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Sconfiggere il populismo sovranista con il linguaggio esoterico dell’arte contemporanea e la collaborazione dei musei
Project, 31 January 2019
Collaborazione

Sconfiggere il populismo sovranista con il linguaggio esoterico dell’arte contemporanea e la collaborazione dei musei

Quali sono i diversi approcci adottati da curatori e direttori di musei per condurre un workshop nella propria istituzione? Una riflessione scaturita da Q-RATED, il programma di workshop organizzato da Quadriennale di Roma.

Immagine web ritraente il Il Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, e il ministro degli Interni Matteo Salvini.

 

Ci stiamo accorgendo di come le istituzioni d’arte stiano ormai sempre più sostituendo scuole, università e accademie, tentando di colmare alcune lacune del sistema scolastico italiano. Complice un calo di attenzione e investimento da parte dello Stato, oggi sono i musei e le fondazioni ad adempiere al ruolo di centri di formazione e aggiornamento per le nuove generazioni attraverso programmi di workshop, conferenze organizzate e visite mirate. È in questo contesto che si inserisce Il resto dell’immagine, il terzo appuntamento di Q-Rated, progetto di formazione ideato da Quadriennale di Roma per permettere ad artisti e curatori italiani under 35 di entrare in contatto con direttori, curatori, artisti e teorici internazionali per una durata di 3 giorni. Il workshop svolto a dicembre 2018 si è tenuto al Castello di Rivoli, primo museo di arte contemporanea in Italia, e ha rappresentato un caso studio nel suo articolarsi nel corso delle tre giornate: la prima, condotta da Carolyn Christov-Bakargiev, direttrice dell’istituzione torinese, la seconda, da Sofía Hernández Chong Cuy, direttrice del centro di arte contemporanea di Rotterdam Witte de With, e la terza, dedicata al simposio sull’intelligenza artificiale promosso dal Castello di Rivoli e curato da Hito Steyerl, artista protagonista di The City of Broken Windows / La città delle finestre rotte, mostra temporanea del Castello curata dalla sua direttrice e da Marianna Vecellio. Questo articolo è dedicato alla prima giornata di workshop.

Tempi moderni, Charlie Chaplin, 1936.

Carolyn Christov-Bakargiev ha dato avvio al terzo appuntamento di Q-Rated costruendo sul momento una conferenza basata sui temi delle ricerche artistiche e curatoriali dei singoli partecipanti al workshop, dando prova che ogni immagine, ogni concetto che viene messo in discussione acquisisce una propria materialità da cui non si può prescindere: «L’unica “cosa” che non puoi arrestare o colonizzare è la mia mente. Mente = embodied consciousness», afferma Bakargiev parafrasando le parole del surrealista René François Ghislain Magritte. Linguaggio, lavoro, precariato, crisi generazionale sono gli argomenti che hanno animato ore di dissertazione.

Il termine “lavoro” si lega a quelli di “precariato” e “instabilità”, condizioni in cui la maggior parte delle persone tra i 25 e i 35 anni si trovano sperimentando più occupazioni, spesso con un approccio da libero professionista non riconosciuto. Tale attitudine, ricostruisce Bakargiev, fa sì che la crisi della nostra generazione non sia legata a un problema economico. Se servono più soldi, si aumentano i lavori in agenda, non si muore di fame. Ciò che ci destabilizza è l’assoluta mancanza di gestione del tempo, l’impossibilità di fare progetti a lungo termine, prendere casa e mettere su famiglia. Sono queste le reali ripercussioni indotte dalle giornate impegnate in più lavori che si sommano tra loro. Tuttavia, afferma Bakargiev, questa condizione rappresenta l’estremizzazione delle richieste di libertà avanzate nel periodo delle lotte sindacali, della denuncia dell’alienazione uomo-macchina rappresentata da Charlie Chaplin in Tempi moderni e che trova il suo corrispettivo contemporaneo nel film The Circle del 2017.

In che modo è possibile superare tale stato di crisi? Per rispondere a questa complessa domanda la direttrice del Castello ha seguito l’approccio adottato dall’israeliano Yuval Noah Harari nel suo ultimo libro intitolato Homo Deus: A Brief History of Tomorrow (Homo Deus: Breve storia di domani), per cui si esaminano i fatti del presente portandoli alle estreme conseguenze allo scopo di descrivere un prossimo futuro. Secondo Bakargiev, tra un paio di decenni, per esempio, il problema generazionale dei trentenni di oggi potrà portare alla legittimazione del suicidio di massa. Da qualche anno in Italia si discute e si lotta per il testamento biologico e il suicidio assistito. Sull’argomento si sono già compiuti importanti passi avanti, ma tale diritto potrà in qualche modo rivoltarcisi contro? Riusciranno le persone più deboli emotivamente a non abusare di questo arbitrio sulla propria persona? Il pensiero di Bakargiev è apocalittico, distopico, ma non fantascientifico. Per evitare uno sterminio collettivo è necessario incentivare lo sviluppo consapevole di una coscienza storica a opera di una figura fondamentale per la riuscita di una buona società, secondo la direttrice del Castello, quella dell’anziano. L’anziano è un mediatore, un osservatore sopra le parti che guarda e analizza il presente avendo chiaro ciò che è avvenuto prima e che cosa potrebbe arrivare tra poco, in modo da evitare il baratro. Che cosa spinge il più adulto a proteggere il più giovane? Judith Butler, filosofa queer, fatto tesoro delle teorie di Friedrich Wilhelm Nietzsche e Gilles Deleuze ci spiega: «Il senso di colpa agisce come un profilattico, controllando l’impulso che distruggerebbe l’oggetto d’amore. Perché dovrebbe essere così importante assicurarsi che l’oggetto d’amore non venga distrutto? La risposta di [Melanie] Klein non ha niente a che fare con la sacralità della vita umana o la richiesta etica di protezione che un’altra vita ci impone. Piuttosto, il fatto è che senza l’oggetto d’amore l’ego (ego) non crede di poter sopravvivere. Secondo Klein, allora, noi cerchiamo di proteggere l’altro contro la nostra stessa violenza in modo tale da evitare una crisi di sopravvivenza che riguarda noi stessi. La spiegazione psicoanalitica fa ricorso alla dipendenza letterale del bambino nei confronti dell’adulto che si prende cura di lui, e senza il quale il bambino non può sopravvivere».

Fine vita, la “sfida” alla Consulta stimolo per i pro life.

Il problema, tuttavia, è che questa figura dell’adulto-anziano, afferma Bakargiev, ogni volta che avviene una rivoluzione tecnologica, subisce un momento di obsolescenza e perde la sua funzione di termometro sociale. Per questo motivo non possiamo non tener conto dei progressi fatti nel campo della robotica e dell’intelligenza artificiale. La mostra di Hito Steyerl al Castello di Rivoli ne è un esempio. Come mai è importante parlare di high tech attraverso un linguaggio low tech? A tal proposito Bakargiev consiglia la lettura di due diversi punti di vista sui meme, sulle immagini povere, sulla loro massiccia circolazione su internet e sul potere della loro influenza: uno è quello dell’artista visiva e teorica Hito Steyerl, mentre l’altro è quello del poeta e teorico Fred Moten.

La parentesi dedicata alla tecnologia si interrompe per tornare al punto di partenza, vale a dire il problema generazionale, e in particolare le difficoltà dei nuovi curatori e dei nuovi artisti italiani che si trovano a vivere in un’epoca di populismi sovranisti. Come uscirne? Qual è il nostro compito? Secondo Bakargiev, l’Arte, pensata come un mondo a sé in cui la capacità critica è sopravvissuta, si trova lontana e al sicuro dall’incapacità di giudizio che si vive nella società contemporanea. Sarebbe possibile utilizzare l’Arte come terapia alla crisi, così come aveva formulato Klein? Essendo l’Arte un linguaggio di carattere esoterico, essa non può essere utilizzata come medium di massa. Non è alla portata di tutti. Non può essere compresa dallo Stato né dai professionisti che lavorano al di fuori del sistema artistico. Soltanto i collezionisti, spiega Bakargiev, hanno il dono di essere in grado di intravedere saltuariamente del significato all’interno di quel linguaggio “per pochi”.

Il linguaggio esoterico è da sempre stato affiancato al campo della religione, un campo con cui l’arte condivide alcune competenze. Nel suo Inside the White Cube, Brian O’Doherty parla di musei come chiese, mettendo enfasi sulle caratteristiche del display scarno e parco di colori. Bakargiev riprende questo concetto individuando un parallelismo tra i due edifici in quanto luoghi di divulgazione di un linguaggio, come si è detto, esoterico. Potremmo asserire pertanto che il nostro compito è per certi versi “evangelico”, e quindi, ritornando alla questione iniziale di questo ragionamento, diremo che il compito di cui sono oggi investite le istituzioni artistiche è quello, attraverso i propri dipartimenti educativi, di “diffondere il verbo”, la critica, la cura, la terapia, affinché i ragazzi che oggi vengono formati dai musei possano in futuro contribuire a cambiare la società grazie a un processo di apprendimento relazionale, comunitario e condiviso.

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"Information is power. But like all power, there are those who want to keep it for themselves. But sharing isn’t immoral – it’s a moral imperative” (Aaron Swartz)

di Carolina Gestri
  • Carolina Gestri è storica dell’arte, docente e curatrice. Dal 2015 è coordinatrice di VISIO – European Programme on Artists’ Moving Images, progetto di ricerca promosso dallo Schermo dell’arte strutturato in una mostra e una serie di seminari. È co-fondatrice di KABUL magazine. È docente di Fenomenologia delle arti contemporanee e di Exhibition Planning rispettivamente nei corsi di Design della comunicazione visiva di IED Firenze e di Multimedia Arts di Istituto Marangoni Firenze.