Pierre Huyghe, Exomind, 2017.
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Cybernetic Culture Research Unit

Il Numogramma Decimale

H.P. Lovercraft, Arthur Conan Doyle, millenarismo cibernetico, accelerazionismo, Deleuze & Guattari, stregoneria e tradizioni occultiste. Come sono riusciti i membri della Cybernetic Culture Research Unit a unire questi elementi nella formulazione di un «Labirinto decimale», simile alla qabbaláh, volto alla decodificazione di eventi del passato e accadimenti culturali che si auto-realizzano grazie a un fenomeno di “intensificazione temporale”?

K-studies

Hypernature. Tecnoetica e tecnoutopie dal presente

Avery Dame-Griff, Barbara Mazzolai, Elias Capello, Emanuela Del Dottore, Hilary Malatino, Kerstin Denecke, Mark Jarzombek, Oliver L. Haimson, Shlomo Cohen, Zahari Richter
Nuove utopieTecnologie

Dinosauri riportati in vita, nanorobot in grado di ripristinare interi ecosistemi, esseri umani geneticamente potenziati. Ma anche intelligenze artificiali ispirate alle piante, sofisticati sistemi di tracciamento dati e tecnologie transessuali. Questi sono solo alcuni dei numerosi esempi dell’inarrestabile avanzata tecnologica che ha trasformato radicalmente le nostre società e il...

Futurologi vs. richiesta di mercato: intervista ad Andrea Bonarini
Magazine, AUTONOMY - Part I - Maggio 2017
Tempo di lettura: 18 min
Carolina Gestri, Francesca Vason

Futurologi vs. richiesta di mercato: intervista ad Andrea Bonarini

Da Ufo Robot ai racconti di Isaac Asimov: quanto dell’immaginario robot entrerà a far parte della nostra quotidianità?

Henn na [to change] Hotel, Nagasaki, 2015. Per questo albergo la Kokoro company ha messo a disposizione un intero staff di robot. Sul sito dell’albergo si legge “At the front desk, you will be greeted by multi-lingual robots that will help you check in or check out. At the cloakroom, the robotic arm will store your luggage for you, and the porter robots will carry them to your room (only available in A Wing). Mechanic yet somehow human, those fun moments with the robots will warm your heart. Furthermore, once you register your face with our face recognition system, you will be free from the hassle of carrying the room key around or worrying about losing it”.

«Nacqui, o fui creato, sei mesi fa, il 3 di novembre dello scorso anno. Sono un vero robot. Molti di voi sembrano dubbiosi. Sono fatto di spire di metallo e di ruote, non di carne e sangue.
Il primo ricordo che entrò nella mia coscienza fu l’impressione di essere incatenato, e lo ero. […]

Il cucciolo, Terry, all’improvviso mi balzò contro, abbaiando furiosamente. […] Una delle mie mani lo afferrò a metà corpo, sollevandolo. Le mie dita d’acciaio premettero con troppa forza, e il cane lanciò un guaito di sofferenza.

Istantaneamente, la mia mano si aprì per liberare la creatura! Il mio cervello aveva interpretato il suono per ciò che era. Una lunga catena di associazioni aveva funzionato».

(E. Binder, Io Robot, in I. Asimov, Le grandi storie della fantascienza)

Isaac Asimov, ideatore delle tre leggi della robotica, nell’introduzione della raccolta dei primi romanzi di fantascienza traccia una linea di continuità tra la proliferazione di questo genere letterario e gli avvenimenti storico-politici del 1939. Se l’esposizione universale di New York, la resa di Madrid alle forze di Francisco Franco, la firma del patto di acciaio tra Hitler e Mussolini hanno incentivato quella che potremmo definire come una “collettiva volontà di fuga dal reale” e la conseguente creazione di immaginari distopici in cui riversare le paure umane nei confronti dei robot, viene da chiederci: come mai nel 2017 assistiamo a un ritorno di questi temi? Ci sono delle affinità tra gli eventi che stiamo vivendo e quelli del ’39?11Abbiamo deciso di prendere il 1939 come anno di riferimento, a seguito della lettura dell’introduzione redatta da Isaac Asimov nelle prime pagine di Le Grandi Storia di Fantascienza 1 (1979), Bompiani, Milano 1989. Come accennato nel nostro testo, Asimov elenca una serie di eventi storici avvenuti nel ’39, visti da due punti di vista differenti: il mondo al di fuori della realtà e il mondo reale. Questa differenziazione, letta nel 2017 (anno simbolo della post-verità, in cui media, politica e tecnologia vengono facilmente a sovrapporsi innestando confusione in chi prova a informarsi), acquisisce ai nostri occhi un interessante spunto di riflessione che potrebbe gettare le basi per capire meglio quali sono le sottese similitudini tra questi due anni storici. «Nel mondo al di fuori della realtà il 1939 era davvero un brutto anno. Il 28 marzo Madrid si arrese alle forze di Francisco Franco, terminando la Guerra civile spagnola. […]. Il 22 maggio Hitler e Mussolini firmarono il patto d’Acciaio. Nel 1939 fu inventato il D. D. T. La Pan American incominciò i voli dei Clipper fra gli Stati Uniti e l’Europa. Venne pubblicato Cultura e libertà di John Dewey. […] Ma per il mondo reale il 1939 era un anno ottimo e importante. Nel mondo reale fu tenuto a New York il primo congresso mondiale di fantascienza […]. Persone importanti fecero il loro debutto nella realtà: in marzo Isaac Asimov con Marooned off Vesta; in aprile Alfred Bester con The Broken Aziom. L’Esposizione Universale di New York influenzò una generazione di newyorkesi (e pochi altri) appassionati di fantascienza, editori e aspiranti scrittori. […] Ma torniamo a questo importante 1939 e godiamoci le migliori storie che siano state regalate al mondo reale».

Robot che giocano a calcio.

Abbiamo cercato quindi di tracciare una cronologia, una breve galleria di immagini attraverso cui provare a cogliere come, sino a oggi, la nostra immaginazione si sia alimentata nel corso dei decenni, e come la ricerca tecnologica sia avanzata durante gli anni, investendo sempre meno energie e capitale nel settore industriale, a favore di quello domestico e militare. Quanti dei progetti su cui stiamo investendo sono dettati dalla nostra memoria collettiva, e quanti da una reale richiesta di mercato?

È solo il febbraio 2017 quando i deputati del Parlamento europeo manifestano la necessità di norme UE nel campo della robotica per far rispettare standard etici, per tutelarci e per stabilire la responsabilità civile in caso di incidenti che coinvolgono macchine ‘intelligenti’, come per esempio le automobili che si guidano senza la necessità di un conducente.22Robot e intelligenza artificiale: i deputati chiedono norme europee, 16 febbraio 2016. «I deputati chiedono alla Commissione europea di proporre norme in materia di robotica e di intelligenza artificiale per sfruttarne appieno il potenziale economico e garantire un livello standard di sicurezza e protezione. Sottolineano che in diversi Paesi sono previsti standard normativi per i robot e sottolineano che spetta all’UE prendere l’iniziativa su come impostare questi standard, in modo da non essere costretti a seguire quelli eventualmente stabiliti da Paesi terzi. La relatrice Mady Delvaux (S&D, LU) ha dichiarato: “Sono lieta per l’approvazione della mia relazione sulla robotica, ma mi rammarico che la coalizione di destra formata da ALDE, PPE e ECR si sia rifiutata di prendere in considerazione le possibili conseguenze negative sul mercato del lavoro. La coalizione ha quindi rifiutato un dibattito aperto e lungimirante, ignorando le preoccupazioni dei nostri cittadini”. I deputati sottolineano inoltre che un progetto di legge è urgentemente necessario per chiarire le questioni di responsabilità, in particolare per le auto senza conducenti. Chiedono, quindi, con urgenza un regime di assicurazione obbligatoria e un fondo integrativo al fine di garantire che le vittime di incidenti che coinvolgono auto senza conducente siano completamente risarcite. Nel lungo termine invece, il Parlamento chiede alla Commissione di prendere in considerazione la creazione di uno status giuridico specifico per i robot, per stabilire di chi sia la responsabilità in caso di danni». Il Prof. Andrea Bonarini ci ha precisato che «l’Unione Europea già da anni ha commissionato un libro bianco e poi un un libro verde, che sono stati realizzati per esaminare il problema degli “ELS (Ethical, Legal, Societal) issues” relativi all’introduzione dei robot nella società civile. La questione al momento non è reputata urgente, ma lo diventerà a breve, appena le auto autonome saranno pronte per il mercato (attese per il 2022)».
 È una regolamentazione che, se da un lato punta a salvaguardare l’individuo, allo stesso tempo afferma l’esistenza di uno status giuridico della macchina; una normativa attraverso cui tenere controllata la produttività e sfruttare al massimo il potenziale economico di questo settore.

ルストハリケーン![Rust Hurricane!], gif giapponese dedicata ai robot: i nuovi vicini di scrivania.Pochi mesi più tardi, nell’aprile 2017, nasce Erica, un robot umanoide di 23 anni. Erica è il risultato di una collaborazione tra le Università di Osaka (Hiroshi Ishiguro) e di Kyoto e l’Advanced Telecommunications Research Institute International di Tokyo. Erica incanta i suoi interlocutori parlando di sé e della sua vita, del suo ruolo nella società, delle sue aspirazioni e dei suoi sogni. Erica sogna di possedere un giorno il completo uso di gambe e braccia. Ciò fa sorridere se si pensa che tra gli anni ’20-’30, quando il futuro distopico cinematografico di Metropolis (1927) invadeva gli immaginari popolari, la parola ‘Robot’ nasceva con un’accezione propriamente rivolta al compiere un ‘lavoro’ di fatica. Oggi c’è Erica (Cf. V. Minaldi, Il perturbante: dall’Uomo di Sabbia all’Uncanny Valley), una receptionist che si relaziona con noi. Ci domanda da dove veniamo e, per alimentare la discussione, racconta che seppur non abbia mai visitato la nostra città, ha recentemente visto un film che vi è stato ambientato, sottolineando criticamente i passaggi del lungometraggio che le sono piaciuti di più. Dalle sue parole sembrerebbe che le storie di Asimov e Binder non solo siano diventate realtà ma che addirittura siano state superate.

Brigitte Helm sul set di Metropolis, diretto da Fritz Lang, 1927.
Nel 1887 Villiers de L’Isle-Adam pubblica L’Eve future, un romanzo filosofico-fantascientifico che fu acclamato da Mallarmé e pochi altri. Passato alla storia per aver introdotto e divulgato il termine ‘androide’ in letteratura, «il robot-femmina ideato dallo scienziato Edison […] si inserisce a pieno titolo nell’ambito della fantascienza e la sua ombra si proietta su una posterità densa di lusinghe e di pericoli, vicina più al Metropolis di Fritz Lang che ai Tempi Moderni di Charlie Chaplin» (G. Angeli, Macchine meravigliose: surrealismo e tecnologia, Le Lettere, 2009, pp. 15-16).
Provando a metterci nei panni di chi fa ricerca e diventa artefice di tali avanzamenti tecnologici, riteniamo che il vero e fondamentale quesito da porsi, a maggior ragione se gli sforzi della ricerca sono indirizzati verso la progettazione di androidi con fattezze sempre più vicine a quelle umane per riuscire a replicarne i caratteri e i comportamenti, sia: che cosa significa essere un essere umano?

Il rapporto tra scienza, tecnologia ed etica è sempre stato piuttosto problematico: il progresso è il frutto di un’esigenza di mercato. E oggi più che mai si dibatte sul ruolo, l’impatto e le conseguenze a lungo termine che la ricerca in questi ambiti può avere sulla quotidianità, sulla percezione di se stessi e del proprio corpo e sulla gestione dei rapporti tra individui. Esistono dei confini etici che i ricercatori hanno deciso di adottare, in modo più o meno condiviso, per mitigare o tenere sotto controllo tutto questo?

Per trovare risposte a tutte queste domande abbiamo deciso di confrontarci con Andrea Bonarini – esperto del campo come coordinatore del Laboratorio di Intelligenza Artificiale e Robotica del Politecnico (AIRLab), co-fondatore dell’Associazione italiana per l’Intelligenza Artificiale (AI*IA) e dell’Italian Regional Interest Group del Neural Network Council dell’IEEE (Institute of Electrical and Electronic Engineers) – per capire lo stato attuale dell’intelligenza artificiale e se i titoli dei giornali che leggiamo quotidianamente siano attendibili, se si riferiscono a un prossimo futuro o sono solo frutto di una visione distopica.

L’intervista completa è pubblicata integralmente su METADATA GALAXIES, il primo volume della nuova collana K-Pocket Guide di KABUL magazine.


Carolina Gestri, Francesca Vason: La ricerca robotica si sta spingendo verso frontiere secondo cui il rapporto tra uomo e macchina sarà sempre più stretto e dipendente. Si pensi ai prototipi già testati, alcuni dei quali svolgono mansioni e ruoli sociali, e alla possibilità di riprodurre un cervello robotico dotato di plasticità neuronale, costruendo intelligenze artificiali in grado di apprendere e capaci di emulare le funzioni neuronali dell’essere umano. Non possiamo escludere che finché esisterà una domanda ci sarà qualcuno disposto a rispondere con un’offerta. Qual è la cornice etica che sottende e delimita l’attività di ricerca che si sta conducendo in questo ambito?

Robot TRILOBITE, Electrolux, 2000. Primo modello di aspirapolvere intelligente non commericalizzato. Oggi, grazie all’introduzione della tecnologia Roomba, sviluppata da iRobot (MIT), gli aspirapolveri intelligenti si possono acquistare facilmente e a basso costo, nei supermercati e nei grandi magazzini. L’Italia è attualmente il secondo mercato mondiale dopo gli Stati Uniti.

Andrea Bonarini: Innanzitutto dobbiamo considerare la domanda: molte idee proposte da futurologi e che portano soldi alla ricerca alla fine non trovano realizzazione se non c’è una vera richiesta del mercato. La Commissione Europea sta finanziando un progetto decennale con centinaia di milioni di euro per riprodurre l’intera funzionalità cerebrale. Il progetto sta chiaramente fallendo gli obiettivi originari (tra cui la possibilità di avere una macchina da cui ottenere un segnale analogo a quello che si ottiene da un cervello), ma sta producendo innumerevoli effetti collaterali di avanzamento tecnologico, come era previsto. Siamo comunque lontani dal capire se sarà mai possibile avere un’intelligenza artificiale così complessa. Il mercato non chiede certo macchine da centinaia di milioni di euro che svolgano un compito così inutile come riprodurre il funzionamento di un cervello in modo fedele. Il mercato però chiede macchine che possano estrarre informazioni da milioni di dati che vengono prodotti, per esempio, in rete, in modo da offrire servizi sempre più rispondenti alle richieste del mercato, reale e indotto/inducibile. Data la complessità del compito si è giunti a sviluppare algoritmi e sistemi hardware e software in grado di imparare (deep learning, ma non solo) a mettere insieme dati per ottenere informazioni e conoscenza. Questi sistemi, pur complessi e pur richiedendo potenze di calcolo molto elevate, sono ordini di grandezza più semplici di quanto servirebbe per emulare anche solo una piccola parte dell’intelligenza umana. Inoltre, la potenza di calcolo richiesta è alla portata di poche grandi aziende, in grado di installare centri di calcolo in regioni nordiche dove si può risparmiare qualcosa almeno sul raffreddamento degli stessi (qualche anno fa, un sistema che emulava una piccola parte delle funzionalità del cervello di un gatto richiedeva una centrale nucleare solo per essere raffreddato). Il mercato è costituito quindi da poche grandi società che offrono servizi al resto della comunità, ma che possono ovviamente orientare i servizi e decidere di sospenderli quando dovesse essere economicamente significativo. Inoltre, la produzione dei chip elettronici necessari per questi sistemi è fatta da aziende in un numero di costosissimi centri di produzione che si contano sulle dita di una mano. È evidente come l’equilibrio economico di un sistema di questo tipo sia estremamente delicato, e gestito da un’oligarchia molto piccola, (forse fortunatamente) orientata al guadagno più che al potere.

La ricerca potrà mai giungere a produrre un’intelligenza paragonabile a quella umana o superiore? La domanda per il momento non ha risposta. Abbiamo visto come da un lato un’intelligenza completa non è considerata particolarmente utile e quanto sia certamente poco cost effective. D’altro canto, in certe capacità come l’elaborazione di milioni di dati per ottenere informazioni, la macchina ha da tempo superato l’uomo, spinta da esigenze di mercato. In questo momento, le borse valori mondiali sono dotate di orologi atomici perché i sistemi a esse collegati possano reagire senza ritardi, neanche di qualche millisecondo, agli andamenti di mercato: è immediato capire che questi tempi di reazione hanno senso solo se il decisore non è una persona, ma un programma su calcolatore, scritto pur sempre da uomini, ma che agisce indipendentemente da essi, sperabilmente seguendo le indicazioni di chi li ha realizzati, e implementandone parte dell’intelligenza. Ovviamente, e ne abbiamo viste le conseguenze in diverse occasioni, questi programmi potrebbero essere scritti senza considerare eventi mai avvenuti fino a un certo momento critico (e quindi essere inadeguati ad affrontarlo), o comunque essere incompleti o errati, e possono prendere decisioni autonome ed errate sull’economia, ma abbiamo sistemi analoghi che controllano la rete elettrica, o la rete di telecomunicazione, o il volo di un aereo e centinaia di altri tipi di sistemi. E c’è sempre da sperare che i sistemi di protezione di cui godono questi programmi non permettano a intrusi di manipolarne il funzionamento.

Robot ghepardo, Massachusetts Institute of Technology (Mit), 2014. Questi robot zoomorfi sono cap