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Staying with the Trouble. Making Kin in the Chthulucene
Magazine, MORIRE – Part II - Marzo 2018
Tempo di lettura: 9 min
Donna Haraway

Staying with the Trouble. Making Kin in the Chthulucene

In occasione dell’evento “Creare Legami” a cura di Marianna Vecellio e organizzato presso il Castello di Rivoli, KABUL magazine traduce un altro testo fondamentale dell’autrice della teoria del cyborg.

Donna Haraway.

 

Dopo aver pubblicato per la prima volta in italiano Anthropocene, Capitalocene, Plantationocene, Chthulucene: Making Kin (2015) in occasione di Teatrum Botanicum (PAV, Torino), la redazione di KABUL magazine approfondisce ulteriormente gli studi di Donna Haraway traducendo l’introduzione di Staying with the Trouble: Making Kin in the Chthulucene (2016) su invito del Castello di Rivoli (Torino).

In queste pagine, la filosofa e zoologa statunitense apre la pubblicazione introducendo il lettore al perché del titolo del libro, e comincia argomentando un termine in particolare, “trouble”, a partire dalla sua etimologia. Quello che inizialmente può sembrare come un trattato di linguistica, si rivela, paragrafo dopo paragrafo, un fermoimmagine della nostra realtà e al tempo stesso una sua proiezione futura in cui tutti gli esseri viventi e non viventi cooperano a una continua tessitura di legami. Il “gioco del ripiglino”, quel semplice gioco che si fa intrecciando tra le mani un filo di spago per generare figure che vengono scomposte da altre mani allo scopo crearne sempre di nuove, diventa metafora esemplificativa di ciò che secondo Haraway dovremmo fare per superare questo nostro presente che la filosofa definisce «ottuso».

Se in Anthropocene, Capitalocene, Plantationocene, Chthulucene: Making Kin ci incitava a creare legami con lo slogan «Make kin not Babies!» per dare avvio a una nuova epoca, qui spiega le modalità di co-abitazione e co-operazione tra diverse creature, invitando a un superamento dell’Antropocene e del Capitalocene accettando gli errori finora commessi ma mantenendo pur sempre una spinta propositiva. Haraway conclude il testo criticando l’atteggiamento distruttivo di coloro che nel campo delle scienze dichiarano e divulgano «game over». È importante riconoscere il problema, “trouble”, ed essere coscienti di esservi dentro, “staying with the trouble”, ma è altrettanto importante agire con serietà e creatività per sciogliere la “matassa” del problema.


Crare legami, raccolta di saggi di Donna Haraway realizzata in occcasione dell’evento «Marianna Vecellio – Creare legami. Lettura in mostra di testi di Donna Haraway». Progetto grafico: Giacomo Serpani.

Trouble è un termine interessante.11[Riguardo al termine trouble Haraway dichiara sin da subito che il suo interesse risiede più nel suo significato etimologico che nel suo utilizzo colloquiale. Tradurre trouble con uno dei suoi corrispettivi italiani (‘difficoltà’, ‘problema’, ‘fatica’, ‘preoccupazione’, ‘disordine’) limita notevolmente l’immaginario che l’autrice intende evocare, tuttavia, per rendere più comprensibile il testo, si è deciso di tradurre il termine con il corrispettivo italiano ‘disordine’. N.d.T.]
Deriva da un verbo francese del tredicesimo secolo che significa “agitare”, “intorbidire”, “disturbare”. Noi – noi tutti sulla Terra – stiamo vivendo in un’epoca inquietante, un’epoca confusa, un’epoca problematica e torbida. Dobbiamo diventare capaci di reagire, gli uni con gli altri in ciascuna delle nostre presuntuose razze. Le epoche confuse strabordano di dolore e gioia – con schemi di gioia e dolore estremamente ingiusti, uniti alla superflua uccisione della continuità ma anche a una necessaria rinascita. L’obiettivo è fare kin lungo linee di connessione creative per imparare a vivere e morire bene insieme gli uni con gli altri in un presente ottuso.22[In inglese, kin indica la rete familiare e la genealogia di un dato gruppo o soggetto. Il significato diretto, nel piccolo, può essere identificato con ‘consaguineo’ o ‘familiare’, sino ad arrivare a macro-categorie che richiamano il concetto di ‘clan’ o ‘tribù’. Si è scelto di non tradurlo per evitare di limitarne il significato a una sola di queste categorie. N.d.T.]
«KIN [s. (pl. invar.) 1. (rar.) stirpe; discendenza; estrazione; nascita 2. Parente; congiunto, consanguineo / agg. 1. Consanguineo; imparentato 2 simile / v. tr. simile a; appartenente allo stesso gruppo di]. Termine inglese che può essere utilizzato come sostantivo, aggettivo e verbo. In tutti i casi K. è soggetto a molteplici possibilità di traduzione. Tra i suoi possibili significati può indicare una «rete familiare» e la «genealogia di un dato gruppo o soggetto». Il significato diretto, nel piccolo, può essere identificato con ‘consanguineo’ o ‘familiare’, sino ad arrivare a macro-categorie che richiamano al concetto di clan o tribù. Nel saggio di Donna Haraway intitolato Anthropocene, Capitalocene, Plantationocene, Chthulucene: Making Kin, la teorica utilizza per la prima volta lo slogan «Make Kin Not Babies!» dando ulteriori significati a questo termine. Rifacendosi alla celebre frase «more than kin and less than kind» (trad lett. «più che parenti e meno che gentili») dell’Amleto di William Shakespeare, la teorica spiega l’importanza di stabilire legami e relazioni simbiotiche anche al di fuori dal contesto familiare. Per questo motivo K. per Haraway deve essere inteso come una proprietà, un’energia generatrice paragonabile a quella dei batteri della teoria del «brodo primordiale». Si tratta di una forza capace di stabilire alleanze utili al superamento di quella frattura creata tra Uomo e Natura e che contraddistingue l’Antropocene.
“Sin dall’inizio, i più grandi terraformatori (e riformatori) di tutti sono stati, e lo sono ancora, i batteri e il loro kin, sempre in inter/intra-azione con miriadi di specie (compresi gli esseri umani e le loro pratiche, tecnologiche o meno). […] Tutte le creature condividono una ‘carne’ comune, semioticamente e genealogicamente. I nostri antenati non fanno che diventare degli sconosciuti molto interessanti. Il kin non è familiare (fuori da ciò che credevamo essere famiglia o generazione), è inspiegabile, perseguitante, attivo”. D. Haraway, Anthropocene, Capitalocene, Plantationocene, Chthulucene: Making Kin, «History of Consciousness», University of California, Santa Cruz 2015.» La definizione di KIN è stata elaborata per la pubblicazione COMPOST. Riflessioni sull’ecocentrismo, K-POCKET GUIDE, Vol. 2, «KABUL magazine» 2017. Cf. Donna Haraway: Antropocene, Capitalocene, Piantagionocene, Chthulucene: creare kin – KABUL feat. PAV | Teatrum Botanicum, «KABUL magazine», 7 giugno 2017.
Il nostro obiettivo è generare disordine [trouble], sollevare una potente reazione di fronte a eventi devastanti, e allo stesso tempo placare acque turbolente e ricostruire luoghi tranquilli. In un’epoca che non lascia tregua, molti di noi sono tentati di affrontare il disordine [trouble] cercando di rendere sicuro un futuro immaginario, di arrestare l’accadere di qualcosa che incombe sul futuro, di ripulire il presente e il passato così da poter creare dei futuri per le generazioni a venire. Rimanere con il disordine [trouble] non rende necessario questo tipo di relazione con le epoche che chiamiamo futuro. Rimanere con il disordine [trouble] significa infatti essere presenti, non come un perno evanescente che oscilla tra passati orrendi o paradisiaci e futuri apocalittici o salvifici, ma come creature mortali intrecciate in miriadi di configurazioni non finite di luoghi, tempi, materie, significati.33Critter [questa la parola che usa Haraway, qui tradotta con creature, N.d.T.] è un termine americano colloquiale che indica animali infestanti di ogni genere. Gli scienziati parlano continuamente dei loro “critter”; e allo stesso modo ne parlano le persone comuni in tutti gli Stati Uniti, ma probabilmente in modo particolare nel Sud. La contaminazione tra “creature” e “creation” non si attacca a “critter”; se notate questo genere di cirripede semiotico raschiatelo via. In questo libro, “critter” si riferisce in modo promiscuo a microbi, piante, animali, umani e non umani, e a tratti persino alle macchine.

Chthulucene è un termine semplice. È la combinazione di due radici greche (Khthôn e kainos) che insieme denominano una tipologia di spazio-tempo per imparare a stare con il disordine [trouble] del vivere e con la capacità di reagire [in responsability] su una terra ormai danneggiata.55[Response-ability è un termine che scompone la parola responsability (‘responsabilità’) per sottolineare il significato separato di response (‘rispondere’/’reagire’) e ability (‘capacità’), trasformandolo quindi nella ‘capacità di rispondere/reagire’. N.d.T.]
Kainos significa adesso, l’epoca degli inizi, un’epoca per la continuità, per l’energia. Nulla nel kainos deve significare passati, presenti o futuri convenzionali. Non vi è nulla, nelle epoche in cui le cose cominciano, che si prodighi per spazzare via tutto ciò che è venuto prima o, per l’appunto, per spazzare via ciò che ancora potrebbe essere. Kainos può essere saturo di eredità, di memorie, e di cose a venire, del prendersi cura di ciò che potrebbe accadere. Ascoltando kainos sento una presenza densa, continua, riempita da ife66[«Ife»: filamenti unicellulari o pluricellulari che compongono il corpo vegetativo dei funghi. Nella maggior parte delle specie di fungo le cellule che costituiscono le ife sono separate da un setto forato (ife settate) che permette il passaggio degli organuli cellulari in particolari condizioni. Le ife vengono considerate come insieme di cellule, ma una singola ifa non può essere considerata una cellula perché al suo interno potrebbero non esserci il nucleo o organelli fondamentali. N.d.R.]
che le infondono ogni tipo di temporalità e materialità.

Quelli ctoni sono esseri della terra, sono antichi, ma anche nuovissimi. Immagino ctoni pieni di tentacoli, antenne, dita, fili, code di lucertola, zampe di ragno e peli estremamente ribelli. Gli ctoni giocano vivacemente nell’humus pieno di piccole creature, ma non entrano mai in contatto con gli Homo che guardano il cielo. Quelli ctoni sono mostri nel miglior senso possibile; mostrano e rappresentano l’eloquenza materiale dei processi e delle creature della terra. Ne mostrano e rappresentano anche le conseguenze. Gli ctoni non sono al sicuro; non hanno alcuna connessione con gli ideologi; non appartengono a nessuno; si agitano e si deliziano in una miriade di forme e con una miriade di nomi in tutte le arie, acque e in tutti i luoghi della terra. Fanno e disfano; sono fatti e disfatti. Sono coloro che sono. Non ci si stupisce pensando che i grandi monoteismi del mondo, che fossero religiosi o laici, abbiano provato più e più volte a distruggere gli ctoni. Le scandalose epoche chiamate Antropocene e Capitalocene sono l’ultima e più pericolosa versione di queste forze sterminatrici. Vivere-con e morire-con gli altri in modo potente nello Chthulucene può essere una risposta agguerrita ai dettami dell’Anthropos e del Capitale.

Kin è una categoria selvaggia che ogni tipologia di persona cerca in qualche modo di addomesticare. Fare kin, rendendolo oddkin piuttosto che o almeno in aggiunta al godkin e alla famiglia genealogica e biogenetica, crea disordine [trouble] in questioni importanti, per esempio verso chi, effettivamente, siamo responsabili.77[Oddkin godkin sono due neologismi che creano due diverse categorie all’interno del kin: l’oddkin fa riferimento al termine odd, che significa ‘strano’, ‘inusuale’, e quindi un kin che esca dalla norma; il godkin fa riferimento a god, ‘dio’, e di conseguenza a un kin che rispetti la sua originale forma genealogica e genetica. N.d.T.]
Chi vive e chi muore, e come muore, in questa specifica relazione piuttosto che in un’altra? Che forma ha questa relazione, chi (e in che punto si) connettono e disconnettono tali linee, e quindi cosa? Che cosa deve essere tagliato e che cosa ricucito se vogliamo dare una possibilità al fiorire delle multi-specie sulla terra, incluse quelle costruite a partire dalla relazione tra esseri umani ed esseri diversi-dagli-umani?

All’interno di questo libro, FS è una figura onnipresente: fantascienza, fabulazione speculativa, figura di spago,88[In inglese, locuzione string figures si riferisce alle forme del classico gioco per bambini conosciuto come ‘elastico’ o ‘ripiglino’, in cui, passandosi lo spago tra le mani di una o più persone, si creano delle figure di incroci e nodi. In italiano le figure create non possiedono un nome preciso, e si è pertanto scelto di tradurre letteralmente l’espressione con ‘figure di spago’.
femminismo speculativo, fatto scientifico, finora. Questa lista reiterata vortica e si ripete attraverso tutte le pagine che seguono, nelle parole e nelle immagini, intrecciando me e i miei lettori con gli esseri e gli schemi che sono già in gioco. Il fatto scientifico e la fabulazione speculativa hanno bisogno l’uno dell’altra, e a entrambi serve il femminismo speculativo. Prendo in considerazione le FS e le figure di spago attraverso tre tipologie di figurazione. Nella prima, strappo in modo scomposto le fibre coagulate di eventi e pratiche, provo a seguire i fili a cui conducono, così da poterli registrare e da poterne trovare i nodi e la struttura, cruciali per rimanere con il disordine [trouble] in luoghi e tempi reali e particolari. In questo senso FS è un metodo per tracciare, per seguire un filo nel buio, in un racconto avventuroso che è pericoloso e reale, in cui chi vive e chi muore, e come questo accade, potrebbe diventare più chiaro, al fine di coltivare una giustizia multi-specie. Nella seconda, la figura di spago non è il metodo di tracciamento, ma piuttosto la cosa stessa, la matrice e l’assemblaggio che sollecita una risposta, la cosa che non è noi stessi, ma con cui dobbiamo continuare ad andare avanti. Nella terza, realizzare figure di spago significa passare avanti e ricevere, fare e disfare, raccogliere fili e lasciarli cadere. FS è pratica e processo; è diventare-con gli altri in staffette sorprendenti; è una figura che permette di andare avanti nello Chthulucene.

Il libro e l’idea dello “stare con il disordine [trouble]” sono particolarmente intolleranti nei confronti di due risposte agli orrori dell’Antropocene e del Capitalocene che sento sin troppo spesso. Credo che la prima sia facile da descrivere e da ignorare, ossia una comica fiducia nelle tecno-soluzioni, che siano queste laiche o religiose: in qualche modo la tecnologia riuscirà a salvare i suoi figli dispettosi ma intelligenti, Dio salverà i suoi figli disubbidienti ma speranzosi. Guardando in faccia la toccante e buffa stupidità che riguarda le tecno-soluzioni (o tecno-apocalissi), a volte è difficile ricordare che supportare determinati progetti tecnologici e le persone che li promuovono rimane importante. Non sono loro il nemico; possono fare moltissime cose rilevanti per stare con il disordine [trouble] e per creare un oddkin generativo.

La seconda risposta, più difficile da ignorare, è forse ancora più distruttiva: ovvero una posizione da cui si dichiara che il gioco è finito, è troppo tardi, che non ha senso provare a rendere le cose migliori, o almeno non ha senso avere una fiducia attiva gli uni negli altri lavorando e giocando per la rinascita del mondo. Alcuni scienziati di mia conoscenza si esprimono attraverso questo tipo di amaro cinismo, nonostante continuino a lavorare duramente per fare la differenza in modo positivo, sia per gli esseri umani sia per le altre creature. Alcune persone, che si definiscono teorici della critica e della cultura, o progressisti politici, esprimono questa stessa idea. Penso che la strana associazione tra il lavorare e il giocare per la prosperità delle multi-specie con un’energia e un’abilità tenaci, mentre si esprime un esplicito atteggiamento da “fine dei giochi” che può, ed effettivamente riesce, a scoraggiare gli altri, studenti inclusi, sia facilitata da diverse tipologie di futurismo. Una di queste sembra immaginare che solo se le cose funzionano possiedono allora importanza – o peggio, solo se ciò che facciamo io e gli esperti a me vicini riesce a sistemare le cose allora tutto il resto ha importanza. [Ponendo la questione] in termini più generosi, a volte gli scienziati e gli altri che pensano, leggono, studiano, agitano e si interessano troppo, e ciò è troppo esagerato. Oppure, pensiamo almeno di sapere abbastanza da permetterci di giungere alla conclusione che la vita sulla terra, che in un qualsiasi modo tollerabile includa i popoli umani, sia veramente finita, che l’apocalisse sia davvero vicina.

Questo atteggiamento ha senso nel mezzo del sesto grande periodo di estinzioni sulla terra e nel mezzo di guerre inglobanti, estrazioni e impoverimento di miliardi di persone e altre creature per qualcosa che viene chiamato “profitto” o “potere” – o, se è per questo, chiamato “Dio”. Un atteggiamento da “fine dei giochi” si impone nei venti burrascosi che fanno sentire, non solo sapere, che il numero di esseri umani supererà gli 11 miliardi entro il 2100. Tale numero rappresenta un incremento di 9 miliardi di persone in 150 anni, dal 1950 al 2100, con un’ampia disuguaglianza tra i pesi imposti alla terra dai ricchi rispetto ai poveri – e ancora peggiori conseguenze per i non umani in quasi ogni luogo. Ci sono molti altri grandi esempi di realtà disastrose: il grande boom economico del secondo dopoguerra ha lasciato segni profondi sulle rocce, le acque, le arie e le creature della terra. C’è una linea sottile tra il riconoscere l’estensione e la serietà del disordine [trouble] e il soccombere al futurismo astratto e ai suoi effetti di sublime sconforto nonché alla sua politica di sublime indifferenza.

 

Traduzione di Elena D’Angelo

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"Information is power. But like all power, there are those who want to keep it for themselves. But sharing isn’t immoral – it’s a moral imperative” (Aaron Swartz)

di Donna Haraway
  • Donna Haraway insegna all’History of Consciousness Department dell’Università della California, Santa Cruz. È autrice di volumi che hanno influenzato il pensiero contemporaneo, come Primate Visions: Gender, Race, and Nature in the World of Modern Science (1989), A Cyborg Manifesto: Science, Technology, and Socialist-Feminism in the Late Twentieth Century (1985/1991) e Staying with the Trouble. Making Kin in the Chthulucene (2016).