Pierre Huyghe, Exomind, 2017.
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Eterotopie cyberspaziali
Magazine, LOCUS - Part II - Maggio 2021
Tempo di lettura: 18 min
Silvia Cegalin

Eterotopie cyberspaziali

Per una nuova semantica degli spazi tra Facebook e digital cities.

Miao Xiaochun – The Last Judgement in Cyberspace – The Below View, 2006 C-Print 289 x 360 cm.

 

Eterotopie ed eterocronie

«Non abbiamo bisogno di altri mondi, abbiamo bisogno di specchi».

(Stanisław Lem, Solaris)

Se l’autore di Solaris si riferiva all’urgenza di forgiare un mondo riflesso che si sostanziava attraverso la metafora degli specchi, oggi questa propulsione non sembra essere svanita, e l’individuo giace in dimensioni rispecchianti che sfocano la forma del tempo e delle cose, rendendo talvolta vano qualsiasi sforzo di identificazione tra ciò che effettivamente esiste e ciò che è solo apparente.

Gli spazi eterotopici si formano in un’emersione che sconfina dalla quotidianità, in paesaggi in cui i principi di continuità e di normalità si distorcono, creando incrinature fuorvianti che permettono ai luoghi di far emergere la loro alterità. Plasmate sul concetto di utopia, le eterotopie cercano di costruire modelli alternativi, necessari per l’essere umano al fine di valicare la ripetitività dell’ordinario.

Le eterotopie si esprimono perciò in altre possibilità di esistenza, senza tuttavia perdere mai il contatto con il reale, poiché si tratta di spazi che pur essendo collocati in una realtà materica tangibile agiscono attraverso il sovvertimento delle logiche temporali e razionali.

Il concetto di eterotopia appare per la prima volta in un breve riferimento contenuto nel saggio Le mots et le choses di Michel Foucault (1966), e sarà ripreso esaustivamente un anno dopo, nel corso di una conferenza tunisina intitolata Des Espace Autres, durante la quale il filosofo si addentra in modo più profondo nella spiegazione di questo termine, distinguendo i luoghi eterotopici dagli altri ambienti mediante le seguenti caratteristiche.

  1. Le eterotopie sono presenti in tutte le società“…Le eterotopie sono presenti in tutte le società”, siano esse passate, presenti o future.
  2. Variano e si adeguano al tessuto storico e geografico in cui sono inserite, hanno quindi la capacità di modellarsi in base al contesto che in quel momento abitano.
  3. Presentano la possibilità di sovrapporre in un solo spazio diverse localizzazioni di per sé incompatibili e contraddittorie. Intersezione di luoghi antitetici che si verifica per esempio nei teatri, nei cinema, nelle navi da crociera o nei giardini pubblici.
  4. Favoriscono il formarsi di eterocronie, ossia la sovrapposizione di tempi e spazi diversi. È il caso dei musei e delle biblioteche che, attraverso la sospensione del tempo, fanno emergere resti del passato all’interno di una cornice presente. Di conseguenza, gli spazi eterocronici esistono sia nel tempo effettivo, nel qui e ora, sia al di fuori di esso, in quel loro passato che è stato ricostruito e preservato per essere fisicamente insensibile alle devastazioni del tempo.

Oltre a queste peculiarità, in cui Foucault risalta la tendenza eterotopica a coniugare sincronicamente tempi differenti, come una macchina del tempo che non percorre una sola via, negli altri due principi restanti il filosofo si concentra nel far affiorare la natura significante di tali luoghi, segnando lo stretto legame che in essi intercorre tra realtà e fantasia.

  1. La quinta caratteristica è improntata a esaminare la dinamica inclusiva degli spazi eterotopici che, giocandosi sul binomio apertura/chiusura, si presentano isolati e inaccessibili a chiunque; perché l’ingresso nell’eterotopia può essere reso obbligatorio, tramite un atto coercitivo come la reclusione in una clinica psichiatrica o in una prigione, oppure previsto solo dopo la pratica di particolari riti, come nel caso dei luoghi di culto.
  2. Il sesto e ultimo principio si interroga sull’ambivalenza che contraddistingue l’eterotopia, assumendo contemporaneamente sia il ruolo di creatore di spazi illusori distaccati temporaneamente dalla realtà, sia la funzione di formare luoghi destinati all’alterità, tuttavia visibili nel loro grado fattuale.

Questi aspetti possono agire sia separati che in simultaneità; al contempo, però, appare anche evidente quanto le varie tipologie di eterotopia si evolvano e mutino in base alle epoche storiche in cui esse sono inserite. Ed è qui che torna in campo la metafora dello specchio poiché, parafrasando Foucault, l’esperienza fatta allo specchio rafforza l’impressione di esistenza del luogo che in quel momento si occupa fisicamente; tuttavia, questo senso di realtà si definisce proprio grazie allo spazio riflesso situato al di là dello specchio e che viene concepito come virtuale.

Nuove forme eterotopiche stanno proprio emergendo, non tanto in quella parte di specchio reale e presente, ma in quella al di là di esso, ossia in quel mondo riflesso che oggi risalta nel suo ruolo determinante come costruttore di universi altri: il mondo digitale. Universi che all’interno di quest’ottica non sono più definibili esclusivamente come paralleli, bensì conviventi e interagenti con quella parte di mondo riconoscibilmente e palpabilmente concreta.

Di conseguenza, nella contemporaneità a trasformarsi in maniera simultanea con le eterotopie è stata anche la nozione di specchio; similitudine che nel processo di metamorfosi si è rivestita di forme e valori nuovi che l’hanno fatta progressivamente coincidere con i fenomeni della transmedialità offerti dallo schermo virtuale. A fronte di questo, si può pertanto affermare che le nuove eterotopie sono il risultato delle conseguenze di un’era tecnologica che, di giorno in giorno, si definisce come seconda realtà, o persino come realtà prevalente.

 

Il cyberspazio come luogo eterotopico

«Non abbiamo più bisogno di specchi, perché ora abbiamo gli schermi».

Storpiando l’incipit di Lem, otteniamo una descrizione del mondo contemporaneo, contraddistinto dal passaggio dalle eterotopie degli spazi fisici a quelle degli spazi virtuali, cioè all’interno di schermi – i “nuovi specchi” – che si delineano come fautori di realtà alternative.

Marcos Novak, Algorithmic Composition.

La potenza degli schermi massmediatici nel costruire luoghi contrassegnati da una spazialità che non si delinea più necessariamente con la presenza organica dei corpi e delle cose, ma tramite l’impronta digitale di quegli stessi oggetti, veniva già sottolineata nel 1985 dal sociologo Joshua Meyrowitz. Non a caso, nel saggio Oltre il senso del luogo. L’impatto sociale dei media elettronici sul comportamento sociale, Meyrowitz chiariva come i mass media di quegli anni, in particolar modo la televisione e i primi modelli di computer, consentissero agli individui di accedere a situazioni che altrimenti non avrebbero mai potuto esperire nella vita reale, perché fisicamente distanti o socialmente inaccessibili.

Per questa ragione, l’interfaccia schermo, che include oggi anche i monitor di smartphone e tablet, è stata accostata al concetto di eterotopia, proprio per la sua caratteristica di far immergere l’utente in luoghi alternativi a quelli della sua quotidianità. Oltre a ciò, l’esperienza cyberspaziale agìta attraverso lo schermo presenta i medesimi sei principi elaborati da Foucault.

Nel mondo virtuale, infatti, si trovano a coesistere ambientazioni per loro natura inconciliabili, e a interagire soggetti materialmente distanti. Una connessione che non riguarda soltanto gli individui, ma anche tempi e spazi posti a livelli asimmetrici: pensiamo laddove l’ambiente irreale della location di un videogioco si relaziona alla temporalità del mondo reale.

È il caso, per esempio, di quando il processo di gioco (si tratti di una missione o del superamento di un livello) è scandito e regolato dal tempo reale, solitamente attraverso un timer o un countdown, rilevando così quanto tempo è rimasto a disposizione del giocatore per compiere le sue azioni nel cyberspazio. In questo caso, dunque, il fruitore agirà nello spazio virtuale seguendo una temporalità naturale.

Tuttavia, la virtualità trova un più forte rapporto di simbiosi con l’eterotopia nella capacità di distaccamento da una realtà razionale in favore di una inventata, l’elemento illusorio appare perciò anche qui primario, esattamente come lo era per gli spazi eterotopici concretamente esistenti. Per finire, non meno importante il procedimento di entrata e chiusura analizzato da Foucault nel quinto principio, che nella sfera digitale si incarna nelle fasi di attivazione e disconnessione da una piattaforma o dal dispositivo.

Marcos Novak, AlloBio-future vision of neuroarchitecture.

A superare le teorie di Meyrowitz, legate a un’idea di mass media oggi obsoleta, è stato Edward Soja, che ha provato a reinterpretare la nozione di eterotopia inserendola nel contesto multimediale contemporaneo. In Terzo spazio: viaggi a Los Angeles e altri luoghi reali e immaginari, l’urbanista e geografo, in un dialogo intrecciato tra le teorie della triade dello spazio di Henri Lefebvre11In La production de l’espace del 1974, Henri Lefebvre elabora il concetto di spazio vissuto: teoria fondamentale che ha consentito di valutare gli spazi anche per la loro componente relazionale. Superando la mera concezione di fisicità, Lefebvre interpreta gli spazi come fenomeni sociali, posizionando le esperienze vissute e le connessioni interpersonali che da essi si instaurano, affianco ai principi di rappresentazione e concettualizzazione. Unione da cui si svilupperà la dialettica della triade dello spazio, rispettivamente suddivisa in spazi percepiti, concepiti e vissuti.
e la concezione eterotopica foucaultiana, inaugura la teoria del “terzo spazio”, inteso come luogo d’eccellenza dove gli opposti si fondono. Nel terzo spazio oggettualità, soggettività, astrazione, concretezza, razionalità e inimmaginabile si intersecano l’un l’altro attraverso un moto continuo che non ammette intervalli. L’essere umano si trova così immesso in una spazialità che perde il concetto di separatezza, fluttuando in uno stato di continua riformazione, dove i confini si dissolvono.

Marcos Novak, architettura liquida, 1999.

È su questa idea di spazio trascendente che si instaura una reciprocità tra la trialettica spaziale di Soja e le eterotopie che si generano nel cyberspazio. In Dopo la metropoli. Per una critica della geografia urbana e regionale (2007), lo studioso rintraccia nelle esperienze virtuali eventi caratterizzati – esattamente come nel terzo spazio – da una natura fortemente transitoria e che si situano con fluidità tra livelli di realtà differenti; una comunione tra spazi fisici, mentali e sociali da cui emerge l’immagine di un’esistenza iperconnessa che si manifesta, però, non più dal vivo ma tramite gli schermi. È proprio grazie a questo dispositivo e alla sua componente transreale che il fruitore può sperimentare le eterotopie virtuali in cui si verifica un quasi totale annullamento della distinzione tra finzione e realtà, e delle classiche limitazioni che si incontrano nel mondo che è invece soggetto alle regole corporee.

A coincidere con le teorie di Soja sono anche gli studi di Manuel Castells. Da sempre attento alle dinamiche di “quel che succede dentro gli schermi”, in La nascita delle società in rete (2002), introducendo il concetto di flussi, fa una disamina ulteriore, affermando:

«Lo spazio dei flussi è l’organizzazione materiale delle pratiche sociali di condivisione del tempo che operano mediante flussi. […] In tale rete, nessun luogo è a sé stante, perché le posizioni sono definite dallo scambio di flussi all’interno della rete. La rete di comunicazione, quindi, è la configurazione spaziale fondamentale: i luoghi non scompaiono ma la loro logica e il loro significato vengono assorbiti dalla rete».22Manuel Castells, La nascita delle società in rete, Università Bocconi Editore, Milano, 2002 [1996], pp. 472-473.

Un tempo senza tempo e uno spazio dei flussi, dove Castells ribadisce l’abilità dei nuovi sistemi tecnologici nel costruire aree di condivisione in cui la spinta all’espansività demolisca qualsiasi principio di margine; ed è in questa “comunanza despazializzata”33Nozione presente in John Thompson, Mezzi di comunicazione e modernità. Una teoria sociale dei media, Il Mulino, Bologna, 1998.
che l’eterotopia si estende nel cyberspazio, realizzandosi in maniera più forte del reale stesso.

 

Facebook & eterotopia: il modello social

Se il cyberspazio presenta somiglianze con gli spazi fisici, in Lost in space: Into the digital image labyrinth la studiosa di new media McKenzie Wark trasla l’asserzione foucaultiana di “luogo senza luogo”44Si veda Michel Foucault, Of other spaces, «Diacritics», 16, 1, 1986, pp. 22-27.
all’interno della rete, individuando in essa la capacità, già in precedenza sottolineata, del mondo virtuale di collegare in un unico immenso spazio mondi differenziati che, nella loro commistione, fanno vivere al fruitore l’entrata in un mondo dominato da tensioni eterotopiche. E ad oggi qual è l’esempio migliore di cyberspazio eterotopico se non Facebook?

Il social, nato ormai quasi vent’anni fa (2004), è una piattaforma interessante da analizzare perché in esso si coniugano, in una modalità affatto banale, sia strutture reali che eterotopie.

Marcos Novak,Turbulent topologies, 2009.

In una ricerca condotta dalla coppia di studiosi Robin Rymarczuk e Maarten Derksen, intitolata Different spaces: exploring Facebook as heterotopia (2014), emerge infatti l’idea di Facebook quale modello social eterotopico. Il primo livello eterotopico che i due ricercatori individuano riguarda il sistema di accesso messo a disposizione dal social network. Esattamente come nelle eterotopie classiche, anche Facebook consente l’immersione solo dopo aver effettuato la registrazione e l’identificazione, cioè dopo aver dichiarato i propri dati anagrafici e aver ricevuto, da parte di terzi, il consenso per l’accesso. Basandosi sul modello di apertura/chiusura, Facebook costruisce le proprie regole tramite funzionalità, restrizioni e possibilità che lo rendono un luogo pregno di contraddizioni. Se da una parte, grazie alla componente di gratuità offerta, consente l’accesso a chiunque abbia un dispositivo elettronico, dall’altra la libertà di espressione data agli iscritti è in verità il risultato di monitoraggi costanti e termini di utilizzo che si stipulano prima di venire ammessi.

Se le condizioni pattuite non vengono rispettate, l’estromissione o la sospensione temporanea dell’account è immediata: il confine tra accessibilità ed espulsione appare quindi alquanto labile. Al contrario, se si tenta volontariamente di cancellare il proprio account dalla piattaforma, la procedura, per quanto semplice, non è comunque immediata, ma ben celata tra le impostazioni. Prima di “sparire” definitivamente dal network, Facebook concede infatti all’utente un periodo di 30 giorni di sospensione dell’account, periodo nel quale l’utente può cambiare idea e procedere con la riattivazione del profilo. La frase di commiato presenta inoltre toni piuttosto perentori, alla chiusura dell’account infatti si leggerà:

«Se ritieni che non utilizzerai più Facebook e desideri che il tuo account venga eliminato, ce ne occuperemo immediatamente. Tuttavia, tieni presente che non sarà possibile riattivarlo in seguito né recuperare i contenuti o le informazioni che hai inserito. Se desideri ancora che il tuo a