Lina Lapelytė, What happens with a dead fish?, 2021.
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Polonia femminista
Magazine, MITO – Part II - Giugno 2019
Tempo di lettura: 27 min
Dobrosława Nowak

Polonia femminista

Passato, presente e futuro dei movimenti per le donne in Polonia, dalla fine del XIX secolo al crollo del regime comunista. Il ruolo dell’arte nelle proteste femministe contemporanee e la carica eversiva del duo post-punk SIKSA.

Katarzyna Kozyra, “Homo Quadrupeds Blue”, 2018. http://www.postmastersart.com/archive/kozyra19/kozyra19_direct.html

 

«My dad bought me a dog once | Don’t even ask me what I had to do in order to get it | And after a while | I started to love that dog more than I loved my dad | And once, instead of calling the dog by his name: hey, Hugo, come to me! I said: hey, kid, come to me! And so my old man lost his shit completely | He stood over me like an SS soldier and said: What the hell is this? Why are you calling a dog a kid? You are going to give me a grandson, do you understand!? | This ass of yours will give me a grandson, is it clear!?».
(SIKSA, Tato, kup mi psa (Dad, buy me a dog), Stabat Mater Dolorosa, 2018)

«Questo è il mio sangue e questo è il mio corpo – giù le mani!»: si tratta di uno dei messaggi realizzati con uno spray rosso sulla Curia Metropolitana di Varsavia, che ha attirato subito l’attenzione dei passanti. In quel momento un messaggio non meno significativo recitava: «BASTA INFERNO PER LE DONNE». Era il 2018, in Polonia, quando parte della popolazione femminile del Paese – sconvolta, umiliata e arrabbiata – è scesa nuovamente in piazza per combattere in difesa dei diritti umani fondamentali. Il progetto governativo “Stop abortion” (un vero e proprio divieto all’aborto anche in caso di gravi difetti congeniti), sostenuto dalla Chiesa e dai fondamentalisti religiosi, in quel momento doveva essere riesaminato dal governo. Tuttavia la situazione era piuttosto scoraggiante già due anni prima, nel 2016, quando l’emittente televisiva France24 commentava in questo modo gli eventi scatenati nel Paese:

«All’inizio di quest’anno, in tutte le chiese polacche, si è letto ad alta voce un messaggio ufficiale: riguardo alla protezione delle vite dei nascituri, non possiamo continuare con l’attuale compromesso che legittima l’aborto in tre tipi di casi».

I fatti di cronaca immediatamente successivi sono ricostruiti dettagliatamente in un articolo pubblicato su «Krytyka Polityczna»:

«Il 5 luglio 2016, il cosiddetto progetto di legge “Stop abortion” è stato sottoposto al portavoce del Sejm (la Camera bassa del parlamento polacco). Costui ha proposto un divieto totale dell’interruzione di gravidanza stabilendo inoltre che, in caso di aborto, siano puniti sia la donna che l’individuo che ha effettuato la procedura. Un movimento di massa contro questa legge, chiamato “the Black Protest” ha acceso subito gli animi. I simboli della protesta erano un ombrello nero e una gruccia in fil di ferro – un riferimento ai metodi rischiosi utilizzati negli aborti illegali11La citazione è tratta da «Calvert Journal». [Le traduzioni italiane di questo e altri testi riportati sono a cura di KABUL magazine]
».

Com’è noto, tale dibattito ha raggiunto una portata internazionale, spingendo la popolazione di più di cinquanta Paesi tra Europa, Asia e Australia a solidarizzare con le donne e le proteste polacche.22All’interno del suo articolo You are not alone. The birth of grassroots feminism in Poland, Agnieszka Graff descrive le sue prime impressioni riguardo a questa improvvisa insurrezione avvenuta in Polonia in maniera del tutto spontanea: «I graffiti femministi possono essere letti come un’invasione del territorio della Chiesa – una risposta all’invasione perpetrata sui corpi delle donne che la Chiesa stava legittimando. All’inizio tale avvenimento mi ha sconvolto e sorpreso (si era infatti oltrepassato un confine che, uno o due anni prima, sarebbe stato invalicabile), ma ben presto ho provato uno strano senso di sollievo, simile al sentimento che accompagna una tempesta imminente dopo una giornata afosa e soffocante. Sì, c’era qualcosa nell’aria, qualcosa di inevitabile. Ma di cosa si trattava esattamente? Diciamo che, forse, c’era stata una qualche rottura, l’arrabbiata violazione di un contratto».

Ma in che modo siamo arrivati fin qui? Il cammino del femminismo polacco, così come la presenza delle donne all’interno dell’arte polacca, sono così accidentati da rispecchiare in un certo senso la storia stessa del Paese. La nascita dei primi movimenti delle donne è infatti da collocare nel XIX secolo, ma per comprendere in modo esaustivo la questione è necessario inquadrarla all’interno di un contesto locale. La vera origine del femminismo polacco, corrispondente a quelle che sono state definite come le prime tre “ondate” femministe (gli storici ne hanno individuate addirittura sette), si ricollega alla lotta per l’indipendenza nazionale. La Polonia è stata più volte divisa e spartita tra i Paesi vicini, e per ben tre volte, tra il 1772 e il 1918, ha smesso di esistere. La cosiddetta “quarta spartizione della Polonia”, ossia l’aggressione di URSS e Germania nazista nei confronti del Paese nel corso della Seconda guerra mondiale, e la successiva affermazione, tra ’44 e ’89, del regime comunista riuscirono efficacemente a tenere le persone lontane da una matura e compiuta mentalità femminista.

“Nie jesteú sama” (You are not alone), Czarne Szmaty #CzSz, photo © Marta Jalowska. https://www.switchonpaper.com/en/2019/06/21/you-are-not-alonethe-birth-of-grassroots-feminism-in-poland/

 

Le prime quattro ondate femministe in Polonia. Il sostegno maschile alla causa femminista: tra supporto e ipocrisie

Quo Vadis Polsko, ph. Anna Kaczmarz. https://gazetakrakowska.pl/czarny-protest-tysiace-kobiet-na-ulicach-zdjecia-wideo/ga/10700796/zd/20372876

In Between Feminism and the Catholic Church: The Women’s Movement in Poland (2005), Małgorzata Fuszara ricostruisce le fasi iniziali del femminismo polacco attraverso questa descrizione:

«Il primo gruppo organizzato che mirava a migliorare la posizione e l’educazione delle donne furono le “Entusiaste”, il cui membro più celebre fu Narcyza Żmichowska. Il gruppo fu attivo a Varsavia tra il 1840 e il 1850. Le Entusiaste erano impegnate in una lotta clandestina per l’indipendenza ed erano oggetto di oppressione politica. La maggior parte delle attiviste fu imprigionata ed esiliata dalle autorità russe, che misero fine alle attività del gruppo. Tuttavia fu soltanto nel XIX secolo che vi furono i primi segni di progresso verso il raggiungimento di pari diritti per le donne. Fu allora che i primi congressi femminili ebbero luogo (a Lviv, nel 1894, a Zakopane nel 1899 e a Cracovia nel 1900 e nel 1905), per discutere il ruolo e i compiti delle donne, seguiti poi, nel 1907, dalla fondazione della società polacca per i pari diritti delle donne, tra i cui obiettivi vi era anche la lotta per il suffragio femminile».

Questo primo periodo della storia del femminismo polacco è conosciuto per essere stato ampiamente sostenuto da accademici come Edward Prądzyński, autore di O prawach kobiety (“Sui diritti delle donne”, 1873), uno dei più emblematici esempi di letteratura “maschile” del tempo pienamente favorevole all’emancipazione femminile, che esorta così: «Giovane, marito, padre! Una donna, oggetto affascinante del tuo omaggio appassionato e potere egoistico sta reclamando, oggi, la sua umanità».

Donne protestano davanti al Parlamento polacco, ph. Grzegorz Zukowski. https://euobserver.com/beyond-brussels/135562

Accanto alle numerose attiviste donne dell’epoca33Maria Konopnicka, Eliza Orzeszkowa, Zofia Nałkowska, Maria Rodziewiczówna, Paulina Kuczalska-Reinschmit, Gabriela Zapolska, Bibianna Moraczewska, Justyna Budzińska-Tylicka, Kazimiera Bujwidowa, Maria Dulębianka, Maria Komornicka, Iza Moszczeńska, Józefa Sawicka, Cecylia Walewska
(molte delle quali criticate e odiate dai conservatori),44A proposito di Eliza Orzeszkowa, K. Długosz, K. Monkiewicz, P. Nowosielska, Poczet feministek polskich, «Przegląd», 9 marzo 2003: «I conservatori la odiavano per il fatto che criticasse una religiosità cieca e rendesse le donne ribelli contro la dominazione femminile. Fumava sigarette, cosa che causava ancora più dispetto. Assumeva pose da matrona, scriveva a proposito della famiglia che era la “pietra miliare della dogana”, mentre lei aveva lasciato il marito, vissuto da sola e avuto diverse storie. “Osava vivere la sua vita a pieno, così che, almeno nei suoi scritti, non voleva essere percepita come una scandalizzatrice” – commentava Irena Krzywicka».
all’interno del ricco patrimonio letterario femminista polacco si annoverano altre opere di autori uomini a sostegno dell’emancipazione femminile.55Tra i tanti si citano i seguenti: Niezależność kobiety (“L’indipendenza della donna”, 1870) di Adam Wiślicki, O kwestji tak zwanej “kobiecej” ze stanowiska nauk przyrodniczych (“Sulla cosiddetta questione ‘femminile’ dalla posizione delle scienze naturali”, 1897) di Benedikt Dybowski, O pracy kobiet ze stanowiska ekonomicznego (“Sul lavoro delle donne dal punto di vista economico”, 1874) di Leon Biliński, Mężczyzna a kobieta (“Uomo e Donna”, 1918) di Ignacy Radliński, Dziewice konsystorskie (“Vergini concistorie”, 1929) e Piekło kobiet (“L’inferno delle donne”, 1930) di Tadeusz Boy-Żeleński, così come i contributi di Edward Dembowski, Piotr Chmielowski, Hipolit Skimborowicz, Wacław Nałkowski, Bolesław Prus, Aleksander Świętochowski, Odo Bujwid, Napoleon Cybulski, Leon Petrażycki e Antoni Lange.
Tuttavia, come ha recentemente dimostrato Maciej Duda, ricercatore all’Università di Szczecin, molte delle dichiarazioni ufficiali di questi uomini furono in realtà frutto di mera ipocrisia, poiché all’interno di numerose loro testimonianze private – come lettere e diari personali – emergono parole e toni assai diversi, come quelli utilizzati per esempio da Bolesław Prus, autore di Emancypantki (“La nuova donna”, 1890-1893), il quale dichiarò che «gli slogan “i diritti delle donne” e “l’emancipazione” lo disgustavano tanto che mentre li pronunciava, aveva l’abitudine di tossire».

Sulla stessa falsariga di Duda, la ricercatrice Magdalena Gawin ha demolito un’altra figura apparentemente vicina al movimento delle donne, quella del sociologo Ludwik Krzywicki, la cui «inviolabile struttura di potere patriarcale» era visibile «all’interno della sua stessa famiglia», come testimoniato dai suoi diari. Più nello specifico, Krzywicki diffondeva una critica alquanto malevola verso le donne, affermando che queste ultime fossero “prive di immaginazione” e mosse da un’“ambizione triviale”.

Natalia LL – Immagine dalla mostra The Grammar of the Body, Galleria UP, 2013.

Sul fronte opposto – quello degli uomini che sinceramente sostenevano l’emancipazione femminile – una preziosa testimonianza resta invece quella di Edward Prądzyński, autore della grande opera emancipazionista O prawach kobiety (“Sui diritti delle donne”, 1873), nella cui introduzione riusciamo a comprendere quale fosse, al tempo, l’opinione diffusa tra gli uomini sul nascente movimento delle donne:

«Consentitemi di fare una confessione. Una dozzina di anni fa, in uno dei licei di Varsavia, indossavo l’uniforme del mio sesto anno di scuola. Al momento della ricreazione, nella nostra cerchia di amici, nacque un’accesa disputa che aveva per protagonista una donna. Sebbene al tempo non si parlasse ancora di uguaglianza, continuavamo a discutere di questa donna, essendo l’oggetto più ameno di una conversazione tra giovanotti di 16-17 anni. Parlavamo, dunque, di una donna, di quali dovessero essere i suoi doveri e che cosa un uomo potesse concedersi di fare nei suoi confronti, perché non venisse biasimato per le sue azioni, e per quali ragioni le donne verranno invece sempre condannate in modo inevitabile e incondizionato. Ricordo che queste teorie, avanzate da uno dei miei colleghi più adulti, mi sconvolsero talmente tanto che iniziai a sostenere con forza che si sarebbe dovuto applicare un principio morale valido per entrambi. La mia argomentazione doveva essere alquanto debole, dal momento che non riuscii a convincere i miei compagni, suscitando in loro soltanto scherno e commenti malevoli. […] Ero piuttosto adirato per la cecità dei miei amici, che non erano d’accordo con il mio modo di pensare. Biasimavo la mancanza di argomenti sufficienti come causa del mio fallimento, e proprio in quell’istante decisi di armarmi di prove convincenti affinché un giorno fossi in grado di convincere persino gli avversari più ostinati che si sbagliavano».66Riportato in Maciej Duda, (Auto)biography as a material in the study of the history of women’s equality. A contribution to the discussion (“L’(auto)biografia come materiale per lo studio della storia dell’uguaglianza delle donne. Un contributo alla discussione”).

 

La quinta ondata femminista, le due guerre e la diffusione di talenti femminili nel campo della creatività

Katarzyna Kobro, Nude (1), ca. 1925-27, © Muzeum Sztuki, Lodz. https://awarewomenartists.com/en/artiste/katarzyna-kobro/

Se le prime quattro ondate femministe coincisero con la spartizione del Paese, la quinta fiorì invece nel periodo compreso tra le due guerre (1918-1939) e fu molto più intensa. Nel 1918, la Polonia ottenne l’indipendenza, e alle donne furono accordati gli stessi diritti di voto e di eleggibilità degli uomini. Era il 28 novembre quando, con il decreto di Józef Piłsudski, le donne conquistarono il diritto elettorale passivo e attivo. Le donne elette nelle prime elezioni del 26 gennaio 1919 costituivano circa il 2% dell’insieme totale del governo polacco. Come ricorda ancora Fuszara nel suo saggio:

«Più di ottanta diverse organizzazioni di donne furono fondate in Polonia negli anni tra la Prima e la Seconda guerra mondiale. Vi era una grande varietà, da gruppi professionali a organizzazioni religiose. Inoltre, molte riviste e libri di donne, destinati a un pubblico femminile, furono pubblicati. Le donne avevano la propria Società Parlamentare ed esistevano fondi e borse di studio per le donne, e club femminili».

Rispetto a quella degli altri Paesi europei, la situazione delle donne nelle famiglie polacche dell’alta società dell’epoca era relativamente migliore, perché in molti casi erano obbligate a prendere il posto degli uomini, nel frattempo impegnati in guerra, ricoprendo in questo modo ruoli sociali che erano tradizionalmente attribuiti all’altro sesso. Allo stesso tempo, come nota la studiosa Małgorzata Kądziela,77In M. Kądziela, Society Versus Art: Reflections About Feminism in Poland.
 «la donna ideale veniva presentata come “protettrice del focolare” ed educatrice delle giovani generazioni, secondo lo spirito dei valori nazional-cattolici». Nei confronti di questo ideale, le femministe si unirono per compiere un passo in avanti. Il gruppo radicale composto da Irena Krzywicka88Irena Krzywicka manifesta un’acuta insoddisfazione nei confronti dell’atteggiamento generale delle donne dell’epoca: «Vorrei così tanto avere una buona opinione delle donne! Sono intelligenti, hanno una sana energia vitale. E allora com’è che sono così immature, codarde, impacciate e obbedienti. Quando smetteranno? Tra dieci anni? Venti? Vi prego, fatemi sapere quando sarà possibile comunicare con voi».
 e Maria Morozowicz-Szczepkowska divulgò, infatti, un ideale di liberazione della donna dalle relazioni sentimentali con gli uomini.

Ewa Partum, Sztuka kobiet (Women’s art), “Malzenstwo jest przeciwko Wam (“The Marriage is Against You”), performance. http://www.galeriaon.pl/sztuka-kobiet-1980/

In questo medesimo periodo, anche il campo delle arti vide una vera e propria rivoluzione, come nota la ricercatrice Diana Poskota-Włodek99In D. Poskota-Włodek, Collusion of women? Feminist stagings in the Polish theater of the interwar period, 2015.
citando un riferimento di Morozowicz-Szczepkowska all’«eruzione di talenti femminili in ogni campo della creatività».1010Ricordiamo, tra le altre, Bronisława Ostrowska, Kazimiera Iłłakowiczówna, Maria Wielopolska, Zofia Nałkowska, Pola Gojawiczyńsa, Maria Kuncewicz, Halina Krahelska, Elżbieta Szemplińska, Wanda Wasilewska, Wanda Melcer, Stefania Okołów-Podhorska, Kazimiera Muszałówna, Maria Pawlikowska-Jasnorzewska, Magdalena Samozwaniec, Zofia Kossak-Szczucka, Jadwiga Migowa.
A tale proposito è importante notare che:

Katarzyna Górna, dalla serie “Madonny”, 1996-2001. https://curiator.com/art/katarzyna-gorna/0

«Le femministe includevano in blocco tutte le donne acculturate, indipendenti e professionalmente attive e, quasi automaticamente, di successo. Non tutte erano attiviste attive né tutte si consideravano femministe. […] In Polonia, tra gli anni Venti e Trenta, e molti anni dopo l’ondata di ibsenismo e di première teatrali di Zapolska, promuovere la questione femminile non era niente di nuovo. La cosa nuova consisteva nel fatto che il discorso femminista coincidesse con cambiamenti reali e universali, e non solo con quelli presupposti, sociali ed economici, a cui parteciparono le donne nel primo dopoguerra».

Come si può facilmente immaginare, la Seconda guerra mondiale arrestò di fatto la causa femminista. La forzata unità nazionale, finalizzata alla difesa dall’invasore, inibì lo sviluppo individuale e qualsiasi tipo di progresso sociale. In questo periodo, come nota Jill M. Bystydzienski1111In The feminist movement in Poland: Why so slow? (2001), Bystydzienski scrive: «Durante gli anni della spartizione e delle due guerre mondiali, oltre a prendere occasionalmente parte al combattimento armato a fianco degli uomini, le donne fungevano principalmente da organizzatrici ed educatrici volontarie, preservando le tradizioni culturali, il patrimonio e la lingua polacchi. Essendo queste attività largamente più estese del consueto ruolo delle donne, rinforzarono la posizione tradizionale di costoro all’interno della società».In The feminist movement in Poland: Why so slow? (2001), Bystydzienski scrive: «Durante gli anni della spartizione e delle due guerre mondiali, oltre a prendere occasionalmente parte al combattimento armato a fianco degli uomini, le donne fungevano principalmente da organizzatrici ed educatrici volontarie, preservando le tradizioni culturali, il patrimonio e la lingua polacchi. Essendo queste attività largamente più estese del consueto ruolo delle donne, rinforzarono la posizione tradizionale di costoro all’interno della società».
, le donne mantennero intatto il loro tradizionale ruolo di organizzatrici ed educatrici volontarie. A ciò si aggiunga inoltre l’influsso esercitato dalla Chiesa, ancora oggi molto presente in Polonia, con un 90% di popolazione che si dichiara cattolica. Per comprendere la natura di tale influsso sono ancora utili le parole di Bystydzienski:

«[Durante la Seconda guerra mondiale] la Chiesa era l’unica istituzione legalmente esistente in contrapposizione alle autorità e, in quanto istituzione nazionale, aiutò a conservare l’identità nazionale, dal momento che più del 90% della popolazione polacca è cattolica. Tuttavia, la chiesa cattolica sostiene il ruolo tradizionale delle donne e insegna loro ad accettare il loro destino e a essere martiri della loro nazione e famiglia. Inoltre, in Polonia esistono ancora tradizioni culturali persistenti che continuano a rinforzare la condizione subordinata delle donne. Queste includono diverse forme di cavalleria maschile (per esempio, il baciamano come saluto) e i saldissimi ideali di bellezza femminile, passività e auto-sacrificio».

Maria Pininska-Beres, Sztuka kobiet (Women’s art), “Pranie” (“The Laundry”), performance. http://www.galeriaon.pl/sztuka-kobiet-1980/

 

La svolta del regime comunista

Successivamente al periodo di stallo delle due guerre, con la nascita del nuovo regime comunista la situazione mutò radicalmente. Durante l’epoca comunista le donne ottennero infatti diversi vantaggi rispetto al passato, come per esempio un miglior accesso all’istruzione e al mondo del lavoro. Tuttavia, la conquista per i diritti continuò a scontrarsi con un sistema fortemente autoritario, rivelando di fatto tutte le sue difficoltà, come nota in proposito Kądziela:

«Il bisogno di forza di lavoro – nello spirito dell’uguaglianza – ha promosso l’immagine della donna come leader al lavoro. Secondo l’ideologia comunista dell’“emancipazione”, le donne erano apparentemente esenti dai doveri domestici grazie al processo di istituzionalizzazione dell’educazione dei bambini (asili nido, scuole materne, doposcuola), ma in realtà erano obbligate, a causa della sfavorevole situazione economica, a conciliare i ruoli di madri, mogli e lavoratrici».1212In M. Kądziela in Society Versus Art: Reflections on Feminism in Poland.

Maria Pinińska-Bereś, Gorset stojący (1967), Fot. M. Gadulski. Dzięki uprzejmości rodziny.

Interessante notare, in questi anni (precisamente nel 1945), la nascita dell’organizzazione femminile voluta dal regime e chiamata “Lega delle donne”, i cui obiettivi erano appunto la promozione del lavoro professionale femminile, l’assistenza nella vita quotidiana e le attività educative.

Simili organizzazioni avevano come unico scopo quello di aggregare i bisogni e le richieste di diritti femminili sotto il segno unico di una completa e rassicurante adesione alle politiche di regime, come testimoniato inoltre la completa assenza di movimenti locali e indipendenti per le donne:

«La Lega delle donne fu istituita dalle autorità come unico movimento femminile, e fu creata senza il coinvolgimento diretto delle donne stesse. Come molte altre organizzazioni fondate in questi anni dalle nuove autorità politiche, fu trattata come emanazione del potere imposto e fallì nel promuovere gli interessi del gruppo che originariamente doveva rappresentare. Tali organizzazioni non potevano contare su alcun sostegno sociale. Ciò si rifletteva anche nelle affermazioni delle attiviste della Lega in occasione del Congresso straordinario della Lega, nel 1981, quando la democratizzazione cominciò a prendere piede in seguito alla fondazione, nel 1980, di Solidarność. I loro discorsi contenevano affermazioni come: “Il corsetto, che una volta ci mettevano, continua a esserci di impedimento”, “Siamo così deboli e indifese” e “La democrazia è impossibile senza il coinvolgimento delle donne”»1313Fuszara, cit.
.

Come nota a ragione Bystydzienski:

«Il regime comunista ha lasciato in eredità una profonda sfiducia nei confronti del raggiungimento dell’uguaglianza di genere e del femminismo. Da una parte la propaganda di Stato è riuscita con successo a svalutare la causa femminista e a seminare un disprezzo quasi unanime nei confronti del femminismo occidentale, che veniva presentato come una preoccupazione borghese di donne benestanti, frustrate e principalmente statunitensi. D’altra parte, durante il socialismo “l’uguaglianza di genere” veniva data per scontato, sebbene i fatti dimostrassero il contrario. Così, le donne solitamente non percepivano quanto fosse necessario il femminismo e molte di loro svilupparono una vera e propria “allergia al femminismo”».1414In Bystydzienski, The feminist movement in Poland: Why so slow?, 2001.

Alina Szapocznikow, Les gants roses, 1970, © Stanisławski, The Estate of Alina Szapocznikow, All rights reserved, © Photo: Jacques Verroust, © ADAGP, Paris. https://awarewomenartists.com/en/artiste/alina-szapocznikow/

 

I movimenti per le donne dalla fine del comunismo ai giorni nostri

Natalia LL, “Consumer Art 2.”, 1975. https://www.ludwigmuseum.hu/en/work/consumer-art-2

Quando nel 1989 crollò il sistema comunista, numerose fabbriche statali e posti di lavoro chiusero all’improvviso, così come scuole materne e asili nido appartenenti a essi. Tale avvenimento naturalmente colpì in modo profondo soprattutto le donne madri, costrette a crescere i propri figli e allo stesso tempo ad andare in cerca di un lavoro in una generale situazione di incertezza e instabilità.

Dopo svariati anni di oppressione da parte dell’Unione Sovietica, finalmente Solidarność, il sindacato polacco nato nel 1980 e riconosciuto come partito politico legittimo solo nel 1989, condusse la Polonia verso la democrazia. Non a caso, i primi movimenti locali per le donne erano infatti nati in Polonia tra 1980 e ’81, appena un anno e mezzo dopo la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna, attraverso cui i Paesi aderenti «si impegnavano ad assicurare pari opportunità per i cittadini di entrambi i sessi in tutte le sfere della vita sociale».1515Kądziela, cit.
Come sappiamo, tale proposito non trovò purtroppo piena e concreta attuazione in Polonia, ma ciononostante, dopo il 1989, lo stile di vita occidentale cominciò a intrecciarsi all’approccio post-sovietico, e le donne impararono così a gridare la propria voce contro ogni tipo di disuguaglianza e discriminazione.

Alina Szapocznikow, Dessert III, 1971. Kravis Collection. Photo: Thomas Mueller, courtesy Broadway 1602, New York, and Galerie Gisela Capitain GmbH, Cologne. © The Estate of Alina Szapocznikow/Piotr Stanislawski/ADAGP, Paris. https://www.biweekly.pl/article/4097-szapocznikow-in-america.html?print=1

All’interno del mondo politico, tuttavia, dopo il crollo del comunismo, la situazione delle donne non registrò purtroppo grandi miglioramenti, così come ricostruisce Fuszara:

«Dopo il 1989 la proporzione delle donne in parlamento è diminuita ulteriormente. In reazione alla situazione, iniziative e organizzazioni sono emerse con lo scopo di incrementare la partecipazione femminile. Inoltre, il divario tra stipendi maschili e femminili è cresciuto in modo significativo dopo il 1989, e la situazione è stata controbilanciata dalla comparsa di un nuovo problema che ha riguardato le donne in misura maggiore degli uomini – la disoccupazione. In risposta a questi problemi, una serie di organizzazioni e iniziative sono emerse a favore delle donne professionalmente attive».1616Fuszara, cit.

Anche all’interno del tessuto sociale, e avvicinandoci sempre più ai giorni nostri, la generale situazione femminile non può certo dirsi delle migliori. Ancora oggi, infatti, la legge è inefficace nel proteggere le donne dalla violenza domestica, l’età pensionabile differisce in base al sesso, il mercato del lavoro subisce forti disuguaglianze nelle mansioni e nelle retribuzioni, con donne a cui, in fase di assunzione, è stato persino chiesto di sottoporsi a test di gravidanza.1717Cf. M. Kądziela, cit.Cf. M. Kądziela, cit.

Krzysztof Nowak, Untitled, 1984, courtesy of the artist.

Ancora dalla ricerca di Kądziela, apprendiamo che un sondaggio del 1999 poneva ai cittadini polacchi la seguente domanda: “In caso di carenza di lavoro, gli uomini dovrebbero avere priorità rispetto alle donne?”. Ebbene, il 52% degli intervistati riteneva di sì, e non dobbiamo affatto stupirci di tale risultato:

«Nel modello patriarcale della società polacca, una donna può lavorare solo a condizione di aver adempiuto ai suoi doveri familiari, il che significa che deve essere efficiente sia al lavoro sia a casa».

Aggiunge Kądziela:

«La pressione sociale obbliga le donne ad assumere ruoli che erano a loro tradizionalmente attribuiti, a volte anche contro la propria volontà. La vittoria di Solidarność nel 1993 ha consolidato l’opinione che le donne debbano ritirarsi dalla sfera pubblica. Tale situazione si riferisce a un altro tratto caratteristico della società polacca, che – in ogni aspetto della vita – premia con zelo le attività che relegano le donne alla sfera privata, creando così condizioni favorevoli per la partecipazione degli uomini nella vita ufficiale pubblica. Il 74% della popolazione in Polonia concorda enfaticamente sul fatto che se una donna vuole essere percepita come persona di valore, allora deve avere dei figli».

Uno degli aspetti più peculiari della cultura polacca contemporanea è la profonda frattura tra pratiche sociali appartenenti alla sfera pubblica, che vengono generalmente associate all’ambito ufficiale e istituzionale di competenza dello Stato, e pratiche che appartengono invece alla sfera privata. Questo sistema di pensiero fa sì che, nella coscienza sociale della Polonia, “la vita vera” sia percepita come al di fuori della sfera ufficiale, distante quindi dal discorso sui diritti civili. Tutto ciò, naturalmente, non fa altro che contrastare le questioni di genere e la battaglia per la parità dei diritti:

«[…] Un simile atteggiamento, spesso chiamato con orgoglio “buon senso”, sembra favorire l’occultamento di alcune questioni culturali arbitrarie, in particolare quelle legate ai ruoli di genere all’interno della società. Ciò, di conseguenza, rende quasi impossibile la loro denaturalizzazione – in altre parole l’indicazione della loro origine sociale e dei meccanismi culturali di riproduzione. Lucyna Kopciewicz nota che si potrebbe avere l’impressione che la riflessione critica rappresenti ancora quel modo “ufficiale” di pensare, e non è quindi tenuta in grande considerazione, poiché “ufficiale” significa “rimosso dalla vita vera”».1818Kądziela, cit.

Elżbieta Jabłonska, “Supermother”, 2002. http://www.elajablonska.com/projects-more.php?id=35

Tra aumento di consapevolezza nelle donne, diffusa incomprensione dei princìpi femministi fondamentali e conservazione di una sorta di santità nella figura della “Madre polacca” – una complessa combinazione della Vergine Maria immacolata, dell’infermiera temeraria e della moglie obbediente, dell’instancabile lavoratrice e, al tempo stesso, della supermadre –, negli ultimi anni le tensioni interne al Paese si sono nuovamente rafforzate. Il concetto religioso di Madre Maria è preservato a tutti i costi dai conservatori, oltre che inculcato sconsideratamente in tutte le donne, causando in questo modo danni inimmaginabili, tra cui diversi rischi per le donne incinte. Come nota ancora Kądziela, tale «immagine tradizionale della donna in quanto madre esclude inoltre tutti i discorsi sulla sessualità non riproduttiva», diffondendo in questo modo all’interno del tessuto sociale un acuto disprezzo per l’omosessualità.

In questo scenario, il pressante influsso della Chiesa, con la complicità dell’attuale politica di estrema destra verso cui ha virato il Paese nel 2015, sulle decisioni governative riguardanti i diritti delle donne ha generato tra le persone (e continua ancora a farlo) una più che comprensibile irritazione di massa. La prima e più grande mobilitazione di questo genere, “The Black Protest”, è avvenuta infatti nel 2016. In tale occasione, le donne sono scese in piazza per difendere il proprio diritto a decidere autonomamente l’interruzione di gravidanza, contro le attuali leggi polacche sull’aborto, ancora tra le più restrittive in Europa. Il limitato accesso alle pratiche di aborto ha consentito di fatto la nascita di veri e propri gruppi di sostegno e aiuto, e in questa e altre occasioni molto rilevante è stato anche il supporto di numerosi artisti più e meno noti nel Paese.

Maria Pinińska-Bereś, Stół II – uczta (1968). Fot. M. Gadulski. Dzięki uprzejmości rodziny.

 

Il ruolo dell’arte nelle proteste femministe contemporanee

Katarzyna Kozyra, “Olimpia”, 1996. http://www.andreyavivaldi.com/HSAC_2011/PROSTITUTION/credit_999.kozyra.1.html

In più occasioni l’arte polacca si è espressa a sostegno dei movimenti per le donne, prendendo parte alle proteste e alle iniziative collettive. Ultima in ordine di tempo è quella del #bananagate, un movimento di protesta nato nel 2019 a seguito della decisione, presa dal direttore del National Museum di Varsavia, di rimuovere dal museo le opere di alcune artiste donne, accusate di aver turbato la sensibilità di un visitatore. Riferisce in proposito Dorian Batycka in un articolo su «Hyperallergic»:

«Lo scandalo è scoppiato dopo che l’organo di stampa polacco “Onet” ha annunciato la decisione, presa il 26 aprile, del National Museum di Varsavia di rimuovere Consumer Art (1973) di Natalia LL, The Appearance of Lou Salome (2005) di Katarzyna Kozyra e Part XL. Tele Game (2005) di Aleksandra Kubiak e Karolina Wiktor, menzionando una lettera anonima ricevuta dal direttore del museo, Jerzy Miziołek, da parte di una madre preoccupata che ha definito la visita del figlio al museo come “traumatica”».

Non è un caso che le opere censurate abbiano per protagoniste donne indipendenti in grado di minacciare, con la sola forza della propria affermazione, le basi di una nazione profondamente patriarcale. In risposta a tale avvenimento, sempre nel mese di aprile 2019, migliaia di persone sono scese in piazza, ciascuna impugnando e mangiando pubblicamente una banana – oggetto rappresentativo dell’opera di Natalia LL, da lei impiegato simbolicamente per sostenere la causa femminista e come riferimento al sistema capitalista che la Polonia ha abbracciato nel corso degli ultimi trent’anni.

La carica eversiva di certa arte polacca allineata ai moderni movimenti di emancipazione femminile si riscontra anche nell’ambito della cultura musicale, ed è a questo punto che entra in gioco il duo postpunk SIKSA, composto da Alex Freiheit e Piotr Buratyński.

Agata Zbylut, “Szalik i Medalik”, Centrum Rzeüby Polskiej w Orosku, 2014/2015. https://akademiasztuki.eu/WMINM/Artykul/dr-hab-agata-zbylut

 

Il femminismo del duo postpunk SIKSA

«Oh God, oh God, they were so shiny | but the Polish jackboots are gonna shine better! | Because in Poland everything is better | Polish cocks | Erected upright in front of Ukrainian girls in 2018 | in front of those Filthy Ukrainian girls | and those won’t be the jackboots made by Hugo Boss | only by Maciej Zień | God damn it».
(SIKSA, Polityk, ale kobieta (Politician, but a woman), Stabat Mater Dolorosa, 2018)

Uno degli aspetti più interessanti di un progetto eterogeneo come SIKSA, collocabile tra il punk, il teatro, la performance e lo psicodramma, è che in esso convergono al tempo stesso tutta l’eredità storica femminista, da un lato, e molte delle più attuali riflessioni diffuse all’interno dei movimenti per le donne, dall’altro.

La band presenta uno stile piuttosto peculiare, con una voce femminile – quella di Alex – portata all’esasperazione attraverso continue grida e accompagnata dal ritmo costante di un basso – suonato da Piotr.

Il contenuto dei messaggi veicolati da SIKSA esprime una forma di vero e proprio attivismo sociale ottenuto attraverso la commistione simultanea di musica, moda, arti visive, workshop e poesia. Occasionalmente, SIKSA si cimenta persino nella realizzazione di film: è il caso, per esempio, di Stabat Mater Dolorosa, diretto nel 2018 da Piotr Macha.

In più occasioni il duo si è espresso pubblicamente a proposito della propria arte, come in questa sorta di dichiarazione di intenti attraverso cui Buratyński presenta il suo progetto:

«In quanto punk, noi prendiamo il punk e ne facciamo quello che crediamo sia il suo significato. Distruggere le grette abitudini borghesi, buttare le persone fuori dalla loro “comfort zone”. Anche se non si tratta del testo, ma piuttosto della nostra “inettitudine formale”, che non può essere separata dalle parole di Alex e dal contenuto, e che è strettamente legata all’intero messaggio che trasmettiamo».

E ancora:

«Grazie al fatto che siamo solo un basso e una cantante, allo stesso tempo respingiamo e affasciniamo le persone; ci comportiamo un po’ come il Verfremdungseffekt (“effetto di defamiliarizzazione”, “effetto distanziante” o “effetto di straniamento”) nel teatro di Brecht, eppure li attiriamo, li rendiamo curiosi. Basso, voce, una performance minimalista».

SIKSA durante l’Off Festiwal a Katowice, 2017, ph. Dawid Chalimoniuk. http://czestochowa.wyborcza.pl/czestochowa/7,48725,23961690,siksa-bator-czerwone-swinie-czytaj-startuje-w-czestochowie.html

Le canzoni di SIKSA si prestano alla causa femminista poiché si riferiscono parimenti alla storia polacca, alla società contemporanea, così come alla vita privata di un polacco medio. Un aspetto che di certo emerge sugli altri è la rabbia espressa nei toni e nelle parole che accompagnano le canzoni. Proprio a proposito di rabbia, Agnieszka Graff descrive l’ingresso, all’interno della cultura e dell’arte polacca contemporanea, di una nuova figura che si è imposta nell’immaginario comune, quella della donna furiosa:

«Questa nuova entità femminile è arrabbiata, sfacciata, minacciosa e rumorosa. In modo rilevante, da qualche tempo ha smesso di essere percepita come marginale ed eccentrica. Può causare indignazione, ma non può più essere congedata. Una ribellione femminista si sta verificando proprio nel cuore della cultura polacca, dove finora vi è stato silenzio – nel luogo in cui religione, identità nazionale e corporalità si incontrano. Finora pochi hanno scrutato dentro questo spazio; ora, all’improvviso, c’è una protesta. Non può essere sovrastata o messa a tacere. Qualcosa è cambiato irrimediabilmente».

Il brano Mariusz, wracaj do domu! (“Mariusz, torna a casa!”) fa riferimento al video che Anna Kamińska, ex moglie del parlamentare Mariusz Kamiński, pubblicò a seguito del suo divorzio nella speranza di convincere a tutti i costi l’uomo a far ritorno a casa, appellandosi ai valori della tradizione cristiana. Il risultato di tale appropriazione da parte di SIKSA è il canto disperato e a tratti grottesco di una donna abbandonata dal suo uomo che continua inutilmente a ripetere “Torna a casa”, solo per salvare le apparenze di un modello convenzionale di famiglia dovuto al condizionamento culturale e che relega la donna a un ruolo del tutto marginale.

A proposito di questa sproporzione tra uomini e donne all’interno della società polacca, la ricercatrice Jolanta Brach-Czaina osserva che:

«Viviamo in una civiltà maschile che rompe i legami tra le donne e cancella le tracce di queste relazioni. Le donne non possiedono cognomi propri. Vengono assegnate alle famiglie maschili. È un vecchio fatto sociale e a ciò non è data alcuna importanza. Si dice che non può essere cambiato. Ma si può quantomeno arrivare alla conclusione che non si tratti di una pratica neutra, ma profondamente discriminatoria. Le donne vengono spazzate via dalla storia».

Piotr Buratyński di SIKSA veste Tomasz Armada, ph. Tomasz Armada. https://www.facebook.com/tomaszarmada/photos/a.339252469466422/1508504925874498/?type=1&theater

In altre parole, è come se la condizione di limitata libertà a cui sottostanno le donne polacche sia generalmente percepita come condizione del tutto naturale, intrinseca al loro destino e, per questo, socialmente accettata. Contro questa visione normalizzante dell’oppressione femminile, SIKSA, nelle parole di Alex Freiheit, esprime tutto il proprio dissenso:

«Non mi sono inventata dallo spazio. Sono quello che ho percepito di me stessa e delle persone che mi circondano e, a quanto pare, delle altre ragazze. Sì, torturo me stessa e gli altri, mi vendico, sono come Uma in Kill Bill. Questa è la terapia a cui sono giunta. È una terapia che funziona anche per gli altri, soprattutto per le ragazze».

E aggiunge:

«SIKSA non è un progetto. È una terapia a lungo termine, è una performance, è punk – è un’AZIONE, trovare se stessi in situazioni comode e anche scomode. Ogni concerto lascia in me qualcosa di diverso. […] È la mia idea personale, originale, per riprendermi dopo gli stupri, un padre dispotico, genitori che si tradiscono, l’umiliazione maschile, le manipolazioni psicologiche. Occorre fare attenzione al fatto che ciò di cui qualcuno ride facilmente tocca anche alcune persone, perché ridere e fare i troll su Internet corrisponde spesso a un problema particolare e serio».

In polacco, la principale accezione della parola “siksa” è quella di “giovane ragazza”, abbastanza grande da avere opinioni proprie, ma ancora percepita come un’ingenua ragazzina o, al più, un’adolescente. Può essere utilizzato in senso spregiativo, per indicare una giovane donna infantile con opinioni da non prendere in considerazione, o per descrivere la giovane amante di un uomo sposato. Tuttavia, può anche essere usato come vezzeggiativo, esprimendo un significato positivo nell’uso che ne fanno, per esempio, le nonne per riferirsi a una nipote particolarmente vivace, chiacchierona e impertinente. Un’ulteriore accezione del termine deriva infine dall’yiddish “šiqsah”, “ragazza non ebrea” (derivato di “šekes”, “disgusto”).

Nella sua generale opera di rappresentazione, SIKSA interpreta vari ruoli prestando la propria voce a identità diverse, attraverso il filtro costante dell’ironia, come quando, riferendosi alla dichiarazione di una celebre star della TV polacca, arriva ad affermare:

«Signori e Signore… Non sono mai stata, non sono, e non sarò mai una femminista, perché voglio essere una bella donna, avere dei bambini, una casa e un marito» (SIKSA, Marina Abramovic, in Stabat Mater Dolorosa, 2018).

Oggi il problema di fondo del femminismo in Polonia è l’interpretazione che ne viene data dalle istituzioni a livello sociale e culturale, poiché considerato come agli antipodi di una vita familiare felice, pericoloso per l’unità della Polonia e promotore di valori contrari alla struttura patriarcale su cui si regge la vita del Paese. È all’interno di questo scenario così negativamente connotato che la forza dirompente di artisti e movimenti come SIKSA può forse agire per scardinare l’attuale assetto sociale con l’obiettivo di una reale emancipazione della donna e una completa parità di diritti:

«Il nostro Paese riconquisterà la sua dignità quando tutti, senza sforzo, vi staccheranno via a morsi i peni. E queste stupide troie che dicono: “Ma io non sono femminista… Solo solo una patriota e sono fiera di avere un fidanzato cacciatore… E io non sono una femminiiiiissssta”. È vero, non lo sei – STUPIDA TROIA!» (SIKSA, Agrest/Godność (Gooseberries/Dignity), Punk ist tot, 2016).

SIKSA, courtesy of the artist. https://www.facebook.com/xsiksax/photos/a.657222231065773/1238470179607639/?type=1&theater

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di Dobrosława Nowak
  • Dobrosława Nowak è scrittrice, ricercatrice, artista e curatrice. Laureata in Fotografia (2013) all'Università dell'Arte di Poznań (Polonia) e in Psicologia (2015) all'Università di Adam Mickiewicz a Poznań. Nel 2018 ha frequentato il corso "Ultime Tendenze nelle Arti Visive" all'Accademia di Belle Arti di Brera. Scrive d'arte per varie riviste in inglese, italiano, polacco e francese. Nata in Polonia, vive e lavora a Milano.
Bibliography

J. Bystydzienski, The feminist movement in Poland: Why so slow?, 2001.
K. Długosz, K. Monkiewicz, P. Nowosielska, Poczet feministek polskich, «Przegląd», 9 marzo 2003.
M. Duda, (Auto)biography as a material in the study of the history of women’s equality. A contribution to the discussion.
M. Fuszara, Between Feminism and the Catholic Church: The Women’s Movement in Poland, 2005.
M. Kądziela, Society Versus Art: Reflections About Feminism in Poland.
N. Kriki, Poland for Beginners: Explaining Black Protests, «Krytyka Polityczna & European Alternatives», 19 maggio 2017.
D. Poskota-Włodek, Collusion of women? Feminist stagings in the Polish theater of the interwar period, 2015.