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Flusso: il secolo del movimento e la kinopolitica
Magazine, MITO - Part I - Aprile 2019
Tempo di lettura: 16 min
Thomas Nail

Flusso: il secolo del movimento e la kinopolitica

Il movimento come categoria fisica e filosofica per comprendere la contemporaneità. Flusso quantico, migrazione di massa, cambiamenti climatici ed “etica del flusso”: contro il mito della staticità. In esclusiva su KABUL magazine un saggio inedito di Thomas Nail.

Ai Weiwei, Human Flow, frame video, 2017.

Lo scorso 7 dicembre 2018, il Censis (Centro Studi Investimenti Sociali) ha pubblicato il 52° Rapporto sulla situazione sociale del Paese, da cui emergono diversi dati sull’attuale scenario socioeconomico italiano: su un campione di 100 individui, per esempio, soltanto 23 possiedono condizioni sociali e finanziarie migliori di quelle dei propri genitori; solo il 50% del contributo alla ricchezza nazionale proviene dal reddito da lavoro (contro il 61,5% del 1975); la forbice della disuguaglianza sociale è sempre più ampia, mentre il grado di istruzione e le risorse investite nel settore educativo sono nettamente inferiori alla media europea. Questi, insieme a ulteriori risultati, incidono naturalmente sulle condizioni psichiche della collettività, tanto da delineare nel singolo, così come nel gruppo, atteggiamenti ostili e comportamenti antisociali nei confronti dello stesso tessuto sociale e politico del Paese. All’etichetta “buonista” ormai sdoganata per indicare, in senso spregiativo, politiche libertarie tendenzialmente di sinistra, si viene oggi a delineare nel mondo politico italiano quello che, quale sua controparte, è stato definito come “cattivismo”, ossia la tendenza di chi mira a mantenere alto il livello dello scontro politico, alimentando contrasti sociali e rifiutando ogni forma di mediazione o conciliazione, un estremo risultato di ciò che, sempre il Censis, ha definito come «sovranismo psichico», a cui il nostro Paese, per l’istituto, si sarebbe ormai rassegnato. Secondo le stime dichiarate, il 63% degli italiani sarebbe infatti “ostile” alla migrazione da Paesi non comunitari, mentre per il 75% l’immigrazione aumenterebbe persino il rischio di criminalità.

Thomas Nail, The figure of the migrant, Standford University Press, 2015.

Espressione, in Italia, di questa “nuova” forma di dialettica sempre più xenofoba e populista è notoriamente la politica incarnata dall’attuale ministro dell’Interno Matteo Salvini, che ha trumpianamente catalizzato nell’attuale crisi europea dei migranti tutto il malcontento sociale degli elettori più e meno partecipi alla vita politica del Paese, individuando nella figura dell’extracomunitario, dell’immigrato irregolare, il capro espiatorio ideale su cui dirottare l’attenzione mediatica, alimentando di fatto il mito di un fantomatico e urgente “problema di sicurezza nazionale” dalla minaccia di invasione straniera, sebbene Fondazione ISMU stimi il numero di immigrati irregolari presenti sul territorio italiano a un’unità di 533mila su una popolazione di più di 60 milioni di abitanti.

A ciò andrebbero sommati gli effetti del cosiddetto “decreto sicurezza”, approvato alla Camera a novembre 2018, che secondo l’ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale – avrebbe come diretta conseguenza un vertiginoso aumento del numero di stranieri irregolari pari a circa 140mila unità entro i prossimi due anni. Non stiamo vivendo pertanto alcuna “invasione” o “sostituzione etnica” (per utilizzare il mantra dell’attuale Nouvelle Droite francese), ma una crisi migratoria (o, meglio, delle politiche migratorie internazionali) che va compresa e analizzata all’interno di una questione ben più ampia e articolata: quella della mobilità. Tra migranti interni e internazionali si contano oggi nel mondo più di 1 miliardo di individui, e questo numero è destinato a crescere sempre più nei prossimi anni.

Professore associato presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Denver, Thomas Nail si occupato di mobilità e migrazione all’interno di vari volumi, tra cui Returning to Revolution: Deleuze, Guattari and Zapatismo (Edinburgh University Press, 2012), The figure of the Migrant (Standford University Press, 2015), Theory of the Border (Oxford University Press, 2016), Being and Motion (Oxford University Press, 2018) e Lucretius I: An Ontology of Motion (Edinburgh University Press, 2018). Questi cinque volumi rappresentano la parabola articolata di un pensiero (e una filosofia) che individua nella figura del migrante, in particolare, e nel moto fisico, più in generale, la vera chiave di volta per leggere e interpretare il nostro secolo. Nella sua ricerca, Nail prende le mosse dalle teorie di Deleuze e Foucault per dimostrare come il potere disciplinare abbia agito e agisca tutt’ora per contrastare la mobilità e la libertà dei corpi, giungendo, in un percorso a ritroso, a un recupero attualizzante del filosofo e scrittore latino che, nel suo De rerum natura, per primo pose le basi per una vera e propria “filosofia del movimento”: Tito Lucrezio Caro.

Quella del movimento è una peculiarità specifica della vita sociale di ciascuna popolazione (nomade o stanziale che sia), in special modo di quella contemporanea. Tuttavia, storicamente, con l’emergere delle prime comunità sedentarie, il movimento venne sempre più rapidamente percepito come impossibile da circoscrivere, inquadrare e, pertanto, controllare e disciplinare. Se per un verso la staticità viene quindi tradizionalmente associata all’autoritarismo, al controllo e alle forme di governo, il movimento si impone piuttosto attraverso l’espressione di una condizione fisica, psicologica e politica di libertà (e la libertà, per il potere disciplinare e la biopolitica, rappresenta sempre una minaccia).

Nella kinopolitica (o “politica del movimento”) teorizzata da Nail, il migrante rappresenta la figura politica del XXI secolo in grado di scardinare la gerarchica nozione dell’inferiorità sociale del movimento, nonostante i vari tentativi politici nazionali di costruire barriere e innalzare muri. C’è di più: il movimento, infatti, non riguarda solo i corpi sociali, ma ogni aspetto della nostra vita e di quella dell’intero pianeta.

Ai falsi miti dell’invasione di massa, di un’apocalittica “sostituzione etnica”, Nail giunge pertanto a formulare il mito positivo di una cosmogonia del movimento, in cui tutto, dalle particelle più elementari sino alle forme più complesse della vita umana (nelle sue espressioni sociali, politiche ed economiche) e non umana, si trova all’interno di un flusso inarrestabile in grado di scardinare definitivamente ogni concezione di stasi e immobilità associata alla Terra e ai suoi abitanti.

Nell’inedito qui pubblicato per la prima volta in italiano, Nail presenta tale mito attraverso un’immagine, quella del flusso, introdotta non come semplice «modo di pensare il mondo, ma come descrizione stessa della vita del XXI secolo», al cui interno è possibile rintracciare le radici di un’azione politica ed economica più etica volta alla solidarietà tra Stati e popoli e alla difesa ambientale del pianeta.

Thomas Nail è inoltre tra gli intervistati di Visitors (KABUL Editions, 2019).

 

Introduzione di Dario Giovanni Alì


Stiamo entrando all’inizio di una nuova era in cui ciascun aspetto della vita – la società, la scienza, la tecnologia e la natura stessa – è sempre più definito dal movimento e dalla mobilità. I flussi di cose e di individui definiscono la nuova essenza della nostra epoca. In questo momento storico viviamo in un paesaggio in cui tutto ciò che era solido è stato dissolto nell’aria.

Il flusso non è soltanto un nuovo modo di pensare il mondo, ma è la descrizione stessa della vita del XXI secolo, fondata sulle nostre esperienze condivise del reale in cui sempre più aumentano la mobilità, il dislocamento e l’instabilità. Oggi più che mai avvertiamo che il ritmo della vita sta accelerando divenendo instabile, e che abbiamo perso sempre più controllo sulle nostre vite. Grazie alle recenti ricerche neuroscientifiche, oggi sappiamo che le tecnologie digitali consentono ai nostri cervelli di muoversi più rapidamente, di concentrarsi meno e di sentirsi visceralmente più accelerati. Dal momento che il nostro cervello è in grado di “riconnettersi” plasticamente per adattarsi alle nostre abitudini mediatiche, in questo momento si sta letteralmente scervellando per stare al passo con il ritmo del cambiamento tecnologico. Stiamo migrando a miliardi verso le città e trascorriamo la maggior parte delle nostre vite da pendolari. Entro il 2050 è previsto che oltre 2 miliardi in più di individui migreranno nei centri urbani di tutto il mondo, mentre il pendolarismo globale ha già raggiunto una media di 45 minuti a tratta. Vediamo le specie sparire dai nostri giardini e dalle foreste, e i ghiacciai sciogliersi davanti ai nostri occhi. Tali movimenti stanno cambiando ciascuna struttura del pianeta che prima consideravamo immutabile. Le crisi finanziaria, migratoria e climatica convergono tutte in un inedito paradigma planetario: il flusso.

Affermare che il mondo si trovi in uno stato di cambiamento perenne è un’ovvietà di epoca moderna. Tuttavia ciò di cui oggi siamo testimoni è il risultato di qualcosa di molto più profondo, rivoluzionario e inquietante. Storicamente gli esseri umani hanno pensato al cambiamento come a un qualcosa che è accaduto in relazione a precise strutture invariabili. Oggi, tuttavia, tutte le ragioni che hanno precedentemente misurato il cambiamento, il progresso e la trasformazione stanno divenendo sempre più mobili. Non si tratta solo di movimenti isolati in relazione a sistemi neurologici, ecologici o sociali invariabili. Oggi, infatti, i sistemi si trovano in caduta libera. Si tratta pertanto di qualcosa di nuovo. Si tratta insomma di ciò che definisce il flusso.

Le crisi dei giorni nostri non possono essere risolte né tantomeno comprese utilizzando modelli del passato.

Sfortunatamente possediamo davvero pochi strumenti utili per aiutarci a dar senso a questa nostra nuova situazione, poiché gran parte della storia umana si è configurata come una ricerca di punti di riferimento stabili allo scopo di fissare il nostro mondo nel tempo e nello spazio. Le mitologie preistoriche descrivevano la vita dell’essere umano come sicura all’interno di uno spazio in continua rigenerazione ma limitato: come un “uovo cosmico” o un’“amorevole Madre Terra”. Gli antichi filosofi hanno descritto un universo stabile che ruota intorno al nucleo statico di una sfera divina. La scienza del Rinascimento ci ha stabilizzati con la mano di un divino orologiaio. Persino i fisici moderni ci hanno regalato l’“universo statico” della relatività generale.

Questi vecchi racconti non sono più in grado di riflettere il nostro mondo del XXI secolo fatto di accelerazioni cosmiche, catastrofi climatiche, ingenti spostamenti umani e flussi quantici. Le crisi dei giorni nostri non possono essere risolte né tantomeno comprese utilizzando modelli del passato o tentativi per scoprire nuovi significati stabili. Il pensiero statico è proprio ciò che ci ha condotto in questo guaio sin dall’inizio. Abbiamo bisogno di una nuova storia, una nuova sintesi, che rifletta il nostro mondo e ci aiuti a risolvere i nostri problemi. L’universo stabile, la Terra stabile, la società stabile e il cervello stabile non esistono. Avvicinandoci alle ultime ricerche che provengono da una serie di ambiti diversi, abbiamo bisogno di raccontare la vera storia del flusso – quella che finalmente riconosca che tutto è in movimento.

Ai Weiwei, Human Flow, frame video, 2017.

 

Flusso quantico

La nostra esperienza del flusso e della sua discordanza con le precedenti spiegazioni su come il mondo funzioni si fonda sui più rilevanti mutamenti storici che si sono verificati all’inizio del XXI secolo. La nostra visione del mondo è stata significativamente modificata nel 1998, quando i fisici del Supernova Cosmology Project per primi hanno scoperto che l’universo si sta espandendo sempre più rapidamente in ogni direzione. Tale evento epocale continua a essere il solo più grande mistero scientifico irrisolto dei nostri tempi, oltre che una grande sfida alla cosmologia e alla fisica fondamentale. Tutte le nostre migliori teorie hanno supposto una “configurazione spaziotemporale” fissa e immutabile come loro fondamento. Ed erano tutte errate. “Materia oscura” è il nome che oggi diamo alle fluttuazioni quantistiche su scala cosmica che in maniera evidente compongono l’85% dell’universo e che si configurano come la causa del nostro movimento in crescita. L’elemento incredibile è che le stesse fluttuazioni quantistiche che compongono una materia oscura così enorme sono le medesime fluttuazioni incommensurabilmente piccole che generano lo spaziotempo stesso. La più importante scoperta rivoluzionaria della fisica moderna rivela che il nostro universo non è costituito da particelle discrete o sostanze immutabili, ma da indeterminate fluttuazioni cinetiche. I processi estremamente rapidi, e non i corpi, generano lo spaziotempo ai più bassi livelli di realtà e successivamente accelerano il suddetto spaziotempo ai livelli più ampi. Questa, fondamentalmente, non è altro che una nuova visione fisica del mondo. Ogni cosa, senza eccezione, si trova letteralmente all’interno di un flusso.

 

Mobile media

Più vicino a noi, queste sono le medesime fluttuazioni quantistiche che sono state sfruttate da un altro fenomeno rivoluzionario del nostro secolo del flusso. La rivoluzione digitale, o il progressivo allontanamento dalle tecnologie analogiche come cassette, dischi e giornali, ha avuto inizio tra gli anni ’40 e i ’70 del Novecento con l’invenzione dei transistor, dei diodi a emissione di luce, dei laser e di altre tecnologie che cifrano segnali quantico-elettrici in codice binario: ciò che definiamo “informazione”. All’inizio del XXI secolo poco più della metà del mondo utilizzava tecnologie digitali, mentre oggi queste ultime sono diffuse in modo quasi universale.

La transizione verso le tecnologie digitali ha inoltre reso possibile agli individui e alle cose di circolare più rapidamente e lontano rispetto a qualsiasi altro momento della storia umana. Oggi abbiamo la sensazione che le cose si muovano più velocemente e che siano in parte più instabili per via del trasferimento di informazioni che si propaga alla velocità della luce, per la fragilità dei cavi di Internet e l’interdipendenza di risorse globali che hanno consentito. Oggi sentiamo di non poter essere al passo con gli avvenimenti attuali“…Oggi sentiamo di non poter essere al passo con gli avvenimenti attuali” e gli odierni social network, proprio perché sono cresciuti in modo così esponenziale e veloce come effettivo risultato tecnologico dell’elaborazione di informazioni ad alta velocità. Le tecnologie digitali, la pubblicità, i dispositivi mobili, le notizie in tempo reale, Internet a banda larga e la borsa valori ad alta velocità hanno tutti contribuito all’immensa contrazione dello spaziotempo vissuto, che ci richiede di muoverci con la stessa rapidità delle tecnologie soltanto per tenerne il passo.

L’informazione ad alta velocità significa che il mondo si sta muovendo e sta reagendo a se stesso più rapidamente. Persino i nostri cervelli presumibilmente stabili stanno diventando sempre più mobili, così come sono di continuo riconfigurati neurologicamente da queste nuove tecnologie dell’informazione.

Ai Weiwei, Human Flow, frame video, 2017.

 

Migrazione di massa

L’invenzione della comunicazione ultraveloce, di un immenso immagazzinamento dati, di un’elaborazione informatica ad alta velocità e di sistemi di posizionamento globali rende possibile (tra le altre cose) un’espansione drammatica dell’economia di mercato, della liberalizzazione dei commerci, di un più grande commercio globale, del trasporto e del movimento di ingenti somme di capitale e individui. La globalizzazione economica iniziata negli anni ’70 ha condotto all’inizio del XXI secolo a un notevole accrescimento dei migranti internazionali. Da allora questi numeri sono cresciuti di circa il 50%. Oggi vi sono più di 1 miliardo di migranti, e questo numero continua ancora a crescere.

Le nostre società si trovano oggi in un flusso.

Al momento, la quota di individui nel mondo che possiedono a pieno titolo lo status di cittadino sta notevolmente diminuendo. Oggi così tanti individui si trasferiscono e risiedono in paesi in cui possiedono parziali diritti, o addirittura nessuno, e le società stesse stanno diventando più ibride e in divenire. Tale situazione è particolarmente drammatica negli Stati Uniti, dove tra il 15 e il 20% della popolazione non possiede alcuno status politico. La rivoluzione nella mobilità economica ha richiesto una simultanea mobilità sociale di individui che inseguissero i flussi di capitale. Ciò a sua volta ha richiesto alle società e alle culture di muoversi e cambiare alla stessa velocità dei mercati globali. Dove ciò non è accaduto, abbiamo assistito a un irrigidimento dei confini, a barriere sociali contro la libertà di circolazione, a nuove misure di sicurezza e all’emergere di movimenti politici xenofobi e conservatori di destra.

Le nostre società si trovano oggi in un flusso poiché, rispetto al passato, vi sono più migranti, più rifugiati, più spostamenti, maggiore pendolarismo, più traffico e viaggi internazionali. Tutti noi stiamo diventando migranti.

 

Cambiamento climatico

L’avanzata della globalizzazione economica e della mobilità umana, inclusi i viaggi intercontinentali e il crescente pendolarismo, sta sensibilmente aumentando le emissioni di combustibili fossili, che stanno a loro volta contribuendo ai cambiamenti climatici, che a loro volta, come in un circolo vizioso, fanno incrementare il movimento globale di individui e rifugiati climatici.

Siamo soliti trattare la Terra come un luogo o una superficie immutabile o statica in cui viviamo e ci muoviamo, ma in questo momento questo terreno stabile sta diventando sempre più mobile. L’attività umana sta accelerando molti dei processi di dissipazione energetica della Terra. Oggi quest’ultima, in generale, sta rilasciando energia cinetica molto più rapidamente che in centinaia di migliaia di anni, quale risultato dell’ampia dispersione termica generata dai sistemi umani. Stiamo erodendo il soprassuolo dieci volte più dell’erosione causata da tutti i fiumi riuniti della Terra. Rilasciamo più gas serra oggi che in tutti i 500 milioni di anni passati. Il cambiamento climatico della Terra sta a sua volta cambiando noi stessi attraverso temporali devastanti, siccità, incendi ed estinzioni di massa in modo tale che non riusciremo più a lungo a preservare l’antica separazione tra Terra, atmosfera e vita stessa.

La nostra esperienza di un mondo in movimento è il prodotto di questi fenomeni climatici da record, delle temperature in costante aumento, del consumo di tossine ambientali all’interno del nostro approvvigionamento idrico, dell’agricoltura, della pesca e dei conflitti politici correlati al clima. Nutriamo come il presentimento che il mondo sia sempre più instabile poiché effettivamente è il risultato del cambiamento climatico. Oggi la base più stabile tra tutte è insita nel flusso imprevisto: la Terra stessa.

Image credits: NASA – WMAP Science Team.

 

L’etica del flusso

Che cosa può dire l’osservazione del nostro pianeta in continuo movimento sui più pressanti problemi globali di oggi e le possibili tensioni future, e in che modo possiamo agire al meglio d’ora in avanti? Comprendere che viviamo all’interno del mondo del flusso può darci un nuovo punto di inizio per risolvere i problemi contemporanei che sono risultati dall’aver preteso che il movimento fosse secondario rispetto alla stasi.

Thomas Nail, Being and Motion, Oxford University Press, 2018.

Uno dei più grandi problemi della società contemporanea è costituito dai modi inaspettati con cui i media digitali stanno trasformando i nostri cervelli, i nostri corpi e persino il pianeta. Abbiamo mostrato la tendenza ad agire come se i media digitali si fossero solamente spostati intorno a stabili bit virtuali di informazione immateriale che consumiamo tramite i nostri cervelli invariabili. Tale errore ha condotto all’adozione acritica di alcune tecnologie e all’emergere di inattesi effetti negativi quali l’incapacità a concentrarsi, che viene descritta all’interno di molte recenti ricerche. Abbiamo bisogno di pensare ai cervelli, ai corpi e alla natura come in continuità con le nostre tecnologie. Anziché pensare ai bit di dati, dovremmo tenere d’occhio i flussi di elettricità che stanno bruciando i combustibili fossili e ridisegnare i nostri cervelli e i nostri corpi. Il futuro dell’intelligenza artificiale dipende dalla comprensione delle basi materiali del flusso che sostiene tali tecnologie.

Inoltre, agire come se le società siano luoghi immutabili che sono sempre rimasti uguali e che possiamo continuare a mantenere tali non è storicamente realistico, e ha dato come risultati quelli di produrre un antagonismo estremo nei confronti degli stranieri e l’emergere della xenofobia. I confini non sono mai riusciti a fermare il movimento umano. Se vogliamo agire in modo più etico all’interno della politica e dell’economia, dobbiamo comprendere che le società sono processi aperti di flusso che mutano insieme alla storia. Il movimento umano può essere regolamentato ma solo lavorando insieme a un flusso sociale, e non contro.

Inoltre, dal momento che abbiamo mostrato la tendenza ad agire come se la Terra fosse un luogo immutabile, e non essa stessa in movimento, abbiamo avuto l’abitudine di inquinarla e distruggerla come se essa e noi stessi potessimo restare uguali. Anziché pensare alle più ampie scale temporali del movimento geologico, biologico e atmosferico, ci siamo comportati principalmente come se il presente della Terra fosse l’unico presente che esistesse o che importasse. Sostengo piuttosto che dovremmo trattare la Terra come un processo in movimento da cui noi non siamo separati, ma con cui ci troviamo in flusso.

L’idea del flusso è la chiave per comprendere il XXI secolo.

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"Information is power. But like all power, there are those who want to keep it for themselves. But sharing isn’t immoral – it’s a moral imperative” (Aaron Swartz)

di Thomas Nail
  • Thomas Nail è professore associato presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Denver. Teorico del concetto di “kinopolitica”, si occupa di mobilità e migrazione ed è autore, tra i vari volumi, di The Figure of the Migrant (Stanford University Press, 2015), Theory of the Border (Oxford University Press, 2016), Being and Motion (Oxford University Press, 2018) e Theory of the Image (Oxford University Press, 2019).