Tra il 21 e il 24 agosto 2025 si è svolta a Milo (CT) la quinta edizione di Opera Festival, rassegna dedicata alla musica elettronica e alle arti contemporanee che, dal 2021, anima il piccolo borgo etneo alle pendici dell’Etna. Il quinto anniversario ha rappresentato per il festival un momento di consolidamento dopo anni di trasformazioni progettuali e sfide organizzative, confermando la vocazione di Opera come spazio ibrido in cui musica, ricerca artistica e dimensione territoriale convivono in un unico ecosistema culturale.
Anche per l’edizione 2025 il programma si è articolato attraverso diversi luoghi del paese, configurando il festival come un evento diffuso capace di attivare paesaggi naturali e spazi riconvertiti. Le principali attività musicali hanno coinvolto venue ormai centrali nella geografia del festival, come la Ballroom e il Punto Base, affiancate da momenti performativi e installativi che hanno valorizzato il contesto naturale circostante. In questo scenario, Opera Festival ha continuato a proporre una line up internazionale che attraversa differenti declinazioni della musica elettronica contemporanea, favorendo il dialogo tra artisti provenienti da diverse scene europee e globali e la comunità locale.
Tra gli artisti ospiti dell’edizione 2025 figurano nomi provenienti da Francia, Germania, Paesi Bassi, Belgio, Regno Unito, Canada, Marocco, Stati Uniti e Giappone, tra cui Bambi, PLO Man, Polygonia, Sandrien, Kuba97, Batu, CCL, Ciel e DJ MARIA. Accanto a questi, la presenza di artisti italiani come Claudio PRC e Born in 1986 ha rafforzato il legame con la scena nazionale, mentre i resident del festival – tra cui il direttore artistico Andrea Cavallaro (Cheval) e il project manager Marco Davì (Davo) – hanno contribuito a definire la continuità curatoriale del progetto. Tra le figure cresciute all’interno dell’ecosistema di Opera si segnala inoltre La Bek, DJ e producer formatasi nell’incubatore creativo di Punto Base.
Parallelamente alla programmazione musicale, Opera Festival ha consolidato la propria dimensione culturale attraverso un palinsesto di incontri, presentazioni e attività formative. Tra gli appuntamenti più attesi della sezione talk si è distinto “Dove suona la musica oggi? Nuove geografie sonore tra club, festival e comunità”, conversazione curata dal magazine t-mag con la partecipazione dell’artista Claudio PRC e del team organizzativo del festival. Il dialogo ha offerto l’occasione per riflettere sulle trasformazioni che negli ultimi anni hanno interessato l’ecosistema della musica elettronica, interrogando il ruolo dei festival contemporanei, il rapporto tra club culture e nuovi spazi naturali e le modalità attraverso cui comunità artistiche e pubblico ridefiniscono oggi i propri luoghi di incontro.
Negli ultimi anni, tuttavia, il contesto in cui si sviluppano queste pratiche culturali è stato attraversato da crescenti tensioni politiche e normative. In Italia, le misure introdotte dall’attuale governo contro i rave party – in particolare attraverso il cosiddetto decreto anti-rave approvato nel 2022 – hanno segnato un irrigidimento dell’approccio istituzionale verso forme di aggregazione musicale non convenzionali. Parallelamente, diverse città italiane hanno assistito a una progressiva pressione sugli spazi sociali autogestiti e sui centri culturali indipendenti che negli ultimi decenni hanno svolto un ruolo centrale nella diffusione della controcultura. Vicende come quelle che in questi ultimi anni hanno coinvolto realtà storiche quali Askatasuna, Leoncavallo e Macao testimoniano un clima urbano sempre più orientato verso logiche securitarie e processi di riqualificazione che spesso coincidono con dinamiche di gentrificazione. La progressiva scomparsa o marginalizzazione di questi luoghi non riguarda soltanto la perdita di spazi fisici, ma incide sulla possibilità stessa di costruire forme di socialità culturale autonome: ambienti in cui musica, ricerca artistica e dimensione comunitaria possano svilupparsi al di fuori delle logiche esclusivamente commerciali. In questo quadro, la contrazione degli spazi collettivi rischia di indebolire non solo la scena musicale indipendente, ma anche quelle forme di partecipazione culturale che storicamente hanno contribuito a rendere le città luoghi di sperimentazione sociale e creativa.
Nel corso della discussione sono emersi alcuni nodi centrali del dibattito contemporaneo: la crescente ibridazione tra esperienza musicale e dimensione ambientale, la ricerca di modelli di festival più sostenibili e radicati nel territorio, e la necessità di preservare spazi di aggregazione culturale in un contesto europeo in cui l’apertura e la gestione dei club risultano sempre più complesse. In questo scenario, eventi come Opera Festival si configurano come laboratori sperimentali in cui nuove forme di comunità e fruizione musicale possono prendere forma, intrecciando dimensione artistica, partecipazione locale e riflessione culturale.
A seguire un estratto dell’incontro.
Che cosa significa oggi costruire un festival musicale? Come si definisce una direzione artistica in equilibrio tra coerenza e sorpresa, ricerca e trend, comunità e mercato? Partendo dalla testimonianza dell’artista Claudio PRC – e passando per la direzione manageriale di Opera Festival con Andrea Cavallaro e Marco Davì – questa tavola rotonda esplora il dietro le quinte della programmazione musicale contemporanea: dal fenomeno contemporaneo della “FOMO” che condiziona sempre di più la costruzione delle line-up, al cambiamento radicale degli spazi di fruizione della musica.
I club non sono più (solo) luoghi scuri e sotterranei: sono architetture mutevoli, spazi ibridi e naturali che rispondono a nuove esigenze estetiche, sensoriali e collettive. In un’epoca in cui l’esperienza e il suo racconto contano quanto, se non più, dell’ascolto, che tipo di immaginario guida la costruzione di un festival e\o dell’identità di un artista? E soprattutto, quali desideri si riflettono nella sua forma finale?
Mara Russo: Buon pomeriggio a tutti, oggi è la seconda giornata di programmazione talk. Teniamo molto a questo settore del festival perché è qui che si muove un po’ il backstage della progettazione dei valori nei quali crediamo, che nel corso dell’anno affrontiamo come tematiche dei nostri discorsi e appunto dei nostri progetti, e che poi esplodono in appuntamenti come questo che spero in qualche modo possa portare a riflettere. Faccio una brevissima introduzione degli ospiti di questo primo appuntamento di talk. Abbiamo le curatrici, che sono Giulia Maria Scrocchi e Tatiana Tardio di Tmag. Tatiana è la founder e editor in chief di questo magazine, mentre Giulia è la music editor del progetto. Entrambe vi parleranno del loro contributo all’interno della rivista e della loro esperienza.
Con noi abbiamo inoltre Claudio PRC, che è uno degli artisti della line up e che ringrazio per la sua partecipazione. In ultimo, il mio collega Marco Davì, il project manager del Festival e che, insieme ad Andrea Cavallaro, è l’art director del progetto musicale.
A questo punto direi di lasciare subito la parola a Tatiana e a Giulia.
Tatiana Tardio: Buonasera a tutti e grazie di essere qui. Nel 2019 abbiamo fondato Tmag, una rivista cartacea che, in modo molto naturale, grazie al Covid, si è trasformata in un vero e proprio media. Il nostro core è rappresentato dalla musica elettronica e dalla cultura del clubbing. Cerchiamo di educare e informare un pubblico nuovo alla nostra cultura. Negli ultimi due anni siamo partner di Multi Festival, mentre questo è il terzo anno che siamo partner di Opera Festival, perché crediamo nel valore delle connessioni tra persone che rappresentano la nostra scena. Con Giulia, quando ci siamo chieste che cosa fare quest’anno, abbiamo sentito il bisogno di iniziare a parlare degli ecosistemi dei festival, e Opera ci è sembrato lo spazio giusto.
Giulia Maria Scrocchi: Ciao a tutti e grazie del vostro tempo. Oggi vorremmo partire proprio dal concept dell’edizione di quest’anno, che è “Sciara”: per chi non lo sapesse si tratta di un termine siciliano che racconta i mutamenti subiti da un terreno dopo l’incontro con la lava. In questo contesto, crediamo che Opera rappresenti un ottimo esempio poiché ci ha fatto riflettere su quali siano i cambiamenti che, nel corso degli ultimi dieci anni, abbiamo incontrato riguardo a festival e club, e quali siano le nuove necessità, i nuovi bisogni, le nuove tendenze. Sia con un’attenzione rivolta all’innovazione sia con un occhio verso quelle che sono le radici del territorio che ospita i festival e i club. In questo Opera rappresenta un bellissimo esempio, perché si tratta di un festival al tempo stesso diffuso e radicato al suo territorio. Abbiamo notato in questi ultimi anni quanto l’attenzione si sia spostata da luoghi industriali, club scuri o contesti in cui la musica è vissuta con le luci spente o con le luci strobo, verso una prospettiva più naturalistica e molto più attenta anche all’impatto del festival sulle comunità e sul territorio. Quindi direi che oggi Claudio, che dalla Sardegna a Berlino avrà sicuramente grandi esempi da darci, sia Marco, che crea questo festival con le sue mani, ci possono raccontare quali siano secondo loro le nuove esigenze e i nuovi bisogni che hanno incontrato nelle varie dancefloor e dietro la scena. Quali sono, secondo voi, le nuove attenzioni che dobbiamo avere?
Claudio PRC: Ciao a tutti, sono Claudio e sono un produttore. Vivo a Berlino ma arrivo dalla Sardegna, ho iniziato questo percorso una ventina di anni fa con l’esigenza di trovare un posto, una realtà che mi appartenesse, dove poter esprimere quello che sentivo, in questo caso con la musica. Il club è stato proprio quel posto del contatto che mi ha permesso di poter fare tutto questo. Per me il club nasce, prima di tutto, come un punto di incontro necessario per poter comunicare con le altre persone. Negli ultimi anni è diventato sempre più difficile trovare spazi di incontro e di scambio autentico tra artisti e pubblico. Proprio per questo, la creazione di eventi alternativi rispetto a quelli tradizionalmente proposti nei club sta riscuotendo un interesse crescente. Si tratta di iniziative fondamentali per preservare il significato profondo della cultura techno, così come di ogni forma di cultura musicale e alternativa. Avere l’opportunità di portare questi suoni in contesti diversi da quelli convenzionali rappresenta oggi un grande punto di forza. È un fenomeno che si sta consolidando: anche se spesso si parla di realtà piccole, queste stanno nascendo, crescendo e dimostrando una vitalità concreta e sempre più significativa. Quindi diciamo che per me questa esigenza nasce prima di tutto dal fatto di potersi incontrare e scambiare idee, anche solo come momento di aggregazione.
Marco Davì: Sono arrivato a Milo quattro anni fa grazie ad Andrea, creatore della prima edizione durante il Covid-19. Sono stato invitato come artista e da subito ho stretto un bellissimo rapporto con la squadra. Negli anni successivi sono entrato nel team di produzione e abbiamo iniziato a curare la line up. Colgo l’occasione per ringraziare la comunità di Milo e tutti voi che siete qui: è una cosa bellissima. È una sfida per noi, ma anche per voi, perché non è un posto semplice – non solo Milo, ma la Sicilia in generale. Quando vi vediamo ballare, sorridere, mangiare, per noi è una grande soddisfazione che ripaga un anno di lavoro. Ricollegandomi alla domanda iniziale, le esigenze nel tempo sono sicuramente cambiate. A mio avviso si può distinguere tra pre e post-Covid, sia in Italia che in Europa. Il Covid ha aggravato molte tematiche sociali e in Italia ha avuto un impatto molto forte, che si è riflesso anche sul mondo del clubbing. Oggi vediamo una maggiore ricerca di esperienze: eventi che connettono alla natura, più che alla dicotomia luce/buio, giorno/notte. Conta di più la vibrazione dell’ambiente, la possibilità di non sentirsi ingabbiati in un unico spazio. Questo rende l’esperienza più suggestiva. Il nostro obiettivo è stato proprio questo. All’inizio eravamo più canonici – il primo anno avevamo anche il teatro – ma col tempo abbiamo capito che volevamo offrire un’esperienza a 360°, mettendo le persone in contatto con natura, musica e cibo. Da qui la scelta delle venue, come La Ballroom e il Punto Base, entrambe legate agli aspetti naturalistici. Questa vigna era abbandonata: l’abbiamo recuperata e gestita prima ancora che diventasse una venue. Il bello è che durante il giorno il luogo ti accompagna, mentre il Punto Base ti permette di vivere un’alba incredibile. Chiunque ci abbia suonato è rimasto estasiato.
Tmag – G. M. S.: Parlando di line up, abbiamo notato una tendenza nei grandi festival: lineup molto simili, spesso orientate a un pubblico giovane per garantire la vendita dei biglietti. In che modo pensate la vostra line up? E Claudio, dopo vent’anni nel settore, come mantieni una voce autentica in un’industria sempre più commerciale?
PRC: Per me quello che creo nasce da una necessità personale, che va oltre l’efficacia di mercato. Altrimenti andrebbe contro ciò che sono e ciò che voglio proporre. Cerco di far funzionare quello che faccio, ma senza “convincere”: piuttosto provo a renderlo comprensibile nel modo più semplice possibile. Si tratta di trasmettere un messaggio, e questo deve arrivare chiaro.
Può avere anche una logica di mercato? Sì, ma non deve dipenderne. È una sorta di battaglia per preservare l’autenticità, anche nelle scelte stilistiche.
D.: Mi ricollego a Claudio. La nostra line up è volutamente contenuta, per dare agli artisti spazio di esprimersi. Facciamo scelte cercando di non seguire una corrente precisa, ma ciò che piace a noi. Non puntiamo a massimizzare le vendite, ma a costruire un pubblico che segua il nostro percorso. Guardiamo anche alle vendite, ovviamente, ma cerchiamo di restare originali.
Tmag: Restando sulla line up: come scegliete gli artisti in relazione agli spazi? Ballroom, Punto Base, Etna Morning hanno identità diverse. Quanto lo spazio influenza le vostre scelte?
D.: Nel tempo questo è cambiato molto. All’inizio costruivamo le line up pensando agli spazi, al timing, all’esperienza ora per ora. Poi abbiamo capito che il pubblico è disposto anche a lasciarsi sorprendere. Negli ultimi due anni abbiamo lavorato su un tema ricorrente – una sorta di “techno organica” – presente quasi ogni giorno. In passato ragionavamo per giornate: apertura più house, after più progressivo, sabato più techno. Quest’anno invece l’approccio è diverso, più unitario.
Tmag: Claudio, dal punto di vista dell’artista: quanto conta lo spazio?
PRC: È fondamentale. È la prima cosa che considero. Mi proietto nel luogo e mi lascio influenzare dalla location: da lì nascono tutte le associazioni. Anche se è un posto che visito per la prima volta, immagino una “colonna sonora” per quel contesto. Cambiano le energie, le persone, i promoter. Ogni posto è unico e l’esibizione deve esserlo di conseguenza.
Tmag: Parliamo di spazi in generale: oggi festival e club si stanno trasformando. I festival possono diventare nuovi spazi del clubbing? E quanto contano aree come chill zone o spazi informativi?
PRC: Che sia club o festival, questi spazi dovrebbero esserci sempre. Però li vedo come due mondi distinti: il club è club, il festival è festival. Il festival può essere un’evoluzione, un momento più ampio, ma restano esperienze diverse. Spero che i club continuino a esistere e non vengano sostituiti.
D.: Anche in questo caso mi collego: secondo me il Festival non sostituisce il club e non è neanche un antagonista, anzi, voglio spezzare una lancia a favore. Avere un club è difficile. Produrre un Festival è molto più semplice sotto tanti aspetti: se devo creare un’area – un’area informazioni, un pre-stage – lo faccio per quattro giorni. In un club, invece, devi farlo 365 giorni l’anno, tutti i giorni, weekend inclusi. È molto più complesso. E in Italia è davvero complicato. Noi qui siamo sostenuti dal Comune, quindi c’è qualcuno che crede nel progetto. Ma in generale la situazione è diversa. Io, per esempio, vengo da Palermo.
PRC: Nemmeno a Cagliari è facile. Non so bene per quali motivi, ma tutto ciò che riguarda la musica elettronica è spesso visto con sospetto. Di conseguenza le concessioni degli spazi diminuiscono, così come le autorizzazioni. Anche cambiare location o club spesso non permette di dare continuità né di offrire un punto di riferimento stabile al pubblico. Spostarsi significa ricominciare ogni volta da capo, creare nuovi rapporti. È un problema che ho sempre percepito. In Sardegna qualcosa si muove, ci sono enti locali o comuni che danno supporto, ma purtroppo non basta.
Tmag: Però facciamo resistenza, giusto? Entrambi siete a Berlino, ma c’è anche l’idea di tornare e dare un valore aggiunto. È importante.
PRC: Assolutamente. Per un espatriato, fare esperienza fuori ha proprio questo scopo: imparare e poi riportare qualcosa a casa, dare un contributo alla propria comunità. Col tempo ti accorgi di quanto sei legato al tuo territorio e di quanto quel territorio ti richiami. Più passano gli anni, più questo sentimento cresce. Spero un giorno di poter portare davvero a casa tutto quello che ho costruito fuori.
D.: Anche io, oggi, mi sento di ringraziare pubblicamente la città dove ho studiato: è sicuramente un centro culturale molto importante per chi vuole vivere questo mondo. Come tutte le città è cresciuta, è cambiata – e questo è un momento diverso rispetto a quello che ho vissuto io tra il 2012 e il 2017. Molti club hanno aperto, altri hanno chiuso.
Credo che, con il cambiamento delle energie, non sia semplice per chi viene da un’isola vivere in una città del Nord. Senza fare un discorso geografico troppo rigido, chi è legato a un territorio isolano sente molto il rapporto con il sole, con il mare. Sono città bellissime, in cui puoi imparare tanto, ma resta forte il desiderio di riportare quell’esperienza a casa. È quello che ho provato a fare io — e spero, a oggi, di esserci riuscito.
Tmag: Ritornando al discorso degli spazi: creare spazi dentro altri spazi – che siano festival, club o luoghi dedicati al ballo – senza per forza etichettarli. Secondo voi è vero che questo slancio deve partire dal Festival, ma è anche qualcosa che la comunità richiede sempre di più. Si sente l’esigenza di spazi di riduzione del danno, di chill area accoglienti, che offrano un’esperienza diversa. Allo stesso tempo, anche il concetto di “second stage” sta cambiando: non è più semplicemente un secondo palco, ma uno spazio alternativo con sonorità diverse, magari più adatte a chi vuole un ascolto più attento rispetto al main stage. Non è necessariamente il caso di Opera, ma guardando al panorama più ampio, cosa ne pensate?
D.: La partecipazione a un evento è complessa: non tutti arrivano pronti a viverlo allo stesso modo. Per questo è necessario creare aree che rispondano a esigenze diverse. C’è chi viene per ballare senza sosta, chi conosce già tutta la line up, chi vuole scoprire, chi ha bisogno anche di vivere la natura o semplicemente di prendersi una pausa.
Devo dire che il vero artefice delle aree migliori del Festival è Andrea: riesce a creare zone incredibili in luoghi che sembrerebbero impensabili, trasformandoli in vere e proprie visioni. Nello spazio dove suonerà Claudio, per esempio, quest’anno ha realizzato un’installazione con Cyber Plant davvero notevole: pannelli, tubi, una sonorizzazione in quadrifonia. Siamo partiti da una vigna abbandonata, oggi è diventata qualcosa di straordinario. Secondo me gli spazi sono fondamentali proprio per questo: permettono a tutti di partecipare, venendo incontro alle diverse esigenze. È un po’ come un videogioco: dal più esperto a chi gioca per la prima volta.
PRC: Sì, non ho molto da aggiungere. Penso che ogni tipo di spazio sia fondamentale, proprio perché il pubblico è eterogeneo: dal più esperto a chi si avvicina per la prima volta. Offrire possibilità diverse è ormai quasi un obbligo, in qualsiasi evento, che sia un festival o un club.
Tmag: Vi faccio una domanda più ampia: avete un background importante, avete vissuto un certo momento storico della musica, ma molte cose stanno cambiando. Come vedete il futuro, anche per questo Festival?
PRC: I canali stanno cambiando. Oggi vediamo piccole comunità che si riuniscono attorno a proposte più ricercate, non mainstream. Ci sono più persone interessate a questo tipo di ascolto. Questi eventi sono ancora raccolti, legati a comunità piccole, ma possono crescere. Forse è proprio lì che si giocherà la differenza nei prossimi anni: oggi sono semi, ma da questi semi nasceranno sviluppi più grandi.
D.: Sinceramente non lo so. Ne parlavamo anche prima: tra quando studiavo e oggi sono passati dieci, quindici anni. Se non ci fosse stato uno spazio vuoto in cui inserirmi, io non sarei qui. Probabilmente oggi c’è un “piccolo Marco” ventenne che troverà il suo spazio in modi che io adesso non riesco neanche a vedere. Io stesso, quando parlo di musica, a volte mi sento limitato: ascolto i miei dischi, ho il mio background. Mi è capitato di parlare di artisti – tipo Aphex – e trovarmi in imbarazzo: “lo conosci?” “no”. Sono cose che succedono. Proprio per questo penso che sia difficile definire cosa accadrà. Però credo che i festival piccoli siano una chiave: quando aumentano i numeri e gli stage, sei costretto a cambiare approccio. Se invece mantieni dimensioni più contenute, puoi costruire un progetto artistico coerente. Queste realtà possono crescere. Quello che verrà, non lo sappiamo — ma speriamo che qualcosa succeda.
Tmag: Allora ti faccio una domanda: mi stai dicendo che il modo – o comunque la direzione – per sostenere queste realtà, più attente all’impatto e alla natura, e in qualche modo distanti dalla narrativa della musica elettronica anni ’80, ’90 e primi 2000, è mantenerle in un contesto piccolo? È questa la chiave? Tante piccole realtà che raccontano la propria storia, la propria nicchia: è questa la direzione in cui stiamo andando?
D.: Sono risposte alle domande del tempo. In passato la domanda era: come esprimersi liberamente in spazi che non esistevano? E da lì sono nati i club.
Tmag: Però adesso ci stiamo esprimendo liberamente in spazi che prima non esistevano.
D.: Sì, ma li abbiamo dovuti ricreare, anche perché nel tempo si è legiferato – possiamo dirlo – un po’ contro la musica elettronica. Come diceva lui, tutto ciò che riguarda questo mondo è spesso visto con un alone di negatività, e non so bene perché. Di conseguenza oggi è difficile aprire un club, mentre è più semplice organizzare un festival. E quando, purtroppo, non sarà più possibile fare neanche quello, per via delle leggi, troveremo un’altra strada.
Tmag: Però non hai risposto del tutto: secondo te stiamo andando verso quella direzione? Luoghi più piccoli, comunità più raccolte, magari anche in contesti remoti, al posto dei grandi raduni di massa?
D.: Ti do la mia: secondo me, in questo momento sì. Si vive con maggiore serenità un’esperienza del genere. Poi è anche una questione personale, ma credo che molte persone si ritrovino meglio in dimensioni più raccolte, dove possono vivere la collettività, ricaricare la propria “batteria sociale” e, allo stesso tempo, avere spazi in cui rilassarsi quando ne hanno bisogno.
PRC: Penso anch’io che sia così. Da queste piccole realtà nasce molto di più — non tanto in termini di numeri, ma di interesse. C’è un coinvolgimento diverso: le persone si fermano, vivono il luogo, mangiano cibo locale, si interessano a come è costruito l’evento. Se questi sono gli spazi, allora è giusto andare in questa direzione.
Tmag: E invece, voi, quale vorreste che fosse la direzione del clubbing?
PRC: Io sono un grande amante del club, quindi faccio di tutto per preservarlo. Vorrei che continuasse a essere un punto di riferimento per chi si avvicina a una cultura musicale, che sia techno o qualsiasi altro genere. È un luogo di aggregazione semplice, accessibile a tutti. Non tutti hanno la possibilità o la voglia di passare un weekend in montagna o al mare per un festival. Il club resta quindi il punto principale di incontro. Spero che ci sarà sempre qualcuno con l’energia per difendere questi spazi – rispettando le leggi, certo – ma trovando comunque il modo di ritagliarsi il proprio spazio e farlo vivere.
D.: Io sono estremamente fiducioso nella rinascita di una scena florida. Il club è la scuola – come diceva lui – e il festival è l’università: studi tutto l’anno e poi, d’estate, vai “all’università” e sai cosa stai ascoltando. Spero in una scena viva, ma fatta da persone che la amano davvero, non dal mestierante di turno che vede nell’apertura di uno spazio solo un’opportunità economica, senza renderlo un luogo realmente vivibile.
PRC: Anche perché è molto difficile che un movimento nasca da un festival, almeno per come sono concepiti oggi. Un movimento nasce come è sempre stato: da un club, da un sottobosco. Poi cresce, esce fuori e si esprime anche in un festival. Che possa nascere direttamente in un festival è qualcosa che, al momento, faccio fatica a vedere. Magari mi sbaglio (e lo spero) ma è sicuramente più difficile rispetto a un club.
Tmag: Quindi possiamo parlare di trasformazione, di “sciara”, e sperare in questo processo.
D.: Questo è il nostro quinto compleanno e, in effetti, una trasformazione c’è stata, anche molto concreta: abbiamo reso utilizzabili spazi che prima non lo erano. E la cosa bella è che la comunità partecipa davvero, tutti. Dal guardiano del giovedì notte che lascia il gregge per venire a controllare l’attrezzatura, a Ciccio della Putia che ci aiuta con le pulizie notturne, fino ai ragazzi che arrivano dopo il lavoro. Io spesso mi occupo degli ingressi ai workshop, faccio su e giù, li incontro: arrivano alle tre, alle quattro del mattino e ti salutano: “Ciao Marco, come stai? Possiamo entrare?”. È questo il bello: la comunità è viva, partecipe, e dà qualcosa in più a un evento che già di suo avrebbe valore. Abbiamo trasformato anche i luoghi, quasi in senso “mitologico” – ci sarebbero tante storie da raccontare – ma per ora possiamo dire che siamo molto contenti.
Tmag: Un altro tema importante è l’impatto ecologico, soprattutto in contesti naturalistici come questo. Quanto è centrale per voi e come lo affrontate?
D.: Allora, noi lo facciamo. Devo dire che anche qui – ringrazio Milo – c’è un’ottima cura dell’ambiente. E, per fare un paragone con la mia città, non voglio criticare Palermo in nessun modo, però lì la raccolta differenziata ancora non è diffusa, se non nel centro storico. Qui sull’Etna invece c’è, ed è anche ben gestita. Noi ovviamente la utilizziamo: tutto il materiale impiegato negli stage segue questa logica. La maggior parte è cibo, quindi organico. Per quanto riguarda i bicchieri, come sapete non abbiamo plastica: li vendiamo, e ogni anno il nostro bicchiere brandizzato è diverso. Puoi restituirlo e in questo modo evitiamo sprechi. È importantissimo preservare questi spazi, che sono incredibilmente intatti. Non è sempre stato così: purtroppo non tutta l’Etna è stata rispettata nel tempo. Abbiamo fatto uno shooting fotografico evento – non ricordo se due o tre anni fa, nel 2022 – in un’area che era stata una discarica molto tempo fa. Per noi è vitale rispettare la comunità: non dobbiamo arrivare come alieni, lasciare disordine e andarcene il sabato.
Tmag: Molto importante, grazie per questo impegno. Anche per la parte di comunità più attenta, questo è diventato un tema centrale, quindi è giusto portarlo all’attenzione.
Un altro punto che ci interessa affrontare riguarda proprio questi cambiamenti: partendo dagli spazi, dalle esigenze e dalle necessità da ascoltare da entrambe le parti, sia dietro le quinte che nel dancefloor. Alla luce di tutto questo, secondo voi come può cambiare il ruolo del DJ?
PRC: Penso che il ruolo del DJ resti sempre lo stesso: comunicare un messaggio, trasmettere musica e cultura a qualsiasi livello, che sia un festival o un club. Credo però che oggi serva più consapevolezza del luogo in cui si suona, come dicevamo prima. Se vengo qui all’Opera Festival a suonare al mattino presto nel bosco, non posso proporre una musica che non ha nulla a che vedere con quel contesto. La differenza sta tutta lì: nella consapevolezza di dove si va a suonare. Spesso questo aspetto non viene considerato; ci si limita a fare il proprio lavoro perché si è stati chiamati, senza riflettere sul contesto, sul tipo di evento, sulla presenza di una comunità e sul suo coinvolgimento. Per il resto, la figura del DJ rimane quella di sempre: un comunicatore, un tramite tra la musica e le persone.
Tmag: Secondo te, anche a livello di messaggi espliciti – politici, culturali, di presa di posizione – è importante oggi che un DJ o un artista si esprima?
PRC: Per quanto mi riguarda, non particolarmente. Alla fine si tratta sempre di opinioni soggettive. Penso che l’arte debba rimanere tale e non mescolarsi troppo con la politica. L’influenza che un artista può avere con le proprie parole è molto grande, quindi bisogna essere consapevoli di ciò che si dice. Personalmente preferisco esprimere certe posizioni al di fuori dell’arte.
D.: È difficile, ma schierarsi è importante, soprattutto oggi. Poi ci sono modi e modi per farlo. Anche scherzandoci sopra, in questi contesti a volte il DJ non ha il background per poter parlare di tutto, che sono temi complessi. Deve essere sensato il momento: su questo sono molto d’accordo. Conta il modo in cui ci si schiera. Se ti schieri, devi capire qual è lo strumento che stai utilizzando, il media, le parole, e soprattutto il quando. Chiaramente non è semplice. Io sono d’accordo con lui: se stai andando a suonare a un festival, è inutile usare la tua voce per lanciare un messaggio politico fuori luogo o fuori contesto. Se invece hai un riferimento, ad esempio un contenuto visivo, allora puoi farlo: dipende tutto dalla situazione in cui ti trovi. Se è una situazione adatta per dire qualcosa di importante, credo che tutti si sentano in qualche modo chiamati a farlo. In altri casi, invece, certe modalità rischiano di essere fini a se stesse, perché non hanno una reale cassa di risonanza.
Tmag: Ok, direi che ci siamo. Ringraziamo ovviamente Opera per aver creato questo momento: per noi è importante costruire spazi come questo, per resistere e continuare a dare valore alla nostra cultura.
D.: Grazie per averci dato voce.
PRC: Grazie mille.

More on Projects & Magazine
Projects
Biopatchwork. Achiropita: genderless ed ecologia anarchica nell’arte contemporanea
Intervista a Marzia Avallone

Projects
10th STS Italia Conference Technoscience for Good: Designing, Caring, Reconfiguring
KABUL partecipa alla decima edizione

Magazine , ESCAPISMI -Part II
Waacktopia/Punktopia
Waacking/punking tra affetti, cura e utopie intime

Magazine , ESCAPISMI -Part II
Zone Temporaneamente Anonime
Che significato può avere l’anonimato in un presente in cui lo spazio pubblico e privato, fisico e digitale è dominato dall’iper-visibilità?

More on Editions & Digital Library
Editions
Estrogeni Open Source
Dalle biomolecole alla biopolitica… Il biopotere istituzionalizzato degli ormoni!

Editions
Embody. L’ineffabilità dell’esperienza incarnata
Il concetto di coscienza incarna per parlare di alterità e rivendicazione identitaria

Digital Library
Imitazione di un Sogno
Esplorazioni filosofiche e sensoriali tra sogno e realtà.

Digital Library
La Mia Morte
Un racconto polifonico degli ultimi istanti di vita di Pier Paolo Pasolini.

Iscriviti alla Newsletter
"Information is power. But like all power, there are those who want to keep it for themselves. But sharing isn’t immoral – it’s a moral imperative” (Aaron Swartz)
KABUL è una rivista di arti e culture contemporanee (KABUL magazine), una casa editrice indipendente (KABUL editions), un archivio digitale gratuito di traduzioni (KABUL digital library), un’associazione culturale no profit (KABUL projects). KABUL opera dal 2016 per la promozione della cultura contemporanea in Italia. Insieme a critici, docenti universitari e operatori del settore, si occupa di divulgare argomenti e ricerche centrali nell’attuale dibattito artistico e culturale internazionale.











































































































































































































