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La contemplazione estetica come interesse disinteressato
Magazine, ASSEDIO – Part II - Ottobre 2020
Tempo di lettura: 7 min
Valeria Minaldi

La contemplazione estetica come interesse disinteressato

Analisi del contatto psicofisiologico con lo stimolo estetico. Interrogativi e teorie dovute all’analisi della contemplazione estetica come stato di coscienza.

Elliott Erwitt – Versailles – France 1975.

«Art is a way of experiencing the artfulness of an object. The object is not important».

Viktor Shklovsky

M. Duchamp – Fountain – 1917.

Secondo Kant, il piacere estetico nasce dalla contemplazione della forma, azione caratterizzata dal disinteresse per l’oggetto in sé.  L’esperienza estetica sarebbe di fatto basata su tale approccio in quanto stabilirebbe il primo contatto con lo stimolo e, quindi, il tipo di fruizione. Ne Il mondo come volontà e rappresentazione (1819), Schopenhauer riprende il tema del distacco contemplativo per eleggere l’arte come possibile via di salvezza dai circoli viziosi ai quali ci condanna la volontà, ovvero il principio irrazionale che muove e determina la rappresentazione della realtà e che è quotidianamente asservito al desiderio. La premessa è l’accettazione della concezione dell’arte non come riproduzione dell’idea della realtà ma come espressione dell’intuizione che si ha di essa e, quindi, la contemplazione come mezzo per esperirla personalmente. Perché si verifichi questo, la coscienza deve anteporsi, il contatto con lo stimolo deve contraddistinguersi per un apparente distacco non condizionato dal desiderio di ottenere, controllare o manipolare l’oggetto. Solo in questo modo è possibile arrivare al piacere estetico. Quindi la concezione kantiana della contemplazione disinteressata assume un’accezione salvifica in quanto liberatoria della coscienza. Apice massimo del processo sarebbe l’ascensione aldilà di ogni influenza della volontà arrivando così all’esperienza del Sublime.

Mettendo da parte la catarsi utopica che propone il filosofo, che non significa rifiutarla, è interessante soffermarsi sul concetto di contemplazione. Si può identificare un’effettiva e distinta psicofisiologica propensione verso lo stimolo artistico? Viene percepito tramite sincronie di circuiti neuronali particolari?

La questione solleva l’analisi di tre particolari punti:

1) La definizione e descrizione dello stato di coscienza espresso dalla contemplazione estetica

2) Il ruolo del contesto nel processo

3) La propensione/attitudine personale a tale fenomeno definibile come la sensibilità artistica

Aree cerebrali attive durante il Default Mode Network.

Nel rapportarci con un oggetto, solitamente ne ricerchiamo le sue ‘affordances’ (Gibson 1979) ovvero le azioni manipolatrici che lo stimolo ci suggerisce, per esempio l’azione di afferrare o di mordere. Durante la cosiddetta contemplazione si attiverebbe un diverso modus operandi dovuto a un sistema alternativo. Per sistema s’intenda l’attivazione sincrona di gruppi neuronali. Se percepire l’affordance dell’oggetto implicherebbe recuperare l’esperienza che abbiamo di esso per instaurare un rapporto attivo, la contemplazione comporta un diverso approccio, svincolato dall’utilità dello stimolo e più legato alla rielaborazione conoscitiva di esso, processo che porta a un certo piacere, il piacere estetico.

A tal proposito, Berridge (Berridge e Kringelbach, 2008) propone una distinzione fra il sistema detto ‘wanting’ e il sistema detto ‘liking’. Entrambi sono sistemi di ricompensa guidati dal valore edonico dello stimolo, lavorano a volte sinergicamente e ‘condividono’ l’attivazione di alcune aree cerebrali. Nonostante questo, i due processi sono distinguibili: il primo, mediato dal sistema dopaminergico, controllerebbe l’eccitazione che motiva l’organismo a procurarsi del piacere, quindi la fase appetitiva che incentiva l’azione. Il secondo, invece, mediato da oppiodi endogeni e neurotrasmettirori GABAergici, è associato a un comportamento consumatorio, fruizione della gratificazione, contraddistinto da un piacere appagante e acquietante. Nel caso di stimoli dal valore estetico, il processo si riflette nell’atteggiamento contemplativo. Lo stimolo estetico, quindi, provocherebbe piacere senza evocare desideri addizionali nei suoi confronti.

Durante la contemplazione estetica è stata anche riscontrata l’attivazione del Default Mode Network (DMN), il cosiddetto stato di riposo del cervello. Consiste in una modalità di funzionamento cerebrale di base, che avrebbe una finalità ‘ristoratrice’ del cervello (Raichle, M. E. et al. 2001). Non per questo comporta una disattivazione dell’organo che, al contrario, presenta l’attivazione di collegamenti di diverse aree grazie a un metabolismo aumentato. Tale stato porta soprattutto a una fondamentale attività di elaborazione introspettiva (Vessel et al., 2012). Nel caso della fruizione dello stimolo estetico sarebbe interpretabile come un’orientazione verso l’interno dovuta a stimoli esterni che spinge a significativi collegamenti tra lo stimolo e il soggetto (Vessel et al., 2013). In questo modo vi è sia un recupero dei riferimenti esperienziali, sia lo sviluppo di nuove associazioni e attribuzioni. Facendo riferimento alle parole di Carolyn Christov-Bakargiev, l’agency degli oggetti avrebbe luogo in tale fase del processo estetico. Lo stimolo viene reinterpretato, risignificato.

Confronto aree cerebrali attive durante il Default Mode Network e durante l’attenzione visiva focalizzata.

Il secondo interrogativo verte, invece, sul ruolo del contesto durante il processo contemplativo. Tale variabile è stata a lungo sottovalutata nei modelli di neuroestetica. Eppure gioca un importante ruolo in quanto spinge naturalmente il soggetto ad assumere tale atteggiamento percettivo che, se non è di per sé sufficiente, è una condizione necessaria per il realizzarsi dell’esperienza estetica (Chatterjee e Oshin Vartanian 2003). Leder (et al. 2004) sostiene che lo stesso oggetto è compreso e valutato differentemente rispetto a un contesto pratico quando chiamato ‘opera d’arte’. Non per niente un classico orinatoio capovolto e firmato ‘R. Mutt’ può diventare oggetto di giudizio estetico. Pensare a un oggetto come un’opera arte e non come oggetto quotidiano attiva particolarmente la corteccia di entorhinal, ovvero un collegamento fra le aree neuronali che si occupano della memoria, in particolare con l’ippocampo, e le altre aree del cervello. In questo modo entra in gioco il ruolo dell’aspettativa che incentiva o diminuisce, a seconda dei casi, il piacere estetico. In uno studio sull’interazione tra i processi corticali in relazione con le caratteristiche dello stimolo (condizionamenti vicendevoli tra i processi top-down e bottom-up) Cupchik, Vartian, Crawley e Mikulis (2009) sottolineano come, quando l’oggetto è considerato ‘opera d’arte’, si tenda a esperire reazioni soggettive per le proprietà stilistiche e strutturali invece che concentrarsi maggiormente sul riconoscimento degli elementi. Lo stesso oggetto, se visto sotto diverse condizioni, può quindi evocare differenti risposte neuronali. Alcuni studi di natura psicodinamica cercano anche di dimostrare come il museo sia necessario all’emozione estetica in quanto ‘luogo sicuro’ dove poter esperire anche scomode proiezioni personali dovute all’agency dello stimolo.

Secondo Viktor Shklovsky: «An image is not a permanent referent for those mutable complexities of life which are revealed through it, its purpose is not to make us perceive meaning, but to create a special perception of the object – it creates a vision of the object instead of serving as a means for knowing it».

Questo può portare a imbarazzanti tentativi di decodificazione alla presenza di arte contemporanea, come quando dei visitatori di una mostra hanno fotografato dei semplici occhiali da vista lasciati da un burlone scambiandoli per un altro elemento della mostra.

Spider-Man Comic

Infine è importante analizzare la soggettività messa in gioco durante il contatto con lo stimolo. L’esperienza estetica necessita di un intenzionale orientamento della percezione per l’estrazione delle proprietà dell’opera (Cupchik, Vartian, Crawley and Mikulis, 2009) ma l’attenzione che guida l’esplorazione contemplativa non è un comportamento standard e routinario, quanto un approccio altamente influenzato dallo stato psicofisiologico del momento, dall’esperienza per gli stimoli artistici – una sorta di expertise nel gusto – e dall’approccio generale che si ha con l’esterno – un vero e proprio ‘stile di contatto’ (Ruggieri, 2006). Tali variabili, in una sintesi mutevole, rappresenterebbero l’attitudine estetica, la sensibilità artistica. In letteratura è stato proposto il “T-factor” -dove la “T” sta per “Taste”-, un indice che tenterebbe di misurare la risposta agli stimoli estetici riferendosi a standard esterni (Eysenck & Hawker, 1994; Eysenck, 1941). Anche se, ovviamente, tale misurazione è ardua e rischiosa, darebbe un’idea delle differenze nel giudizio estetico comparate con variabili come l’educazione artistica e la personalità. Comprendere le basi neuronali del gusto artistico e come il giudizio estetico venga modificato dal training è attualmente un obiettivo della ricerca in neuroestetica. Una domanda fondamentale è se il giudizio estetico coinvolga circuiti neuronali specifici non coinvolti in giudizi di altro genere o se sia una classica risposta elaborativa dello stimolo.

Si potrebbe concludere dicendo che l’approccio contemplativo equivarrebbe a un cambio di prospettiva, una sensazione dell’oggetto in base alla percezione di esso in un determinato contesto e momento, legato alla memoria ma nello stesso tempo svincolato dalla conoscenza che di esso abbiamo. Il tutto filtrato, come sempre, «dall’impalpabile soggettività di chi osserva e decodifica una “figura-stimolo”» (Ruggieri, 2006).

TJ Khayatan, Visitatore al SFMONA fotografa occhiali da vista estranei alla mostra – 2016.

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di Valeria Minaldi
  • Laureata in Neuroscienze all'Università degli Studi di Padova, ha collaborato nella ricerca scientifica in particolare nell'ambito della Neuroestetica. È psicologa e psicoterapeuta specializzanda a orientamento cognitivo costruttivista. Lavora come consulente nell'ambito delle valutazioni dello stress lavoro-correlato presso COM Metodi; si occupa di consulenza e divulgazione scientifica, supporto psicologico individuale e di gruppo. Fa parte del board curatoriale, è cofondatrice e managing editor di KABUL, magazine online che tratta di arti e culture contemporanee, casa editrice indipendente e associazione culturale no-profit dal 2016.
Bibliography

K. Berridge & M. Kringelbach, Affective neuroscience of pleasure: Reward in humans and animals, Psychopharmacology, 2008.
A. Chatterjee & O. Vartanian, Neuroaesthetics, Trends in Cognitive Sciences, CellPress, USA, 2014 [ed. o. 2003].
G. C. Cupchik et al., Viewing artworks: contributions of cognitive control and perceptial facilitation to aesthetic experience, Brain and Cognition, ELSEVIER, 2009.
H. J. Eysenck, The empirical determination of an aesthetic formula, Psychological Review, 1941.
H. J. Eysenck & G. W. Hawker, The taxonomy of visual aesthetic preferences: An empirical study, Empirical Studies of the Arts, 1994.
J. J. Gibson, The ecological approach to visual perception, Houghton Mifflin, Boston 1979.
H. Leder, et al., A model of aesthetic appreciation and aesthetic judments, Br. J. Psychol., 2004.
M. E. Raichle et al., A default mode of brian function, Proc. Natl. Acad. Sci., USA, 2001.
V. Ruggieri, L’esperienza estetica – Fondamenti psicofisiologici per un’educazione estetica, Armando Editore, Roma 2006.
A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, Einaudi, Torino 2013.
V. Shklovsky, Art as Technique, Ed. Ed. Lee T. Lemon and Marion J. Reiss. Lincoln: University of Nebraska Press, 1965.
E. A. Vessel et al., The Brain on art: intense aesthetic experience activates the default mode network, Front. Hum. Neuroscience, 2012.
E. A. Vessel et al., Art reaches within: aesthetic experience, the self and the default mode network, Front. Neuroscience, 2013.