali. Tra i numerosissimi esempi di comunicazione interspecifica non ancora menzionati ricordiamo anche le storie della gorilla Koko, del delfino Peter, del pappagallo Alex e del bonobo Kanzi. Alcune di queste ricerche hanno previsto l’uso di strumenti e approcci che oggi apparirebbero eufemisticamente controversi, con conseguenze drammatiche. Per esempio, dopo appena tre mesi dall’inizio del progetto, il delfino Peter, a causa della mancanza di fondi, fu trasferito dalla sua ampia e comoda Dolphin House a una squallida vasca isolata di Miami, dove filtrava pochissima luce solare. 

Peter, che era stato oggetto di un esperimento condotto da Margaret Howe, sostenuta da John Lilly, aveva trascorso 24 ore al giorno per sei giorni a settimana insieme all’assistente di ricerca, instaurando con lei un legame che da più parti venne definito morboso, sebbene Howe continuò a difendere strenuamente i buoni propositi della propria ricerca (ossia, insegnare a Peter la lingua inglese). Isolato e sempre più depresso nella sua vasca di Miami, Peter un giorno smise di respirare. La storia del primo delfino suicida arrivò sulle prime pagine di tutti i giornali: The Dolphin Who Killed Himself Over A Broken Heart (“Il delfino che si è ucciso per un cuore spezzato”); Died of a Broken Heart (“Morto di cuore spezzato”); I Had a Sexual Relationship with a Dolphin (“Ho avuto un rapporto sessuale con un delfino”).

Sophia Rosenbaum, I had a sexual relationship with a dolphin, 2014, NY Post.

Non sorprende che le scoperte pioniere e scioccanti degli anni ’60 e ’70 siano subito entrate a far parte della cultura popolare. Ne è un esempio lo sketch “Gerald the Gorilla”, dalla serie britannica Not The Nine O’Clock News (dal 1979 al 1982 in onda su BBC Two), ancora popolare dopo quarant’anni sulle piattaforme online e continuamente nutrito da nuovi commenti sui social network. L’episodio in questione riprende un’intervista tra un docente di comunicazione interspecifica e il gorilla chiamato Gerald, interpretato da un uomo in costume. Gerald non solo agisce come un essere umano, ma sembra persino più sveglio del mediocre professore che lo ha portato via dalla giungla. Lo sketch richiama oggi alla mente alcune questioni sociali ed etiche rilevanti connesse all’agency animale, nonché una considerazione più ampia sulla presunta superiorità degli esseri umani sulle altre specie, qui messa sarcasticamente in questione.

Anche oggi gli esperimenti continuano, ma gli sperimentatori sembrano più accorti nel considerare e preservare le soggettività degli animali non umani. Le domande e i paradossi con cui ci scontriamo sono ancora molti, e alcune sentenze giuridiche cominciano a ridefinire i termini attraverso i quali siamo stati soliti considerare l’animalità.

Il desiderio di osservare e comprendere il mondo animale è più vivido che mai e si manifesta continuamente nelle nostre forme di intrattenimento: nei romanzi – si pensi agli esempi storici di Tarzan delle Scimmie (1912) e Miss Kelly (1947) –, così come nelle loro trasposizioni cinematografiche più attuali – per esempio, Mowgli. Il figlio della giungla (2018), basato sul romanzo di Rudyard Kipling pubblicato nel 1894. E se da un lato la presenza dei circhi diminuisce in relazione a nuove riflessioni di natura etica, dall’altro Internet non smette invece di interessarsi alla vita animale, sostituendosi come fonte di intrattenimento educativo (un esempio emblematico è il canale YouTube The Dodo con più di 11 milioni di iscritti). Sui media mainstream, inoltre, si continua ad assistere a un interesse spiccato nei confronti degli animali – per così dire – meno ordinari e in grado di suscitare fascino e paura – si veda in proposito il caso di David Salmoni, di Animal Planet, durante lo show di Jimmy Kimmel nella serie Wild Animals with Dave Salmoni.

All’interno di un simile contesto non sorprende naturalmente imbattersi in personaggi noti al grande pubblico che promuovono movimenti finalizzati a supportare i diritti degli animali, come fa per esempio Kevin Richardson attraverso il suo profilo su Instagram.

Su Internet esiste persino un intero spazio virtuale interamente dedicato alla comunicazione interspecifica. Come si legge dalla sua descrizione, il progetto Interspecies.Io mira a: 

«Creare interfacce per abilitare la comunicazione bidirezionale; sviluppare sistemi interattivi per fornire una maggiore scelta e controllo; applicare i big data per decodificare i segnali di comunicazione degli animali; archiviare ricerche scientifiche sulla comunicazione interspecie, creando un dizionario online open source di segnali semantici noti di altri animali; e sviluppare software educativi e interattivi incentrati sulla comunicazione, la conservazione e il benessere di altri animali».

Hanna Antonsson, Birds on liquid, 2020, Aerosol, ph Erik Gustafsson.

L’animalità nell’arte contemporanea

Scopo dei paragrafi precedenti non è stato soltanto di far emergere i legami tra scienza, cultura e arte nel campo dell’osservazione animale e della comunicazione interspecifica, ma anche quello di stimolare un pensiero critico e una contestualizzazione più ampia della ricerca. Il mondo dell’arte fa spesso ricorso più o meno esplicito alle teorie scientifiche, a volte perdendo di vista lo scopo dell’opera e della mostra e limitandosi a un’esposizione di informazioni, anziché di stimoli, come nel caso di Broken Nature: Design Takes On Human Survival, tenuta nel 2019 alla Triennale di Milano; altre volte, invece, con esiti più felici, come nel caso di A Leaf-Shaped Animal Draws The Hand, la personale di Daniel Steegmann Mangrané tenuta presso Hangar Bicocca, a Milano, tra settembre 2019 e gennaio 2020. Peggio è quando l’opera finge invece di essere allineata con la scienza, confondendo gli spettatori attraverso la rappresentazione di teorie obsolete presentate come nuove e ancora valide, o quando il valore puramente artistico passa in secondo piano senza un adeguato bilanciamento con il valore scientifico dell’opera e della mostra presentate al pubblico.

Ad Minoliti, Li Shuang, Liu Yin, Where Jellyfish Come From: Ad Minoliti, Li Shuang, Liu Yin, 2022, Antenna Space. Mary-Audrey Ramirez, They Miss Being Aware Of Time”, 2021, Polansky | MARTINETZ, “SUMO | THE ODD YEAR II, 2021.

Ripercorrendo la storia dell’arte, gli animali sono sempre stati accanto a noi. Lo erano circa 17.500 anni fa, a Lascaux, nelle cui grotte vediamo raffigurati cavalli, tori, cervi e bisonti. E lo sono stati anche millenni più avanti, come elementi iconografici, simboli, attributi, oggetto di nature morte e scene di caccia. Solo più di recente l’arte ha cominciato a considerare più profondamente la soggettività animale, parlando di emozioni, spesso tentando di mettersi nei panni del non umano, di restituirgli (o meglio, attribuirgli) la parola. Molti gli esempi, sia di stampo più tradizionale che dal tono più trasgressivo: dai leoni di Adrian Ghenie (Hungry Lion, 2018) agli scoiattoli (Bidibidobidiboo, 1996) e i piccioni di Maurizio Cattelan e Hanna Antonsson; dalla piramide animale di Katarzyna Kozyra (Piramida zwierząt, 1993) e dagli strani insetti di Zuza Piekoszewska (Ready to Hatch, 2019, e