Pierre Huyghe, Exomind, 2017.
Archive: Filter by: All
Close
All
Digital Library
Editions
Magazine
Projects
alterità
attivismo
biopolitica
critica d'arte
critica ecologica
filosofia politica
intersezionalità
massmedia
neuroscienze
nuove utopie
postcolonialismo
postumanesimo
queer
sottoculture
studi culturali
studi di genere
studi sociali
studi vocali
tecnologie
Cybernetic Culture Research Unit

Il Numogramma Decimale

H.P. Lovercraft, Arthur Conan Doyle, millenarismo cibernetico, accelerazionismo, Deleuze & Guattari, stregoneria e tradizioni occultiste. Come sono riusciti i membri della Cybernetic Culture Research Unit a unire questi elementi nella formulazione di un «Labirinto decimale», simile alla qabbaláh, volto alla decodificazione di eventi del passato e accadimenti culturali che si auto-realizzano grazie a un fenomeno di “intensificazione temporale”?

K-studies

Hypernature. Tecnoetica e tecnoutopie dal presente

Avery Dame-Griff, Barbara Mazzolai, Elias Capello, Emanuela Del Dottore, Hilary Malatino, Kerstin Denecke, Mark Jarzombek, Oliver L. Haimson, Shlomo Cohen, Zahari Richter
Nuove utopieTecnologie

Dinosauri riportati in vita, nanorobot in grado di ripristinare interi ecosistemi, esseri umani geneticamente potenziati. Ma anche intelligenze artificiali ispirate alle piante, sofisticati sistemi di tracciamento dati e tecnologie transessuali. Questi sono solo alcuni dei numerosi esempi dell’inarrestabile avanzata tecnologica che ha trasformato radicalmente le nostre società e il...

Le forme pop della didascalia
Project, 12 March 2019
Collaborazione

Le forme pop della didascalia

L’uso della didascalia nel contesto museale e la descrizione dell’immagine nell'epoca della cultura visiva: una riflessione scaturita dal secondo appuntamento di Q-RATED (Quadriennale di Roma).

Stockholm Syndrome Sonnet, Notes on Glaze, courtesy Oliver Wasow.

 

Il resto dell’immagine è il terzo appuntamento di Q-Rated, progetto di formazione ideato da Quadriennale di Roma che, grazie alla sua struttura itinerante, offre l’opportunità ad artisti e curatori italiani under 35 di entrare in contatto con direttori, curatori, artisti e teorici internazionali, attivando e contribuendo ai dibattiti contemporanei che maturano da e nella pratica artistica. Il workshop, svolto a dicembre 2018, si è tenuto al Castello di Rivoli e si è sviluppato nel corso di tre giornate: la prima, condotta da Carolyn Christov-Bakargiev, direttrice del museo torinese, la seconda, da Sofía Hernández Chong Cuy, direttrice del centro di arte contemporanea di Rotterdam Witte de With, e la terza, dedicata al simposio sull’intelligenza artificiale promosso dal Castello di Rivoli e curato da Hito Steyerl, l’artista che ha concepito The City of Broken Windows / La città delle finestre rotte, mostra temporanea del Castello a cura di Carolyn Christov-Bakargiev e Marianna Vecellio.

KABUL magazine ha partecipato al workshop con l’obiettivo di raccontarne lo svolgimento. Qui il resoconto della prima giornata.


Tra la primavera 2010 e l’inverno 2015, la rivista «Cabinet» invita il poeta e critico Wayne Koestenbaum a scrivere regolarmente per la rubrica “Legend”, uno spazio editoriale dedicato alla descrizione dell’immagine. Ogni tre mesi i redattori del magazine chiedono a Koestenbaum di scrivere una o più didascalie estese relative a una fotografia da loro selezionata, titolo incluso. Le immagini, «tratte da fonti vernacolari, commerciali e scientifiche», oltre a essere totalmente decontestualizzate dalla loro fonte, dovevano giungere come inedite agli occhi dell’autore, chiamato a osservarle e a descriverle per la prima volta. Notes on Glaze, pubblicazione edita nel 2016, raccoglie le 18 didascalie. Quelli che in prima battuta giungono al lettore come semplici esercizi di scrittura, a una lettura più attenta lasciano trasparire il diretto coinvolgimento dell’autore, il quale riesce a creare linee di diretta continuità con la sua vita privata, il proprio vissuto, mettendo spesso a nudo tra le righe alcuni spaccati di profonda intimità. Un aspetto interessante che emerge è che il disinteresse critico, tipico della didascalia, nel corso dell’esperimento cede il passo all’empatia, al coinvolgimento discreto, alla vicinanza, aprendo la via a speculazioni di carattere estetico. Spaziando tra Duccio di Boninsegna e Barbara Streisand, l’autore ha voluto dar vita a un immaginario di personaggi, fonti, avvenimenti e ispirazioni tali da spostare l’attenzione rispetto ai contenuti e ai significati che originariamente appartenevano all’immagine di riferimento, per crearne di nuovi, estremamente personali.

Cat on Edge, Notes on Glaze.

Che cosa resta di un’immagine nel passaggio da un medium all’altro? A partire da questa suggestione, Sofía Hernández Chong Cuy ha avviato una prima conversazione con i partecipanti al workshop, invitandoli a eseguire alcuni esercizi di scrittura.

Descrivere un’immagine. Fotografarla. Pubblicarla su un social network o su un libro: questa fluida mobilitazione visiva implica un continuo cambio di contesto che incide inevitabilmente sulla percezione dell’immagine stessa da parte di colui che la fruisce, nonché sull’interpretazione del suo significato. In questi passaggi, l’immagine, che viene concepita come tutt’altro che conclusa, se da un lato perde per strada alcuni significativi tratti caratteristici, dall’altro ne acquista di nuovi: «To think about one’s own ephemera, all the images and stories we’re all always in the process of creating and leaving behind. Koestembaum’s poised and acrobatic sentences give these orphans a new home». Tale aspetto può caratterizzare anche il processo vitale di un’opera, nel momento esatto in cui l’artista decide di consegnarla al mondo.

Durante la prima fase del workshop Sofía Hernández Chong Cuy ha chiesto ai ragazzi di portare a termine il seguente esercizio: descrivere attraverso le parole un ricordo, un momento, un avvenimento del passato, come se dovessero descrivere un’immagine. Qualcuno ha rievocato scorci visivi, dettagli fattuali, mentre qualcuno ha descritto azioni, odori, sogni (alcuni dei ricordi descritti dai partecipanti sono stati pubblicati in calce a questo articolo come restituzione dell’esercizio).

Wayne Koestenbaum, Three Women, Notes on Glaze.

Ricordare significa scavare nella propria memoria per far riaffiorare qualcosa che, pur essendo avvenuto nel passato, dovrà essere rielaborato con gli occhi del presente. Come tradurre questo scarto temporale in un’immagine? E soprattutto come rendere in modo comprensibile e attinente alla verità un ricordo rivolgendosi a un interlocutore che, a sua volta, potrebbe elaborarne i contenuti in base alla propria storia e al proprio bagaglio culturale?

Un esercizio apparentemente così semplice ha evidenziato la difficoltà di dover offrire elementi esaustivi e facilmente comprensibili. Saper rendere l’idea di un odore, di un’atmosfera, di uno stato d’animo – spiega Sofía Hernández Chong Cuy – implica la necessità di fissarlo nella memoria, arrestarlo temporaneamente, per riuscire a sviluppare in modo razionale tutta la sua complessità.

La descrizione comporta un lavoro analitico entro cui il racconto dei dettagli, dei riferimenti temporali e spaziali non può essere tralasciato. Tuttavia, è altresì necessario un esercizio critico attraverso cui selezionare ciò che è meritevole di essere esternato e ciò che invece può essere tralasciato o demandato all’immaginazione di chi ci ascolta. In quest’ottica lo spettatore, sia esso un ascoltatore o il visitatore di una mostra, può diventare interprete dell’opera o del messaggio, e conferirgli un significato del tutto personale, talvolta inedito e distante dall’originale.

All’inizio la didascalia costituiva la parte non dialogica di un testo teatrale. Via via ha assunto, tuttavia, la forma più funzionale dell’“istruzione”, ovvero di una frase sintetica particolarmente esplicativa riferita a un concetto o a una serie di informazioni, o più correttamente di un insegnamento. La forma scritta è stata pertanto sovraccaricata di una responsabilità etica.

parlare di immagini significa assumere una posizione politica.

L’uso poliedrico della didascalia in Italia è stato ampiamente sdoganato da Alberto Garutti che, ereditando tale inclinazione dalla tradizione concettuale, ha alleggerito e semplificato la sintassi della didascalia per attivare una dinamica di relazione tra l’opera d’arte, che formalmente coincide con la didascalia stessa, e il pubblico. Da un lato la didascalia attira il pubblico nella comprensione dell’opera, mentre dall’altro attiva un cortocircuito concettuale che invita a riflettere sull’immatericità dell’opera attraverso l’affermazione di se stessa. È in questo modo che l’artista restituisce all’opera d’arte una forza al tempo stesso poetica e sociale.

How to take a screenshot on your Mac.

La seconda parte della giornata è proseguita approfondendo la questione dell’uso della didascalia all’interno del contesto museale. Considerata ormai come strumento fondamentale a disposizione del frequentatore di mostre, la didascalia, accompagnata da una serie di strumenti informativi cartacei inseriti nel percorso espositivo (fogli di sala, testi a muro, etichette ecc.), ha assunto persino una valenza didattica.

Nel saggio Wal Text. What Makes a Great Exhibition? (2006), Ingrid Schaffner mette a fuoco gli aspetti positivi e negativi che caratterizzano la presenza dell’elemento testuale all’interno del contesto espositivo. Se da un lato il wall text è diventato una convenzione «paternalistica» e «spesso deprimente» attraverso cui si ritiene di poter educare le masse, dall’altro rappresenta un agile strumento di mediazione a disposizione del visitatore. È altresì vero che ogni tentativo di mediazione rappresenta un’interruzione, un’intromissione nel processo di contemplazione di un’opera e come tale va calibrato attentamente. Citando un articolo di R. Smith pubblicato sul «New York Times», Schaffner sottolinea quanto l’autorialità curatoriale abbia progressivamente soppiantato l’opera d’arte all’interno delle mostre, sfociando in esposizioni che comunicano soprattutto attraverso la presenza di etichette e cataloghi.

Joseph Kosuth, The Play of the Unmentionable, The Brooklyn Museum, 1990.

Particolarmente rappresentativo è, per Shaffner, lo storico caso dell’installazione di Joseph Kosuth presso il Brooklyn Museum, in cui la presenza della didascalia rappresenta un elemento essenziale nella morfologia della mostra, in quanto è sottoposta a un processo interpretativo non diverso dalla costruzione di un’opera d’arte, una mostra, una storia, una conoscenza.

Ripercorrendo le parole utilizzate da Shaffner, Sofía Hernández Chong Cuy ha quindi colto l’occasione per rimarcare l’importanza di riconoscere l’importanza della presenza di elementi testuali all’interno percorso espositivo, in quanto: «Wall text is an opportunity to transmit insight, inspire interest and to point to the fact that choices have been made is an ephimeral literature. It colours our experience, but is eminently forgettable. Is: to experience the object more fully charged».

Bertrand Lavier, Steinway & Sons (1987), pittura acrilica su pianoforte, 106x151x180 cm, Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino. Stainway&sons è in una stanza che potrebbe essere abitata ma non lo è. In questa stanza potrebbe risuonare della musica da camera, ma non risuona. È la scultura di un pianoforte realizzata dipingendo un pianoforte. / Stainway&sons is a grandpiano sculpted with painture. It is located in a room tat could be inhabitated but it is not. In this room, chamber music could resound but it does not.
Didascalia di Nicola Lorini, Elena Radice, Sara Ravelli. Esercizio realizzato nell’ambito di Q-Rated Torino.

Sebbene non si possa perseguire una regola univoca nell’uso della didascalia, Schaffner – che, come ricorda Sofía Hernández Chong Cuy, quando scrive queste parole è alla direzione dell’Istituto d’arte contemporanea di Filadelfia – se ne individua la funzione formativa di “servizio”, ne dichiara anche l’autonomia sul piano formale e nella definizione della cornice curatoriale della mostra: «Labels speak for the curator, whose job it is to articulate the reason for an exhibition. When curators don’t use labels, or when labels are badly written, it may indicate that the show was only vaguely conceived from the start. All exhibitions, including monographic ones, are essentially essays. […] Labels have the potential of art itself, to be sensual, smart, and experimental».

Paradossalmente tale autonomia raggiunta può permettere alla didascalia di sussistere con più di un’immagine, e viceversa. Qualsiasi immagine, esattamente come nel già citato caso di Koestenbaum. Pertanto anche un’opera d’arte può essere catturata, ricontestualizzata e associata ad altri ambiti della cultura popolare. A tal proposito, Sofía Hernández Chong Cuy ha chiesto ai presenti di eseguire un secondo esercizio: individuare un’opera della collezione del Castello di Rivoli, associarla a un aspetto della cultura popolare contemporanea per scriverne una nuova didascalia.

La mediamorfosi dell’immagine contemporanea è caratterizzata da una moltitudine di riferimenti visuali e da una gestualità che ogni giorno eseguiamo senza rendercene conto. La ritualità dello scroll, o dello swipe up che quotidianamente mettiamo in atto su Instagram, per esempio, rientra in una serie di automatismi ormai connaturati e che hanno persino mutato il tempo di contemplazione che trascorriamo di fronte a un’immagine.

Secondo Georges Didi-Huberman, in qualsiasi caso e a qualsiasi livello, commentare un’immagine e parlare più in generale di immagini significa «assumere una posizione politica», vale a dire entrare nel merito dell’efficacia che tali immagini hanno sulla comunità. Ed è grazie a ciò che l’immagine sopravvive.

Di seguito si riportano alcuni esercizi realizzati dai partecipanti al workshop, ai quali è stato chiesto di descrivere un proprio ricordo come se stessero descrivendo un’immagine.

 

How to Swipe Up in instagram story.

Pietro Consolandi
I just woke up, as the soft morning light starts crawling in from the old stained window, hanging there for centuries.
Someone else is activating the engine which produces a tired roaring sound in the effort of lifting the iron-made, heavy and rusty window blind with its technology, kind of avant-garde for 1992 Italy.
I must be laying on my right side, too sleepy to properly open my eyes, still not able to talk and form rational thoughts, half awake and half dreamy.
I can turn my eyes to look at this brightly coloured plate, that I would later learn to be a souvenir from a weird past of my country. Anyway, I don’t pay attention to it: all I can see is moving stripes of shadow and light, climbing up the wall towards the ceiling.
I realize I must be one-year-old, before that memory there is just an unclear, ever-changing mist.

 

Collettivo DITTO
La figura più vicina è un alone luminoso di un bianco acceso, come un’eclissi al contrario, attorno emerge una cornice gialla spenta. Si scorge la sagoma del guerriero coleottero con la sua armatura verde smeraldo, che accecata brilla. Il flash accende la carrozzeria di una lussuosa macchina rossa. Al centro, il più valoroso tra tutti i guerrieri, il grande cyborg arancione con un bazooka al posto del braccio sinistro, ha un volto umano, sorride, è sicuro di sé e del suo gruppo.
Un enorme gorilla astronauta è una montagna bianca che si staglia sullo sfondo, mostra le proprie fauci. Un possente cavallo nero tiene le fila del gruppo, il suo occhio rubino è una spia accesa. Sono pronti a combattere.

 

Irene Fenara
Two flights and a turning landing
Ero nel mezzo.
Nel bel mezzo delle scale c’era un piccolo pianerottolo, ricoperto di moquette chiara.
Dall’ammezzato riuscivo a vedere sia il piano terra che il primo piano della casa, senza dover muovere più di tanto la testa o il corpo. Si trattava di quel punto in cui una scala rigira su se stessa e per cambiare direzione ha bisogno di una piccola sosta che ne permetta la deviazione. È il momento in cui un corpo rallenta la sua salita e consente alla rotazione di avvenire, trovandosi così faccia a faccia con i due piani differenti.
Del piano terra potevo vedere il grande e luminoso soggiorno pieno di piante e mobili di vimini disposti su un parquet scuro. La grande fines