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Père Ubu è presidente!
Magazine, POST - Part II - Marzo 2017
Tempo di lettura: 7 min
Hal Foster

Père Ubu è presidente!

Ubu re e Sigmund Freud: dal post-truth al post-shame. La visione di Hal Foster sulla presidenza di Donald Trump.

Ubu Roi (Alfred Jarry-1896- , d’après Jean Christophe Averty-1965).

 

L’intervento di Hal Foster Père Ubu is President! è stato presentato per la prima volta il 10 dicembre 2016, in occasione di State of Emergency: Politics, Aesthetics, Trumpism, un forum pubblico tenuto alla New York University a seguito dei risultati delle elezioni politiche americane. Nelle settimane successive all’evento, «e-flux conversations» ha pubblicato una serie di testi e video a documentazione del forum.

 

«Donald John Trump is the 45th and current President of the United States. Before entering politics he was a businessman and television personality», Wikipedia.

Padre Ubu

«Le allusioni all’eterna imbecillità umana, all’eterna lussuria, all’incompresa eterna lussuria, all’incompresa, eterna ingordigia? Sì. E il simbolo della bassezza di quell’inavvertito istinto che si fa tirannia? Sì. E quel farfugliare pudore, virtù, patriottismi e ideali, che sovreccita sino alla baldoria i pudori, le virtù, i patriottismi e gli ideali di gente che ha cenato come si deve? Sì. […] Père Ubu esiste».

(Mendès, 1896)

Questa è una delle poche recensioni positive pubblicate a seguito del debutto teatrale di Ubu roi. La pièce dedicata a Padre Ubu, citata solo nel titolo del testo di Hal Foster, fu inizialmente sbeffeggiata dalla critica e additata come una semplice operetta scritta da studenti liceali. Pur essendo nata realmente tra i banchi di scuola per deridere il professore di fisica, soprannominato Père Hebért, che non era in grado di imporre disciplina alla classe, l’opera con gli anni acquisì maturità e diversi livelli di lettura grazie alla mano di Alfred Jarry. Quello che in principio era solo un testo goliardico, rappresentato da marionette nelle case degli studenti, diventò presto una pièce a tutti gli effetti, appoggiata dalla rivista «Mercure de France», dai simbolisti e, a seguire, dai dadaisti.

«Jarry è uno di quegli uomini il cui atteggiamento ammiriamo senza riserve, e noi sfidiamo chiunque a infangarlo contestando una delle sue opere. Siamo felici che gli imbecilli possano considerare Ubu re una ‘cogl_ _ _ata’».

(André Breton e Philippe Soupault, 192222A. Breton, P. Soupault, Dèclaration sur l’Affaire Ubu, in« Littérature II», 1 (1 marzo 1922). In A. Brotchie, p. 191.
)

La rappresentazione, oltre a destare interesse per essersi differenziata dalla produzione teatrale dell’epoca per tematiche, costumi e registro linguistico, è passata alla storia per la sua intrinseca capacità di adattarsi continuamente a diversi contesti socio-politici. Ne sono una testimonianza le parole di Dario Fo nel suo Ubu Bas (2001): una rivisitazione di Ubu cucita sulla figura di Silvio Berlusconi.
Secondo Hal Foster, il nuovo Ubu è Donald Trump, il presidente della post-verità e della post-vergogna.

 

State of Emergency: Politics, Aesthetics, Trumpism, a public forum that took place at New York University on December 10, 2016.

 

Post-truth/Post-shame

«We live in a time when we have fictitious election results that elect a fictitious President. We live in a time where we have a man sending us to war for fictitious reasons, whether it is the fiction of duct tape or the fiction of orange alerts. We are against this war, Mr. Bush. Shame on you, Mr. Bush. Shame on you. And any time that you have the Pope and the Dixie Chicks against you, your time is up».

(Michael Moore alla notte degli Oscar del 2003)

A solo un anno di distanza dal discorso tenuto da Michael Moore alla premiazione del suo documentario Bowling for Columbine, Ralph Keyes pubblica il libro The Post-Truth Era: Dishonesty and Deception in Contemporary Life. Tredici anni dopo Oxford Dictionary proclama «Post-Truth»33Il termine ‘post-truth’ è stato coniato nel 1992 dallo scrittore Steve Tesich, ma solo nel 2004 è diventato di uso comune. Cf. Definizione ‘Post-Truth’, Word of the year 2016.
parola dell’anno a seguito dei risultati e degli eventi legati alle elezioni negli Stati Uniti.

È trascorso del tempo dalla presidenza Bush e dai documentari di Michael Moore. La post-verità è ormai un problema dagli effetti conosciuti, da discutere, e da risolvere, per tutelarci da quei meccanismi mediatici che agiscono sulla ‘psicologia di massa’. Père Ubu is President! inizia sottolineando l’urgenza e la presa di coscienza di questo fenomeno, per poi introdurne uno nuovo: il ‘post-shame’.44Cf. E. Westacott, Post-truth, post-shame politics, «3 Quarks Daily», 13 febbraio 2017.

Il 13 dicembre 2016, a soli tre giorni dall’intervento di Hal Foster, Ryan Holiday pubblica su «Observer» un articolo intitolato We Are Living in a Post-Shame World — And That’s Not a Good Thing, dove il giornalista rimette in discussione alcune questioni analizzate dallo scrittore e regista Jon Ronson nel 201555Cf. L. Sofri, Ci dobbiamo vergognare, 6 giugno 2015, «Wittgenstein» (il Post). When online shaming spirals out of control (video), TED: Ideas worth spreading.
in So You’ve Been Publicly Shamed. Ronson aveva dedicato il suo libro a tutti quei casi in cui i social network avevano distrutto la vita a un gran numero di persone, messe alla gogna, condannate alla vergogna con la stessa leggerezza con cui si condivide un post su Facebook. Secondo Holiday, il fenomeno è stato accettato dalla società e non fa più scandalo. È entrato a far parte della nostra ‘normalità’. Oggi, quando una notizia, vera o falsa che sia, diventa virale, qualunque siano i contenuti espressi da una persona, o le informazioni contro un’altra, non cambierà niente nella vita di colui o colei che per primo ha lanciato il tweet in rete. L’osceno, le azioni riprovevoli non vengono più punite nell’era della post-verità.

«It’s a nihilistic post-shame world. It was bad enough when we bullied people for being stupid — but swinging back towards not even acknowledging what constitutes stupid might be even worse».

(R. Holiday, We Are Living in a Post-Shame World — And That’s Not a Good Thing, «Observer», 13 dicembre, 2016)

 

Introduzione di Carolina Gestri


Francis Picabia, L’Adoration du veau (The Adoration of the Calf), 1941–42.

Certo, la ‘post-verità’ è un gran problema, ma cosa possiamo dire riguardo alla ‘post-vergogna’? Come sfidare un uomo politico che non può essere messo in imbarazzo? O contestare un leader che vive di assurdo? Come rivelare dadaista un presidente già dada? Forse, quando loro giocano sporco, dovremmo giocare ancora più sporco, e avere l’obiettivo di oltraggiare l’oltraggioso…

Pensieri riguardanti una condizione di post-vergogna conducono a storie sull’era della pre-vergogna. La più oltraggiosa di queste proiezioni riguarda «il padre originario». Ve lo ricordate, in Totem e Tabù (1913), Freud fa nascere la figura dall’«orda primordiale» di Darwin, un grande clan di fratelli sottomessi al potere di un patriarca. Questo padre terribile gode di tutte le donne nel gruppo (l’unico ruolo che le donne hanno in questo strano racconto), mentre esclude i fratelli dalla sfera sessuale, fino al punto in cui questi insorgono, uccidono e divorano il tiranno. Eppure questo atto li immerge in un senso di colpa profondo (è la prima volta che si fa sentire), e quindi elevano di nuovo il padre morto, ora come un dio, o almeno come un totem attorno al quale vengono stabiliti i tabù (soprattutto i tabù contro l’omicidio e l’incesto). Così per Freud ha avuto inizio la società.

Esiste storicamente un modo per leggere questa fiaba della preistoria, come una patinatura sulle rivoluzioni borghesi che hanno sconfitto il re, che è, come allegoria della democrazia, «la trasformazione dell’orda paterna», come dice Freud, «in una comunità di fratelli».66S. Freud, Group Psychology and the Analysis of the Ego, trad. James Stracheym New York, W.W. Norton, 1959, p. 54.
Freud ripropone il padre originario diversi anni dopo in Psicologia delle masse e analisi dell’Io (1921), e se Totem e Tabù riflette indirettamente sulla democrazia, Psicologia delle masse fa lo stesso con il fascismo – questo avviene con il ritorno, molto tempo dopo la decapitazione democratica del re, dell’egocrazia dittatoriale. Infatti per Freud la politica di massa del tempo induce a una regressione alla «psicologia di massa dell’orda». «Ciò che viene così risvegliata», scrive,77Ibid., p. 59.
«è l’idea di una personalità di primaria importanza e pericolosa verso cui è possibile solo un atteggiamento passivo-masochista». «Il leader del gruppo», Freud conclude, «è ancora il temuto padre primordiale; la massa desidera ancora di essere governata da una forza senza restrizioni; [la massa] ha una passione estrema per l’autorità».

Come mai ricordare il padre primordiale in relazione a Trump? Naturalmente psicanalizzare chiunque è azzardato, figuriamoci milioni di elettori, per quantificarli in questo modo, ma esiste un aspetto psichico a suo sostegno che dobbiamo analizzare. Non c’è dubbio che molti dei suoi elettori – e ricordiamoci che ha ricevuto il 63 per cento dei voti degli uomini bianchi – sono sessisti e razzisti, sia in segreto che non; certamente la maggior parte di loro era arrabbiata con l’élite. Ma erano anche – soprattutto – eccitati da Trump, eccitati di votare per lui: c’era una passione positiva, non solo risentimento negativo. È difficile per la maggior parte di noi capire perché, ma un’interpretazione insinua che [Trump] abbia sfruttato «il legame erotico» che lega l’orda al padre primordiale.88Naturalmente la mia semi-faceta micro-analisi lascia fuori un grande pezzo del puzzle elettorale – perché anche la maggioranza delle donne bianche avrebbe votato per Trump.
Per [la massa] questa figura sia incarna la legge (che padroneggia sui fratelli), sia mette in atto la sua trasgressione (che può molestare qualsiasi donna). Si apre così una potente doppia identificazione: i fratelli sottostanno al padre come autorità e lo invidiano come fuorilegge. E così noi abbiamo una celebrità come presidente («quando sei una stella… puoi ottenere qualsiasi cosa») come ritorno del padre primordiale (o forse solo un bullo alla direzione), e ci sono legioni di ragazzi bianchi che vogliono essere i suoi ‘apprendisti’.

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"Information is power. But like all power, there are those who want to keep it for themselves. But sharing isn’t immoral – it’s a moral imperative” (Aaron Swartz)

di Hal Foster
  • Hal Foster (1955) è uno storico e critico d'arte statunitense, è tra i fondatori della casa editrice Bay Press a Seattle. Insegna arte alla Princeton University dove dirige il dipartimento di Arte e Archeologia, collabora con diverse riviste di approfondimento quali: October, New Left Review e London Review of Books. La ricerca di Foster si concentra sul ruolo delle avanguardie all'interno del postmodernismo. Nel 1983 ha curato The Anti-Aesthetic: Essays on Postmodern Culture, un testo fondamentale del postmodernismo. Nel 2010 è stato eletto membro dell'American Academy of Arts and Sciences e ha ricevuto il Clark Prize for Excellence in Arts Writing dal Clark Art Institute. Nel 2011 ha vinto la borsa di studio del Berlin Prize dell'American Academy di Berlino.