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Vitalità del negativo / Negativo della vitalità
Magazine, ASSEDIO – Part II - Ottobre 2020
Tempo di lettura: 32 min
Romy Golan

Vitalità del negativo / Negativo della vitalità

Romy Golan rimette in discussione la mostra romana 'Vitalità del negativo' (1970), affrontando temi cruciali come il rapporto tra contesto sociale e linguaggio espositivo, immaginario collettivo e produzione dell’immagine.

Vitalità del negativo – Ingresso di Palazzo delle Esposizioni – Roma – 1970 – Fotografia di Ugo Mulas – Courtesy Archivio Ugo Mulas. Fotografie Ugo Mulas © Eredi Ugo Mulas. Tutti i diritti riservati.

Vitalità del negativo, insieme a Contemporanea e a Incontri Internazionali d’Arte, può essere considerata l’apice di un fermento culturale e di una particolare attenzione nei confronti dell’arte contemporanea a Roma. Un periodo interessante del panorama romano, considerando anche altre realtà che hanno contribuito a costruire l’identità dell’arte italiana degli anni ‘60-‘70, come L’Attico di Fabio Sargentini e la galleria Tartaruga. Tutte realtà indipendenti, che sopperivano al totale anacronismo e alla grande distanza che le istituzioni pubbliche mantenevano dal panorama artistico di quegli anni.

Il testo che segue è tratto da un saggio di Romy Golan, attualmente docente di Arte Europea del ventesimo secolo al Graduate Center di New York. Il brano, incluso nel libro Flashbacks and Eclipses in Italian Art of the 1960, è stato anche pubblicato, nella versione aggiornata di seguito tradotta, nel 2014 sul numero 150 della rivista «OCTOBER».

Golan costruisce una serie di collegamenti tra Vitalità del negativo e il clima politico e sociale in Italia, il cinema italiano (che viveva in quel periodo una stagione particolarmente positiva con grandi registi e interpreti), il rapporto con la critica d’arte, e il rapporto con un passato (il ventennio fascista) che negli anni ‘70 forse non era stato ancora del tutto superato dall’opinione pubblica italiana. Nel testo è suggerito che in quegli anni esistevano visioni differenti, sia nell’arte sia nel dibattito culturale italiano, che interpretavano il ‘68 pur mantenendo una vocazione rivoluzionaria. Un’alternativa al radicalismo di quegli anni – che nell’arte riscontriamo nell’Arte Povera e in mostre come When Attitudes Become Form – era quella che nel testo viene chiamata ‘sovversione mimetica’, che Bonito Oliva ha tentato di esprimere con questa mostra.

Una mostra di rilievo nella storia italiana sotto diversi aspetti – primo tra tutti l’incredibile lavoro di allestimento di Piero Sartogo – che grazie all’analisi di Golan viene riletta in un modo che, forse, solo uno sguardo più ‘distaccato’ può restituire.

Il recupero e l’analisi di questi eventi risulta particolarmente significativo sia per constatare che, di fatto, il rapporto tra le istituzioni pubbliche museali e il mondo dell’arte contemporanea costituisce un problema strutturale dell’Italia, sia per riflettere su come oggi sia sempre più importante considerare l’esistenza di molteplici ‘storie dell’arte’ che emergono soltanto dallo studio della ‘storia delle mostre’, un campo che anche in ambito accademico non ha ancora uno spazio sufficiente.

 

Introduzione di Stefano Vittorini


Vitalità del negativo nell’arte italiana 1960/1970 è una mostra che occupava il piano terra del monumentale edificio del Palazzo delle Esposizioni a Roma e che si svolse dal 30 novembre 1970 al 31 gennaio del 1971. Curata da Achille Bonito Oliva, la mostra presentava 34 artisti italiani appartenenti a diversi gruppi e scuole: i pittori della scuola di piazza del popolo (realtà romana vicina alla pop art); alcuni membri del gruppo milanese Azimut, attivo negli anni ‘60; l’ambiente intorno all’arte cinetica sviluppatosi a Padova con Gruppo N e Gruppo T a Milano; gli artisti riconducibili all’Arte Povera e altri artisti significativi del panorama contemporaneo italiano.

«Roma come New York» scriveva il quotidiano Il Messaggero, citando il corrispondente francese a Roma di Le Monde, che nella sua recensione affermò che Vitalità del negativo fosse la più ampia mostra di questo tipo mai organizzata in Europa.11C. Costantini, Roma come New York, in «Il Messaggero», 4 gennaio 1971, p.3.
 «La capitale non ha mai ospitato un evento del genere» scrisse il critico e storico dell’arte Filiberto Menna su Il Mattino di Napoli in quella che si rivelò essere una delle poche recensioni positive di questa mostra. E ancora Menna concluse: «Bonito Oliva non fa nulla per chiarire il tema di questa mostra. Rispetto a questo ha fallito. Non capiamo quale discorso critico ci