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La teoria della gestione del terrore
Digital Library, June 2018
Tempo di lettura: 23 min
Arndt Jamie, Jeff Greenberg

La teoria della gestione del terrore

La ricerca di senso per sfuggire alla propria mortalità: nascita e sviluppo della TMT.

Fotogramma dal film sulla TMT ‘Flight From Death: The Quest For Immortality’, 2003.

 

«Like other species Homo sapiens are highly motivated to avoid dying.
Yet unlike other species they are in the potentially terrifying
position of knowing that death is inevitable».
(Karl Mc Dorman)

Convenzionalmente, tendiamo ad asserire che l’unica certezza sia la morte. Nonostante sia un mantra che viene ripetuto all’infinito, l’idea della propria morte resta un pensiero inaccettabile. O meglio, è ammesso razionalmente, nel migliore dei casi, ma a un livello inconscio verrà comunque rifuggito, negato, sublimato. Il nostro istinto di sopravvivenza, che si manifesta con riflessi o con risposte più elaborate, è un chiaro monito della precisa tendenza a perdurare il più possibile e quindi, letteralmente, a evitare la morte. Ma la consapevolezza che la propria ‘fine’ possa sopraggiungere in qualunque momento e in qualsiasi modo – consapevolezza che sembra essere una prerogativa della nostra specie – suscita terrore. L’ansia che ne consegue conduce alla necessità di dare un senso e un valore a noi stessi e all’esistenza in generale.

Tale difesa dal terrore della vacuità è concettualizzata nella teoria della gestione del terrore (TMT) di T. Pyszczynski, J. Greenberg e S. Solomon, oggetto del saggio qui presentato. Secondo la teoria, molte delle sovrastrutture umane deriverebbero dalla ricerca di significato, a sua volta dovuta al tentativo di gestire la quiescente ansia per la nostra mortalità. Da qui la necessità di mantenere il più possibile stabile la propria visione del mondo ed evitare la sua messa in discussione (un esempio di questo sistema di difesa è già stato trattato nel saggio che analizzava il senso del perturbante).

Il testo, scritto da Jeff Greenberg – tra gli autori della teoria – e Jamie Arndt, è un estratto del 19° capitolo del libro corale The Handbook of Theories of Social Psychology.

Qui la teoria è presentata in una versione divulgativa e narrativa, dalle sue origini antropologiche alla resistenza critica del mondo della psicologia sociale. Il risultato è un’interessante introduzione a una teoria che ha l’ambizione, se non la pretesa, di spiegare le motivazioni dello sforzo nella ricerca della dimensione qualitativa dell’esistenza. Anche se sostenuta da quasi due decenni di ricerche, la teoria necessita ancora di validazioni e studi. Nonostante ciò, offre notevoli spunti di riflessione su un argomento presente dall’inizio della storia del genere umano, almeno nella forma biologica che conosciamo.

 

Introduzione di Valeria Minaldi


Illustrazione di Konrad Lorentz, Wolf facial expressions, 1952.

Abstract

La teoria della gestione del terrore è stata sviluppata per spiegare le ragioni fondamentali di fenomeni quali la difesa della propria autostima e il pregiudizio. La teoria è fondata su una lunga tradizione di riflessioni in merito alla consapevolezza umana della morte e il suo ruolo nel funzionamento psicologico. La teoria ipotizza che, per gestire il potenziale terrore dovuto alla consapevolezza della mortalità, gli esseri umani mantengano la fede in una visione del mondo che dia loro l’impressione di essere entità dotate di significato all’interno di un mondo duraturo e pieno di senso, piuttosto che meri animali composti di materia e destinati, dopo la morte, all’oblio. La teoria è supportata da un’ampia serie di studi che mostrano come l’autostima e le visioni del mondo forniscano protezione contro l’ansia e la cognizione della morte, come i memento mori consoliderebbero la visione del mondo rafforzando l’autostima, e come le minacce alla propria visione del mondo e all’autostima aumenterebbero la disponibilità a pensieri correlati alla morte. La ricerca ha inoltre condotto a un doppio modello di risposta difensiva ai pensieri di morte inconsci e consci. Ci concentreremo inoltre su due dei numerosi argomenti ispirati dalla teoria: le attitudini e i comportamenti relativi alla salute fisica, gli orientamenti politici e i conflitti interni nei gruppi. In seguito considereremo i fattori che mitigano le forme distruttive della gestione del terrore. Riepilogheremo brevemente infine il contributo dato finora allo studio sulla gestione del terrore e vedremo dove esso si sta dirigendo.

 

La teoria della gestione del terrore

La teoria della gestione del terrore è nata all’incirca nel 1980 da un’insoddisfazione di fondo per il settore della psicologia sociale, condivisa da tre studenti laureati all’Università del Kansas: Sheldon Solomon, Tom Pyszczynski e l’autore più anziano di questo capitolo.11Appunto, Jeff Greenberg, N.d.T.
Restando fermamente chiuso nella morsa della cognizione sociale, il campo di studi dipingeva le persone come distaccati elaboratori di informazioni, guidati da schemi ed euristiche,22Euristica: strategia o “scorciatoia” mentale che consente di formulare rapidamente un giudizio, ricavare inferenze dal contesto, attribuire significato alle situazioni e prendere decisioni a fronte di problemi complessi o di informazioni incomplete. N.d.T.
operanti in un vuoto storico, culturale, motivazionale e affettivo. Cresciuti all’interno di famiglie della classe operaia, contraddistinte da gioia e rabbia, antagonismo e amore fraterno, passione e sarcasmo, in quartieri concentrati attorno a chiese e sinagoghe, locali e sale da ballo, pieni di gente animata da orgogli e conflitti regionali, etnici e lavorativi, in quel tempo la psicologia sociale ci colpì mentre descriveva degli androidi anaffettivi che noi tre non avevamo mai incontrato.

Nel vedere le persone come creature fortemente motivate dall’esigenza di tutelare la propria autostima e di riaffermare la superiorità del proprio gruppo al di sopra degli altri, eravamo simili a giovani salmoni che nuotavano controcorrente rispetto alla rivoluzione cognitiva. Avevamo focalizzato la nostra ricerca su come la motivazione condizionasse la percezione che le persone avevano di sé e degli altri, in particolare riguardo alla salvaguardia dell’autostima. Avevamo contribuito alla ricerca sulle distorsioni egocentriche e sull’autosabotaggio,33Self-handicapping (‘autosabotaggio’): si tratta di una strategia cognitiva secondo cui gli individui, per evitare sforzi, responsabilità o potenziali fallimenti, inventano o creano ostacoli in grado di giustificarli da eventuali errori o compiti non eseguiti, tentando in questo modo di proteggere la propria autostima. N.d.T.
dimostrando come le persone distorcano le loro cognizioni al fine di proteggere la propria autostima. Tuttavia avevamo concluso i nostri studi universitari pensando di non avere alcuna idea su ciò che conduceva gli individui verso i propri orgogli e pregiudizi.

Sparsi per il Paese a causa dei capricci del difficile mercato del lavoro (certe cose non cambiano mai), noi tre cominciammo a fare ricerca al di fuori delle riviste specialistiche per avere delle risposte. Ricordo di aver ricevuto una chiamata da Sheldon nel 1982 in cui annunciava di aver trovato una persona che avesse queste risposte. Si trattava del defunto antropologo culturale Ernest Becker, e le risposte si trovavano nel suo libro, Il rifiuto della morte, che nel 1973 aveva vinto il Premio Pulitzer per la saggistica. Lessi rapidamente il libro. Lo trovai spaventoso, brutale e illuminante. Basato su un’ampia serie di fonti e con una prospettiva esistenziale psicoanalitica, il libro sembrava spiegare tutte le tendenze umane che avevamo osservato diventando adulti e che erano così ben documentate dalle ricerche di psicologia sociale: conformismo, obbedienza, distorsioni egocentriche, aggressività e pregiudizio. Spiegava tutto, dall’ascesa del Nazismo in Germania alle complessità del sesso. Sheldon, Tom e io cominciammo a discutere delle varie intuizioni presenti nel libro, così come di quelle fornite all’interno del suo precedente volume, The Birth and Death of Meaning (1971), e nel suo ultimo libro, Escape from Evil (1975). Cominciammo così a utilizzare le idee di Becker per insegnare psicologia sociale in modo più integrato, come se la creatura che esaminavamo quando includevamo l’autostima fosse uguale a quella che esaminavamo quando includevamo l’influenza sociale, l’aggressione, il pregiudizio e le relazioni intime. Roy Baumeister ci aveva invitati a partecipare a un simposio intitolato “Io Pubblico e Privato” durante la conferenza Società di Psicologia Sociale Sperimentale (SESP) dell’ottobre 1984, a Snowbird, Utah, e a contribuire alla stesura di un capitolo per un volume a essa associato. Al SESP stabilimmo di introdurre ai nostri colleghi di psicologia sociale gli elementi centrali dell’analisi di Becker, sebbene Tom non riuscisse a farlo. Un mattino nevoso, nella nostra stanza, di fronte a un camino spento allo Snowbird Ski Lodge, io e Sheldon, piuttosto concitatamente, mettemmo insieme una semplice sintesi della teoria, che lì per lì chiamammo “teoria della gestione del terrore” (TMT).

Quando Sheldon cominciò la sua presentazione, la sala del simposio era moderatamente piena, ma non appena iniziò a discutere di Marx, Kierkegaard, Freud e Otto Rank, buona parte dell’uditorio si fece largo per uscire dalla sala. Adocchiai nel fondo ancora qualche illustre personalità superstite come John Darley, Ned Jones, che durante l’intervento scuoteva visibilmente il capo, i nostri tutor universitari e un nostro sostenitore, Jack Brehm. A fine intervento, anziché darci il cinque, così come immaginavamo, ottenemmo solo silenzio sbalordito, stupore e sconcerto. Mi confortò perlomeno che la pratica della lapidazione fosse ormai fuori moda.

Nient’affatto scoraggiati da questa prima gelida accoglienza, procedemmo con il capitolo, che divenne la prima proposta scritta della TMT (Greenberg et al., 1986). Nello stesso momento, lavorammo a un articolo in cui presentavamo la teoria in modo più completo, spiegando il suo valore potenziale in quanto ampio quadro esplicativo. Speravamo che tale articolo sarebbe stato ben accolto da American Psychologist, una rivista che promuove posizioni forti e integrate. L’articolo fu rifiutato senza troppe cerimonie, con due revisioni; una costituita da un singolo paragrafo, l’altra da una sola frase: «Non ho alcun dubbio che questo articolo non interesserebbe nessuno psicologo, vivo o morto».

Avendo molta familiarità con la nostra professione, non accettammo questo rifiuto conciso e non argomentato. Dopo più o meno un anno di riprese, l’editore Leonard Eron spiegò che le nostre idee potevano anche avere una qualche validità, ma non avrebbero acquisito credito finché non sostenute da ricerche empiriche. In effetti, sino a quel momento, non avevamo pensato alla TMT come a un qualcosa da poter studiare empiricamente. Tuttavia ci colpì – duh!44Duh: slang per commentare un’azione sciocca o stupida, soprattutto compiuta da qualcun altro. N.d.T.
– che si trattasse proprio di ciò che eravamo stati addestrati a fare – e cioè ricavare delle ipotesi verificabili dalle teorie e in seguito sperimentarle.

Crediamo che la TMT chiarisca parecchie cose fondamentali sugli esseri umani e i loro comportamenti sociali. Tuttavia la TMT non rientrava negli standard di una teoria di psicologia sociale. In essa, la maggior parte delle teorie sono mini-teorie focalizzate su una specifica serie di processi attinenti a uno specifico tema di uno specifico settore: la minaccia dello stereotipo (il pregiudizio); il modello della probabilità di elaborazione (la persuasione); il culto dell’onore (l’aggressione); la teoria della verifica del sé (il sé). La TMT riguarda il ruolo della paura inconscia della morte in quasi tutto ciò che noi esseri umani facciamo. Tuttavia, presto saremo capaci di ricavare, da questa ampia teoria esistenziale psicodinamica, ipotesi e strategie per sperimentarle in collaborazione con i nostri studenti.

Avendo compreso che la resistenza nei nostri confronti si stava facendo più forte, mettemmo insieme sei studi, una serie più grande di quanto fosse consuetudine a quel tempo, prima di sottoporla al Journal of Personality and Social Psychology. L’articolo fu accettato (Rosenblatt et al., 1989); le correzioni riportavano frasi come: «Questa teoria non può essere corretta, non mi piace, ma non sono in grado di spiegare le loro scoperte, quindi accettatela». All’epoca pensammo: «Ci sta bene».

Tavoletta di una serie più ampia che raffigura l’Epopea di Gilgameš, scuola Accadica, 2150-1400 a.c. circa.

Da allora, il sostegno empirico alla TMT si è sviluppato in una letteratura che consiste di oltre 400 studi, che continuano ad aumentare, effettuati in 16 paesi. L’insieme di questi lavori, che ha compreso numerosi sviluppi e rifiniture teoriche, ha ricevuto grandi benefici dalla seconda (e adesso terza) generazione di ricercatori della TMT, ex studenti del trio originale, tra cui l’autore più giovane di questo capitolo. Inoltre, nell’ultima decade, ricercatori di laboratori indipendenti sparsi in tutto il mondo hanno fornito i loro preziosi contributi a questa letteratura in continua espansione. Crediamo che lo sviluppo di tale campo di studi rispecchi il valore generativo di un’ampia teoria che integra attività umane molto diverse tra loro, esplorando forze profondamente radicate che spingono gli esseri umani a comportarsi come fanno. Quando era ancora uno studente allo Skidmore College, l’autore più giovane di questo capitolo restò infatti incantato dall’ampia prospettiva esistenziale che la TMT offriva e dalla speranza di sottoporre tali idee a un esame empirico. A tempo debito, forniremo una breve panoramica della letteratura sviluppata nel corso degli ultimi vent’anni, ponendo particolare attenzione alle recenti evoluzioni che riguardano le preoccupazioni contemporanee. Prima, però, dovremmo fare un passo indietro, per riconoscere le radici alquanto estese di tale teoria.

 

Le radici distali e prossimali della TMT

Nonostante abbia incontrato stupore e scetticismo quando è stata introdotta agli psicologi sociali nel 1980, vi sono buone ragioni per affermare che la TMT è un’antica teoria le cui origini possono essere rintracciate in uno dei primi testi narrativi di area sumerica del 3000 a.C., l’Epopea di Gilgameš. L’argomento centrale di questa storia, che ha in seguito influenzato le più importanti religioni del Medio Oriente, è costituito dalle profonde preoccupazioni del protagonista riguardo la morte e dalla ricerca dell’immortalità che ne consegue. Devastato dalla morte dell’amico Enkidu, Gilgameš comprende che anche lui dovrà morire. Comincia così a vagabondare nel deserto, affliggendosi: «Come posso riposare, come posso stare tranquillo? Nel mio cuore vi è angoscia. Ciò che mio fratello è adesso, lo sarò anch’io quando sarò morto… Ho paura della morte…». A questo punto intraprende un viaggio alla scoperta dell’immortalità.

Da allora, l’idea che noi esseri umani temiamo la morte e desideriamo con insistenza negarla o trascenderla in vari modi è stata un motivo di spicco in letteratura, negli scritti religiosi e in filosofia. Schopenhauer infatti proclamò la morte quale musa della filosofia; qui noi non saremmo in grado nemmeno di iniziare a esaminare il ruolo che ha avuto nel pensiero filosofico. Tuttavia dovremmo prendere atto che la prima persona a mettere insieme i punti essenziali della TMT sembra essere stato il celebre storico greco Tucidide.

Intorno al 400 a.C., Tucidide si concentrò sullo studio dei violenti conflitti tra gruppi che afflissero l’Antica Grecia. Lo storico suggerì che il terrore della morte ineluttabile avesse spinto la popolazione a cercare l’immortalità attraverso tre vie: tramite azioni eroiche e nobili in grado di ripristinare la giustizia, cosa che li ricompensava con una vita nell’aldilà conferita dal divino; attraverso le memorie delle proprie gesta eroiche; e, ancora, attraverso l’identificazione con la morte che oltrepassava le identificazioni di gruppo. Come scrisse Ahrensdorf (2000: 591): «Tucidide sostiene che cercheranno di fuggire dominando in qualche modo la propria condizione mortale, vivendo dopo la morte, o attraverso le loro città, o attraverso la loro gloria, o in un aldilà – e ottenendo il favore divino attraverso la violente conferma della propria nobiltà o pietà, o giustizia». Tucidide inoltre mette in luce che l’importanza crescente della mortalità, una volta che i conflitti cominciano, intensifichi il desiderio di sconfiggere eroicamente il nemico.

Facendo un balzo in avanti di circa 2000 anni, sino alla moderna tradizione letteraria inglese, da Shakespeare a Wordsworth, Keats e Shelley, a Dickinson ed Emerson, tra i tanti, i poeti, hanno riconosciuto il ruolo attivo della paura della morte e del desiderio di fuggirla all’interno della psiche umana. In modo analogo, romanzieri come Swift, Dickens, Dostoevskij e Tolstoj, e scrittori del XX secolo quali James Baldwin, Don DeLillo, James Joyce, Philip Roth, Milan Kundera e Kurt Vonnegut hanno analizzato come la paura della morte conduca a svariate tipologie di comportamento umano. Qui di seguito, Baldwin realizza un quadro coinciso dell’essenza della TMT: «La vita è tragica semplicemente poiché la Terra ruota e il sole sorge e tramonta inesorabilmente, e un giorno, per ognuno di noi, il sole tramonterà per l’ultima, l’ultima volta. Forse l’intera causa dei nostri guai, il guaio umano, consiste nel fatto che sacrificheremo tutta la bellezza delle nostre vite, ci imprigioneremo all’interno di totem, tabù, croci, sacrifici di sangue, campanili, moschee, razze, eserciti, bandiere, nazioni, al solo scopo di negare la realtà della morte, che è l’unica certezza che abbiamo» (James Baldwin, The Fire Next Time, 1963).