Alessandro Sciarroni, FOLK-S, will you still love me tomorrow?, 2012, ph. Matteo Maffesanti.
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Una rilettura critica del 1968
Magazine, PEOPLE - Part I - Luglio 2018
Tempo di lettura: 14 min
Loredana Parmesani

Una rilettura critica del 1968

Il 1968 oggi: eredità storiche, politiche e sociali all’interno di scuola, cultura e arte. Un testo di Loredana Parmesani sulle riviste e le esperienze di critica militante.

Occupazione della Triennale di Milano nel maggio 1968.

 

In occasione del 59° Premio Internazionale Bugatti-Segantini, la redazione di KABUL è stata invitata dal Bice Bugatti Club a rileggere in chiave critica i movimenti sociali, artistici e politici che hanno animato l’Italia del 1968, di cui quest’anno ricorre l’anniversario, nonché le eredità culturali che tale momento storico ha lasciato sul nostro presente.

Gli invitati all’incontro, 2018.

Circoscrivere un anno di così intensi cambiamenti e trasformazioni sociali e valutarne gli effetti ancora visibili non soltanto pone grandi limiti nei confronti dei molteplici aspetti e delle esperienze che meriterebbero di essere approfondite, ma presuppone una precisa scelta di metodo che inevitabilmente si ripercuote sui risultati e le modalità di presentazione della nostra indagine. Per fare i conti con il 1968, la nostra scelta è stata pertanto quella di focalizzarci sulla funzione cruciale che l’editoria, in quanto industria del sapere e della conoscenza, ha rivestito e riveste ancora nella diffusione di idee, valori e princìpi in grado di attecchire nelle masse costruendo le basi del cambiamento e del progresso sociale.

La nostra attività di ricerca è partita dunque da un’operazione di spoglio e analisi comparata di alcuni documenti storici dell’epoca, rintracciati in fondi bibliotecari e archivistici e nell’immenso bagaglio di risorse disponibili online. Confrontando tra loro e con rigore filologico i diversi documenti – saggi, strilloni, articoli di cronaca e di costume, nonché interviste, documentari e reperti audiovisivi –, l’indagine ha portato a una serie di risultati e considerazioni che la redazione ha ritenuto di voler rendere oggetto di diffusione e divulgazione al pubblico, strutturando una serie di iniziative, svolte tra giugno e ottobre 2018, e di varie tipologie testuali riunite all’interno del volume Revolution as Evolution, che abbiamo stampato nel mese di ottobre e presentato all’Accademia di Belle Arti di Brera in occasione dell’incontro Editoria d’arte: il fenomeno della critica militante, che ha visto come relatori protagonisti Giacinto Di Pietrantonio, Angela Madesani, Loredana Parmesani e Tommaso Trini.

Edward Ruscha, Twentysix Gasoline Stations Edward, 1963.

Le prime due tappe del nostro progetto hanno previsto il coinvolgimento diretto di quella medesima categoria sociale protagonista dei tumulti del ’68: gli studenti. Attraverso un momento di confronto suddiviso in due giornate di studio che hanno visto la partecipazione di due istituti, il Liceo Classico e Scientifico Ettore Majorana di Desio e il Liceo Artistico Nanni Valentini di Monza, la redazione ha realizzato un vero e proprio intervento didattico in presenza, scandito da momenti di esposizione frontale degli argomenti, trattati mediante l’uso massiccio di validate fonti dell’epoca, e dalle relative ricontestualizzazioni tramite dibattito sui temi trattati, alla luce dei rapidi cambiamenti di oggi: parole come “contestazione”, “autogestione”, “partecipazione” e “diritto allo studio” sono state esaminate e rimesse in discussione attraverso la lettura di estratti e articoli di giornale (dell’epoca e di oggi), allo scopo di delineare un primo profilo di quei bisogni e di quelle aspettative che  hanno animato la cosiddetta “generazione ’68”, culturalmente così distante, com’è emerso dal confronto, dalle nuove generazioni di studenti. Tuttavia, un filo rosso in grado di unire due generazioni socialmente e ideologicamente così lontane tra loro riguarda proprio l’annosa questione del rapporto tra aspettative personali e professionali, offerta formativa della scuola e opportunità del territorio. La discussione e il confronto con gli studenti dei due istituti hanno delineato un generale malcontento nei confronti della società e di quelli che possiamo definire come i “valori contemporanei”, nonché una generale disinformazione e aprioristica sfiducia nei confronti della politica, rinforzata dalle recenti riforme che in questi ultimi anni hanno profondamente mutato il volto della scuola.

Un altro momento fondamentale per tale progetto di lettura e ricognizione delle principali trasformazioni culturali del ’68 si è articolato in una terza tappa che ha visto la redazione impegnata in una conferenza tenuta al Bloom di Mezzago, in cui sono stati approfonditi e dibattuti quei fenomeni sociali legati alla moda, alla musica e allo spettacolo in grado di incentivare il cambiamento all’interno della società civile. Articoli di quotidiani e settimanali dell’epoca sono stati utilizzati allo scopo di comprendere e interpretare le reazioni ai rapidi cambiamenti dei fenomeni di costume di fine anni ’60.

«In tre mesi i negri tutti bianchi», «Il futuro “potere nero” nasce nelle università americane», «Ecco i mari avvelenati», «Il mare nel tombino», «Creato l’uomo elettronico che vive e soffre come noi», «Vandalismo pornografico», «Il sesso a scuola», «Allarme in America: la televisione può creare mostri»: questi sono solo alcuni dei titoli che compaiono sui periodici italiani più letti. Tali argomenti sono stati messi a confronto con alcune delle questioni che animano il dibattito contemporaneo, tra cui: il complesso rapporto uomo-ambiente, l’avanzamento globale dei nuovi razzismi e la centralità della comunicazione massmediale nei processi di formazione e manipolazione dell’opinione pubblica. Nel corso dell’incontro sono stati discussi e problematizzati alcuni articoli della rubrica Colloqui con Quasimodo tratti dalla rivista «Tempo», storico settimanale italiano in cui il premio Nobel era solito rispondere ai quesiti dei lettori attraverso critiche, consigli e opinioni su come affrontare i mutamenti sociali in atto, una lettura complessiva della società che abbiamo ritenuto come emblematica di una visione ancora conservatrice e restìa al cambiamento, soprattutto nei confronti di quell’ondata emancipatrice che di lì a poco sarebbe stata cruciale per il movimento femminista degli anni ’70. E proprio in relazione al tema dei diritti delle donne e delle battaglie e manifestazioni che ne hanno scandito la cronistoria, l’analisi condotta ha tentato di inquadrare sviluppi ed eredità di un movimento che, tra rivendicazioni sociali, lotta al sistema patriarcale e critiche al mito del binarismo di genere, ancora oggi mantiene viva la sua presenza in società – si pensi al movimento internazionale #metoo, o al precedente italiano Se non ora quando? –, sebbene le logiche che regolano il mercato globale si siano spesso mostrate in grado di depauperare i contenuti di tali battaglie riconducendole a mere strategie di marketing pubblicitario, soprattutto se pensiamo all’utilizzo degli slogan politici di tali lotte riportati, in forma del tutto decontestualizzata, sui capi d’abbigliamento di molte celebri case di moda.

Il momento conclusivo dell’intero progetto, ospitato all’Accademia di Belle Arti di Brera presso la  Sala Adunanze dell’Istituto Lombardo Accademia di Scienze e Lettere, si è focalizzato sulle realtà editoriali attive nel ’68, nell’ambito delle arti visive e della cultura, allo scopo di comprendere la portata tuttora tangibile di quelle rapide trasformazioni che hanno investito il settore delle arti e della critica. In tale occasione la redazione ha organizzato una conferenza che ha visto quali suoi protagonisti i già citati critici e docenti universitari Giacinto Di Pietrantonio, Angela Madesani, Loredana Parmesani e Tommaso Trini, in un confronto in cui si è discusso il complesso rapporto tra scrittura e critica d’arte, le varie tipologie extra-artistiche di militanza diffuse in quegli anni, la nascita del fenomeno peculiare del “libro d’artista”, nonché il ruolo dell’editoria ufficiale nella divulgazione alle masse delle nuove tendenze artistiche all’indomani delle contestazioni, allo scopo di instaurare un confronto critico e propositivo tra i mutamenti storici che hanno contrassegnato il ’68 e le continuità o rotture con l’epoca di cambiamento e incertezza sul piano politico, sociale e culturale che stiamo vivendo.

I relatori invitati hanno condiviso con il pubblico le loro esperienze professionali. È in questa cornice che si inserisce l’intervento di  Giacinto Di Pietrantonio, che ha raccontato della sua decennale esperienza come caporedattore e vicedirettore di «Flash Art Italia», la nota rivista di divulgazione di arte contemporanea fondata nel 1967 da Giancarlo Politi, un uomo che ebbe l’intuito di portare all’interno del sistema dell’arte italiano un differente approccio all’informazione, ma che ebbe soprattutto il merito di divulgare per primo, in Italia, le tendenze e le esperienze artistiche internazionali in tempo reale.

Con in suo intervento, Angela Madesani ha voluto, invece, approfondire un caso studio specifico legato all’editoria d’arte che, seppur di natura assai diversa dal caso di «Flash Art», si pone per certi versi con un simile intento, ovvero quello di divulgare l’arte in modo più democratico e capillare. Il tema affrontato è stato pertanto quello del libro d’artista, e nello specifico la storica dell’arte si è concentrata su quattro esempi paradigmatici, esponendo le peculiarità dei seguenti volumi:  Twentysix Gasoline Stations di Edward Ruscha, Topographie anecdotèe du hasard di Daniel Spoerri, Dagblegt Bull di Dieter Roth e  Moi, Ben Je signe, o Ben Dieu Art total Sa revue di Ben Vautier. La storia del libro d’artista, nell’accezione moderna e contemporanea del termine, comincia appunto da queste quattro pietre miliari che diventeranno  veri e propri modelli di riferimento per le edizioni a seguire.

Durante l’incontro Tommaso Trini, noto critico d’arte italiano fondatore e direttore di «Data Arte» (DATA), la rivista internazionale d’arte concettuale fondata a Milano nel 1972, ha offerto una preziosa testimonianza su ciò che contraddistingue il lavoro del critico, configurando tale figura come quella di uno studioso e specialista del settore in grado di accompagnare gli artisti lungo il loro percorso di ricerca, senza avere, tuttavia, la pretesa di sostituirsi a loro, sia dal punto di vista dei contenuti che da quello dell’esposizione mediatica e riconoscimento in termini di celebrità.

Infine, la critica d’arte Loredana Parmesani ha condiviso la propria esperienza come membro attivo della casa editrice Trieb, ideata da Aldo Spoldi e da Patrizia Gillo, nonché come militante della cosiddetta Banda del Marameo, costituita nel ’68 da Aldo Spoldi. Nel programma del gruppo, scrive la critica, «non vi sono risse o aggressioni, ma scherzi e giochi, come quello del “marameo”.  Attraverso tali giochi, la Banda del Marameo intendeva condizionare l’uomo a una dimensione, le sue leggi e il suo potere. Le burle della banda avevano come bersaglio preferito autorità, generali, vigili, militari, forze dell’ordine, professori».

 

Di seguito, riportiamo un estratto dal testo che Loredana Parmesani ha scritto per noi e che è incluso all’interno del volume Revolution as Evolution, curato ed edito da KABUL Editions e prodotto grazie al sostegno del Bice Bugatti Club.


Il Sessantotto? Un bel casino!

«Compagni e amici, coscienti come siamo…» (Enrico del P.C.I.)

«Compagni voglio partire un attimo…» (Gianluca del P.C.I.M.L.)

«Compagni io mi riallaccio…» (Pino del P.C.I.M.L.)

«Compagni una cosa brevissima…» (Renato del P.C.I.M.L.)

Il Sessantotto? Un bel casino! Non si vuole solo la fantasia al potere, la liberazione sessuale, il rifiuto dei consumi, la lotta dura, senza paura e continua, i diritti dei giovani e degli operai. Si vuole molto di più. Si vuole una rivoluzione totale, ma «un popolo cambia con enormi sofferenze» (Deleuze).

In molte persone esiste ancora oggi una forma di censura verso le pubblicazioni oscene, ancora di più negli anni Sessanta. In quegli anni in cui tutto è sottoposto a una radicale critica e al tentativo di un rivoluzionario cambiamento, anche una forma narrativa quale il fumetto, letteratura di massa e diffusa dall’Europa agli Stati Uniti, muta fortemente la propria struttura e i suoi personaggi, che diventano sovversivi e propongono nuove identità, il più delle volte provocatorie. Gli eroi del fumetto non sono più solo Tex Willer, personaggio etico e giusto, ma Diabolik, anima nera e senza scrupoli, ed è Satanik a far concorrenza a Topolino, mentre il Grande Blek se la deve vedere con una Biancaneve sexy.

Banda del Marameo, 1968.

Gli studi sul rapporto tra autoritarismo e repressione sessuale non sono entrati solo nella storia del fumetto, ma anche in quella della famiglia patriarcale dove il matrimonio, considerato unione inseparabile tra coniugi, con una donna casalinga e madre, viene messo in discussione. Si sovvertono i ruoli in nome di un desiderio di autonomia e libertà. Sono gli anni in cui emerge una nuova figura femminile che intende abbandonare l’etichetta del perbenismo formale a favore di una maggiore espressione di emancipazione nei costumi.

Herbert Marcuse, in uno dei suoi capolavori, Eros e civiltà, formula l’idea di liberare la società dei consumi, partendo da Freud e passando attraverso l’esperienza marxista, cercando di prospettare l’ipotesi di una società non repressiva a cui, all’ingannevole mondo del consumo, possa far seguito un mondo non repressivo tramite un eros ritrovato.

In filosofia, in Italia, Croce e Gentile vengono attaccati dai furiosi Marx e Lenin; la personalità autoritaria, la democrazia cristiana e il capitale tremano davanti a Biancaneve Sexy, dinnanzi ai nuovi costumi e stili di vita che conducono dall’oratorio al pub, ai comizi politici, alle sedute di autocoscienza; e le stesse università, sedi fino allora di un sapere certo e consolidato, si trasformano in assemblee permanenti che chiedono la rivoluzione qui e subito.

Se si attacca la società dei consumi risulta ovvio che la stessa pop art, i cui artisti pubblicizzavano nelle loro opere i prodotti del consumo di massa, divenga bersaglio di una nuova ideologia di ordine anticonsumistico, a favore di una ricerca che ha al suo centro non più l’oggetto ma la vita, non più l’artificio ma la natura, come accade con l’arte povera, prima, e la body art, poi. […]

In quegli anni nascono numerose pubblicazioni, più o meno organizzate editorialmente, ma tutte caratterizzate da una forte spinta al dibattito culturale e politico. «Quaderni Piacentini» fu una delle prime riviste, a uscita trimestrale, fondata e diretta da Piergiorgio Bellocchio a partire dal 1962 a Piacenza. Già il sottotitolo – «a cura dei giovani della sinistra» – lasciava intendere come questa fosse una delle riviste politiche e culturali più interessanti e “serie” di quegli anni che cercava di «tenere assieme il lume della ragione con la pratica della contestazione». Una rivista rigorosa e mossa da un intento critico e analitico nei confronti del contesto culturale internazionale di quegli anni.

Sul versante più strettamente artistico, certamente «Bit», con una redazione strepitosa formata da Gianni Emilio Simonetti, Germano Celant, Daniela Palazzoli, che la dirigeva, Mario Diacono, Tommaso Trini e altri, ha rappresentato un punto di svolta sul modo di intendere la critica d’arte e l’editoria che a essa si riferiva. Così come «Flash Art» che, nata dall’intuizione e dalla temerarietà di Giancarlo Politi, segnò il percorso artistico dagli anni Sessanta a oggi. Nel 1971, Tommaso Trini dà vita editoriale a «DATA», una rivista il cui obiettivo era quello di testimoniare il clima artistico internazionale e l’evoluzione dei linguaggi artistici in rapida evoluzione.

Nel dicembre del 1970 uscì il primo numero della rivista di controinformazione «Ubu», fondata da Franco Quadri, che si occupava principalmente di tematiche legate al mondo del teatro e dello spettacolo, con uno sguardo particolare alla cultura underground in tutte le sue forme.

Marameo al Professore di Scenografia, 1968

Nel medesimo anno usciva anche il primo numero di «Re Nudo», rivista diretta da Andrea Valcarenghi, a cui parteciparono numerosi intellettuali e artisti. Anche in «Re Nudo» la cultura underground ebbe un ruolo determinante e in esso furono affrontati temi quali musica, droghe, sessualità libera, pratiche sociali alternative, fumetti ecc. Nel 1971, la redazione del giornale si divise sul tema dei finanziamenti e della pubblicità, e nel giugno di quell’anno parte del gruppo redazionale, capeggiato dai membri dell’ala situazionista, in cui in cima figurava Gianni Emilio Simonetti, opera una sorta di scissione e manda alle stampe, in cinquemila copie, il leggendario numero «Re Nudo Colpo di mano».

Un po’ più tardi, verso la fine degli anni Settanta, nasce una nuova rivista che ha in un certo modo recuperato le premesse storiche e culturali dell’editoria che ha segnato gli anni Settanta: si tratta di «Alfabeta», un mensile a cui collaborano le figure più interessanti del panorama culturale di quegli anni: Nanni Balestrini, Maria Corti, Antonio Porta, Umberto Eco, Pier Aldo Rovatti, Francesco Leonetti, Paolo Volponi e Gianni Sassi.

Aperta ai vari linguaggi, la rivista ha tenuto vivo il dibattito culturale che negli anni successivi al ’68 si era intensificato con contributi multidisciplinari in cui letteratura, filosofia, arte, poesia, musica e stili di vita si intersecavano in testi a volte a più voci.

Tante voci e tanti gruppi che offrivano ai giovani, studenti e operai, artisti e critici, intellettuali e creativi, lo spunto per una proliferazione di materiali da mettere a disposizione e condivisione. È da questo clima vivace e serio che nasce in molti un desiderio editoriale, il voler affidare alle parole stampate un potere maggiore rispetto alla società delle merci e delle sue immagini pubblicitarie, al desiderio di dire e scrivere come forma di comunicazione autentica. Si costituiscono così raggruppamenti di compagni di scuola e di università che scendono in piazza, bande giovanili di rivoluzionari, ma anche, in alcuni casi, di schernitori che intendono fare del mondo un’opera d’arte ludica. L’immaginazione al potere, appunto. [continua nel libro]

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"Information is power. But like all power, there are those who want to keep it for themselves. But sharing isn’t immoral – it’s a moral imperative” (Aaron Swartz)

di Loredana Parmesani
  • Loredana Parmesani è critica e storica dell’arte, docente universitaria, autrice di numerose pubblicazioni sull’arte contemporanea, tra cui I colori della notte (Politi Editore, 1987), Arte & Co. Dal concetto all’avviamento (Politi Editore, 1993), L’arte del Secolo – Movimenti, teorie, scuole e tendenze 1900-2000 (Skira, 1997), Alessandro Mendini – Scritti (Skira, 2004), L’arte del XX Secolo e oltre (Skira, 2012), Alessandro Mendini, Scritti di domenica (Postmedia Ed., 2014), oltre a numerosi saggi su riviste, cataloghi italiani e stranieri. A partire dalla fine degli anni Sessanta, inizia a partecipare attivamente, in collaborazione con Patrizia Gillo, agli spettacoli di strada di Aldo Spoldi, la “Banda del Marameo”, ed è tra i fondatori della Casa Editrice “Trieb” collaborando alla realizzazione dell’omonima rivista, di «Jim International» e numerose altre pubblicazioni. Nel 1975, è tra i redattori del libro Teatro di Oklahoma per le Edizioni Trieb.