Pierre Huyghe, Exomind, 2017.
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Cybernetic Culture Research Unit

Il Numogramma Decimale

H.P. Lovercraft, Arthur Conan Doyle, millenarismo cibernetico, accelerazionismo, Deleuze & Guattari, stregoneria e tradizioni occultiste. Come sono riusciti i membri della Cybernetic Culture Research Unit a unire questi elementi nella formulazione di un «Labirinto decimale», simile alla qabbaláh, volto alla decodificazione di eventi del passato e accadimenti culturali che si auto-realizzano grazie a un fenomeno di “intensificazione temporale”?

K-studies

Hypernature. Tecnoetica e tecnoutopie dal presente

Avery Dame-Griff, Barbara Mazzolai, Elias Capello, Emanuela Del Dottore, Hilary Malatino, Kerstin Denecke, Mark Jarzombek, Oliver L. Haimson, Shlomo Cohen, Zahari Richter
Nuove utopieTecnologie

Dinosauri riportati in vita, nanorobot in grado di ripristinare interi ecosistemi, esseri umani geneticamente potenziati. Ma anche intelligenze artificiali ispirate alle piante, sofisticati sistemi di tracciamento dati e tecnologie transessuali. Questi sono solo alcuni dei numerosi esempi dell’inarrestabile avanzata tecnologica che ha trasformato radicalmente le nostre società e il...

Il sesso degli scheletri
Magazine, LOCUS - Part II - Maggio 2021
Tempo di lettura: 30 min
Annalisa Prestianni

Il sesso degli scheletri

La manipolazione dei corpi e la colonizzazione dello spazio preistorico.

Ricostruzione di uno scheletro di Neanderthal, Museum of Natural History, New York City, 2003 (AP Photo).

 

Che peso ha, nel mondo contemporaneo, interrogarsi sull’idea di preistoria? Mentre la maggior parte dell’umanità vive l’iperstoria (Floridi, 2014), la storia delle società fondate sull’accumulo di materiale informativo extragenetico, qual è il senso di continuare a rintracciare il vuoto cognitivo della vita umana non scritta? Qual è il valore culturale dei segni che usiamo per riempire quel vuoto, e in che rapporto mediato si trovano con i loro referenti inconoscibili?

Secondo Colin Renfrew (2011), l’archeologia può essere intesa come luogo di connessione tra geologia e storia. Dal primo incontro tra questi due ambiti disciplinari si generò l’idea di preistoria. Si scoprì così la profondità del tempo, e un modo di vedere la Terra fu tradotto in un modo di vedere la vita umana.

L’uomo sente il bisogno di spazializzare l’idea di sé stesso, producendosi in affascinate proiezioni nell’altrove, o trincerandosi in un interno che annette il suo corpo a quello della sua comunità. In questa altalena identitaria, la ricerca e il sapere si appoggiano sulle rappresentazioni visuali, oggi ancora più ramificate dai formati digitali. Il sapere si rende visuale e il visuale delinea i confini del sapere: cosa hanno in comune l’arte e l’archeologia preistorica, se non il loro modo di “investigare l’invisibile” (Gifford-Gonzalez, 1993)?

 

Visualizzare l’archeologia

L’apparizione della “Visual Culture” si lega al cambiamento storico dell’importanza della visione, come alla continua riconcettualizzazione del visivo e di ciò che è stato chiamato, con un altro neologismo, “visualità”. Jonathan Beller, autore della voce “Visual Culture” inserita nel New Dictionary of the History of Ideas, registra che la prima apparizione della formula risale al 1972:11http://bit.ly/visual-culture.
a usarla fu Svetlana Alpers, storica dell’arte statunitense, nella sua proposta di un approccio alla pittura in cui le singole opere fossero considerate come inserite e prodotte da un organismo culturale complessivo. Al fine di comprenderne il funzionamento sistemico, ogni singolo testo visuale andrebbe considerato in relazione ai mezzi e agli strumenti dell’epoca produttrice e del contesto storico-sociale. Questi sono sia strumenti fisici che griglie concettuali in grado di stabilizzare l’episteme di un’epoca, e di funzionare come regolatori dello sguardo e dei processi di produzione.22Cristina Demaria, Documentary Turn, «Studi Culturali», anno VIII, n. 2, agosto 2011.

Oggi come oggi, l’espressione denota al contempo una componente specifica della cultura, così come un insieme di pratiche visive e anche, nell’ultimo decennio, un ambito di studio accademico. Prima di questa formulazione, l’interesse alla questione della visione si definiva già a partire dagli anni ’50, in particolare nell’ambito dei cultural studies inglesi. Iniziò a diffondersi un’idea nuova del ruolo della percezione visiva, in una società sempre più saturata da tecnologie di comunicazione, che influiscono sul ruolo delle immagini nella costruzione delle soggettività. Emersero quindi gli interrogativi riguardo lo statuto delle immagini e il loro rapporto con il “reale”, che posero sotto una luce nuova il modo umano di conoscere e di costruire sé stesso in relazione al mondo.