Pierre Huyghe, Exomind, 2017.
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Lo spettacolo della morte
Magazine, MORIRE – Part II - Marzo 2018
Tempo di lettura: 10 min
Giuseppe Paternò Raddusa

Lo spettacolo della morte

È giusto morire sul grande schermo? Dal dibattito critico francese degli anni Cinquanta e Sessanta al cinema di Brian De Palma e Pippo Delbono.

Brian De Palma – Dressed to Kill – 1980.

 

L’elaborazione di un ragionamento stratificato sul concetto di mortalità è un paradigma non estraneo alle radici del cinema europeo, per quanto concerne il veicolo culturale. Se infatti appare obsolescente l’appellarsi al numero di autori che abbiano trattato l’argomento nelle loro filmografie, più interessante è stato notare come negli anni siano stati gli intellettuali – quando non gli stessi autori – a sviluppare un apparato in grado di omogeneizzare l’aspetto visivo a quello critico, con estrema lucidità.

Scrivendo della morte del personaggio di Emmanuelle Riva in Kapò di Gillo Pontecorvo11Film drammatico del 1959, diretto da Gillo Pontecorvo e scritto da Pontecorvo insieme a Franco Solinas. L’opera, prodotta da Franco Salinas e Moris Ergas, racconta la storia di una giovane ebrea costretta agli orrori del lager.
, Jacques Rivette così commentava: «Guardate […] l’inquadratura in cui Emmanuelle Riva si suicida, gettandosi sulla recinzione elettrificata; l’uomo che decide, in quel preciso momento, di fare un carrello per inquadrare di nuovo il cadavere dal basso, facendo particolare attenzione a inscrivere esattamente la mano protesa in un angolo dell’inquadratura finale; quest’uomo merita il più profondo disprezzo».22Jacques Rivette, oltre a essere considerato uno dei maestri della Nouvelle Vague e aver firmato titoli come Parigi ci appartiene (Paris nous appartient, 1961) e Suzanne Simonin. La religiosa (La Religieuse, 1966), è stato collaboratore – e in seguito caporedattore, dal 1963 al 1965 – dei Cahiers du Cinéma, la rivista fondata nel 1951 da André Bazin, Léonide Keigel, Joseph-Marie Lo Duca e Jacques Doniol-Valcroze.
J. Rivette, De labjection, «Cahiers du cinéma», 120, giugno 1961.

Nella visione di Jacques Rivette lo spettacolo della morte, al cinema, si ascrive a una sobrietà anti-ingannevole che rifugge il virtuosismo, in virtù di una sospensione necessaria e rispettosa. Il “carrello di Kapò”, che peraltro avrebbe ispirato anche la creazione di un saggio firmato da Serge Daney,33S. Daney, Le Traveling de Kapò, «Trafic», 4, autunno 1992.
rivela come la riflessione di Rivette sia in sostanza affine al pensiero della Politique des auteurs, il manifesto di critica cinematografica teorizzato negli anni Cinquanta dai collaboratori di «Cahiers du Cinéma», secondo i quali non esistono opere ma autori.44A dare la prima definizione di Politiche des auteurs è il regista e critico François Truffaut, in riferimento al film Alì babà (Ali Baba et les quarante voleurs) di Jacques Becker, del 1954: «Da Alì Babà si sprigiona un fascino, o meglio un’influenza affascinante che i film francesi più elogiati di quest’anno non hanno saputo procurarmi. Anche se Alì babà fosse mal riuscito, lo avrei difeso ugualmente in virtù della ‘politica degli autori’ che i miei consimili nella critica e io stesso pratichiamo. Tutta basata sulla bella la frase di Giraudoux: ‘Non ci sono opere, ci sono solo autori’, essa consiste nel negare l’assioma, caro ai nostri predecessori, secondo cui vale per i film quello che vale per le maionesi, o vengono male o vengono bene» (Alì Babà e la politica degli autori, «Cahiers du cin&eac