Pierre Huyghe, Exomind, 2017.
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H.P. Lovercraft, Arthur Conan Doyle, millenarismo cibernetico, accelerazionismo, Deleuze & Guattari, stregoneria e tradizioni occultiste. Come sono riusciti i membri della Cybernetic Culture Research Unit a unire questi elementi nella formulazione di un «Labirinto decimale», simile alla qabbaláh, volto alla decodificazione di eventi del passato e accadimenti culturali che si auto-realizzano grazie a un fenomeno di “intensificazione temporale”?

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Hypernature. Tecnoetica e tecnoutopie dal presente

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Queertech worldwide: queerness nell’elettronica underground
Magazine, POST - Part II - Marzo 2017
Tempo di lettura: 30 min
Livio Giuliano

Queertech worldwide: queerness nell’elettronica underground

Estetica musicale e contestazione politica nell’elettronica queer e femminista di Arca, Mykki Blanco, Yves Tumor e altri.

Arca, Reverie, 2017, screenshot from Youtube.

 

 

Contro l’uguaglianza

Il discorso sulla liberazione della sessualità nella società occidentale dagli anni Novanta in poi è stato vittima di una riduttiva semplificazione: le rivendicazioni di genere sono coincise con la lotta per l’acquisizione del diritto al matrimonio. «La storia del matrimonio omosessuale è utilizzata al giorno d’oggi per sovrascrivere tutta la storia queer, come se l’ingresso dei gay nell’istituto del matrimonio costituisse un salto nella modernità, come se il matrimonio fosse ciò a cui i queer abbiano sempre aspirato, come se tutto ciò che abbiamo scritto, visto, saputo fosse diretto verso questo obiettivo».11«The history of gay marriage is now used to overwrite all of queer history as if the gay entrance into that institution were a leap into modernity, as if marriage is all that queers have ever aspired to, as if everything we have wrought and seen and known were all towards this one goal» Yasmin Nair, Against Equality, Against Marriage: An Introduction, «Against Equality: Queer Critiques of Gay Marriage», Against Equality Press, 2010.

Against Equality è il nome provocatorio di un collettivo di attivisti americani queer che lottano per una radicale visione della parità dei diritti, convinti che la società neoliberale soffra di un’endemica discriminazione degli individui non eterosessuali: sradicare una simile violenza significa dissolvere le stessi basi del sistema, rintracciando e scardinando le storture che legittimano tale discriminazione. L’istituzione del matrimonio è una di queste. Il collettivo, infatti, condanna il processo per cui le lotte per la parità dei diritti si siano limitate all’acquisizione da parte della comunità omosessuale del diritto al matrimonio, giustificato il più delle volte dalla possibilità che anche le coppie gay, costituendosi famiglia, potessero ottenere un’adeguata assistenza sanitaria. Secondo Yasmin Nair, cofondatrice del collettivo insieme a Ryan Conrad, il matrimonio gay perpetua il concetto neoliberale di famiglia e la conseguente privatizzazione delle relazioni sociali, escludendo col concetto di coppia ‘legittimata’ tutti coloro che non aderiscono a questo negozio giuridico, atto necessario a ottenere l’approvazione sociale e religiosa e un insieme di diritti in ambito economico e patrimoniale. «La famiglia è il miglior modo per sostenere il capitalismo, in quanto unità di base attraverso la quale il capitalismo distribuisce benefici. Affidandoci alla struttura familiare matrimoniale, sostenuta e valorizzata dalla conquista del matrimonio gay, consentiamo allo stato di esigere che solo alcune forme di relazione e alcune reti sociali valgano. Se sei sposato, ottieni assistenza sanitaria. Se non lo sei, muori solo e triste».22«The family is the best way to advance capitalism, as the base unit through which capitalism distributes benefits. Trough our reliance on the marital family structure, emphasized and valorized by the push for gay marriage, we allow the state to mandate that only some relationships and some forms of social networks count. If you are married, you get health care. If you are not, go and die on your sad and lonely deathbed by yourself.» Yasmin Nair, Against Equality, Against Marriage: An Introduction, «Against Equality: Queer Critiques of Gay Marriage», Against Equality Press, 2010.

Nell’ottica radicale di Against Equality, lo scopo dei movimenti per i diritti LGBTQ non deve essere la maggiore adesione al sistema capitalista, ma la lotta contro lo stesso – da cui il nome Contro l’Eguaglianza, laddove eguaglianza è il termine che il neoliberalismo usa per mascherare la violenza e la discriminazione contro coloro che non aderiscono al modello imposto. All’interno di questa prospettiva emerge l’ipocrisia di rivendicazioni simili a quella per il diritto al matrimonio e si impone la necessità di considerare le lotte di genere all’interno di una prospettiva che non le includa e riduca all’interno di logiche neoliberali: lo status queer è rivoluzionario poiché costituisce l’alterità rispetto alla quale il maschio bianco eterosessuale, protagonista eccellente e privilegiato della società capitalistica, definisce se stesso. Il queer che combatte per assumere gli stessi diritti di questa figura paradigmatica abdica al proprio ruolo rivoluzionario per essere assimilato da un sistema che non accetta, non tutela e disprezza la sua diversità, lo dissolve incanalandolo al proprio interno, addomesticandolo. Conquistato il diritto al matrimonio, l’omosessualità è stata ricondotta entro i confini delle logiche e delle leggi dello stato neoliberale, l’omosessualità è stata normalizzata.

 

Faka Bottoms Revenge.

Contro il binarismo

Nondimeno, le stesse campagne per l’ottenimento dei diritti coniugali hanno sofferto esse stesse il vizio occidentale di privilegiare il modello maschile di coppia omosessuale su quello femminile, alimentando il fallocentrismo della società capitalista patriarcale e, assecondando la tendenza binaria a escludere manicheisticamente una parte in funzione della semplicistica preminenza del suo opposto, la coppia (dualità necessaria alla costituzione del nucleo familiare) ha consapevolmente gettato fuori da sé l’imprevedibilità delle categorie di genere che la semplice opposizione all’eterosessualità non consentiva di definire.

«La paura che tutta la pelle fosse un organo sessuale senza genere li portò a ridisegnare il corpo, progettando fuori e dentro, marcando zone di privilegio e zone di abiezione. Per sublimare il desiderio pansessuale fu necessario chiudere l’ano trasformandolo in vincolo di socialità, così come fu necessario recintare le terre comuni per segnalare la proprietà privata. Chiudere l’ano affinché l’energia sessuale che poteva scorrervi attraverso si convertisse in onorato e sano cameratismo virile, in interscambio linguistico, in comunicazione, in stampa, in pubblicità, in capitale».33P. B. Preciado, Terrore anale, postfazione alla riedizione di G. Hocquenghem, El deseo homosexual, Melusina, 2009.

Paul Beatriz Preciado attraverso una volontaria e libera autosomministrazione di testosteroni ha oltrepassato l’esperienza di essere maschio o femmina, sfidando la binarietà dei sessi che la società vuole cristallizzare in categorie più o meno legittime o tollerate: «nessuno dei sessi che io incarno possiede una densità ontologica, pertanto, non c’è un altro modo di essere corpo. Espropriazione fin dall’inizio».44U. Del Aguila, intervista a J. Butler e P. B. Preciado, «Revista Têtu».
Secondo Preciado, dagli anni Cinquanta, la medicina occidentale, istituto di controllo sociale, si è sforzata di ricondurre i corpi all’interno di un genere specifico, soppiantando e neutralizzando quella che la società definisce negativamente anormalità, incarnata per esempio nei bambini intersessuali. La nozione di genere si configura come lo strumento linguistico di una politica di riproduzione sessuale, la nozione attraverso cui, foucaultianamente, «le tecnologie di normalizzazione delle identità sessuali diventano agenti di controllo della vita».55«Avec elle le sexe (les organes soit disant « sexuels », les pratiques sexuelles mais aussi les codes de la masculinité et de la féminité, les identités sexuelles normales et déviantes) entre dans les calculs de pouvoir, faisant des discours sur le sexe et des technologies de normalisation des identités sexuelles un agent de contrôle de la vie», P. B. Preciado, Multitudes queer: Notes pour une politiques des “anormaux”, «Moltitudes» XII/2 (2003).
Tuttavia, le tecnologie mediche di controllo sul genere e il mezzo linguistico che definendo discrimina – strumenti dell’esercizio di coercizione politico-sessuale – «saranno l’oggetto di una riappropriazione da parte delle minoranze sessuali», determinando un processo di deterritorializzazione dell’eterosessualità: «Il fatto che esistano tecnologie precise di produzione di corpi normali o di normalizzazione dei generi non implica un determinismo, né un’impossibilità di azione politica. Al contrario, poiché porta in se stessa – come fracasso o residuo – la storia delle tecnologie di normalizzazione dei corpi, la moltitudine queer ha anche la possibilità di intervenire sui dispositivi biotecnologici di produzione della soggettività sessuale».66Ibid.

L’esito di questa appropriazione dei mezzi e della loro inversione ai fini di un sollevamento contro il regime che li costituisce come normali o anormali è la critica radicale del soggetto normosessuato, coloniale, bianco, di classe medio-alta, una critica che si muove in primis contro le politiche della famiglia e dell’integrazione di gay e lesbiche nella cultura eterosessuale dominante, nei termini che abbiamo già visto espressi dal collettivo Against Equality e dalle parole di Yasmin Nair.

L’idea di una rinnovata sessualità che emerge dal confronto tra sesso e tecnologia non è una novità nel contesto delle teorie sul gender: celebre fu l’esempio di Donna Haraway, nel cui Manifesto Cyborg del 1984, pietra miliare del pensiero femminista, scriveva: «La relazione tra organismo e macchina è stata una guerra di confine. La posta in gioco di questa guerra sono stati i territori della produzione, riproduzione e immaginazione. Questo saggio vuole essere un argomento a sostegno del piacere di confondere i confini e della nostra responsabilità nella loro costruzione. Cerco inoltre di contribuire alla cultura e alla teoria del femminismo socialista in maniera postmoderna, non naturalista, e secondo la tradizione utopica, immaginando un mondo senza genere che forse è un mondo senza genesi, ma può essere anche un mondo senza fine».77«The relation betweeen organism and machine has been a border war. The stakes in the border war have been the territories of production, reproduction, and imagination. This chapter is an argument for pleasure in the confusion of boundaries and for responsibility in their construction. It is also an effort to contribute to socialist-feminist culture and theory in a postmodernist, non-naturalist mode and in the utopian tradition of imagining a world without end», D. Haraway, A Cyborg Manifesto: Science, Technology, and Socialist-Feminism in the Late Twentieth Century, «Socialist Review» LXXX (1985); trad. it. di L. Borghi in D. Haraway, Manifesto cyborg. Donne, tecnologie e biopolitiche del corpo, Feltrinelli, Milano 1995.
Oggi, in un periodo in cui le discriminazioni su base razziale, religiosa e di genere sono alimentate dall’insorgenza di fascismi e populismi che reagiscono alle fallimentari politiche della sinistra liberale post 2008, immaginare un mondo senza genere sembra essere fondamentale per la costruzione di un fronte rivoluzionario attivo contro la degenerazione di un capitalismo sempre più discriminante.

 

J.S.s courtesy Bruce LaBruce.

Ibridazione

Il contesto della musica underground contemporanea, sotto queste pressioni, ha acquisito idee sempre più orientate dal punto di vista politico, spinto pertanto a elaborare soluzioni estetiche che, assecondando ideologie specifiche e contribuendo a definire le posizioni di collettivi e movimenti, hanno reso possibile il superamento della tendenza retromaniaca musicale che ha caratterizzato il primo decennio del nuovo secolo. Per parlare esaustivamente di questa scena queer underground contemporanea – faccio riferimento a un periodo che va dal 2011 circa a oggi – sarebbe necessario scrivere un intero libro, unico mezzo con cui rendere giustizia della varietà delle manifestazioni di questa tendenza, degli artisti, dei locali e dei club di riferimento, delle piattaforme web, degli EP, degli LP e dei mixtape… Limiterò, pertanto, questo scritto a casi paradigmatici, non perché gerarchicamente più importanti di altri ma perché presi a modello – piuttosto arbitrario – di modi di agire e manifestare nuove facce del queerness musicale attraverso le tecniche stilistiche, le forme della diffusione e le scelte estetiche.

Nel dicembre 2016, Yves Tumor e Lee Bannon, insieme a Chino Amobi, diffondono un mixtape dal nome Trump$America, titolo che gioca con l’assonanza (provocatoria) di (Donald) Trump$ e trans. In un caotico affastellarsi di pezzi appartenenti al pop ma sporcati da una dubbia qualità di conversione, da un volume altalenante e da campioni di rumori e vocali – tra cui la traccia audio di un video ASMR – il file, reso disponibile dagli autori gratuitamente su Mediafire, incastra il pop commerciale dentro un irritante quadro di paranoia, residuo fisso di un capitalismo ingombrante, e disorienta l’ascoltatore: alcune figure iconiche dell’omosessualità – Britney Spears, tra le altre – sono inserite all’interno di un contesto lontano dall’ampia diffusione della musica commerciale, in una sorta di processo di riappropriazione queer – decontestualizzazione e risemantizzazione – dei simboli del mercato capitalista. In generale, la proposta artistica di Yves Tumor, il cui album Serpent Music è stato pubblicato l’anno scorso dalla label PAN, funge da esempio criptico, ma eloquente, di un superamento del concetto di genere, qui nella doppia valenza di genere musicale e sessuale: il disco per PAN risente delle influenze del noise e dell’industrial, nonché del soul (già ampiamente rivisitato in questa chiave postmoderna da Dean Blunt) per restituire l’immagine di un artista eclettico che, vissuto in un ambiente conservatore, razzista, omofobico e sessista – come dichiara in un’intervista a Dazed88S. Bulut, Yves Tumor is making mood music in spiritual solitude, «Dazed».
– ha costruito attorno alla propria identità queer nera un’estetica dell’eccesso a tutto tondo, caratterizzata dall’opacità delle definizioni di genere (il suo aspetto tradisce una costante metamorfosi tra il maschile e il femminile). «Con il mio abbigliamento, la mia musica, il mio parlare… Tendo a spingere merda il più lontano possibile»,99«With dressing myself, music, talking too much… I tend to push shit as far as possible», J. Thaddeus-Johns, Aesthetic: Yves Tumor, «Crack» 11 gennaio 2017.
dichiara in un’intervista a Crack Magazine: nelle sue performance dal vivo, Tumor abbandona la console su cui girano le tracce autonomamente e, piuttosto che suonare lo strumento, l’artista canta, urla, balla aumentando con i propri gesti il livello di empatia col pubblico e l’interazione fisica tra i corpi del dancefloor: «Caos puro. Penso che il pubblico fosse in armonia con ciò che stava accadendo più di quanto non lo fossi io… Avevo solo il microfono, ma erano loro quelli che realmente lo vivevano».1010«Pure chaos. I think the crowd was actually more in tune with what happened than I was… I just had the mic, but they were the ones actually living», ibid.

Il fatto che un artista queer sfrutti la fisicità del proprio corpo e delle proprie produzioni musicali per aggredire le norme di comportamento, provocare e suggerire vissuti umani contrastanti col modello eterosessuale bianco sembra quasi ovvio: ormai lontani dalla fragilità delle canzoni, della voce e del corpo dell’artista transgender Antony Hegarty, che ha dominato la musica pop orchestrale nel periodo di crisi delle coscienze dell’America post 11/09, un elevato numero di artisti negli ultimi anni ha costruito la propria estetica musicale attorno a un’identità sovversiva perché queer, non bianca, dichiaratamente anti borghese e fortemente caratterizzata dalla violenza delle parole, dei gesti e degli atteggiamenti. Mykki Blanco, rapper californiano multigender, ha portato avanti dal 2010 un’idea di hip hop ancora forte della sua identità nera ma, invece di privarlo della sua maschile – e machista – aggressività implicita nella carica eversiva che l’ha generato, se n’è appropriato in un processo di deterritorializzazione queer della violenza, trovando ispirazione nella sottocultura queercore e Riot grrrl, estendendo inoltre questa sorta di virale queerizzazione, o profanazione queer, anche ad altri generi – ne è un esempio la release del 2012 per UNO NY dall’eloquente titolo Mykki Blanco & The Mutant Angels, che trasferisce questi discorsi all’interno di un disco suonato con una band, più vicino allo psych rock e all’industrial piuttosto che all’hip hop.

Jds homocore.

Nel 2015 Mykki Blanco ha formato il collettivo C-ORE con Yves Tumor, Violence e Psychoegyptian: la violenza delle tracce dei quattro artisti, riunite nella compilation Mykki Blanco Presents C-ORE, tra hip hop, noise, industrial, EBM, hi-tech, è espressione di una condotta che si muove al di fuori dei «conventional cultural boundaries and constructs»,1111Various Artists, Mykki Blanco Presents C-ORE, press release.
determinata dalla propria identità nera e al di là delle definizioni di genere. Nel suo album per NON records, A Ruse of Power, Violence sfrutta sonorità appartenenti al metal, genere sul quale si è formato, per illustrare il fallimento della mascolinità culturalmente intesa – qualità tipicamente associata al genere ma qui rovesciata. Non deve sorprendere, dunque, che sia Violence sia Yves Tumor facciano parte del collettivo NON Worldwide, costituito da Chino Amobi, Nkisi e Angel-Ho – tre artisti di origine africana – nella cui presentazione si legge: «NON è un collettivo di artisti africani e della diaspora, che usa il suono come medium principale al fine di articolare le strutture visibili e invisibili che creano binarietà nella società e a sua volta distribuiscono il potere. L’uso di non, prefisso dell’aggettivo, dà significato intorno all’obiettivo della label, cioè determinare un sound che si opponga ai canoni contemporanei».1212«NON is a collective of African artists, and of the diaspora, using sound as their primary media, to articulate the visible and invisible structures that create binaries in society, and in turn distribute power. The exploration of ‘non, prior to the adjective, gives intel into the focus of the label, creating sound opposing contemporary canons», https://nonafrica.bandcamp.com/.
La critica nei confronti del binarismo avviene attraverso l’uso, spesso aggressivo, dei suoni digitali da parte di artisti che mettono in mostra la propria identità femminile, queer, di origine africana. Scriveva Donna Haraway, in quello che potrebbe essere un prologo a questa musica: «nella tradizione occidentale sono esistiti persistenti dualismi e sono stati tutti funzionali alle logiche e alle pratiche del dominio sulle donne, la gente di colore, la natura, i lavoratori, gli animali: del dominio cioè di chiunque fosse costruito come altro, col compito di rispecchiare il sé. Primeggiano tra questi problematici dualismi quelli di sé/altro, mente/corpo, cultura/natura, maschio/femmina, civilizzato/primitivo, realtà/apparenza, intero/parte, agente/espediente, artefice/prodotto, attivo/passivo, giusto/sbagliato, verità/illusione, totale/parziale, Dio/uomo. Il Sé è l’Uno che non è dominato, e le servitù dell’altro glielo confermano, l’altro è colui che possiede il futuro, e l’esperienza della dominazione glielo conferma, smentendo l’autonomia del sé. Essere l’Uno significa essere autonomo, essere potente, essere Dio, ma significa anche essere un’illusione e quindi essere intrecciato all’altro in una dialettica apocalittica. Ma essere l’altro significa essere multiplo, senza confini precisi, logorato, inconsistente. Uno è troppo poco, ma due sono troppi».1313«Certain dualisms have been persistent in Western traditions; they have all been systemic to the logics and practices of domination of women, people of colour, nature, workers, animals — in short, domination of all constituted as others, whose task is to mirror the self. Chief among these troubling dualisms are self/other, mind/body, culture/nature, male/female, civilized/primitive, reality/appearance, whole/part, agent/resource, maker/made, active/passive, right/wrong, truth/illusion, total/partial, God/man. The self is the One who is not dominated, who knows that by the semice of the other, the other is the one who holds the future, who knows that by the experience of domination, which gives the lie to the autonomy of the self. To be One is to be autonomous, to be powerful, to be God; but to be One is to be an illusion, and so to be involved in a dialectic of apocalypse with the other. Yet to be other is to be multiple, without clear boundary, frayed, insubstantial. One is too few, but two are too many.» Donna Haraway, ivi.

I club e i festival stanno accogliendo sempre di più questi dj e producer, consentendo loro di veicolare sempre più capillarmente un’idea di musica elettronica impegnata dal punto di vista politico nella lotta contro la discriminazione e le gerarchie di razza, classe e genere.

 

Jesse Kanda Brothers.

Violenza

Tuttavia, non bisogna inferire dall’aggressività di questo sound una legittimazione della violenza a tutto tondo: la sua capillarità è una scelta estetica con ripercussioni ben specifiche. L’uso smodato della compressione, processo che assottiglia l’escursione dinamica di un suono o di un’intera traccia per far suonare ‘più alto’ l’elemento sonoro in considerazione, caratterizza molte delle produzioni degli artisti ai quali faccio riferimento. Negli ultimi anni, gli audiofili si sono scagliati contro l’applicazione massiccia della compressione nell’elaborazione dei segnali audio – è la cosiddetta ‘loudness war’.1414La bibliografia sull’argomento è sterminata. Per una sintesi efficace si può leggere: E. Vickers, The Loudness War: Background, Speculation and Recommendations, AES 129th Convention, San Francisco, CA, USA, 2010 November 4-7.
In una civiltà urbanizzata come la nostra, i rumori sono sempre più invasivi, i volumi più alti e affinché un’entità possa sovrastare sulle altre è necessario che la sua intensità sonora sia superiore rispetto all’ambiente circostante: la compressione consente di ridurre la differenza tra piano e forte, portando tutti gli elementi della traccia a un volume definitivamente costante, ignorando volutamente le finezze espressive dettate da una dinamica variabile e rendendo le forme d’onda piatte. Queste tecniche sono state utilizzate dal grande mercato discografico per adattarsi alla costante mutazione delle abitudini d’ascolto: per esempio, facendo uso degli auricolari in metropolitana un’eccessiva escursione dinamica obbligherebbe il consumatore ad alzare e abbassare continuamente il volume della traccia, per adattare il proprio ascolto ai rumori circostanti; inoltre, da un punto di vista psicoacustico, la compressione mantiene costantemente alto il volume della traccia per contrastare il deficit di attenzione uditiva in crescita. La musica classica, rock e indie rock, espressione di un’élite di musicisti abituati alla produzione, al mixaggio e al mastering dei dischi all’interno dei grandi studi di registrazione disprezzano questa tendenza ormai consolidata negli ambienti del pop, del rap, dell’r’n’b e dell’elettronica da club (nota è l’avversione di Jack White all’uso massiccio delle tecnologie digitali che logorano la dinamica e il calore delle produzioni con mezzi analogici), difendendo l’ampiezza dinamica in qualità di ricchezza sonora, giacché la riduzione della stessa comporterebbe un affaticamento dell’ascolto, una perdita in termini di emotività e determinerebbe un’eccessiva artificialità, poiché nell’emissione naturale dei suoni la dinamica varia costantemente.

lotic-heterocetera (coverart)

Gli artisti della scena underground di cui sto trattando spesso ignorano la cura nei confronti della varietà dinamica, esagerano nell’uso della compressione e si appropriano di tecniche appartenenti alla grande produzione commerciale del pop e dell’elettronica di massa (EDM in primis) per ricontestualizzarle all’interno di un discorso che assume inevitabilmente i toni della contestazione. Secondo Robin James, Associate Professor presso l’Università del North Carolina, l’uso smodato della compressione assume un ruolo politico poiché contrapposto alla tendenza neoliberale dell’ ‘ebb and flow’ – flusso e riflusso – termine che la filosofa utilizza per descrivere il naturale svolgimento della vita del patriarcato bianco riflesso nella gestione della dinamica della musica del mercato capitalista: «L’uso della compressione rende il suono simile a qualcuno che ti grida in maiuscolo; questo riduce l’efficacia del discorso e soprattutto è poco sano e faticoso per i soggetti che lo subiscono. Similmente, le critiche liberali delle donne attiviste di colore spesso le caratterizzano come ostili, incivili o esageratamente aggressive nei toni, che apparentemente riducono l’impatto del loro lavoro e insieme disturbano il buono e sano processo di cambiamento sociale e affaticano il pubblico. Così come si pensa che la musica ipercompressa “sacrifica il naturale ebb and flow della musica” (Sreedhar), allo stesso modo si considera che le attiviste femministe “sacrificano il naturale ebb and flow” dell’armonia sociale. Ma è questo il punto: loro stanno sacrificando ciò che il patriarcato suprematista bianco ha naturalizzato come ‘ebb and flow’ della vita di tutti i giorni».1515«Compression feels like someone “shouting” at you in all caps; this both diminishes the effectiveness of the speech, and, above all, is unhealthy and “fatiguing” for those subjected to it. Similarly, liberal critics of women of color activists often characterize them as hostile, uncivil, or overly aggressive in tone, which supposedly diminishes the impact of their work and both upsets the proper and healthy process of social change and fatigues the public. Just as overcompressed music is thought to “sacrifice…the natural ebb and flow of music” (Sreedhar,) feminist activists are thought to to “sacrifice…the natural ebb and flow” of social harmony. But that’s the point. They’re sacrificing what white supremacist patriarchy has naturalized as the “ebb and flow” of everyday life». R. James, Some philosophical implications of the “loudness war” and its criticism, «It’s her factory», 31 dicembre 2014.

Recuperando antiche nozioni di filosofia greca discusse nel testo di Anne Carson, The Gender of Sound, James afferma che la cultura occidentale è cresciuta con la convinzione che «Il loro (delle donne, ndr) discorso distruggerebbe l’armonia sociale e cosmica con materiale dissonante e disorganizzato.1616Anne Carson, The Gender of Sound, A New Directions Book, 1995.
Il silenzio, dunque, è il modo con cui le donne contribuiscono all’armonia sociale e cosmica: la loro castità verbale e sessuale preservò l’ottimale e ben bilanciato ordine politico e metafisico».1717«Their speech would disrupt social and cosmic harmony with dissonant, disorganized material. Silence, then, is how women contributed to social and cosmic harmony: their verbal and sexual chastity preserved the optimal, most well-balanced political and metaphysical order», R. James, Gendered Voices and Social Harmony, «Sounding out!», 9 marzo 2015.
Allo stesso modo, la voce femminile, secondo il pensiero antico, è caratterizzata dal «tipo sbagliato di carne e da uno sbagliato allineamento dei pori per la produzione di basse frequenze, non importa quanto duramente possa esercitarsi».1818«The wrong kind of flesh and the wrong alignment of pores for the production of low vocal pitches, no matter how hard they exercised», A. Carson, The Gender of Sound, A New Directions Book, 1995.
Pertanto, in era digitale, la possibilità di schiacciare la dinamica per scaraventare violentemente il suono in faccia all’ascoltatore e la stratificazione smodata di campioni che privilegiano le alte frequenze diventano strumenti di protesta queer contro quelle che vengono considerate leggi condivise della produzione e del mixing musicale. «They are, in Michelle Goldberg’s terms, “toxic”».19