Pierre Huyghe, Exomind, 2017.
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Didattica queer: perché è necessario queerizzare la scuola italiana
Magazine, LINGUAGGI - Part I - Settembre 2021
Tempo di lettura: 32 min
Dario Alì

Didattica queer: perché è necessario queerizzare la scuola italiana

L’insegnamento come pratica di libertà: la coscientizzazione degli oppressi nella pedagogia di Paulo Freire.

 

L’interiorizzazione dell’eteropatriarcato

Il 16 settembre 2021, durante la trasmissione televisiva Forum, in onda su Canale 5, la giornalista e conduttrice Barbara Palombelli introduce le due parti in causa della puntata facendo riferimento ai sette casi di femminicidio avvenuti in Italia nei giorni precedenti. La sua riflessione si conclude con una domanda che, nel giro di poche ore, rimbalza in rete e sui principali quotidiani nazionali, innescando un caso mediatico che diventa oggetto di critiche anche da parte di diversi e noti esponenti della politica. Palombelli dichiara a proposito degli omicidi: «A volte è lecito domandarsi: questi uomini erano completamente fuori di testa, completamente obnubilati, oppure c’è stato un comportamento esasperante, aggressivo anche dall’altra parte?».

Meme dell’autore.

Sebbene Palombelli abbia risolutamente smentito le accuse di victim blaming che le sono state rivolte contro, con la difesa di per sé poco probante di essere stata a sua volta vittima di un fraintendimento e di una «diffamazione senza precedenti», le sue parole aderiscono di fatto alle modalità attraverso le quali in Italia i mass media rappresentano l’immagine femminile in relazione ai casi di violenza di genere che riguardano le donne. Come rilevato da Loredana Lipperini e Michela Murgia,11Loredana Lipperini, Michela Murgia, “L’ho uccisa perché l’amavo” Falso!, Laterza, Bari, 2013.
nel raccontare il femminicidio gran parte della stampa italiana deresponsabilizza sistematicamente l’azione omicida dell’uomo, presentandola come estrema e inevitabile conseguenza di un atto o di un comportamento scaturito dalla vittima: il femminicidio assume così i connotati di un delitto d’impeto passionale dovuto a un raptus, alla gelosia, a un episodico scatto d’ira, o a una fatale condizione depressiva, occultandone in questo modo la matrice culturale.

Prima di arrivare a conclusioni, porto all’attenzione un secondo caso, solo apparentemente irrelato. Alcuni mesi prima, nel marzo 2021, la direttrice d’orchestra Beatrice Venezi sale sul palco del settantunesimo Festival di Sanremo ribadendo pubblicamente di voler essere chiamata “direttore”, in luogo di “direttrice” (sebbene in italiano la forma al femminile sia ampiamente attestata22“Direttrice d’orchestra” compare già tra i termini consigliati da Alma Sabatini nelle sue linee guida redatte nel 1987.
), perché – cito testualmente – «per me quello che conta, in realtà, è il talento con cui si svolge un determinato lavoro; quindi la posizione, il mestiere ha un nome preciso, e nel mio caso è quello di “direttore d’orchestra”». Anche in questo caso, la dichiarazione di Venezi ci mette di fronte a una questione di natura culturale e sociale: l’uso dell’agentivo maschile, in luogo del femminile, nei nomi di professione correlati a una carica di prestigio, viene percepito socialmente e culturalmente come più autorevole, in virtù del fatto che tali professioni siano tradizionalmente associate a soggettività di sesso maschile.

Meme dell’autore

Decodificati nella loro natura di sintomo, i due casi – di Palombelli e di Venezi – mi sembrano entrambi riconducibili alla medesima matrice sessista – in questi esempi, penso più interiorizzata che non rivendicata – su cui si fonda il sistema eterocispatriarcale e maschilista in cui viviamo.

L’eteropatriarcato è un sistema sociale e culturale in cui il potere, l’autorità, il privilegio sociale e il controllo dei beni materiali sono prevalentemente concentrati nelle mani di un unico soggetto: il maschio cisgender ed eterosessuale. Gli effetti tangibili con cui questo sistema relega le soggettività femminili a un ruolo di subalternità, in ambito sia personale che pubblico, sono molteplici: disparità delle condizioni sociali, culturali ed economiche (gender gap), elevato numero di femminicidi (oltre 80 vittime in Italia dall’inizio del 2021), divario retributivo di genere, tassi di occupazione femminile più bassi rispetto alla controparte maschile, nonché naturalmente tutta una serie di discriminazioni dirette e indirette, frutto di pregiudizi e stereotipi di genere consolidati, che colpiscono le donne in società, in famiglia, sul lavoro e sui media.33È vero altresì che i pregiudizi e gli stereotipi di genere colpiscono e creano un danno anche per gli uomini, incasellati in un preciso standard di maschilità contraddistinto da rigidi modelli di comportamento. Si veda in proposito l’articolo pubblicato da Yari Carbonetti su «Il Tascabile» nel giugno 2021.

Non solo donne. L’eteropatriarcato, infatti, fonda le sue premesse su un rigido binarismo che investe le sfere del sesso, del genere e dell’orientamento sessuale, classificando gerarchicamente i corpi in coppie di opposti (maschio-femmina, uomo-donna, eterosessuale-omosessuale), in cui il primo termine detiene sempre il primato e il monopolio sul secondo. La società normocentrica e maschiocentrica in cui viviamo colloca tutto ciò che sta al di là della “norma binaria” in una posizione di subalternità, quando non persino di completa invisibilizzazione sociale (come nel caso delle soggettività transgender, intersessuali e queer di cui parlerò più avanti). Allargando ulteriormente la prospettiva, la marginalizzazione e la discriminazione del “diverso” investono le identità non soltanto in riferimento alle questioni di genere, ma anche sulla base di altri fattori quali l’etnia, la disabilità, il peso, l’età o particolari condizioni socioeconomiche.

 

Scuola fucina di inclusività

In questo momento storico, possiamo ragionevolmente affermare di stare assistendo in Italia a una rinnovata ed energica attenzione al tema dell’inclusività, anche al di fuori del ristretto ambito accademico in cui il dibattito, sino a qualche anno fa, era confinato. Lo testimoniano, per esempio, l’ancora attualissima discussione sul linguaggio inclusivo44Fondamentale in questa direzione il lavoro svolto negli ultimi anni da Vera Gheno per la ricerca di una soluzione linguistica inclusiva e rappresentativa delle persone non binarie.
– sulla quale, il 24 settembre scorso, si è espressa l’Accademia della Crusca con un intervento di Paolo D’Achille – e una sempre più elevata incidenza del tema, rispetto agli anni passati, sui nostri mass media (al punto da aver reso comune nel dibattito pubblico un’espressione ostile come «dittatura del politicamente corretto»55A proposito del rapporto tra politically correct e cancel culture in Italia, si veda l’articolo pubblicato da Fabio Avallone su «Valigia Blu» nel maggio 2021.
).

Tuttavia, prima di arrivare a catalizzare l’attenzione dei media mainstream, in Italia il tema dell’inclusività ha avuto (e ha tuttora) un luogo elettivo per la sua diffusione: parliamo della scuola, dove la cultura dell’inclusione e del rispetto delle differenze ha messo radici già da diverso tempo.

Principio fondamentale dell’istituzione scolastica è quello di garantire le medesime opportunità educative a tutti gli alunni, fornendo adeguati strumenti di crescita culturale, psicologica e sociale. La scuola è il luogo in cui la persona costruisce la propria identità attraverso l’incontro e l’interazione con l’altro.

Oggi diamo ormai per acquisito che l’applicazione di uno standard educativo insensibile alle differenze sia obsoleto per una società ipercomplessa come la nostra e per un mondo scolastico che pone sempre più enfasi sulla personalizzazione dei percorsi educativi. Chi vive il mondo della scuola sa che nel corso degli ultimi vent’anni il sistema scolastico italiano ha compiuto enormi passi in avanti in materia di inclusione.66Per una ricostruzione accurata dei principali procedimenti legislativi in materia di inclusione scolastica in Italia si rimanda alla visione di questo video. In questa sede, coerentemente con i propositi dell’articolo, ci si limita a esplicitare che la legge italiana e la normativa europea prevedono l’educazione alle differenze, con particolare riguardo alle questioni relative alla parità di genere. In Italia, la legge 107/2015 (la “Buona Scuola”) varata dal governo Renzi recita all’articolo 1, comma 16: «Il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei princìpi di pari opportunità promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti, i docenti e i genitori sulle tematiche indicate dall’articolo 5, comma 2, del decreto-legge 14 agosto 2013 […]». Ancora nel 2015, sono pubblicate le Linee guida nazionali “Educare al rispetto: per la parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le forme di discriminazione”. In ambito europeo, la Raccomandazione del Consiglio dell’Unione europea sulle competenze chiave per l’apprendimento permanente del 22 maggio 2018 recita al paragrafo 6: «​​Il rispetto dei diritti umani, base della democrazia, è il presupposto di un atteggiamento responsabile e costruttivo. La partecipazione costruttiva […] comprende il sostegno della diversità sociale e culturale, della parità di genere e della coesione sociale, di stili di vita sostenibili, della promozione di una cultura di pace e non violenza, nonché della disponibilità a rispettare la privacy degli altri e a essere responsabili in campo ambientale».
Diversamente dal precedente (e superato) concetto di integrazione, che con la sua prospettiva biomedica focalizzava l’attenzione sulla necessità di attuare misure compensative per favorire la partecipazione e il coinvolgimento di alunne e alunni affetti da forme di disabilità, il concetto di inclusione – meglio ancora quello di inclusività – estende il suo raggio d’azione all’intero gruppo classe, concepito nei termini della sua ricchezza, varietà e complessità, e mette al centro dell’azione educativa i bisogni di tutti – nessun soggetto escluso. In questa prospettiva, la diversità – fisica, psichica, motoria, di genere, etnica, culturale ecc. – non è più considerata nei termini dei suoi limiti ma in quelli delle sue potenzialità, attraverso un’azione di valorizzazione delle differenze finalizzata al mantenimento della coesione sociale e al contrasto di pregiudizi, stereotipi e discriminazioni.

Tutto ciò, da solo, non basta, come ci viene confermato dai numerosi episodi di razzismo, abilismo e omofobia diffusi nel mondo scolastico, di cui sono protagonisti non soltanto gli alunni ma spesso anche i docenti. Tuttavia, con questo articolo, intendo porre le basi per una futura strategia educativa atta a garantire l’inclusione scolastica dei soggetti tradizionalmente esclusi e invisibilizzati dalla società eteropatriarcale. A tal fine, più che di “inclusione”, sarà opportuno parlare – come suggerisce Fabrizio Acanfora – di “convivenza delle differenze” (o delle “unicità”). Scopo dell’articolo è di porre anche in Italia le basi teoretiche per una futura pedagogia queer che possa diventare strumento inclusivo per educare al rispetto delle diversità e al progressivo abbattimento delle visioni essenzialiste correlate all’identità. Per raggiungere questo obiettivo, prenderò le mosse dalle ricerche condotte dall’educatore brasiliano Paulo Freire sulla cosiddetta “pedagogia degli oppressi”, per poi delineare la pedagogia queer come pedagogia anti-oppressiva in grado di accogliere le istanze dell’intersezionalismo e di guidare la lotta per l’emancipazione di tutte le soggettività.

 

Oppressi e oppressori: la pedagogia rivoluzionaria di Paulo Freire

L’esperienza pedagogica svolta sul campo da Freire ha inizio nel 1962, nel nordest del Brasile – regione che ancora oggi presenta il tasso più elevato di analfabetismo di tutta la nazione. Nella cittadina di Angicos, in appena 45 giorni, più di trecento lavoratori imparano a leggere e a scrivere grazie al metodo sperimentale di Freire e del suo movimento. Questo enorme successo spinge l’allora governo brasiliano a dare avvio a un progetto di alfabetizzazione su scala nazionale, che avrebbe dovuto portare in 12 mesi all’alfabetizzazione di 6 milioni di cittadini, e che fu invece interrotto da un golpe militare contro la “minaccia comunista” incarnata dal presidente Goulart, portando a ventuno successivi anni di dittatura.

In che cosa consiste il “metodo Freire”? Rivolto agli adulti analfabeti della nazione, l’approccio del pedagogista segna in Brasile un punto di svolta rispetto alla tradizionale visione dell’educazione come mera trasmissione depositaria del sapere. In qualsiasi società, il sapere, in mano alle élite dominanti, viene da queste governato e utilizzato, in rapporto dialettico con le classi dominate, come strumento di potere e oppressione, e per tenere sotto scacco l’emersione di ogni possibile forma di coscienza critica e collettiva:

«Penso che, anche quando la complessità delle società altamente modernizzate dal punto di vista capitalista – anche quando questa complessità esige strumenti di analisi raffinati e sempre più raffinati –, arrivi un momento nel quale durante l’analisi stessa ci si trova davanti alla dialettica oppresso-oppressore, si arriva al momento in cui ci si trova di fronte a una classe che chiamiamo “dominante” e a una “dominata”, di fronte alla cultura dominante e alla cultura dominata, al linguaggio che domina e al linguaggio che è dominato. E questo accade indipendentemente dalla complessità della società».88Dall’intervista a Paulo Freire presente su RaiScuola.

La logica dell’oppressore, sostenuta da un modello educativo depositario e trasmissivo atto a garantire il mantenimento dei privilegi e dello status quo, impedisce ai soggetti oppressi di divenire soggetti coscienti e, quindi, di liberarsi. Tutto questo, nel Brasile semianalfabeta degli anni ’60,99Parliamo di una popolazione di circa 25 milioni di abitanti di cui 15 milioni analfabeti.
si traduce in una inevitabile estromissione della maggior parte dei cittadini dalla vita politica e sociale del Paese. È per questo motivo che Freire, insieme al suo movimento, desidera ridare la parola ai “dannati della terra”, agli ultimi, agli oppressi e agli “straccioni”.1010Con questa dedica si apre il volume La pedagogia degli oppressi, pubblicato in Italia nel 1971: «Agli straccioni nel mondo e a coloro che in essi si riconoscono e così riconoscendosi con loro soffrono ma soprattutto con loro lottano».
Ed è a loro che nel capolavoro Pedagogia del oprimido (1970) rivolge una nuova visione – insieme esperienziale e compartecipata – della pedagogia.

Un ritratto di Paulo Freire.

La proposta di Freire si fa avanti come un’educazione “problematizzante”, vale a dire un’educazione che pone il soggetto in rapporto cosciente e intenzionale con il mondo, contribuendo a sviluppare la sua agency. Attraverso il confronto collettivo e il dialogo, chi educa restituisce a chi è educato la visione di una realtà che non è statica e immutabile ma dinamica, una realtà che si presenta come processo in divenire, il quale può essere sovvertito, cambiato, trasformato in meglio: nient’altro che «l’educazione come pratica di libertà», per riprendere il titolo del volume che Freire pubblicherà, più avanti, nel ’74.

In questa prospettiva, restituire la parola agli ultimi non significa semplicemente dotarli degli strumenti per leggere, scrivere e far di conto, ma creare le condizioni psicologiche per far maturare in loro la coscientizzazione. Nella Prefazione alla prima edizione italiana del volume leggiamo infatti queste parole della curatrice Linda Bimbi:

«L’originalità del “metodo Paulo Freire” non risiede solo nell’efficacia dei metodi per alfabetizzare, ma soprattutto nella novità dei suoi contenuti per “coscientizzare”. Non si tratta solo di fornire all’adulto emarginato una tecnica nuova e superiore di comunicazione (lettura e scrittura). Si tratta di farlo passare a una nuova coscienza della sua situazione e della sua possibilità di liberarsene».1111Paulo Freire, La pedagogia degli oppressi, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 2004, p. 14.

La coscientizzazione, principio fondamentale e ultimo della pedagogia di Freire, si realizza mediante il disvelamento di una nuova visione del mondo, prendendo cioè consapevolezza della propria condizione di soggettività oppressa e agendo in maniera volontariamente sovversiva, guidati dalla capacità creatrice della coscienza “liberata”, per ottenere la completa emancipazione di sé e dell’oppressore. Infatti, solo «gli oppressi, liberandosi, possono liberare gli oppressori», ed è in questo senso che la coscientizzazione non va equiparata a un processo che riguarda esclusivamente individualità singole, isolate, ma si riflette su un’intera comunità partecipe – con ruoli diversi – di una medesima situazione oppressiva: ci si coscientizza insieme, non separatamente gli uni dagli altri.

Per gli oppressi, il passaggio dalla coscienza alienata alla coscienza critica avviene attraverso la verbalizzazione del contenuto come problema, nella ricerca di quello che Freire definisce come il “tema generatore”, ovvero l’argomento educativo percepito dalla comunità come urgente e su cui attuare una strategia collettiva di risoluzione che passa necessariamente dal confronto e dal dialogo. In questo senso, quella di Freire può essere considerata a buon diritto come una metodologia educativo-dialogica fondata sulla parola“…quella di Freire può essere considerata a buon diritto come una metodologia educativo-dialogica fondata sulla parola”, intesa non nella sua forma astratta, ma come agire, come strumento generativo per sovvertire e trasformare le strutture di pensiero e il mondo. Quest’ultima posizione mi sembra per certi versi conciliabile con quell’analisi, nota come “Ipotesi Sapir-Whorf”, che vede il linguaggio umano come strettamente correlato allo sviluppo del pensiero, in quanto strumento di organizzazione della percezione e della classificazione della realtà. E sarebbe interessante indagare possibili connessioni tra l’attenzione rivolta da Freire al linguaggio, alla parola agita, e quella svolta linguistica (linguistic turn) precedentemente diffusa in filosofia nelle opere di pensatori occidentali come Wittgenstein, Moore e Russell.

Completato questo excursus, resta un quesito: che cosa ce ne facciamo della pedagogia di Freire quando parliamo di comunità queer?

Un’immagine del Torino Free-k Pride, 2020. Fonte: www.torinoggi.it

 

La coscientizzazione della comunità queer

«La libertà è una conquista, non un’elargizione». (Paulo Freire, La pedagogia degli oppressi)

Prima che la comunità LGBTQIA+ se ne riappropriasse risemantizzandolo, il termine “queer” fu utilizzato, durante quasi tutto il XX secolo, in senso spregiativo per indicare le persone non eterosessuali (con un significato corrispondente all’italiano “frocio”, “deviato”, “invertito”). È nel corso degli anni ’80, negli Stati Uniti in piena pandemia di AIDS, che il termine comincia a essere rivendicato dai movimenti attivisti, perdendo il suo valore di insulto e assumendo una connotazione specificamente politica. Nel 1990, due eventi contribuiscono a diffondere il termine su scala internazionale: in ambito sociale, la nascita del movimento newyorchese Queer Nation, che si prefigge lo scopo di dare maggiore visibilità alla comunità LGBTQIA+ e di contrastare l’omofobia dilagante negli Stati Uniti dell’epoca; mentre in ambito accademico, la conferenza tenuta da Teresa De Lauretis all’UC Santa Cruz,1212Che l’anno successivo, nel ’91, darà seguito al celebre articolo Queer theory. Gay and lesbian sexualities, pubblicato su «Differences».
dove espone per la prima volta i princìpi della “teoria queer”, che molto deve agli studi femministi e alle riflessioni condotte sul corpo e sul genere dal Sessantotto in avanti. Nel ragionamento di De Lauretis, sono tre le implicazioni specifiche connaturate al significato del termine queer:

  1. il rifiuto del regime eteronormativo, che eleva l’eterosessualità a norma unica della sessualità, considerando tutti gli altri orientamenti come deviazioni dalla norma;

  2. il superamento della visione binaria della sessualità gay e lesbica come modalità esclusiva per considerarle;

  3. l’importanza della componente “razziale” nella costruzione delle soggettività sessuali.

Proponendo una visione dell’identità di genere come costruzione storica, simbolica e sociale, la teoria queer si pone come metodo di critica all’essenzialismo biologico. Attraverso la lente dell’intersezionalità, il queer rifiuta la rappresentazione del soggetto come statico, unitario e isolato rispetto agli altri posizionamenti identitari (per esempio, l’etnia, la classe sociale, la disabilità ecc.), per indagare e chiarire i modi in cui forme di discriminazione distinte spesso si intrecciano e agiscono sul medesimo soggetto.

Come nota a ragione Marco Pustianaz, in Italia la teoria queer arriva come prodotto di importazione, sebbene non manchino, soprattutto nel corso degli anni ’70, diversi importanti riferimenti per certi versi anticipatori delle questioni sollevate nell’ambiente angloamericano:

«Così come nei paesi anglofoni, anche in Italia gli anni Settanta videro la fioritura di una stagione di pensiero e di attivismo rivoluzionario, sia con il movimento femminista che con il movimento gay, lesbico e trans. […] Se si rileggono con attenzione alcuni dei testi degli anni Settanta (per esempio Mario Mieli o Carla Lonzi) è facile vedere come l’accento sulla soggettività omosessuale o delle donne andasse di pari passo con il tentativo di arricchire quell’affermazione apparentemente identitaria con un’ampia molteplicità di livelli di analisi, da quelli più personali e apparentemente meno politici, a quelli tradizionalmente considerati di rilievo pubblico e sociale».1313Marco Pustianaz, Prefazione. Queer, qui e ora, in Aa. Vv., Queerdo. Antologia di studi di genere, KABUL Editions, Torino, 2018.

Mentre sul piano dell’attivismo politico, gli ultimi anni hanno visto la comunità queer italiana avviare un’azione di progressivo affrancamento dalla cultura LGBT mainstream, la quale continua, da sola, a catalizzare l’attenzione dei media nazionali. La comunità queer ha così accolto, anche nel nostro Paese, le istanze e le rivendicazioni transfemministe nella lotta per l’emancipazione di tutte le soggettività oppresse (non parliamo quindi soltanto di persone LGBTQIA+, ma anche di migranti, richiedenti asilo, persone razzializzate, con disabilità fisiche e mentali ecc.). Possiamo pertanto inferire che la comunità queer, grazie all’azione congiunta di associazioni, collettivi e centri sociali, abbia finalmente avviato in Italia la propria coscientizzazione, e sia riuscita a ritagliarsi un proprio spazio di rappresentazione e visibilità nelle principali piazze italiane.1414Si pensi al Free-k Pride (Torino), a Marciona (Milano), al Rivolta Pride (Bologna) e alle Slut Walk che si sono tenute nel giugno 2021 a Torino, Firenze, Bologna, Rimini, Palermo e Milano.

Essere invisibili, in una società, equivale a non esistere.

Stando a quanto detto finora e riportando l’attenzione su Freire, a questo punto è possibile sottoporre la pedagogia degli oppressi, che apre la strada per la loro emancipazione attraverso strumenti atti a indagare e decostruire le strutture di potere, a un esercizio di queerizzazione:1515Nella pedagogia di Freire la questione della lotta di classe è imprescindibile e centrale. Così, per i movimenti attivisti queer la liberazione dall’oppressione coincide con la sovversione e la fine del capitalismo, da cui dipendono appunto disuguaglianze sociali e violenze. Una visione interessante e ancora più radicale è quella proposta da Federico Zappino in Comunismo Queer (Meltemi, 2019), laddove fa coincidere la lotta per la fine del capitalismo con la sovversione dell’eterosessualità, considerata «come modo di produzione che precede e informa quello capitalistico e che, pertanto, è destinato tranquillamente a sopravvivergli, nel caso in cui il superamento del capitalismo non fosse preceduto da una sovversione dell’eterosessualità stessa» («OperaViva», 18 aprile 2019).

«La pedagogia di Freire consente di ascoltare le voci emarginate della comunità LGBTQIA+, le cui vite sono state messe a tacere. I codici culturali che ci definiscono sono stati costruiti in modo storico, culturale, discorsivo e relazionale. Utilizzo qui il termine “queerizzare” per abbattere queste ambigue e complesse costruzioni, concependo il soggetto come agente che trasforma e trasgredisce […]. Queerizzare le esperienze dei gruppi oppressi significa pertanto decostruire, reinventare e infrangere la posizione del soggetto, allo scopo di potenziare e trasformare questi gruppi ben oltre una visione eteronormativa, patriarcale e colonizzata […]. È in questo modo che possiamo decostruire i binari delle identità uomo/donna, etero/omo, bianco/meticcio, europeo/meridionale».1616Traduzione mia. Il riferimento è: Manuel López Pereyra, Queering Freire’s Pedagogy: Resistance, Empowermennt, and Transgression in Teacher Training, in Moira Pérez e Gracia Trukillo-Barbadillo (eds.), Queer Epistemologies in Education, Palgrave Macmillan, London, 2020, p. 55.

Le condizioni storiche, sociali e politiche dei lavoratori analfabeti del Brasile degli anni ’60 non sono naturalmente paragonabili a quelle in cui vive oggi la comunità queer (perlomeno in Occidente). Ciononostante, forme di dominio e pratiche di esclusione continuano ancora oggi a essere perpetuate in forma tangibile anche nei confronti della comunità queer. Nello specifico, le soggettività che non rientrano nei rigidi parametri del binarismo di genere, su cui si fonda la società eteropatriarcale, vanno incontro a una strategia di oppressione – sul piano sia fisico che psicologico – che si esprime attraverso la discriminazione, il bullismo, l’emarginazione sociale, l’esclusione dal mercato del lavoro, quando non persino – negli Stati in cui la comunità LGBTQIA+ è perseguitata – con l’incarcerazione, la tortura e la pena di morte.1717A proposito di violenza sistemica contro la comunità LGBTQIA+, una delle notizie più inquietanti degli ultimi anni riguarda le cosiddette “purghe antigay” del presidente ceceno Ramzan Kadyrov. Accusato nel 2017 da «Novaja Gazeta» di aver aperto un campo di concentramento e di tortura per uomini omosessuali, nel 2019 Kadyrov torna nuovamente sotto i riflettori dei mass media internazionali, a seguito della testimonianza di alcuni uomini sfuggiti alle sue persecuzioni. È interessante notare la strategia difensiva di Kadyrov, il quale non ha mai negato di avere aperto un campo di concentramento. Attraverso le parole riportate dal suo portavoce, Kadyrov si è invece difeso dalle accuse arrivando persino a negare l’esistenza stessa di persone omosessuali in Cecenia: «Non si possono perseguitare o reprimere coloro che semplicemente non esistono in Cecenia». Che cos’è questa, se non oppressione mediante violenza e invisibilizzazione?

“Everyone is Awesome”: il nuovo set LEGO per il Gay Pride 2021.

Prendendo qui in considerazione le sole democrazie occidentali contemporanee, una delle strategie oppressive più diffuse a livello sistemico è l’invisibilizzazione, che colpisce particolarmente le soggettività non incorporate e cooptate dal sistema capitalistico nelle strategie1818Con questa espressione ci riferiamo a un insieme di azioni e strategie di comunicazione e marketing, utilizzate nel mondo dell’industria e dell’impresa, allo scopo di pro