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Habitat e abitabilità tra centro urbano e periferia: intervista a Marta Meroni
Magazine, LOCUS - Part II - Maggio 2021
Tempo di lettura: 13 min
KABUL

Habitat e abitabilità tra centro urbano e periferia: intervista a Marta Meroni

Abbiamo chiesto alla direttrice organizzativa di Milano Mediterranea come e in che misura introdurre pratiche e azioni artistiche in un quartiere come il Giambellino, rispettando le sue caratteristiche urbane e sociali ed evitando la gentrificazione.

MM4. Courtesy Milano Mediterranea, 2021.

 

«La partecipazione è sempre un mezzo e non un fine».

(Alessandra Pioselli, 2015)

Milano Mediterranea (https://milanomediterranea.art/) nasce nel quartiere Giambellino-Lorenteggio, a Milano, e si presenta come un centro d’arte partecipata che intende far dialogare le lingue del Mediterraneo presenti nel quartiere e nella città.

Il progetto prevede una programmazione culturale eterogenea – residenze d’artista, workshop di musica trap e illuminotecnica, situazioni di incontro e formazione professionale, di produzione artistica teatrale e performativa che convergeranno in un festival di quartiere estivo –, rivolta alle cittadine e ai cittadini in un percorso condiviso e partecipativo di immaginazione collettiva del territorio.

Attraversato dai lavori di costruzione della linea 4 della metropolitana, il quartiere è un territorio multiculturale che da diversi anni è al centro di un complesso piano di gentrificazione e riqualificazione territoriale che prevede, tra i principali interventi, ristrutturazioni edilizie, la riorganizzazione delle numerose case popolari presenti, la formazione di un nuovo polo bibliotecario, la creazione di nuovi collegamenti con il centro storico cittadino.

Si tratta di una serie di interventi che stanno ridefinendo lo spazio pubblico urbano e che tendono a far emergere le tensioni tra progetti di riconfigurazione e rinnovamento di ampia scala e le reali esigenze e necessità quotidiane dei suoi abitanti. Grazie a questa intervista abbiamo voluto offrire una riflessione sui concetti di habitat e abitabilità, di inclusione e disuguaglianza sociale, cercando di porre l’attenzione sulle caratteristiche urbane e sociali del territorio e sul rapporto esistente tra un centro storico metropolitano come quello di Milano e le sue periferie.

Milano Mediterranea cerca di dare concretezza a queste riflessioni nel tentativo di proporre nuove narrazioni del quartiere, un panorama inedito e sommerso che intreccia visioni multiple e trasversali con le esperienze quotidiane dei cittadini e delle cittadine. Attraverso i mezzi espressivi delle arti, l’obiettivo vuole essere quello di coinvolgere gli abitanti del quartiere in un percorso di partecipazione e dialogo attivo con tutti gli attori del progetto e con il territorio.

Il progetto ha preso vita nel 2020 grazie alla vittoria del bando Scuola dei Quartieri del Comune di Milano e al cofinanziamento ottenuto dall’Unione Europea – Fondo Sociale Europeo, nell’ambito del Programma Operativo Città Metropolitane 2014-2020.

Il team di Milano Mediterranea è attualmente composto da Anna Serlenga, regista teatrale, ricercatrice italiana e Rabii Brahim, attore, musicista e performer tunisino, Marta Meroni, Giulia Bonacina, Letizia T Filisetti, Silvia Limone, Virginia Sommadossi, Manuel D’Onofrio, Luce Santambrogio.


Courtesy Milano Mediterranea, 2021.

KABUL: Milano Mediterranea è un progetto che nasce per e nel quartiere milanese Giambellino. Uno degli aspetti che ci interessa di più è il coinvolgimento degli abitanti del quartiere all’interno del comitato scientifico che ha selezionato gli artisti in residenza. Quali processi e quali azioni avete messo in atto in questo lungo periodo di lavoro e quali di essi ritieni siano stati percepiti di maggior interesse dal vostro team e dalle persone con cui vi state quotidianamente relazionando?

Marta Meroni: In questa domanda già risiede una questione centrale del lavoro territoriale: definirne i confini fisici e immaginari, percepiti. Questa scelta – è scontato dirlo – non è neutrale, anzi, la problematica del confine rientra in quella più generale del modo in cui decliniamo il nostro sguardo e da quale punto di vista scegliamo di posizionarci.

Il Giambellino è un quartiere considerato “periferico”, nonostante la sua collocazione urbana relativamente vicina al centro città. È un territorio caratterizzato da una mixité urbanistica, sociale e culturale che vede convivere edificazioni abitative medio-alte con degradati compartimenti ERP, gestiti da Regione Lombardia e Comune di Milano. A livello urbanistico uno dei simboli del quartiere è il grande quadrilatero popolare, dove – tra le altre cose – assistiamo a una forte incidenza multiculturale (che si attesta intorno al 33%11Rispetto a una media milanese del 19%: dati ISTAT-2015.
) con una concentrazione rilevante di fragilità sociali ed economiche.

Esistono diverse sfaccettature narrative legate a questo quartiere: un quartiere popolare che ha al suo centro il quadrilatero ERP, una storia di cambiamento post-industriale, ai tempi della mala meneghina e dell’eroina, ma anche a una certa cultura del mutuo aiuto legata ai movimenti operai e altri movimenti politici. Un quartiere da sempre legato all’immigrazione. Un quartiere che per anni è stato vittima dell’abbandono istituzionale, dove povertà e degrado sono andati di pari passo, a causa di un disinvestimento da parte del pubblico su un suo patrimonio (urbanistico e umano). Oggi è ancora tutto questo, e anche il quartiere di periferia che periferico diventa sempre meno, il luogo dove dopo anni sono arrivati quegli investimenti pubblici, ma che stanno disilludendo un’idea di cambiamento equa e giusta per chi il quartiere lo ha abitato in tutti questi anni di attesa. È un quartiere che sta diventando attraente (soprattutto per chi investe nel mercato immobiliare), travolto da svariati interventi urbanistici e da investimenti pubblici che lo stanno stressando dal punto di vista sociale, culturale ed economico.

All’interno di queste sfaccettate identità del Giambellino, Milano Mediterranea si propone di stimolare una narrazione che tenga insieme tutto quello che il Giambellino è stato per raccontare da un inedito punto di vista quello che è oggi. Milano Mediterranea si propone come strumento trasformativo che utilizza le pratiche artistiche performative legate alla musica, al visuale e alla performance per attivare processi di interconnessione tra le persone“…Milano Mediterranea si propone come strumento trasformativo che utilizza le pratiche artistiche performative legate alla musica, al visuale e alla performance per attivare processi di interconnessione tra le persone”. Cerchiamo di incontrare ragazze e ragazzi del quartiere, condividiamo con loro l’arte come strumento di espressione, valorizziamo voci plurali, disobbedienti, lingue considerate minori, creando così spazi di opportunità per elaborare nuove estetiche del contemporaneo.

abbiamo istituito un comitato di quartiere.

Diversi sono i livelli di azione del nostro progetto, a partire da due percorsi formativi rivolti ai giovani del quartiere: la Trap Community Opera, un laboratorio performativo che si propone di creare in modo partecipato musica che racconta questo pezzo di città attraverso le voci dei suoi giovani abitanti; il laboratorio di illuminotecnica e fonica, un percorso professionalizzante per fornire nuove competenze e creare un gruppo territoriale di tecnici che seguiranno gli esiti dei vari interventi di Milano Mediterranea, e potranno essere coinvolti anche a supporto di altri eventi territoriali.

Come prima azione sul territorio abbiamo istituito un comitato di quartiere, un gruppo eterogeneo di abitanti, lavoratori, affezionati del quartiere Giambellino-Lorenteggio, che insieme alla direzione artistica di Milano Mediterranea ha selezionato le artiste e gli artisti per realizzare tre residenze diffuse da due mesi ciascuna. Il gruppo, portatore di una conoscenza locale radicata, è diventato committente di percorsi artistici in grado di dialogare con il territorio. Insieme a questo gruppo di persone, abbiamo visionato più di 40 progetti pervenuti nell’ambito della call di Milano Mediterranea, insieme abbiamo elaborato alcuni criteri di valutazione come per esempio l’interesse per le tematiche indagate, la metodologia di lavoro e i processi che attivano sui territori, così come la provenienza linguistica e culturale. Alla scelta degli artisti è seguito l’abbinamento con alcuni luoghi significativi del quartiere dove lavoreranno durante i mesi di residenza e con dei “mentori” che supporteranno il processo di conoscenza del quartiere. Questo percorso di co-curatela locale abilita gli abitanti di un territorio a compiere scelte che ricadranno sulle comunità e gli spazi del quartiere, e in questo senso abilita a essere agenti politici, dà vita a nuovi sguardi che si accompagnano a un risveglio dell’attenzione e uno spostamento di focus rispetto a un modus di pensiero ormai consolidato. Le tre residenze artistiche sono state vinte da Emigrania, Giorgia Ohanesian Nardin e Mombao. A luglio, organizzeremo un festival che racconterà questo nostro primo anno di lavoro.

Diamante. Courtesy Milano Mediterranea.

KABUL: Solitamente i progetti di riqualificazione del territorio sono finanziati con l’obiettivo di migliorare situazioni ritenute problematiche e critiche, spinti dalla convinzione che rigenerare sia sinonimo di una forma di recupero, risanamento e risoluzione di un territorio considerato degradante. Con un intento decoloniale, il vostro progetto pone l’accento sulla relazione con gli abitanti del quartiere. Cerca di aprire un dialogo e di proporre progettualità in grado di ascoltare e incontrare le necessità, le loro aspettative, muovendosi tra criticità e potenziale urbano, interpretando desideri e stimolandone la nascita di nuovi. Chi e in base a quali criteri stabilisce il miglioramento di un luogo per una comunità?

Marta Meroni: Lo sviluppo urbano è a tutti gli effetti un prodotto culturale, che – in quanto fenomeno in continua metamorfosi – negli ultimi decenni ha preso il nome di rigenerazione e riqualificazione urbana. Le scelte politiche e urbanistiche impongono certi modi possibili di essere urbani, escludendone altri, spesso senza prendere in considerazione la voce degli abitanti, o facendolo in percorsi di consultazione poco efficaci. L’obiettivo di Milano Mediterranea non è riqualificare un quartiere, e nemmeno creare un percorso di partecipazione. Milano Mediterranea lavora per decolonizzare gli immaginari legati a questo quartiere e alla città di Milano, creando nuove narrazioni. Se assumiamo la definizione di immaginario come la capacità di avere aspirazioni, come elemento culturale che concerne il futuro, come elemento dell’immaginario sociale mediante il quale le collettività elaborano strategie di adattamento e di sopravvivenza in una realtà dominata da forze “impersonali”,22Arjun Appadurai, Il futuro come fatto culturale, Raffaello Cortina, Milano, 2014.
allora è un lavoro funzionale all’emersione dei propri desideri, all’affermazione delle proprie istanze. Lo scarto è sempre quello: chi prende parola, a chi è data la possibilità di prendere parola. Chi formula le narrazioni dominanti e chi ha il potere di metterle in discussione. Quali sono le occasioni ritenute valide per “ascoltare” la voce di qualcuno. Milano Mediterranea si slega da un gergo specialistico, da una forma riconoscibile, e crea un’occasione in più per sentirsi collettività, per stimolare una co-scrittura del presente e del futuro.

Emigrania, “La vita di un rifugiato in immagini e parole”. Courtesy Milano Mediterranea.

KABUL: Quindi, alla luce di queste riflessioni, quale dovrebbe essere il ruolo dell’arte e dell’artista?

Marta Meroni: L’arte ha qui la possibilità di stimolare un senso di appartenenza a un luogo che ti porta a sentirti parte di una collettività viva, che sa quello che desidera e si attiva per raggiungerlo. Come? Aumentando il capitale sociale disponibile in una comunità (attraverso la condivisione di storie, identità, bisogni e aspirazioni), re-immaginando il concetto di cittadinanza come personaggio performativo, come qualcosa da attivare.

Mombao. Courtesy Milano Mediterranea.

I giovani del territorio coinvolti nel percorso Trap Community Opera sono nella fase di scrittura dei testi che saranno poi musicati. I primi artisti in residenza sono invece gli Emigrania, un duo composto da Alessandro Cripsta – illustratore – e Daniele Bonaiuti – grafico. In questi mesi – condizioni permettendo – sono sguinzagliati per il quartiere a chiacchierare con gli abitanti: vanno dal barbiere e, tra un taglio di capelli e l’altro, cercano di indagare un sentire comune, le cose che ci uniscono, che ci tengono insieme e ci accomunano. È un approccio interessante per iniziare a decostruire un certo modo di raccontare le “differenze”. Quello che ne uscirà sarà un database di ritratti e storie che saranno casualmente rimescolati tra loro, per creare nuove identità fluide. Nei prossimi mesi Giorgia Ohanesian Nardin e Mombao lavoreranno attraverso il corpo e la musica.

KABUL: Puoi raccontarci qualcosa di concreto rispetto alle attività che avete svolto? Quante persone del quartiere avete coinvolto? Qual è stata la loro reazione? Chi sono gli abitanti del quartiere che hanno partecipato attivamente come “co-curatori”? In base a quali scelte avete costituito il comitato scientifico del progetto, ma soprattutto perché, secondo voi, queste persone sono rappresentative dell’intera comunità di Giambellino?

Marta Meroni: La prima azione che abbiamo realizzato è stata la open call rivolta ad artisti e artiste del bacino del Mediterraneo, per realizzare una residenza artistica nel quartiere, a cui hanno risposto in circa 40 progetti. Di questi progetti ne abbiamo selezionati tre con un gruppo di circa 15 persone, appunto il comitato di quartiere. I membri del comitato sono stati attivati attraverso relazioni personali e passaparola, cercando di coinvolgere persone eterogenee per età, provenienza ed esperienze di vita. Il comitato è una forma permeabile, a cui è possibile aggregarsi in ogni momento (alcuni partecipanti ai laboratori si sono aggregati strada facendo) e che contiamo di ampliare grazie agli incontri che stiamo facendo e che faremo nel quartiere. Ciò che abbiamo in mente non è la rappresentanza, ma uno spazio di attivazione, all’interno del quale hai il privilegio e la responsabilità, insieme ad altre persone del territorio, di fare delle scelte per il luogo in cui vivi.

Il percorso del comitato è percepito come di grande valore da parte dei partecipanti, che ci restituiscono quanto sia interessante abitare uno spazio di questo tipo. In primo luogo la possibilità di essere coinvolti in processi decisionali collettivi, la bellezza dei progetti da selezionare, la freschezza di ritrovarsi a progettare insieme slegati da strutture e relazioni consolidate che hanno a che fare con il lavoro quotidiano che molti operano nel quartiere. Il comitato è stato anche coinvolto nella realizzazione del videoclip Vieni che parliamo, la prima canzone realizzata per Milano Mediterranea da Rabii Brahim e Diamante.

Giorgia Ohanesian Nardin. Courtesy Milano Mediterranea.

KABUL: Richiamando gli artisti a un’etica della responsabilità, la critica d’arte Alessandra Pioselli sostiene:

«L’equazione collaborazione o condivisione uguale partecipazione è fuorviante, non si possono sovrapporre meccanicamente i termini. La collaborazione non implica necessariamente la partecipazione […]. La partecipazione è sempre un mezzo e non un fine».

La pratica artistica dovrebbe insistere sulla produzione di saperi altrimenti

«inciampa in quello che in altre parole è il tecnicismo della partecipazione: l’uso di formule, format, modalità standardizzate. […] Neppure la produzione di partecipazione è il fine. Si deve coagulare attorno alla generazione di significati condivisi, contemplando la dialettica della non ricomposizione con l’opportunità che il conflitto sia vivo in modo produttivo».

Come siete riusciti voi a mantenere questo equilibrio verso un’autentica partecipazione?

Marta Meroni: Molto semplicemente direi: abbiamo generato occasioni di confronto su temi che hanno a che fare con la vita quotidiana delle persone coinvolte: lo spazio che abitano, le persone con cui convivono, i temi che sentono urgenti e rilevanti. Abbiamo costruito il percorso decisionale attraverso il metodo del consenso, che implica la costruzione di un rapporto di fiducia tra le persone che partecipano e non annienta il conflitto“…Abbiamo costruito il percorso decisionale attraverso il metodo del consenso, che implica la costruzione di un rapporto di fiducia tra le persone che partecipano e non annienta il conflitto”, ma gli dà spazio per trovare una sua collocazione. Siamo d’accordo sul fatto che la partecipazione non sia il fine, ma lo strumento per la costruzione di una relazione con la collettività e lo spazio che accoglie.33Alessandra Pioselli, L’arte nello spazio urbano. L’esperienza italiana dal 1968 a oggi, Johan/Levi, Milano, 2015.

Lo spaesamento è una dimensione di rottura dal quotidiano.

KABUL: Sulla base di quali esigenze avete creato questi corsi? Come sono spendibili per la comunità queste competenze acquisite, anche alla luce della conclusione del progetto?

Marta Meroni: Il progetto è al suo primo anno di sperimentazione, i contenuti dei percorsi di formazione sono stati pensati a partire dal gruppo di lavoro e dalle sue competenze, in relazione a un territorio ancora da conoscere veramente. Tuttavia, la musica trap e la tecnica dello spettacolo sono due dimensioni molto vicine ai giovani del territorio, come abbiamo effettivamente potuto rilevare. Il laboratorio di illuminotecnica e fonica è partito con 16 iscritti (un gruppo molto eterogeneo dai 16 ai 30 anni) e permetterà ai partecipanti di acquisire competenze per alcuni da spendere sul mercato del lavoro (fatto non solo di spettacolo dal vivo), per altri da investire nelle proprie passioni. Il percorso legato alla musica trap sta invece costruendo sinergie con gli interventi di EdS (Educativa di Strada), coinvolgendo i nostri formatori in un progetto educativo che attraversa le piazze, i parchi, i parcheggi del quartiere, cercando di intessere relazioni con i giovani. La musica trap è la prima chiave di relazione, è il loro linguaggio di comunicazione. L’aggancio ai servizi del territorio ci permette di capire meglio i ragazzi e le ragazze a cui vogliamo rivolgerci, per costruire un’offerta interessante e utile.

KABUL: In che modo lo “spaesamento” che volete creare dovrebbe generare nella comunità uno sguardo attivo e consapevole, rinnovando altresì il senso di appartenenza alla comunità stessa?

Marta Meroni: Lo spaesamento è una dimensione di rottura dal quotidiano, che sospende la routine e l’assunzione del conosciuto. In tale senso produce, sollecita uno sguardo attivo e riflessivo sul senso della propria appartenenza alla città.44Francesco Careri, Walkscapes: Camminare come pratica estetica, Einaudi, Torino, 2006.

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