Pierre Huyghe, Exomind, 2017.
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Contropelo, a partire dalle dee
Magazine, CAOS – Part I - Maggio 2022
Tempo di lettura: 14 min
Ivana Spinelli, Laura Rositani

Contropelo, a partire dalle dee

Perché il mondo è diverso dopo Marija Gimbutas.

Contropelo, Installation view sculture e performance, Gallleriapiù, 2020. Ph. Stefano Maniero.
Performers Michela Albano, Dario Furlan, Mihály Mór Kovács.

 

Disegno >>> Segno > Gilania v^v^v (di Ivana Spinelli)

Contemporary Gilania, immagine digitale e stampe serigrafiche, 100×70 cm, Ivana Spinelli, 2019-2021. Courtesy autrice.

La guerra è sempre esistita? Gli studi di Marija Gimbutas sembrano affermare il contrario, mettendo in luce una società pacifica perdurata nell’antica Europa per migliaia di anni prima dell’arrivo dei gruppi indoeuropei. Le teorie della Old Europe e Kurgan hanno scatenato dibattiti infiniti nel mondo scientifico, mettendo il dito in diverse piaghe che investono il problema dell’origine della lingua e della cultura.

Il linguaggio della Dea è un volume pubblicato da Marija Gimbutas nel 1989, considerato la pietra miliare dell’archeomitologia. In esso, l’autrice ricostruisce, attraverso l’analisi di 2.000 manufatti, cultura e religione dell’Europa Antica, dal Neolitico all’Età del bronzo. Quando ho incontrato anni fa questo volume in un piccolo caffè-libreria, la cosa che mi ha colpito e affondato sono stati i disegni. Le illustrazioni nei libri sono una cosa potente, ma questi in particolare arrivano dritti, accendono la percezione, si fanno riconoscere. Avvertivo qualcosa nello sfogliare quel libro, che mi era stato presentato come “la bibbia” sulla Grande Madre. Avevo fame, aspettavo che fosse pronto il pranzo, ma intanto mi si svegliava anche una voragine diversa, non legata al cibo, un movimento che attraverso lo sguardo mi portava lontano e all’interno. Che cos’erano quei segni? Dove li avevo visti? Di pagina in pagina la coerenza di certi segni con le illustrazioni delle statuette antiche sembrava così pregnante da non poter essere altrimenti. Titoli e didascalie evocavano qualcosa di simile e diverso da ciò che avevo visto dell’arte greca o di frammenti preistorici. Un intero mondo, familiare e sconosciuto, dal fascino irresistibile. Segni conosciuti ma rivoltati di senso, ribaltati, risignificati.

Meandro, immagine digitale e chat stickers, Ivana Spinelli, 2021. Courtesy autrice.

La greca, per esempio. Quel disegno simile a una spirale squadrata, che nei libri di storia dell’arte è intravisto come decorazione che sta ai margini del vaso a incorniciare la tauromachia, i combattimenti di Achille o le storie d’amore mitiche. Quel disegno disposto in una serie legata, come le cornicette fatte disegnare ai bambini ai margini della pagina, a decorare i racconti, gli esercizi di grammatica o di matematica. Quel disegno che sembra nato in Grecia, tanto che viene chiamato “la greca”, “grechetta”, mentre in questo libro si chiama “meandro”. E certo i frequentatori di simbologie antiche lo avranno visto anche altrove, ma qui viene risignificato come “segno” di un linguaggio.

Un vero e proprio sistema di segni, un linguaggio diffuso nel Neolitico, in Europa, dalla Romania alla Francia, ai Balcani, all’Italia, legato al culto di una grande dea e a un’organizzazione sociale pacifica e paritaria.

Questo sposta tutto. La storia e soprattutto le origini della storia, che a questo punto va pettinata contropelo, come suggerisce Walter Benjamin.

Contropelo di Ivana Spinelli, affissione in Oh My Goddess! Urban Zig zag, 2021-22, Cheap, Bologna. Ph. Margherita Caprilli.

Marija Gimbutas è stata una scienziata di origini lituane, lettrice ad Harvard e poi professoressa emerita dell’UCLA University of California di Los Angeles. Ha partecipato e condotto 2000 rilievi archeologici, e pubblicato più di 20 libri tradotti in tutto il mondo. 

Eppure, quando nel 2017 ho chiesto informazioni su di lei, pochi in Italia ne avevano sentito parlare, e un esperto linguista si era sentito in dovere di concluderne un ritratto perplesso precisando che “era una femminista”. Gimbutas, in realtà, ha sempre rifiutato di definirsi tale, continuando tuttavia a portare conoscenze su molti aspetti che interessano la condizione femminile e mantenendo aperto un dialogo e un supporto ai gruppi femministi. Il fatto che la lettura delle sue teorie abbia ispirato chi ha una visione del mondo alternativa al patriarcato, e che porta avanti attraverso l’attivismo o forme rituali o estetiche, non significa che le sue ipotesi siano state condotte in modo meno scientifico. Eppure basta una parola a mettere un alone di dubbio, basta un attributo a delegittimare, tentare di relegare in un contenitore rigido e miope una ricerca dirompente.

Il 23 gennaio 2021 Gimbutas avrebbe compiuto 100 anni e per celebrarla in Lituania sono state organizzate mostre e conferenze scientifiche. The New Old Europe dell’Accademia Lituana di Scienze e Goddesses and Warriors, 100 Years to Marija Gimbutas, al Museo Nazionale di Vilnius, sono state occasioni uniche per sistematizzare i suoi contributi e renderli accessibili a un pubblico ampio. Impresa non facile, considerate la mole di materiali e la confusione in cui è facile incappare riguardo a terminologie e collocazioni. 

Essere invitata a portare un contributo è stato sicuramente un onore personale ma anche la riprova di come il linguaggio artistico possa risvegliare ciò che è sopito. 

Persino la scienza – per quanto possa tentare di essere super partes – resta fortemente influenzata dal contesto storico in cui si sviluppa. Pertanto, guardare dei reperti neolitici con occhi nuovi, al di là del male gaze, significa innanzitutto cambiare radicalmente prospettiva e accogliere alcune precisazioni.

Marija Gimbutas (a sinistra), 1968, supervisione di cavi a Sitagroi. Archivio personale di Ernestine S. Elster.

Una su tutte riguarda le Veneri. Quelle che comunemente chiamiamo “Veneri steatopigie” – ossia quelle statuette raffiguranti donne «caratterizzate da accumuli adiposi nelle zone dei glutei e delle cosce, eseguiti con singolare realismo» – non hanno nulla a che vedere con le Veneri, tant’è che nell’epoca in cui sono state realizzate si riferivano a tutt’altro spirito, che nulla ha a che fare con la successiva cultura greco-romana in cui nasce la Venus/Afrodite. Occorre dunque mettere occhiali nuovi per osservarle, occhiali liberati da secoli di narrazioni e rappresentazioni visive.

Si pensi a come il pensiero greco abbia investito tutte le categorie occidentali sino ai nostri giorni, offrendoci una lettura dei miti che abbiamo assunto come interiormente inconfutabili. In Gli inganni di Pandora: l’origine delle discriminazioni di genere nella Grecia antica, Eva Cantarella descrive la nascita di un pensiero in cui l’idea di un femminile tutto naturale, accogliente e corporeo, associato a Métis, un’intelligenza primordiale, pratica e astuta, viene opposta a un maschile capace di astrazione e organizzazione, la cui intelligenza speculativa è il Logos che conosciamo bene.

Notevole è il passaggio del mito in cui Zeus, avendo ingoiato Métis, partorisce dalla propria testa Atena. La dea guerriera, ma anche della ragione, delle arti e della filosofia, non nasce dunque da sé stessa, come faceva per partenogenesi nel culto della grande dea, ma viene partorita dal maschile, da quel dio noto proprio per avere razziato e stuprato divinità e ancelle di ogni sorta. Ben diversi, allora, sono lo scenario di riferimento e il mondo che ne consegue.

Quando Gimbutas pubblica i suoi primi studi ci troviamo negli anni ’50, un momento storico in cui le sue affermazioni hanno certamente avuto un valore di rottura. L’idea di un’Europa pacifica e matrifocale, dal 7.000 a.C. al 3.500 a.C., sostituita successivamente dalla cultura patriarcale e guerriera dei Kurgan, doveva essere suffragata da molte prove; l’ipotesi Kurgan è confermata da recenti studi genetici sul DNA, mentre sugli attributi delle dee si continua a discutere. 

Eppure sono molti i contributi che Gimbutas ha dato a partire da conoscenze archeologiche ma anche linguistiche, antropologiche e di folklore. È dunque possibile ripensare le origini della cultura europea“…È dunque possibile ripensare le origini della cultura europea”. Pensarle cioè all’interno del culto della grande dea, potentissima e dai molteplici aspetti, e in una società paritaria, gilanica, dove la sopraffazione dell’altro non serve. E tenere così queste origini come punto di riferimento per rilanciare al presente un paradigma alternativo, un pensiero liberato e fecondo di nuove possibilità estetiche e sociali.

Dopo avere sputato su Hegel e Aristotele, immagino una Zig Zag Protofilosofia e una Gilania Contemporanea, in cui le visioni di Gimbutas, Braidotti, Haraway, o i pensieri transfemminista e antispecista, si amalgamano in una scultura sociale quotidiana; a rintracciare continuamente i segni che per secoli erano stati scambiati per ghirigori, e a scrivere un presente egualitario e follemente libero. Nei musei, ma anche in strada o in viaggio, l’invito è a partecipare a un’estetica non fatta di emoji ma di punte di lancia o di becco, e a salutarsi in chat con i nuovi segni delle cyber-dee. v^v^v

Zigo Zago Stickers, app e qrcode, Ivana Spinelli, Gallleriapiù, Bologna, Ph. Stefano Maniero.

 

Cave of Forgotten Dreams: i santuari di vita-morte-rigenerazione delle dee, la rappresentazione vulvare, l’utero come tomba e una farfalla che sbuca dal teschio del toro (di Laura Rositani)

Screenshot della conversazione su WhatsApp tra Laura Rositani e Ivana Spinelli, agosto 2021.

Lo scorso agosto, all’ingresso del museo archeologico di Reggio Calabria, mi accorgo che la segnaletica posta a terra (V V V) non sembra indicare solo una direzione. Scatto una foto ai miei sandali che seguono queste V rosse sul pavimento e la mando a Ivana: “Ti penso”. 

Zig zag, punti, linee, onde appaiono su utensili, vasi, resti archeologici risalenti al Paleolitico sino al Neolitico, dall’Età del bronzo sino agli inizi dell’età del ferro (10000/4000 t.p.). Quante volte con Ivana ci siamo confrontate su questo linguaggio, su queste tracce magistralmente ripercorse negli studi di Marija Gimbutas e la sua archeomitologia. Nelle teche sono raccolte statuette con vulve rigonfie, oppure sedute nella posizione del parto, con tratti a metà tra l’umano e l’animale, manufatti che ci conducono alla rappresentazione di uno degli avvenimenti che caratterizzavano le dee primordiali generate da sé stesse, in grado di donare la vita e di essere fautrici della Morte e della rigenerazione. Un aspetto fondamentale delle dee che emerge negli studi di Marija Gimbutas non è esclusivamente ricondotto a un concetto di fertilità, ma piuttosto a quello di un fluire organico, di un andamento circolare che prevede che dopo la fine ci sia sempre un nuovo inizio, una rinascita.

Il pittogramma principale del linguaggio visivo presente sulle pareti delle caverne, ripetuto nei manufatti e inciso nelle centinaia di statuette, è la V o Chevron, il simbolo del triangolo pubico. La raffigurazione simbolica della vulva viene rintracciata dal Paleolitico superiore sino a tutto il Neolitico, raffigurata principalmente come triangolo, oppure a volte ovale, spesso insieme a linee ondeggianti o a zig zag, che identificano il fluire dell’acqua, sorgente di vita e potere primigenio. La rappresentazione della dea non era necessariamente a figura intera, ma si limitava alla raffigurazione delle parti legate alla potenza generatrice: era sufficiente scolpire una vulva nella roccia, trovare una pietra che ricordasse un triangolo pubico o realizzare un amuleto a forma di natiche o seni. 

Screenshot tratto dal documentario su Marija Gimbutas, “Signs Out of Time: The Story of Archeologist Marija Gimbutas”, di Donna Read e Starhawk, 2003.

La presenza dell’immagine vulvare all’interno delle caverne-dimore preistoriche ha origini antichissime, risale al periodo Aurignaziano (32.000-36.000 anni fa), ed è stata scoperta circa 40 anni fa nella zona della Francia meridionale (tra le più celebri le grotte di Abri Blanchard, Abri Castanet e La Ferrassie). La grotta Chauvet Pont-d’Arc nella gola dell’Ardèche, raccontata in Cave of Forgotten Dreams, documentario del 2010 realizzato da Werner Herzog, è esemplificativa di come la vulva aurignaziana venisse rappresentata in modo astratto e stilizzato e si limitasse per lo più alla forma triangolare, associata al simbolismo acquatico o, meno frequentem