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Sociologia mobile 1/2
Magazine, MOBILITY - Part I - Settembre 2018
Tempo di lettura: 20 min
John Urry

Sociologia mobile 1/2

La mobilità come categoria utile alla ridefinizione degli oggetti di studio della sociologia, alla luce dei recenti cambiamenti globali: dalla "sociologia delle società" alla "sociologia delle mobilità".

Adrian Paci – Centro di permanenza temporanea – 2007 – video – 5:30 min.

 

Tra le ricerche dei sociologi contemporanei che hanno tentato di descrivere la società mobile e globale della contemporaneità con termini quali mobilità, flusso, network e fluidità, merita attenzione quella dell’inglese John Urry (1946-2016). Fautore di un “new mobilities padarigm”, che propone una ridefinizione degli oggetti di studio della sociologia attraverso una prospettiva transdisciplinare che includa geografia, sociologia del turismo e antropologia, Urry ha definito la mobilità come «l’esperienza paradigmatica della modernità» (Lash – Urry: 1994, p. 253).

In questo articolo, pubblicato nel 2000 sulle pagine del British Journal of Sociology, Urry tenta di ridefinire, alla luce dei cambiamenti globali visibili a cavallo tra i due millenni, l’oggetto di studio della disciplina di cui intende forzare i confini. Sin dalla sua istituzionalizzazione, infatti, la sociologia ha fatto simultaneamente di uno specifico modello di «società» – quello espresso, per intenderci, dalla formula dello Stato-nazione costituitosi nella fascia nordatlantica tra XVIII e XIX secolo – il proprio oggetto di studio e strumento di analisi, spesso trascurando tutto ciò che stava al di là di tale nozione. Tuttavia, in un momento storico in cui si assiste al passaggio da un’equivalenza del tipo “social as society” a una, più complessa, di “social as mobility”, un simile modello si rivela non più sufficiente a descrivere la realtà sociale e va pertanto aggiornato. In questo testo-manifesto, Urry propone dunque una sociologia che ponga al centro della sua analisi la categoria fondamentale della dimensione sociologica contemporanea: la mobilità (di persone, prodotti, immagini e informazioni, su scala globale e locale). La società globale contemporanea – che non è da intendersi come una società unificata globale, ma come un sistema globale di interdipendenze – va pertanto letta alla luce delle interconnessioni delle sue differenti mobilità e delle conseguenze che esse generano.

Partendo così dalla celebre frase di Margaret Thatcher («La società non esiste»), il sociologo illustra che cosa intendiamo quando diciamo “società”, per giungere infine ad analizzare, in questa prima parte del testo, le tre metafore che meglio descrivono i cambiamenti in essa avvenuti: regioni, reti e fluidi.

 

Introduzione di Dario Giovanni Alì


Introduzione
In questo articolo cercherò di enucleare alcune categorie necessarie perché la sociologia, come “disciplina”, sia pronta a entrare nel prossimo secolo. Discuterò di una sociologia che si concentri con le differenti mobilità di persone, oggetti, informazioni e finanche rifiuti, scarti; ma soprattutto discuterò delle interazioni complesse e delle conseguenze sociali di queste diverse mobilità.

Trevor Paglen – Mid-Atlantic Crossing (MAC) NSA/GCHQ – Tapped Undersea Cable Atlantic Ocean – 2015.

Altrove ho mostrato come le mobilità abbiano trasformato già l’oggetto proprio della sociologia, che, per quanto riguarda l’occidente, si è sempre concentrata su singole società e le loro caratteristiche generiche (Urry 2000). In Sociology Beyond Societies ho cercato di dettare un’agenda sociologica “‘post-società”, argomentando come i vari “network e flussi” globali erodano quelle strutture sociali endogene che hanno il potere di riprodurre se stesse nel tempo. L’apparente declino del potere delle società nazionali, che storicamente hanno prodotto il contesto intellettuale della disciplina, rende necessari e urgenti nuovi metodi e strumenti sociologici. Alcune delle differenti mobilità che stanno materialmente trasformando il «il sociale come società» nel «sociale come mobilità» includono viaggi immaginari, movimenti di immagini e informazioni, viaggi virtuali, il via vai di oggetti e viaggi corporali (vedi Urry 2000, cap. 3). Le conseguenze di queste diverse modalità producono ciò che, stando a Beck, è la crescita di una “mobilità interna”, per la quale andare e tornare, essere qui e altrove allo stesso tempo, è diventato progressivamente sempre più normale su scala globale (1999, pp. 75-78).

In questo articolo vorrei mostrare come il modo in cui le mobilità suddette attraversino i confini sociali secondo nuovi schermi spazio-temporali costituisca la possibilità di una nuova ricerca sociologica: quella, appunto, della mobilità. La gran parte della sociologia del ventesimo secolo si è basata sullo studio dell’occupazione, del reddito, dell’educazione e della mobilità sociale. Tutto questo corpus di studi, questa letteratura secondaria, osservava la società come una superficie uniforme e ha di fatto fallito, incapace di registrare le intersezioni geografiche di regione, città e luogo, con le categorie sociali di classe, genere ed etnicità. Inoltre, esistono flussi di persone cruciali all’interno, ma soprattutto al di là, del territorio di ogni singola società, e questi flussi riguardano desideri diversi, di lavoro, abitazione, piacere, religione, relazioni famigliari, criminalità organizzata e ricerca di asilo politico. Oltretutto, non sono solamente le persone a essere mobili, ma, come già accennato, anche gli “oggetti”, le “immagini”, le “informazioni” e i “rifiuti”, gli scarti. La categoria di mobilità, quindi, è da intendersi in senso orizzontale, piuttosto che verticale, e si applica a una varietà di attori distinti, non necessariamente umani.

È interessante, in questo senso, riprendere la classica metafora verticale di Bauman (1987) circa “il giardinaggio” come caratteristica propria delle società moderne. Bauman suggerisce che gli stati giardinieri abbiano sostituito i precedenti stati “gamekeeper” che non si interessavano affatto di imprimere alla società una forma generale ed erano del tutto disinteressati al dettaglio sociale. Di contro, lo stato giardiniere prevede un’attenzione straordinaria per i pattern, la regolarità e l’ordine; per ciò che deve essere coltivato e ciò che sarebbe opportuno estirpare. I legislatori sono il cuore pulsante e vigile dello stato di giardinaggio, utilizzando la ragione per determinare cosa produca ordine o meno. Le scienze sociali hanno avuto una parte nell’applicare la ragione alla società, facilitando la coltura delle risorse sociali, identificando e prescrivendo ciò che andrebbe coltivato e ciò che no e, infine, determinando le esatte condizioni di crescita delle particolari piante.

Tuttavia, il nuovo ordine globale sembra riguardare un ritorno allo stato “gamekeeper”, ben lontano dall’immagine del giardiniere sapiente. Il custode si è sempre concentrato, piuttosto, nel regolare le mobilità, assicurandosi ci fosse abbastanza selvaggina per la caccia in ogni regione, ma senza l’attenta e programmatica coltivazione di ogni animale. Gli animali vagano intorno e oltre tenuta del custode, esattamente come vagano gli attuali soggetti ibridi dentro e soprattutto attraverso i confini nazionali. Gli stati sono progressivamente più incapaci o riluttanti a coltivare la società, ma solo a regolare sommariamente le condizioni della selvaggina umana perché si possa sempre andare a caccia. Come ha recentemente affermato Beck: «il capitale, la cultura, la tecnologica e le politiche ormai agiscono oltre il potere regolatore del singolo stato nazionale» (1999; p. 107).

Le ex società est europee erano società giardiniere. A seguito della seconda guerra mondiale, le singole società dell’Europa centrale e orientale hanno innalzato barriere eccezionalmente poderose tanto verso l’Occidente, ma soprattutto tra di loro. Lo scambio culturale tra queste società era eccezionalmente difficoltoso. La guerra fredda ha raffreddato la cultura tanto quanto la politica. Quindi, anche se alcune di queste società erano internazionalmente connesse attraverso l’egemonia del patto di Varsavia, esisteva, parallelamente, una certa, individuale, involuzione culturale e il rinforzarsi di una rete nazionale. Il tutto ha costituito, ovviamente, un laboratorio di eccezionale interesse circa il concetto stesso di “società”.

Ma ciò che è successo, di fatto, è che le frontiere regionali di ogni società sono state continuamente trasgredite, aggirate da una varietà di movimenti fluidi. Il tentativo di congelare le persone e le culture “est europee” non era realmente sostenibile. Il muro di Berlino è ovviamente l’esempio più emblematico di questo tentativo di giardinaggio prescrittivo sulla popolazione di una società. Ma durante gli anni sessanta, tanto le forme di comunicazione, quanto le possibilità di viaggiare per piacere personale, sono aumentate a dismisura. Persone e oggetti hanno iniziato a fluire continuamente attraverso quei confini attentamente innalzati, spesso dando luogo a quella che è stata battezzata “la mano invisibile del contrabbando” (Braun e autori vari 1996). Prodotti occidentali hanno iniziato a essere utilizzati, o quantomeno chiacchierati, aiutando i cittadini di queste società a gettare le basi di nuove identità personali, nuovi modi di ricordare collettivamente e una nuova immagine di un sé e di una società possibile, alternativa. Molti cittadini si sono impegnati immediatamente a informarsi e ottenere prodotti occidentali. E così queste società si sono trovate circondate da “animali” (beni di consumo, immagini, ideali occidentali e così via) che hanno progressivamente sconfinato in quei territori così attentamente coltivati. La popolazione era magnetizzata da questi animali esogeni e ha finito per schiacciare le piante così attentamente coltivate (una ben diversa versione de La fattoria degli animali, si veda Urry 2000 e precisamente il secondo capitolo).

Nella prossima sezione prenderò in considerazione con maggior attenzione i concetti di “sociologia” e “società”, prima di accennare brevemente a quelli di “rete globale” e “fluidi”. Ritengo come la nozione di complessità possa analizzare l’intenso flusso di ibridi che pascolano per tutto il globo e aiutano a creare un ordine tanto globale quanto auto-riproduttivo. Concluderò con alcune osservazioni circa le implicazioni per lo studio sociologico, la scienza della “società”, di questo nuovo ordine mobile.

 

JennyCam – 1996.

“La Società non esiste”
Quando l’ex primo ministro Margaret Thatcher ha dichiarato «la società non esiste», i sociologi erano in prima linea nel criticare un’affermazione del genere. Hanno dichiarato che ovviamente la società esiste e anzi ne esistono molte e che l’affermazione della Thachter fosse un buon indicatore di quanto fosse sbagliata la sua agenda politica che consisteva, in pratica, nel ridurre il sociale a “i singoli individui e le loro famiglie”.

Tuttavia, le risposte della comunità dei sociologi alla Thachter non erano del tutto convincenti, né giustificate, dal momento che tuttora non è chiaro cosa significhi “società”, né esista una definizione univoca. D’altro canto esiste certamente qualcosa di “più” nella vita sociale che “i singoli individui e le loro famiglie”, ma non è affatto chiaro a quanto ammonti questo surplus che pure pare evidente (per un’analisi approfondita della cosa, si veda Albertsen e Dicken, 1999, cap. 2).

Il discorso sociologico, infatti, premesse la “società” come suo oggetto di studio (Billig 1995, pp. 52-53; Hewitt 1997, o il primo capitolo di Urry 2000). Specialmente dal 1920 in avanti, cioè dal momento in cui la sociologia si è introdotta e istituzionalizzata come disciplina all’interno dell’accademia statunitense. Il classico Society: An Introductory Analysis, di MacIver e Page, sostiene che la sociologia riguardi «le relazioni sociali, la rete di relazioni che chiamiamo società» (1950). In The Coming Crisis of Western Sociology, il radicale Gouldner parla dell’«enfasi posta dall’Accademia sulla potenza della società e la subordinazione [sic] degli uomini alla stessa» (1972, p. 52). Wallerstein riassume il tutto in: «nessun concetto è più pervasivo nelle moderne scienze sociali di quello di società» (1987, p. 315; si noti che la più rilevante eccezione a questo modo di procedere si trova nell’analisi di Luhmann sui sistemi autopoietici, si veda il primo capitolo di 1990 e 1995). Questa costruzione del discorso sociologico intorno al concetto di società è forse fiorita, almeno in parte, dall’apparente autonomia dell’accademia statunitense durante il ventesimo secolo e nella relativa tendenza a universalizzare indebitamente l’esperienza sociale americana.

Tuttavia, quello che la maggior parte di queste formulazioni omette di specificare è come la “società” sia connessa al sistema di nazioni e stati nazionali. Billing afferma che: «la cosiddetta “società” che giace al cuore dell’autodefinizione di sociologia come campo di ricerca, non è altro che un’immagine prodotta dallo stato nazionale» (1993, p. 53). È interessante notare come le teorie americane sulla società abbiano frequentemente ignorato il nazionalismo proprio della società statunitense e di quasi tutte le società occidentali. Tipicamente il nazionalismo viene considerato come un surplus sociale che si sviluppa unicamente in situazioni “calde” di estremismo radicale di fatto poco descrittive delle società occidentali (Billing 1995, pp. 52-54).

Teorizzando la società, la cittadinanza e la governabilità sociale sono fatti cruciali. Ogni “società” è un’entità sociale sovrana basata su uno stato nazionale che organizza i diritti e i doveri di ogni attore sociale, o cittadino. La maggior parte delle relazioni sociali, quindi, fluiscono all’interno dei confini territoriali della società, intesa ancora come stato nazionale. Lo Stato detiene il monopolio giuridico e legislativo sui membri che vivono all’interno del territorio o la regione di una data società. L’economia, le diverse politiche, la cultura, le classi, il genere e così via sono strutturati socialmente. Combinati tra loro costituiscono il “tessuto sociale”, la struttura. Questa struttura organizza e regola le possibilità di vita di ogni membro della società in questione.

Questa struttura sociale non è solo un fatto materiale, ma anche culturale, dal momento che i membri, i cittadini, ritengono di condividere una qualche identità comune che è connessa in parte al territorio occupato. E contra l’argomento di gran parte della sociologia, in ogni società di questo tipo, o definita in questo senso, permane un nazionalismo vernacolare che articola l’identità stessa della società per differenza rispetto alle altre, a partire, spesso, da fatti estremamente superficiali. Questo include riti come sventolare bandiere, cantare inni nazionali, ancora le bandiere esposte sugli edifici, identificarsi con un qualche eroe sportivo, sentirsi riconosciuto mediaticamente come appartenente a una data società, celebrare il giorno dell’indipendenza e così via (Billing 1995).

Tuttavia, le società non sono mai entità in grado di auto-riprodursi interamente. La sociologia soffre di una certa tendenza a trattare ciò che sta “al di fuori” di una data società come un ambiente non esaminato e, quindi, in qualche modo irrilevante. Ma nessuna società, neanche agli albori degli stati nazionali per come li conosciamo oggi, all’inizio del secolo scorso, è mai stata totalmente indipendente e isolata da questi stati e dalla nozione di identità nazionale che caratterizza le società sovrane. Come ha avuto modo di dire Calhoun: «nessuno stato-nazione è mai esistito da solo» (1997, p. 118; Wallerstein 1991, p. 77). Ed è proprio attraverso questa interdipendenza che le società sono costituite come entità parzialmente auto-regolatrici, caratterizzate dalle più triviali e banali differenze tra loro.

Nel corso degli ultimi due secoli il concetto di società è stato centrale in Nord America e in Europa occidentale, per esempio per regolare cosa, quali diritti e doveri, garantiscano la cittadinanza a un dato Paese e, quindi, a una data società. La definizione stessa di essere umano ha iniziato a coincidere con la nozione di cittadinanza e appartenenza nazionale e sociale. Storicamente e concettualmente è esistita una connessione forte tra l’idea di umanità e quella di appartenenza a una società. Per società, qui, s’intende evidentemente uno stato nazionale, dal territorio geograficamente definito, dalle regole prescrittive circa la cittadinanza e uno specifico sistema di governo dei cittadini. Ancora, concettualmente e storicamente è sempre esistita una certa dualità tra i cittadini e le società. Bose caratterizza questo modello come «il punto di vista sociale» (1996, p. 328; si veda inoltre Marshall e Bottomore, 1992). Esiste un «nazionalismo di responsabilità sociale» che passa anche dall’utilizzo di nuove discipline, tra cui, in particolare, la sociologia stessa come scienza di queste società e delle forme più appropriate di appartenenza e cittadinanza (Knorr Cetina 1997).

Questa definizione di “società”, come abbiamo già avuto modo di dire, e le divisioni caratteristiche di alcune classi sociali specifiche sono interconnesse strettamente con il concetto di stato nazionale. Mann mostra che società, nazioni e stati sono storicamente intrecciati tra loro (1993; p. 737). Si sono sviluppati insieme e non andrebbero concettualizzati come singole palle di biliardo che interagiscono solo esternamente tra loro. Mann, in modo piuttosto evocativo, parla del complesso intreccio del mondo sociale e delle intersezioni mutualmente rafforzanti tra classe e nazione, nel mentre che le società sviluppano i propri “poteri collettivi”, specialmente come capacità di intervenire sulla natura.

La sociologia come pratica accademica specifica fu il prodotto di questo particolare momento storico, di un capitalismo industriale emergente in Europa occidentale e in Nord America. Dava per scontato il successo delle società moderne nella loro spettacolare sopraffazione della natura. La sociologia si specializzò nel descrivere e spiegare il carattere di queste società moderne, basate su industrie che creavano e utilizzavano nuove e drammatiche forme di energia e sulle risultanti tendenze nella vita sociale. Per questo la sociologia adottò l’una o l’altra versione di una divisione tradizione-modernità che implicava che un cambiamento rivoluzionario fosse avvenuto nelle società della fascia nord-atlantica tra 1700 e 1900. Queste società moderne erano presunte essere qualitativamente differenti da quelle del passato. La sociologia era dunque basata sull’accettazione e il miglioramento della presunta divisione del lavoro accademico derivante dall’identificazione durkheimiana della regione del sociale da investigare e spiegare autonomamente (Durkheim 1952 [1897]). Fino a poco tempo addietro questa suddivisione accademica tra un mondo di fatti naturali e uno di fatti sociali aveva senso come strategia di professionalizzazione per la sociologia. Questa sfera era parallela, senza rapportarsi o competere, a quelle scienze fisiche che si occupavano di una natura apparentemente distinta e analizzabile (v. Macnaghten e Urry 1998).

Ciascuna società era sovrana, basata su una governamentalità sociale. Le questioni di ciascuna società dovevano essere affrontate tramite politiche nazionali, specialmente dal 1930 in poi attraverso uno stato sociale keynesiano capace di identificare i rischi del capitalismo organizzato e rispondere (Lash e Urry 1987; 1994). Questi rischi erano visti come collocati principalmente all’interno dei confini geografici e delle cornici temporali di ciascuna società. Le soluzioni erano escogitate e implementate all’interno di tali frontiere sociali. Le società nazionali erano basate su un concetto di cittadino dotato di doveri verso la società, dalla quale riceve diritti, tutto attraverso le istituzioni centrali dello stato nazionale. Questo modello “sociale” si applicava a circa una dozzina di società della fascia nord-atlantica. La maggior parte del resto del mondo era sottoposto al dominio di queste società della fascia nord-atlantica.

Nella prossima sezione, considererò ulteriormente questo sistema, che cambiamenti contemporanei hanno messo in discussione, e che suggerisce che la Thatcher avesse ragione quando disse che la società non esisteva. Ma che la società potrebbe non esistere non dipende dal potere di singoli soggetti umani, ma dalla loro debolezza di fronte ai processi “inumani”, fluidi e mobili della globalizzazione. Wallerstein evidenzia che: «Quello che è fondamentalmente sbagliato nel concetto di società è che reifica e quindi cristallizza fenomeni sociali la cui reale importanza non risiede nella loro solidità ma proprio nella loro fluidità e malleabilità» (1991, p. 71).

Andrej Tarkovskij – Stalker – 1979.

 

“Reti globali” e “fluidi”
Un utile punto di partenza, qui, è la descrizione di Mann del mondo contemporaneo: «Oggi, viviamo in una società globale. Non è una società unitaria o una comunità ideologica o uno stato, ma è una singola rete di potere. Onde d’urto le riverberano attorno, facendo crollare imperi, trasportando grandissime quantità di persone, materiali e messaggi, e, infine, minacciando l’ecosistema e l’atmosfera del pianeta» (1993, p. 11).

Egli solleva qui una serie di punti: che non c’è una società globale unificata, ma ci sono livelli eccezionali di interdipendenza globale; che onde d’urto imprevedibili debordano “caoticamente” da una parte del sistema alla sua interezza; che non ci sono solo “società”, ma anche potenti “imperi” che attraversano il globo; che c’è una mobilità di massa di persone, oggetti e pericolosi scarti dell’uomo.

Quali sono quindi le metafore appropriate per comprendere queste trasformazioni? Mol e Law sostengono che ci sono tre distinte metafore di spazio o topologia sociale: regioni, reti e fluidi (1994; Urry 2000, cap. 2). Per prima cosa, ci sono le regioni in cui gli oggetti sono raggruppati insieme e i confini sono disegnati attorno a ogni particolare raggruppamento regionale. In seconda istanza, ci sono le reti, nelle quali la distanza relativa è una funzione delle relazioni tra le componenti costitutive – l’esito invariante arriva attraverso l’intera rete, che spesso varca i confini tra regioni. E terza, c’è la metafora del fluido che scorre: «né confini né relazioni segnano la differenza tra un posto e l’altro. Invece, a volte i confini vanno e vengono, permettendo perdite o scomparendo del tutto, mentre le relazioni trasformano se stesse senza soluzione di continuità. A volte, quindi, lo spazio sociale si comporta come un fluido» (Mol e Law 1994, p. 643).

Il concetto sociologico di società è basato sulla metafora di una regione, ossia che «gli oggetti sono raggruppati e i confini sono tracciati attorno a ogni specifico raggruppamento» (Mol e Law 1994, p. 643). E un modo di studiare la globalizzazione è vederla coinvolta in una competizione inter-regionale con la “società”. La globalizzazione può essere vista come il rimpiazzare una regione, la nazione-stato-società dell’«occidente» con i suoi confini, con un’altra, quella dell’economia e cultura globali. E mentre sia economia sia cultura sono sempre più globalizzate, la vecchia regione dominante della società sembra diventare relativamente meno potente. Nel conflitto tra queste due regioni sembra che la regione globale vincerà, sconfiggendo la regione della società (v. Robertson 1992).

Ma questo è solo un modo di capire la globalizzazione. La globalizzazione può anche essere vista non come una regione più grande che rimpiazza regioni più piccole di ogni società, ma come un fenomeno che coinvolge le metafore alternative di rete e fluido (Mol e Law 1994; Waters 1995; Albrow 1996; Castells 1996, 1997; Eade 1997; Held et al. 1999; Beck 1999). La letteratura sulla globalizzazione ha descritto la larga varietà di nuove macchine e tecnologie che comprimono o riducono il tempo e lo spazio. Queste tecnologie trasportano persone, informazione, denaro, immagini e rischi, e scorrono all’interno e attraverso le società nazionali in tempi sempre più brevi. Tali tecnologie non derivano direttamente e unicamente da intenzioni e azioni umane. Sono interconnesse in modo intricato con macchine, testi, oggetti e altre tecnologie. La metafora appropriata per rappresentare queste intersezioni di popoli e oggetti non è quella di una struttura verticale che tipicamente ha un centro, una concentrazione di potere, una gerarchia verticale e una costituzione formale o informale. Castells afferma, al contrario, che dovremmo impiegare la metafora di una rete, «l’unità è la rete» (1996, p. 198).

«Le reti costituiscono la nuova morfologia sociale delle nostre società, e la diffusione della logica di rete modifica sostanzialmente l’andamento e l’esito in processi di produzione, esperienza, potere e cultura… la società di rete, caratterizzata dalla preminenza della morfologia sociale sull’azione sociale» (Castells 1996, p. 469).

Castells defisce una rete come un insieme di nodi interconnessi, con le distanze tra posizioni sociali più corte quando tali posizioni costituiscono nodi all’interno di una rete invece di trovarsi all’esterno. Le reti sono da vedersi come strutture aperte e dinamiche, fino a quando sono in grado di comunicare con nuovi nodi e di innovare (Castells 1996, pp. 470-1).

Molta geografia economica ha descritto dettagliatamente l’apparentemente crescente importanza di queste reti all’interno dell’economia contemporanea, al livello interno di una stessa azienda, tra diverse aziende e organizzazioni e al livello azienda-comunità (vedi Amin e Thrift 1992; Cooke e Morgan 1993; Messner 1997).

Rete qui non significa puramente rete sociale, dato che «la convergenza di evoluzione sociale e tecnologie dell’informazione ha creato una nuova base materiale per la realizzazione di attività ovunque nella struttura sociale. Questa base materiale, inclusa nelle reti, cattura processi sociali dominanti, modificando quindi la struttura sociale stessa» (Castells 1996, p. 471). Le reti quindi producono complesse e durature connessioni attraverso spazio e tempo tra persone e oggetti (v. Murdoch 1995, p. 745). Si espandono attraverso tempo e spazio, il che è enormemente importante, dato che secondo Law, se «lasciate a se stesse, parole e azioni umane non si diffondono granché» (1994, p. 24). Reti diverse possiedono differenti raggi d’azione e capacità di portare a casa eventi, posti e persone distanti, di superare l’attrito dello spazio regionale entro periodi di tempo appropriati (Emirbayer e Sheller 1999, p. 748). Questo richiede di mobilitare, stabilizzare e combinare persone, azioni o eventi in una rete stabile, un mobile immobile (Latour 1987).

La contabilità, per esempio, è particolarmente efficace nel ridurre una varietà di attività in regioni lontane in un insieme comune di cifre, i flussi d’informazione, che possono essere istantaneamente tradotte verso altre parti della rete e specialmente verso i suoi centri di controllo e comando (Murdoch 1995, p. 749).

In contrasto con i mobili immobili della contabilità, Mol e Law mostrano come le reti e i flussi coinvolti nella misurazione dei livelli di emoglobina siano meno sicuri (1994, pp. 647-50). Chiedono come sia possibile produrre mappe regionali comparative dei livelli di emoglobina – analogamente a contabili che producono mappe regionali della relativa redditività di diversi impianti di un’azienda globale. Affermano che questo richiede una rete costituita attraverso molte regioni diverse, che comprenda adeguate tecnologie, strumentazione di misura e personale con adeguate competenze mediche e tecniche. Tuttavia, è difficile stabilire questa rete perché ci sono parti del mondo dove non ci sono quantità adeguate di strumenti di misura, e, anche dove esistono, possono non essere in adeguato stato di manutenzione (v. Messner 1997 più in generale circa il fallimento delle reti). Quando una rete di successo viene stabilita attraverso una certa quantità di regioni, questo trasforma le configurazioni di spazio e tempo che non sono più “regionali”. In una rete di stabilità per misurare i livelli di emoglobina, due ospedali possono essere vicini anche se sono geograficamente distanti centinaia di chilometri. Costituiscono nodi all’interno di quel particolare insieme di flussi di rete.

 

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di John Urry
  • John Urry è stato un sociologo britannico e docente presso l’Università di Lancaster, noto per le sue ricerche di teoria sociale e di filosofia delle scienze sociali. Prendendo le mosse dalla tradizione marxista e dallo strutturalismo, le sue ricerche si focalizzano sul regionalismo, la mobilità e la complessità sociale, concetti sui quali ha pubblicato, a partire dagli anni ’70, numerosi saggi tradotti in più di dieci lingue.