Georgina Starr, Quarantaine, 2020.
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Magazine , LINGUAGGI - Part II - March 2022
Simone Rossi

I LOVE DICK. O del femminile

Il Female Gaze di Joey Soloway su corpo, desiderio, spazio e soggettività.
Critica d'arteQueerStudi di genere

Jill Soloway, Sarah Gubbins, “I Love Dick”. Courtesy of Amazon Studios.

LONELY GIRL. O di come l’autofinzione reinventi il soggetto

I Love Dick è un libro di Chris Kraus pubblicato nel 1997 da Semiotext(e), casa editrice indipendente americana che sin dal 1974, anno in cui viene fondata da Sylvère Lotringer, si propone come luogo di sperimentazione intellettuale e di critica culturale, letteraria e teorica. Nata come journal interessato a ricucire lo strappo tra linguaggio accademico e cultura artistica e underground (coniando in questo contesto il termine Schizo-Culture11Sylvère Lotringer, David Morris (eds.), Schizo-Culture, 2-vol., Semiotext(e), Los Angeles, 2014.
con chiari rimandi alle intuizioni di Deleuze e Guattari22Vedi Gilles Deleuze, Félix Guattari, Mille Piani, Orthotes, Napoli-Salerno, 2017. Originariamente pubblicato da Éditions de Minuit (Paris), 1980.
), Semiotext(e) diviene celebre a partire dagli anni ’80 grazie alla pubblicazione di una collana di libretti neri tascabili (Foreign Agents series), che contribuiscono alla diffusione della French Theory in America, promuovendo testi di Jean Baudrillard, Jean-François Lyotard, Michel Foucault, tra gli altri.

Jill Soloway, Sarah Gubbins, “I Love Dick”. Courtesy of Amazon Studios.

I Love Dick è la prima fatica letteraria di Kraus, tuttora co-editor di Semiotext(e) insieme a Hedi El Kholti e all’epoca dell’uscita del libro compagna di Lotringer, recentemente scomparso, da cui divorzia nel 2016. La relazione in vita tra Kraus e Lotringer non è affatto irrilevante ma al centro delle dinamiche performative ed emozionali di I Love Dick. Il libro esce in un momento che vede Kraus impegnata nella strutturazione di una nuova collana per Semiotext(e), la Native Agents series, che si propone di raccogliere i più significativi esperimenti di fiction letteraria capaci di problematizzare la costruzione monolitica dell’io autoriale, progettando un ponte tra le teorie della soggettivazione promosse dalla French Theory e le forme radicali di soggettività praticate da scrittrici come Eileen Myles, Barbara Barg e Kathy Acker.

Jill Soloway, Sarah Gubbins, “I Love Dick”. Courtesy of Amazon Studios.

I Love Dick, che assorbe tutte queste esperienze e il loro portato politico e sovversivo, rappresenta un’incognita sin dalla catalogazione. Come sottolinea la teorica femminista di cinema e media studies Joan Hawkins nella post-fazione del libro, il semplice termine “romanzo” non sembra rendere giustizia alla complessità dell’opera, che si pone sulla soglia tra uno scambio epistolare promiscuo e un racconto che continuamente fonde elementi finzionali con memorie personali. Hawkins la denomina “theoretical fiction”33Chris Kraus, I Love Dick, Semiotext(e), New York, 1998, p. 258. Originariamente pubblicato nel 1997.
. Se Lotringer all’interno del libro definisce invece lo stile di Kraus «un nuovo tipo di forma letteraria, qualcosa a metà tra la critica culturale e la fiction»44Ibid., p. 27.
, è la stessa autrice a suggerire un’altra nomenclatura definendo I Love Dick una “Lonely Girl Phenomenology”55Ibid., p. 137.
e aprendo così, almeno simbolicamente, la strada a uno studio di quella figura, la Jeune Fille66Tiqqun, Elementi per una teoria della Jeune-Fille, Bollati Boringhieri, Torino, 2003. Originariamente pubblicato da Éditions Mille et Une Nuits (Paris), 2001.
, che sarà al centro di un importante testo di critica culturale da parte del collettivo Tiqqun nel 2001 – non a caso pubblicato in inglese proprio da Semiotext(e) nel 2012.

Un altro termine che sembra raccogliere parte degli elementi ricorrenti nella narrazione di I Love Dick è quello di autofinzione, categoria letteraria che nasce proprio per esibire le contraddizioni interne al soggetto confondendo in origine la linea di demarcazione che separa autore e protagonista77Christian Lorentzen, Considering the Novel in the Age of Obama, «Vulture», Jan 11, 2017.
. Come asserisce Serge Doubrovsky, che nel ’77 utilizza tale vocabolo nella quarta di copertina del suo “romanzo” Fils (titolo ambiguo che significa tanto “figli” quanto “fili”), negli autori di autofiction si assiste alla «sparizione del soggetto classico, della sua unità, della possibilità di esprimere la sua storia precisamente sotto la forma di un racconto cronologico e logico»88Serge Doubrovsky, L’origine della categoria letteraria di autofinzione, «Ágalma», 29, 2015, p. 87.
. Il racconto viene così irrimediabilmente frammentato e i livelli di esperienza vengono infine spezzati promuovendo una scrittura che si fonde con «il gusto intimo dell’esistenza».

«L’autofinzione è il mezzo per tentare di recuperare, di ricreare, di rimodellare in un testo, in una scrittura, delle esperienze vissute, della propria vita, che non sono in nessun modo una riproduzione, una fotografia… è letteralmente e letterariamente una reinvenzione»99Ibid., p. 89.
.

Il pensiero di Doubrowsky sull’autofinzione viene indirettamente ripreso nella prefazione al libro dalla poetessa e scrittrice femminista Eileen Myles – che emerge dunque non solo come una fonte di ispirazione per la Native Agents series di Kraus ma come sua diretta interlocutrice e, vedremo, come figura-ponte che ci condurrà all’oggetto precipuo di questa indagine, la serie tv liberamente tratta dal libro – quando mostra tutta la sua ammirazione per l’abilità di Kraus di narrare una storia particolare che si eleva a universale, capace di far immedesimare l’altro riuscendo a delineare un io in divenire, senza che questo conduca a forme chiuse e definite. Doubrovsky infatti alza la guardia contro chi rimprovera all’autofinzione di favorire il narcisismo e l’autismo dello scrittore. Secondo l’autore francese, (è importante osservare come fondamentalmente tutto questo discorso prende forma in una cartografia in cui è il rapporto Francia-America a illuminare la mappa) «quando si parla di sé, si parla anche necessariamente degli altri»1010Ibid., p. 90.
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Jill Soloway, Sarah Gubbins, “I Love Dick”. Courtesy of Amazon Studios.

Myles coglie la bravura di Kraus nel non ridurre le avventure di autocoscienza femminile e scoperta di sé a trasformazioni fallimentari ma di esplorare queste fasi come il negativo di una dinamica dialettica – passaggio intermedio per una conquista reale e dignitosa della propria identità.

«I Love Dick è un notevole studio sull’abiezione femminile e nella sua forma mi ricorda l’esortazione di Carl Dreyer di usare “l’artificio per spogliare l’artificio dall’artificio”, poiché si scopre che per Chris è marciare coraggiosamente verso l’auto-umiliazione pubblica, non capitarci misteriosamente, sospirando, scalciando o urlando, ma entrarvici a gamba tesa, questa è esattamente la maniera attraverso cui consolida e valorizza il pathos del viaggio romantico della sua vita»1111Chris Kraus, cit., pp. 13-14. Traduzione di chi scrive. [I Love Dick is a remarkable study in female abjection and in its fashion it reminds me of Carl Dreyer’s exhortation to use “artifice to strip artifice of artifice”, because it turns out that for Chris, marching boldly into self-abasement and self-advertisement, not being uncannily drawn there, sighing or kicking and screaming, but walking straight in, was exactly the ticket that solidified and dignified the pathos of her life’s romantic voyage].
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Che si introduca il concetto di “Lonely Girl Phenomenology”, di “Theoretical Fiction”, o di autofinzione, I Love Dick rappresenta ad ogni modo un tentativo audace di mobilitazione di alcune basilari istanze femministe per decostruire e rinegoziare una serie di rapporti in eterna tensione su cui si erige il nostro stare-al-mondo. Il dialogo intrapersonale, lo scambio interpersonale, la relazione con l’ambiente sollecitano la costruzione di dualismi come identità e alterità, realtà e finzione, immagine e simulacro, maschile e femminile, polarità che attraversano di continuo l’esperienza estetica, sensoriale che fa Chris all’interno del libro.

La prospettiva scelta da Kraus sembra esprimere in forma sublimata il pensiero di Simone Weil, figura fondamentale per l’autrice a tal punto che il suo secondo libro, Aliens & Anorexia1212Chris Kraus, Aliens & Anorexia, Semiotext(e), New York, 2000.
, lo dedica proprio a un’opera dell’attivista e filosofa francese, La Pesanteur et la Grâce (1947). In questo testo l’autrice, citando e parafrasando Weil, dà forma a un pensiero che, a partire dall’abnegazione di sé, mira ad andare oltre il sé medesimo.

«Se l’“io” è l’unica cosa che realmente possediamo, dobbiamo distruggerla […] Lei vuole smarrirsi per andare oltre sé stessa. Una rapsodia di desiderio la sovrasta. Vuole davvero vedere. Per questo è una masochista»1313Ibid., p. 27. Traduzione di chi scrive. [If the “I” is the only thing we truly know, we must destroy it. […] She wants to lose herself in order to be larger than herself. A rhapsody of longing overtakes her. She wants to really see. Therefore, she’s a masochist].
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Jill Soloway, Sarah Gubbins, “I Love Dick”. Courtesy of Amazon Studios.

Questa rapsodia di desiderio sembra condurre Kraus alla scoperta di sé anche in I Love Dick. L’autrice non toglie nulla della propria vita dalla narrazione che crea, ma attraverso di essa tenta di riviverla in altro modo, più intenso, ravvicinato. Oltre al compagno Sylvère, così anche Dick, l’ossessione libidica di Chris da cui la storia si dipana, non rappresenterebbe altro che un’esperienza reale, Dick Hebdige, un sociologo e teorico dei media britannico conosciuto poco prima di scrivere il libro. Dick assume la forma di un delirio generativo scritto di getto, colmo di desiderio, frustrazione e irrefrenabile ricerca. Ed è proprio un’altra esperienza di vita a calarci all’interno della messa in forma audiovisiva (2016-17)1414Sarah Gubbins, Jill Soloway (executive producers), I Love Dick [series], Amazon Studios, 2016-’17.
del libro con la drammaturgia di Sarah Gubbins in collaborazione con Joey Soloway, ecletticə registə e produttorə che già con Transparent, altra serie on demand Amazon Studios1515Jill Soloway, Andrea Sperling (executive producers), Transparent [series], Amazon Studios, 2014-’19.
, tratta coraggiosamente questioni identitarie e relazionali complesse che riflettono sul binarismo di genere, sull’ebraismo contemporaneo, sulla normatività eteropatriarcale. L’esperienza-di-vita che coniuga il libro di Kraus con la serie di Soloway è Eileen Myles, una figura-ponte in grado di condizionare entrambe1616Tale legame viene di fatto esplicitato nell’intervista incrociata tra Kraus e Soloway pubblicata dal «New York Times» il 5 maggio 2017.
le manifestazioni di I Love Dick. Quando Soloway e Gubbins decidono di lavorare alla sceneggiatura si trovano infatti di fronte a un problema basilare, dove ambientare la serie. Il libro spazia liberamente tra diversi luoghi che panoramicamente disegnano il paesaggio epistolare che informa la narrazione (come Crestline, le San Bernardino Mountains, Los Angeles, il deserto dell’Antelope Valley, l’Arizona, Cancun, il Guatemala, la Route 126, New York, tra le molte). La serie, che nasce per morire dopo soli 8 episodi, impone un lavoro esemplificativo sulla scena, capace di raccogliere tutte le atmosfere del libro in un unico spazio paradigmatico che consenta una messa a fuoco specifica sui personaggi e le loro metamorfosi. Myles, all’epoca compagna di Soloway, (e non è difficile riconoscerla anche nella poetessa e accademica Leslie Mackinaw in Transparent) scettica nell’ambientare l’intera serie a New York, incoraggia Soloway e Gubbins a prendere in considerazione la piccola città di Marfa, situata nella regione del deserto di Chihuahua, tra le Devise Mountains e il Big Bend National Park, presso il confine con il Messico, nel Texas occidentale, località remota ma parimenti un luogo di sperimentazione e centro di un’attiva comunità artistica (basti pensare all’installazione Prada Marfa del duo Elmgreen & Dragset e alla fondazione Donald Judd presente in città), dove Myles soggiorna frequentemente. Soloway e Gubbins comprendono subito il potenziale di Marfa, un’eterotopia illusoriamente credibile immersa nel deserto, dove ogni gesto assume un valore al di là della sua contingenza, un luogo dell’immaginario attraverso cui poter disinnescare lo stereotipo mascolino del cowboy e in cui il femminile, qui da intendersi come «forma trasversale di ogni sesso, di ogni potere, come forma segreta e virulenta dell’a-sessualità»1717Jean Baudrillard, Della seduzione, SE, Milano, 1997. Originariamente pubblicato da Éditions Galilée (Paris) 1979.
, possa infine rivelarsi.

Jill Soloway, Sarah Gubbins, “I Love Dick”. Courtesy of Amazon Studios.

FEMALE GAZE. O di quello sguardo che rovesciandosi sovverte

La serie tv I Love Dick non ricalca fedelmente il libro. Oltre al mutato scenario in cui si svolgono gli eventi, la serie dà voce a tutta una serie di personaggi queer secondari, come Devon e Toby, mancanti nel libro, che destabilizzano Chris e tutta Marfa, e ridefinisce i pesi e le misure che regolano il triangolo amoroso che si instaura, almeno a parole, tra Chris, Sylvère e Dick. Ad ogni modo Chris rimane immersa, sia nel libro che nel film, in una dinamica maschio-maschio che la elide di continuo. Ma ella è in grado, con ostinata determinazione, di elidere a sua volta ogni occasione atta a emarginarla. Appare fin da subito chiaro che il dick che compare nel titolo non corrisponde al soggetto del testo ma funge solo da emblema, “fallo” per le allodole posto lì per attirare l’attenzione. Il vero centro nevralgico risiede nel vivere stesso della protagonista, nel divenire delle sue scelte e azioni artistiche. Myles paragona l’intera storia a una performance in cui l’autrice e protagonista medesima si fa in corso d’opera.

«La conquista più grande di Chris è filosofica. Ha rovesciato l’abiezione femminile e l’ha rivolta a un uomo. Come se la sua esperienza decennale fosse sia un quadro che un’arma. Come se lei, in quanto megera, ebrea, poetessa, regista fallita, ex ballerina di go-go, intellettuale e moglie, avesse il diritto di arrivare fino alla fine del libro e vivere avendo sentito tutto questo»1818Kraus, cit. 1998, p. 15. Traduzione di chi scrive. [Chris’ ultimate achievement is philosophical. She’s turned female abjection inside out and aimed it at a man. As if her decades of experience were both a painting and a weapon. As if she, a hag, a kike, a poet, a failed filmmaker, a former go-go dancer – an intellectual, a wife, as if she had the right to go right up to the end of the book and live having felt all that].
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Attraverso l’uso di lettere, conversazioni telefoniche trascritte e scambi fugaci tra Chris e suo marito, secondo Hawkins I Love Dick «decostruisce il classico triangolo amoroso eterosessuale e mette a nudo il modo in cui – anche nei circoli più illuminati – le donne continuano a funzionare come oggetto di scambio»1919Ibid., p. 269. Traduzione di chi scrive. [It deconstucts the classic heterosexual love triangle and lays bare the degree to which – even in the most enlinghtened circles – women continue to function as an object of exchange].
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La serie, attraverso alcuni espedienti capaci di risemantizzare posture e simboli della tradizione occidentale tanto diffusi da risultare aproblematici, indaga il portato culturale di alcune peculiari simbologie per rinegoziare equilibri identitari e questioni relazionali: dal travestimento, in quanto appropriazione dei segni dell’altro sesso, al sangue mestruale, in rapporto alla femminilità, fino allo specchio, dispositivo narcisistico di conoscenza e di morte. Al cuore di questo esercizio audiovisivo sembra esserci il desiderio di ripensare, a livello lessicale ed esperienziale, il rapporto, tutt’altro che stabile, tra identità e alterità, stressando i labili confini del binarismo maschile-femminile sul quale si erigono, culturalmente e storicamente, la nostra sessualità e identità di genere.

Jill Soloway, Sarah Gubbins, “I Love Dick”. Courtesy of Amazon Studios.

Per far questo Soloway e Gubbins lavorano finemente e dettagliatamente sullo sguardo che regola la visione e che informa lo spettatore. Per poter cogliere appieno le scelte adottate dai quattro diversi registi che si avvicendano negli otto episodi della serie è bene introdurre il concetto di “Female Gaze” e la reinterpretazione che ne dà Soloway in una Masterclass nel 20162020Jill Soloway, Female Gaze, TIFF Master Class, 2016 [11 settembre].
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Il termine nasce in risposta al celebre saggio del ’75 della critica femminista e teorica cinematografica Laure Mulvey2121Laura Mulvey, Visual Pleasure and Narrative Cinema, «Screen», Vol. 16, Issue 3, 1975, pp. 6-18.
. La studiosa britannica utilizza la psicoanalisi per dimostrare come a dare struttura alla forma cinematografica sia l’inconscio della società patriarcale, un inconscio sessuale che si struttura come visione.

«Questo articolo intende utilizzare la psicoanalisi per scoprire dove e come il fascino del film è rafforzato da dei modelli di fascinazione preesistenti già in funzione nel soggetto individuale e nelle configurazioni sociali che lo hanno plasmato. Questo studio prende come punto di partenza il modo in cui il film riflette, rivela e persino gioca sull’interpretazione diretta e socialmente stabilita della differenza sessuale che controlla le immagini, i modelli erotici che regolano lo sguardo e lo spettacolo»2222Ibid., p. 6. Traduzione di chi scrive. [This paper intends to use psychoanalysis to discover where and how the fascination of film is reinforced by pre-existing patterns of fascination already at work within the individual subject and the social formations that have molded him. It takes as a starting point the way film reflects, reveals, and even plays on the straight, socially established interpretation of sexual difference which controls images, erotic ways of looking, and spectacle].
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La sfida di Mulvey consiste nel riconoscere questo inconscio androcentrico strutturato come linguaggio (“Male Gaze”), con il fine di liberare ogni soggetto discriminato dall’oppressione e dalla frustrazione di essere semplicemente un significante – che autonomamente non significa – per il desiderio maschile. Ogni soggetto altro in questa struttura fallocentrica sembra infatti esistere solo in rapporto alla castrazione che simboleggia.

«Il paradosso del fallocentrismo in tutte le sue manifestazioni è che dipende dall’immagine della donna castrata per dare ordine e significato al suo mondo. Un’idea di donna fa da perno al sistema: è la sua mancanza che produce il fallo come presenza simbolica»2323Ibid. Traduzione di chi scrive. [The paradox of phallocentrism in all its manifestations is that it depends on the image of the castrated woman to give order and meaning to its world. An idea of woman stands as lynch pin to the system: it is her lack that produces the phallus as a symbolic presence].
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Mulvey sostiene che alla base dello sguardo voyeuristico che nutre il cinema, e più in particolare nel suo studio il Male Gaze, ci sia una triangolazione fondamentale di tre sguardi: registico, spettatoriale e attoriale. Affinché non si stabilisca una distanza critica tra lo spettatore e l’immagine sullo schermo, il cinema secondo Mulvey sospende ogni altro sguardo che non sia quello in cui lo spettatore può finalmente proiettarsi, quello in scena. In questo modo si può ottenere quel principio di immedesimazione che contraddistingue ogni esperienza scopofiliaca, dove il soggetto spettatoriale incarna il proprio sguardo nei personaggi che agiscono sullo schermo e, quindi, inconsapevolmente, in quello della camera che dà forma all’intera messa-in-scena.

Un’analisi di impronta femminista, oltre a considerare lo spettatore come una componente indispensabile per riflettere sul regime scopico e sul dispositivo cinematografico, tenta di rivelare i rapporti di potere in gioco, le modalità di costruzione delle soggettività e le ideologie che nutrono queste immagini. Infatti, ben prima di essere visto, un film si dà a vedere, si rivolge a qualcuno“…ben prima di essere visto, un film si dà a vedere, si rivolge a qualcuno” e in tal senso è dunque centrale comprendere il ruolo che gioca, attivamente e passivamente, lo spettatore in questa giostra di proiezioni e sguardi.

«Questo tu che si costituisce con il costituirsi stesso del discorso filmico è infatti come prigioniero di una doppia gabbia. Da un lato esso non si confonde con il semplice rappresentato: ne è piuttosto uno dei principi d’ordine […], una delle misure della rappresentazione. E nondimeno questo tu tende a ogni passo a far parte di quanto dovrebbe invece dominare»2424Francesco Casetti, Dentro lo sguardo, Bompiani, Milano, 1986, p. 142.
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L’11 settembre 2016, in occasione di una TIFF Talk per lanciare la 3a stagione di Transparent, Joey Soloway – che all’epoca si chiamava ancora Jill, il nuovo nome verrà reso pubblico solo nel 2020, con post su Instagram, per meglio rappresentare la sua identità non binaria – ripristina il concetto di Female Gaze a partire dal seminale studio sul Male Gaze di Mulvey. Attraverso un monologo che per lunghi tratti riprende alcuni stilemi tipici della stand up comedy, Soloway propone una riattualizzazione del Female Gaze mobilitando, come Mulvey, una triangolazione di sguardi. Il primo, che identifica con l’espressione “feeling seeing”, è uno sguardo registico che privilegia il recupero della sensazione corporea, attraverso un uso in soggettiva della camera, che tenta di trasmettere l’emozione del protagonista per comunicare un Sentire piuttosto che una Visione.

Jill Soloway, Sarah Gubbins, “I Love Dick”. Courtesy of Amazon Studios.

Il secondo sguardo che Soloway convoca è il “gazed gaze”, che si pone il compito, tanto politico quanto strutturale, di mostrare allo spettatore cosa implichi essere un oggetto di piacere per l’Altro. Il “gazed gaze” tenta quindi di rendere trasparente il meccanismo opaco che lega l’attore alla camera, svelando cosa significhi essere continuamente sondati, oggetti di uno sguardo senza volto. Il terzo e ultimo sguardo, “the gaze on the gazers”, intende porsi come rovesciamento finale dell’economia voyeuristica. Esso trasforma l’oggetto di visione in soggetto, provocando un’inversione dei ruoli: ora è il soggetto in scena che “vede” e rivolge il suo sguardo allo spettatore, colui che solitamente, e aproblematicamente (soprattutto se maschio, bianco, etero e cisgender), gode di una visione costruita sul suo inconscio patriarcale.
Il Female Gaze rielaborato da Soloway si presenta dunque come un’arma politica e un concetto operativo per riflettere sulla costruzione culturale della visione e disinnescare un fallocentrismo tossico ed essenzialista. Tanto in Transparent, quanto, in modo ancora più condensato, in I Love Dick, il Female Gaze è utilizzato per provocare nuova consapevolezza nello spettatore, attraverso un esercizio di regia plurale, in cui profili genderqueer, femminili e maschili (Joey Soloway, Kimberly Peirce, Andrea Arnold e Jim Frohna), compartecipano alla creazione di un nuovo sguardo.

Jill Soloway, Sarah Gubbins, “I Love Dick”. Courtesy of Amazon Studios.

THE RITUAL. O di come I Love Dick sfidi il senso

Per otto episodi di circa 25 minuti ciascuno si assiste ai vari e più o meno fortunati stratagemmi attraverso cui Chris imbastisce la propria trama di seduzione per attrarre a sé Dick2525Alcune questioni centrali di questo e del prossimo capitolo riprendono un più esteso lavoro ermeneutico sulla serie condotto all’interno della tesi magistrale In soggettiva. I Love Dick nello sguardo di Narciso e Pigmalione, difesa dall’autore all’Università Iuav di Venezia nel marzo 2019.
. In meno di un minuto, verso la conclusione della serie, un violento strappo rompe l’incantesimo e svela un ribaltamento chiave nel rapporto Chris-Dick e nei due singoli soggetti, una lacerazione che non si esplicita con disprezzo o collera, bensì in veste di sangue mestruale. Sangue che da un verso lega i due corpi nel contatto più intimo, dall’altro divide le due soggettività e ristabilisce le distanze temporaneamente colmate dal desiderio. Attraverso il sangue, Dick passa dallo statuto dell’immaginario a quello del reale e il contatto trova la sua massima espressione nella penetrazione attuata dalle dita all’interno della vagina di Chris. Un contatto che infrange l’immagine che nutriva quel corpo rivelandolo per quello che è, un simulacro di un soggetto disperso. Tale capovolgimento avviene al termine dell’ottavo capitolo della serie, intitolato Cowboys and Nomads, e si rivela pienamente proprio quando Chris sussurra a Dick “touch my pussy”. L’episodio è diretto da Andrea Arnold, regista alla quale Soloway delega la regia – così come avviene nell’episodio 3, 4 e 7 e in altrettanti casi in Transparent. Nell’ordinare a Dick, durante un abbraccio commisto a intensi baci sulle labbra, di scendere con