Pierre Huyghe, Exomind, 2017.
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Ne Quid Nimis. Sull’opera di Walter Swennen
Digital Library, February 2020
Tempo di lettura: 79 min
Hans Theys

Ne Quid Nimis. Sull’opera di Walter Swennen

Prefazione di Luca Bertolo.

Walter Swennen, Chinese Yellow, 2014, acrilico su tela, 40,3×49,8 cm.

 

Le ragioni di un’opera

A quanto sembra, è in corso un vero e proprio assalto alla diligenza della pittura: curatori che si ricredono, artisti che cambiano medium, galleristi e collezionisti in corsa per accaparrarsi nuovi talenti. Non ci sarebbe niente di male se tutto questo non avvenisse in una sorta di terrain vague creatosi in decenni di oblio critico. Questo analfabetismo di ritorno – cui hanno concorso riviste, musei e accademie d’arte – ha significato anche l’affievolirsi di una particolare sensibilità (connoisseurship), senza cui la buona volontà e l’attrezzatura intellettuale risultano di scarsa efficacia quando si tratta di distinguere tra un remake ironico e un epigonismo involontario, tra una pittura raffinata apparentemente grezza e una pittura banale apparentemente colta. Senza questa sensibilità, per capirci, l’unica differenza eclatante tra una natura morta di Chardin e una natura morta appesa in una pizzeria è che nella prima ci sono fragole e pesche, mentre nella seconda ci sono cipolle e fiaschi di vino.

Qualche tentativo serio per riconsiderare lo statuto della pittura attuale è stato fatto negli ultimi anni: alcune grandi mostre11Non considero qui la produzione strettamente accademica. Painting 2.0: Expression In the Information Age, 2016, coproduzione del MUMOK di Vienna e del Museum Brandhorst a Monaco di Baviera. Curatori: Manuela Ammer, Achim Hochdörfer, David Joselit e Tonio Kröner (assistente curatore).
La Figurazione inevitabile. Una scena della pittura oggi, a cura di Davide Ferri e Marco Bazzini, Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, Prato.
, come Painting 2.0 (2016) o, in Italia, La Figurazione inevitabile (2013); e alcuni libri ambiziosi, come il recentissimo The love of painting. Genealogy of a Success Medium (2019) di Isabelle Graw. In generale, tuttavia, continuano a essere rari i testi in grado di affiancare a una visione teorica la capacità di entrare nello specifico pittorico delle opere. Il testo di Hans Theys su Walter Swennen22Il saggio fa parte di un ambizioso progetto editoriale curato da Theys, dedicato a Swennen, costituito da tre bellissimi libri pubblicati nel 2016 in occasione della sua mostra Hic Haec Hoc, alla galleria Xavier Hufkens di Bruxelles.
, che proponiamo qui in traduzione italiana, rappresenta una di queste eccezioni. Theys, che considera la lunga frequentazione di un artista (più che ventennale in questo caso) come fattore cruciale del suo approccio critico, conduce un’analisi serrata, corpo a corpo, dell’opera di Swennen, servendosi di un’ampia strumentazione teorica – dalla letteratura alla psicoanalisi, dalla filosofia alla storia dell’arte –, ma sempre subordinando la teoria a un rigoroso approccio fenomenologico. Anche lo stile della scrittura è peculiare: l’autore riesce a mettere a tal punto sotto pressione la fisicità dei dipinti, da ricavarne, come per sublimazione, un’atmosfera intellettualmente satura, mentre, con un movimento simmetrico, discioglie in forma di curiosità visiva, se così si può dire, i granuli delle nostre aspettative intellettuali. È evidente che per Theys la “scrittura d’arte” è un esercizio delicato e rischioso in cui l’autore, non meno che l’artista, deve necessariamente sperimentare soluzioni inedite. I quadri di Swennen risultano congeniali a questo approccio critico/descrittivo, e sembrano fatti apposta (nella sequenza che formano, più ancora che presi singolarmente) per sostenere la tesi secondo cui la pittura non è un linguaggio, non ha significati da trasmettere, non traduce concetti in immagini, né può essere tradotta direttamente in parole. È una posizione radicale, che ricorda quella di Gilles Deleuze:

«Che rapporto ha l’opera d’arte con la comunicazione? Nessuno. L’opera d’arte non è uno strumento di comunicazione. L’opera d’arte non ha niente a che fare con la comunicazione. L’opera d’arte non contiene letteralmente la minima informazione. C’è invece un’affinità fondamentale tra l’opera d’arte e l’atto di resistenza» (Gilles Deleuze, Che cos’è l’atto di creazione?, Cronopio, Napoli, 2003).

Sia ben chiaro: questi quadri (come buona parte dell’arte in genere) producono esperienze, ovvero producono senso per chi si dia il tempo di guardarli, di instaurare un rapporto – emotivo, intellettuale – con essi; possono dunque essere molto significativi (cosa ben diversa dal dispiegare significati ordinati ai fini di una comunicazione). Con l’attenzione rivolta al processo creativo non meno che alle opere “finite”, Theys torna più volte su una verità che ci pare fondamentale e che viene troppo spesso dimenticata, e cioè che le ragioni di un’opera non coincidono col suo signif