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Il sesso degli scheletri
Magazine, LOCUS - Part II - Maggio 2021
Tempo di lettura: 30 min
Annalisa Prestianni

Il sesso degli scheletri

La manipolazione dei corpi e la colonizzazione dello spazio preistorico.

Ricostruzione di uno scheletro di Neanderthal, Museum of Natural History, New York City, 2003 (AP Photo).

 

Che peso ha, nel mondo contemporaneo, interrogarsi sull’idea di preistoria? Mentre la maggior parte dell’umanità vive l’iperstoria (Floridi, 2014), la storia delle società fondate sull’accumulo di materiale informativo extragenetico, qual è il senso di continuare a rintracciare il vuoto cognitivo della vita umana non scritta? Qual è il valore culturale dei segni che usiamo per riempire quel vuoto, e in che rapporto mediato si trovano con i loro referenti inconoscibili?

Secondo Colin Renfrew (2011), l’archeologia può essere intesa come luogo di connessione tra geologia e storia. Dal primo incontro tra questi due ambiti disciplinari si generò l’idea di preistoria. Si scoprì così la profondità del tempo, e un modo di vedere la Terra fu tradotto in un modo di vedere la vita umana.

L’uomo sente il bisogno di spazializzare l’idea di sé stesso, producendosi in affascinate proiezioni nell’altrove, o trincerandosi in un interno che annette il suo corpo a quello della sua comunità. In questa altalena identitaria, la ricerca e il sapere si appoggiano sulle rappresentazioni visuali, oggi ancora più ramificate dai formati digitali. Il sapere si rende visuale e il visuale delinea i confini del sapere: cosa hanno in comune l’arte e l’archeologia preistorica, se non il loro modo di “investigare l’invisibile” (Gifford-Gonzalez, 1993)?

 

Visualizzare l’archeologia

L’apparizione della “Visual Culture” si lega al cambiamento storico dell’importanza della visione, come alla continua riconcettualizzazione del visivo e di ciò che è stato chiamato, con un altro neologismo, “visualità”. Jonathan Beller, autore della voce “Visual Culture” inserita nel New Dictionary of the History of Ideas, registra che la prima apparizione della formula risale al 1972:11http://bit.ly/visual-culture.
a usarla fu Svetlana Alpers, storica dell’arte statunitense, nella sua proposta di un approccio alla pittura in cui le singole opere fossero considerate come inserite e prodotte da un organismo culturale complessivo. Al fine di comprenderne il funzionamento sistemico, ogni singolo testo visuale andrebbe considerato in relazione ai mezzi e agli strumenti dell’epoca produttrice e del contesto storico-sociale. Questi sono sia strumenti fisici che griglie concettuali in grado di stabilizzare l’episteme di un’epoca, e di funzionare come regolatori dello sguardo e dei processi di produzione.22Cristina Demaria, Documentary Turn, «Studi Culturali», anno VIII, n. 2, agosto 2011.

Oggi come oggi, l’espressione denota al contempo una componente specifica della cultura, così come un insieme di pratiche visive e anche, nell’ultimo decennio, un ambito di studio accademico. Prima di questa formulazione, l’interesse alla questione della visione si definiva già a partire dagli anni ’50, in particolare nell’ambito dei cultural studies inglesi. Iniziò a diffondersi un’idea nuova del ruolo della percezione visiva, in una società sempre più saturata da tecnologie di comunicazione, che influiscono sul ruolo delle immagini nella costruzione delle soggettività. Emersero quindi gli interrogativi riguardo lo statuto delle immagini e il loro rapporto con il “reale”, che posero sotto una luce nuova il modo umano di conoscere e di costruire sé stesso in relazione al mondo.

«Temporal trends in the depiction of women and women’s activities». In Solomete e Moss, 2013: 130.

A partire dalla seconda metà del Novecento, un percorso di riflessione sull’autorappresentazione e sul confronto tra immagini interessa tutte le scienze umane, con il visual turn che si dirama nelle varie sfere della conoscenza. Nasce33http://bit.ly/historialaudens-visual-history.
anche la Visual History, che nella definizione di Gerhard Paul, autore della relativa voce nella Docupedia-Zeitgeschichte,44Docupedia – Storia Contemporanea, l’enciclopedia open access del Centro per la Ricerca di Storia Contemporanea di Potsdam: https://docupedia.de/zg/Visual_History_(english_version).
ha lo scopo di favorire la comprensione delle immagini al di là del loro valore pittorico, concependole come mezzo e come atto espressivo dotato di un’estetica autonoma e in grado di condizionare la lettura del mondo e di plasmare modelli percettivi. La considerazione delle immagini serve a interpretare il rapporto tra i soggetti e la loro realtà sociale e politica, sviscerando i modi in cui le immagini riescono a generare la propria realtà.

Più o meno contemporaneamente, l’apparizione in archeologia di nuove tecniche di misurazione e rappresentazione causavano una sostanziale riconcettualizzazione del metodo e della storiografia, in quella che fu una vera e propria rivoluzione epistemologica. Tra il 1960 e il 1970, matura l’esigenza di porre i propri risultati sotto una nuova luce critica, proiettata dallo sconvolgimento indotto nella disciplina della tecnica di datazione radiometrica dei primi anni ’50. In particolare, la datazione al radiocarbonio, «il dono più importante fatto all’archeologia dalle scienze naturali»,55Renfrew, 2007: 54.
rese «possibile l’elaborazione di una cronologia preistorica per ogni area geografica del mondo» e portò «all’emersione di una nuova preistoria del mondo», in cui la profondità della storia di ogni regione veniva valutata in maniera autonoma, «a prescindere da ogni congettura archeologica riguardo a date o periodi».

Tra i maggiori risvolti di questa rivoluzione si ebbe l’individuazione di una scala positiva e condivisa che rendeva possibile la nascita di un metodo archeologico scientifico.66Renfrew, 2007: 45-57.
Segno della profondità del cambiamento fu l’abbandono del parametro temporale per eccellenza: l’avanti Cristo venne scalzato dal nuovo Before Present, in cui il presente di riferimento era proprio l’anno di introduzione della misurazione al radiocarbonio, in un cambio di rotta che esplicitava le nuove istanze scientifiche pulsanti nella misurazione del tempo.77https://www.radiocarbon.com/italiano/archeologia.htm.
Si stabiliva così un nuovo presente condiviso per le scienze geologiche e archeologiche in grado di cambiare per sempre la cognizione della profondità storica.

«Proportion of age/gender categories per decade. Adults of unidentifiable gender excluded». In Solomete e Moss, 2013: 130.

 

La spazialità del tempo

Anche l’idea di preistoria nasce, abbastanza di recente, da uno specifico stadio dell’evoluzione della cultura occidentale. Immaginare una storia prima della storia richiedeva uno sforzo cognitivo cospicuo, e a creare il terreno adatto per un simile cambiamento fu la più radicale delle rivoluzioni scientifiche, quella copernicana.

Durante l’Illuminismo cambiarono le relazioni tra soggetto e grandezze fisiche. Prima di allora, nel mondo occidentale e cristiano, il fine della ricerca archeologica era quello di trovare riscontro a quanto sostenuto nella Bibbia. Nel 1660, l’Arcivescovo Ussher aveva contato tutte le generazioni di figli di Dio menzionate nel vecchio testamento e aveva così stabilito che la creazione della Terra coincideva con la nascita del primo uomo, nel 4004 a.C.88Simili cosmogonie, concettualizzate nella forma di una creazione primigenia, attribuita a una forza che le religioni monoteistiche riconoscono in Dio, hanno dominato fino al XVIII secolo. Tale concezione è infinitamente lontana dall’idea moderna di tempo: fu necessaria una rivoluzione, ovvero una sovversione completa e definitiva dell’ordinamento culturale, per arrivare, nel 1797, al punto in cui John Frere scrisse al segretario della Society of Antiquaries di Londra, a proposito di alcuni attrezzi in selce rinvenuti a 4 metri di profondità nel suolo del Suffolk, che poteva trattarsi di “armi” attribuibili «a un periodo davvero molto remoto, persino al di là del mondo presente».

Dopo la rivoluzione copernicana, nella metà del XIX secolo, si elaborò un metodo sistematico di condurre le ricerche, che portò all’emersione di nuove tracce dell’esistenza di alfabeti originari. La scrittura cuneiforme costrinse all’interpretazione di una diversa concezione dello spazio e di diversi modi di abitarne le misure. Si delinearono modi alternativi in cui i corpi si distribuiscono nello spazio e si alternano nel tempo.

Si materializzava così l’impressione che per conoscere le misure della storia occorresse inabissarsi nella profondità del suolo. Negli anni a venire, l’idea di preistoria fu esplorata e dettagliata grazie alla sofisticazione della lettura dello spazio“…l’idea di preistoria fu esplorata e dettagliata grazie alla sofisticazione della lettura dello spazio”. Gli studi geologici portarono l’uomo a sviscerare il suolo e a vedere la crosta terrestre come luogo di iscrizione delle ere: lo spazio, le vallate, i fiumi, erano le nuove tracce e confini del tempo. Dall’incontro della storia con lo studio della Terra, emerse l’approccio “gradualista”. Lo spazio poteva essere visto in un modo nuovo: non più frutto di un principio organizzativo, ma traccia del susseguirsi degli eventi, impronta del tempo sulla materia.99Renfrew, 2007: 10.
L’uomo iniziava a ridisegnare la sua posizione nell’insieme di relazioni del mondo: forte del suo vantaggio cognitivo, aveva il compito di fare di sé stesso la divinità che credeva a capo dell’esistente.

 

La preistoria come rienunciazione dello spazio 

Ancora nel XX secolo, l’uomo si districa tra le incombenze, le misurazioni, le rilevazioni e gli errori che competono a tutte le divinità minori. Nell’introduzione al suo The Ancient Mind: Elements of Cognitive Archaeology (1994), l’archeologo britannico Colin Renfrew ricostruisce le mosse originarie del ripiegamento metariflessivo che seguì alla rivoluzione della datazione al radiocarbonio. Con la “nuova archeologia” (1960-1970), si arrivò all’acquisizione di una nuova acuta consapevolezza. Si ragionò allora sull’incertezza e sulla scarsa fondatezza delle ricostruzioni degli asset culturali di antiche società. Si questionarono numerosi scritti riguardo lo sviluppo e la diffusione di pensieri, credenze, religioni e arte nelle comunità preistoriche, che in gran numero e con una certa libertà erano stati proposti dalle precedenti generazioni di archeologi. Era necessario riconsiderare le rappresentazioni, i mezzi e le griglie culturali implicati in tali supposizioni: andava svelato il processo di sedimentazione delle conoscenze, inoculate nei diversi sistemi di trasmissione dell’informazione, desumendo quegli abiti interpretativi che sono poi le stesse azioni collocate nel mondo e nello spazio, capaci di insistere sulla dimensione sociale e politica.

«Proportional participation in activities by adult and elderly women and men, compared to their representation in the entire sample. Activities marked by an asterisk are dominated strongly by one gender according to the Chi Square goodness-of-fit test, p < .05. Note: images with activities involving fewer than 10 participants are excluded». In Solomete e Moss, 2013: 132.

L’archeologa Diane Gifford-Gonzalez, nel suo saggio del 1993 dedicato all’analisi dei diorami della vita preistorica,1010Gifford-Gonzalez, You Can Hide, But You Can’t Run: Representations of Women’s Work in Illustrations of Palaeolithic Life, «Visual Anthropology Review», 1993.
sostiene la tesi di Martin Rudwick (1992)1111Scenes from Deep Time. Early Pictorial Representation Of The Prehistoric World, The University of Chicago Press, 1992.
riguardo la possibilità delle rappresentazioni artistiche di insistere in modo ricorsivo nelle conoscenze specialistiche, influenzando le prospettive degli studiosi sul passato, e quindi indirizzando il corso della ricerca scientifica. Acquisita consapevolezza sul loro potere, può riconoscersi la collocazione di idee scientifiche in contesti di fantasia, riconducendo queste rappresentazioni al loro genere proprio, la science fiction.

Etichettare così queste immagini non significa declassarle o delegittimarle. Secondo Gifford-Gonzalez, esiste un parallelo filosofico tra la pratica illustrativa e quella archeologica, intesa come “investigazione dell’invisibile”. Rilevarlo permette di vedere l’azione di scienziati e di artisti simile nei punti di delineazione dei rispettivi risultati. Il movimento comune è quello che unisce i punti, le singolarità assunte come dati, rendendo in forma narrativa argomentazioni e ipotesi legittimate da un dato criterio di plausibilità.

Con la progressiva focalizzazione sulle questioni rappresentative, aumenta l’attenzione1212Julie Solometo, Joshua Moss, Picturing the Past: Gender in National Geographic Reconstructions of Prehistoric Life, «American Antiquity», 2013.
per quello che, secondo Gifford-Gonzalez, è il rapporto di mutua influenza tra arte e scienza. Daniel Tietzsch-Tyler, archeologo e illustratore con u