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Ecofemministe contro il patriarcato
Magazine, ANATOMIA – Part I - Ottobre 2020
Tempo di lettura: 12 min
Veronica Sicari

Ecofemministe contro il patriarcato

Dalla nascita del movimento ecofemminista ai Fridays for Future: quando la questione ambientale e quella femminile si uniscono per contrastare la forza distruttiva del capitalismo patriarcale.

Agnes Denes, Wheatfield: A Confrontation Battery Park Landfill, Downtown Manhattan, 1982.

Era il 1962 quando Rachel Carson, dalle pagine del suo “Primavera silenziosa”,11Rachel Carson, Primavera silenziosa, Feltrinelli, Milano, 1999 [1962].
 ci ammoniva, ricordando che molto probabilmente le generazioni future non ci perdoneranno la nostra imprudenza nei confronti dell’integrità del mondo naturale che alimenta tutta la vita.

Più di 50 dopo, nel 2018, Greta Thunberg, quindicenne svedese, diede inizio al movimento Fridays for future. Coinvolgendo milioni di ragazzi di tutto il mondo, la giovane attivista ha inaugurato una stagione di manifestazioni, spingendo molti governi a porre al centro delle proprie agende politiche la questione ambientale. Con i loro skolstrejk för klimatet (sciopero della scuola per il clima), i giovani hanno chiesto a gran voce di agire per impedire il degenerare della catastrofe climatica, che sta già causando un’escalation di disastri, come l’innalzamento del livello dei mari, l’aumento delle temperature e la conseguente crisi di siccità, e alluvioni. Fenomeni che, lungi dal rappresentare esclusivamente sconvolgimenti meteorologici, hanno un forte impatto sulla vita di milioni di persone, e sulla loro sopravvivenza.22Gli attivisti di Fridays for future chiedono a gran voce l’azzeramento delle emissioni di CO2 ben prima del 2050. Anche la Commissione Ambiente del Parlamento europeo ha affrontato nuovamente il tema delle emissioni di CO2 nei piani di ripresa economica dopo la pandemia da Covid 19.
 In particolare di donne e soggetti fragili (bambini, anziani), la cui cura è compito prevalentemente femminile.

Rachel Carson e Greta Thunberg, donne di età e periodi storici differenti, non condividono tra loro soltanto l’attivismo ambientale. Il loro impegno potrebbe collocarsi – non so quanto consapevolmente – nell’alveo di un movimento, quello ecofemminista, i cui albori sono collocabili già nell’Inghilterra vittoriana,33Già nel 1870-1880 talune studiose, come Anna B. Kingsford e Frances Power Cobbe, si dedicarono ad accese battaglie antivivisezioniste, ponendo all’attenzione dell’opinione pubblica la questione dello sfruttamento animale.
 con i gruppi femminili antivivisezione. Tale movimento individua una stretta correlazione tra le violenze subite dalle donne e quelle dell’ambiente: il dominio patriarcale sui corpi delle donne è dominato dalla stessa forza distruttiva che contribuisce al disastro ambientale. Vi sarebbe dunque un parallelismo tra la forza bruta e spesso distruttiva esercitata dall’uomo sulla natura e gli abusi di cui i corpi delle donne sono vittime.

Il termine ecofemminismo apparve per la prima volta negli anni ’70, introdotto da Françoise d’Eaubonne, nel suo libro “Le féminisme ou la mort”.44Le féminisme ou la mort, edito da Editeur Pierre Horay, 1974, non tradotto in Italia.
 Secondo la pensatrice e le altre donne che si riconoscevano nelle battaglie del movimento, le tematiche di liberazione della donna sono strettamente legate al tema dell’ecologia.

Il comune denominatore alla base dello sfruttamento del corpo – delle donne e dell’ambiente – è il capitalismo.55In The Sexual Politics of Meat, tradotto in Italia per VandA Edizioni in Carne da macello. La politica sessuale della carne, marzo 2020, Carol J. Adams ha ben sintetizzato l’anima del movimento eco(veg)femminista, sottolineando gli stretti legami tra patriarcato e sfruttamento del corpo delle donne, e consumo eccessivo di carne e sfruttamento di ambiente e animali.
 Nell’approccio capitalistico e patriarcale, ove il potere è detenuto dagli uomini, la manipolazione delle risorse naturali a vantaggio umano e l’oppressione (fisica o economica) delle donne hanno la stessa matrice.“…la manipolazione delle risorse naturali a vantaggio umano e l’oppressione (fisica o economica) delle donne hanno la stessa matrice.”

Concentrando la sua attenzione sull’uso dei pesticidi e di altre sostanze chimiche per salvaguardare le colture dall’azione degli insetti, Rachel Carson ribadì tale interconnessione tra ambiente ed esseri umani, tra uso di sostanze velenose e cancerogene e salute umana, fornendo al movimento ambientalista la spinta in grado di sfondare i circoli femministi. Interconnessione che oggi appare difficilmente confutabile.

Pony Express, Ecosexual bathhouse, 2016.

Il movimento ecologista e la progressiva maggiore consapevolezza dei cittadini di tutto il mondo degli impatti devastanti dello sfruttamento spregiudicato delle risorse naturali hanno finito per imporsi nell’agenda politica.

I grandi incidenti industriali degli anni ’60 e gli studi scientifici pubblicati già allora posero il problema dello sfruttamento sfrenato dei beni ambientali e della loro limitatezza, e la necessità di ottenere risposte dalla politica divenne impellente.

La ragione di tale maggiore vulnerabilità è diretta conseguenza della cultura patriarcale ancora imperante in tutti gli Stati del mondo.

Elizabeth Stephens e Annie Sprinkle, Marry the soil, 2014.

La tutela dell’ambiente fece, quindi, ingresso nel dibattito politico a livello mondiale con il vertice delle Nazioni Unite sui problemi ambientali tenutosi a Stoccolma nel giugno 1972 (UNCHE, United Nations Conference on Human Environment).66In tale sede, fu redatto un Piano d’Azione e una Dichiarazione di 26 principi sull’ambiente umano al fine di individuare un contemperamento tra benessere e sviluppo sociale da una parte e tutela del patrimonio ambientale dall’altra, tra antropocentrismo ed ecologismo. La Dichiarazione di Stoccolma è consultabile qui.
Tale vertice segnò un momento di svolta particolarmente importante, perché per la prima volta la comunità internazionale individuò lo sviluppo economico senza limiti come fonte di problemi.77Inoltre, la Dichiarazione di Stoccolma diede il via all’emanazione di vere e proprie norme giuridiche, tese alla salvaguardia dell’ambiente. In tal senso, Leonardo Salvemini, Lo sviluppo sostenibile: l’evoluzione di un obiettivo imperituro, «Rivista Giuridica Ambiente Diritto.it», Anno XX, 2/2020.
 Maggiormente incisiva fu la successiva Conferenza di Rio (1992), che introdusse per la prima volta il concetto di sviluppo sostenibile: il soddisfacimento di bisogni presenti non può né deve in alcun modo compromettere quello delle generazioni future.88In tale sede, si iniziò a delineare un sistema di collaborazione tra gli stati, allo scopo di individuare nuovi modelli di produzione rispettosi degli impatti ambientali. Gli stati maggiormente industrializzati si impegnarono – quanto meno formalmente – a sradicare la povertà, sostenendo i paesi in via di sviluppo nella loro ripresa economica. Tali paesi, a loro volta tendenzialmente ostili a interrompere i propri piani di crescita, si impegnarono a limitare azioni lesive per l’ecosistema.

In quella occasione, venne alla luce un importante documento programmatico, la Dichiarazione di Rio.99La Dichiarazione di Rio è consultabile qui.
 La sua rilevanza non è data esclusivamente dall’aver introdotto una serie di principi posti, poi, alla base di varie azioni concrete degli Stati membri. In tale documento, si riconobbe in maniera ufficiale, per la prima volta, la connessione tra questione ambientale e questione femminile. Al punto 20 fu, infatti, espressamente previsto il ruolo vitale delle donne nella gestione dell’ambiente e dello sviluppo, statuendo che «la loro piena partecipazione è quindi essenziale per la realizzazione di uno sviluppo sostenibile».

Tale affermazione troverà un’applicazione più compiuta nella IV Conferenza mondiale sulle donne svoltasi a Pechino nel 1995, che diede vita alla Piattaforma d’azione.1010La Piattaforma d’azione è un documento contenente strategie di applicazione in determinati contesti considerati critici, al fine di raggiungere l’obiettivo della parità di genere.
 Un intero capitolo è interamente dedicato a donne e ambiente. Tra gli obiettivi strategici previsti campeggia il coinvolgimento attivo delle donne nei processi decisionali relativi all’ambiente, a tutti i livelli. Venne inoltre individuata, tra le iniziative a carico dei governi, la necessaria introduzione di misure necessarie per ridurre i rischi che derivano alle donne da fattori ambientali, ai quali sono esposte in casa, nel luogo di lavoro, e in altri ambienti, in particolare sviluppando l’uso di tecnologie pulite, conformemente all’approccio precauzionale sancito dalla Dichiarazione di Rio sull’ambiente e lo sviluppo.

Tale affermazione, di fatto, dona valenza istituzionale all’intuizione già maturata in seno al movimento ecofemminista. Le maggiori vittime delle conseguenze nefaste di catastrofi ambientali, fenomeni pandemici nonché dello sfruttamento sfrenato delle risorse naturali sono le donne. La ragione di tale maggiore vulnerabilità è diretta conseguenza della cultura patriarcale ancora imperante in tutti gli Stati del mondo, sebbene in misura differente. Le donne si trovano, per abitudini culturali, per il loro ruolo di cura – inabdicabile in certi contesti geografici – a essere più esposte rispetto alla popolazione maschile. Perché nonostante le dichiarazioni di principio, in concreto, la parità di genere è un obiettivo ancora lontano dall’essere stato raggiunto.

Betsy Damon, 7000 Year Old Woman, 1977, performance, New York.

Caroline Criado Perez, nel suo recente saggio Invisibili, si occupa, attraverso l’analisi dei pochi “gender data”1111Con gender data si intendono dati raccolti e differenziati in base al genere.
disponibili, di tracciare le disparità di genere presenti in ogni anfratto della vita quotidiana. Nel corso della sua ricerca, l’autrice ha potuto constatare come all’indomani del verificarsi di grandi catastrofi naturali o di pandemie, siano state le donne a pagare il prezzo più alto. Si legge come:

«Mentre nel 2014 l’Ebola contagiava la Sierra Leone, “i programmi di quarantena garantivano la fornitura di generi alimentari, ma non coprivano il fabbisogno di acqua e combustibili”; tuttavia, poiché in molti Paesi in via di sviluppo sono le donne a provvedere la famiglia di quelle risorse indispensabili, “le donne continuavano a uscire di casa in cerca di legna da ardere, rischiando di diffondere ulteriormente il contagio”, finché non si decise di rielaborare i programmi di quarantena».1212Caroline Criado Perez, Invisibili. Come il nostro mondo ignora le donne in ogni campo. Dati alla mano, Einaudi, Torino, 2020.
 

Le donne risultano maggiormente esposte agli agenti patogeni o pagano un prezzo più alto in caso di catastrofi naturali anche perché è a loro addossata la responsabilità di cura dei familiari, e svolgono lavori che espongono al contagio (infermiere, levatrici, addette alle pulizie e al lavaggio della biancheria negli ospedali).

E ancora, diverse studiose, come l’antropologa Paola Tabet,1313Paola Tabet, La grande beffa: sessualità delle donne e scambio sessuo-economico, Rubbettino, Catanzaro, 2005.
 hanno evidenziato come in taluni contesti geografici, per esempio ad Haiti, nei quali il rapporto uomo-donna possiede i connotati di un accordo economico e sessuale, lo sfruttamento ambientale e le opprimenti condizioni di povertà costringano le donne a prostituirsi pur di poter provvedere alla propria sopravvivenza e a quella della propria famiglia.1414Laura Sugamele, Subalternità sessuale, corpo femminile e controllo della natura: connessioni, in www.istitutoeuroarabo.it.

Le riflessioni sulla correlazione tra sfruttamento ambientale, povertà e impatti negativi sulla vita delle donne sono già da tempo alla base dei movimenti ambientalisti dell’America Latina. In tali luoghi, a capo dei movimenti ecologisti ci sono le donne. Molte di queste organizzazioni sorgono e si battono in particolare negli Stati in cui sorge l’Amazzonia, a oggi oggetto di progetti industriali estrattivi e di coltivazioni intensive. Le popolazioni del posto vivono in un rapporto simbiotico con la terra che le ospita e con la loro foresta. Devastanti incendi, richieste sempre più pressanti di terra per allevamenti intensivi di bovini, destinati al mercato mondiale, sfruttamento minerario e coltivazioni di soia stanno mettendo a rischio non soltanto la biodiversità di quei luoghi, ma altresì la sopravvivenza delle popolazioni indigene che, nonostante le pressioni ricevute, si sono spesso rifiutate di abbandonare i luoghi natii. Con la conseguenza che alle violazioni ambientali si sono aggiunte gravissime violazioni dei diritti umani. I dati, aggiornati al 2019, hanno registrato più di 200 omicidi di attivisti ambientali.

In Colombia, che insieme alle Filippine detiene il primato di tali atti criminali,1515Luisiana Gaita, Ambiente, 212 attivisti uccisi nel 2019: non sono mai stati così tanti. Vittime molti indigeni, strage in Colombia, «Il Fatto Quotidiano», 30 luglio 2020.
Ünãgükü Taüchina, giovane indigena Tikuna, porta avanti una campagna a tutela delle donne del luogo, per evitare che diventino oggetto di tratta degli esseri umani. In Ecuador, Vero, indigena della nazione Achuar, si occupa di un progetto di assistenza sanitaria per le donne in gravidanza, in un contesto culturale in cui il parto è considerato un tabù e le donne partoriscono da sole nella foresta, mettendo a rischio la loro vita e quella dei neonati.1616Queste donne, insieme ad altri attivisti sudamericani, sono state di recente ritratte dal fotografo Pablo Albarenga, nell’ambito di un progetto di denuncia sullo sfruttamento delle terre, che gli ha fatto guadagnare il Sony World Photography Award 2020. Patrizia Varone, Ritratti di indigeni dall’Amazzonia che prova a resistere, «La Lettura. Corriere della Sera», n. 465, 25 ottobre 2020.

Aviva Rahmani, Blue Sea Lavender, 2009.

Le conseguenze nefaste dello sfruttamento sfrenato delle risorse naturali non sono un’esclusiva prerogativa dei paesi in via sviluppo. Coinvolgono, ormai in maniera evidente, anche i paesi occidentali. Basti pensare alla recente, e ancora in corso, pandemia da Covid-19. L’attuale emergenza sanitaria ha posto ancora una volta sotto i riflettori lo stretto legame intercorrente tra la salvaguardia dell’ambiente e la sopravvivenza umana. Ha costretto gli stati a varare una serie di iniziative volte a tutelare la salute umana, ma anche a prevenire l’inevitabile catastrofe economica. Ha acuito le disuguaglianze sociali e impattato negativamente in maniera significativa soprattutto nella vita delle donne, tanto da spingere i Governi a correre ai ripari. Sebbene al momento non sia stato dimostrato nessun nesso diretto tra la pandemia e la questione ambientale, tra disgregazione dell’ambiente e crisi epidemiologica, taluni studi sembrerebbero suggerire una correlazione tra l’inquinamento, il diffondersi del virus e il suo alto tasso di mortalità.1717In tal senso, Paolo Pinto, Tra salute e ambiente: osservazioni sul ruolo del diritto di fronte alla crisi, «Ambiente Diritto.it», Anno XX, 3/2020.

Che l’urbanizzazione senza regole abbia, di fatto, favorito il diffondersi di virus di natura zoonotica (vale a dire di origine animale, capaci di fare il salto di specie e colpire l’uomo) è un dato di fatto.1818L’Organizzazione Mondiale della Sanità stila ogni anno la lista delle malattie che potrebbero potenzialmente divenire causa di emergenze sanitarie mondiali, indicandone la ricerca scientifica e i correlati investimenti come prioritari. In tal senso, Francesco Suman, Punto cieco nella prevenzione delle pandemie: la tutela dell’ambiente, in ilbolive.unipd.it.
 Le conseguenze nefaste di tali agenti patogeni pandemici e degli sconvolgimenti climatici, tuttavia, non si limitano esclusivamente alla compromissione della salute di chi ne rimane esposto: causano a cascata una serie di effetti sociali ed economici, e a farne le spese sono le fasce più deboli della popolazione. E tra queste, ovviamente, in numero maggiore, le donne.

Hito Steyerl, Factory of the Sun, 2016, MOCA.

L’UN Women, ossia l’Ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile, conscio delle conseguenze negative che la pandemia avrebbe avuto sulla condizione femminile, ha individuato una serie di azioni tese a ridurre l’impatto della crisi ed elaborare risposte efficaci.1919Per approfondimenti a questo link.
 Nella consapevolezza che, a causa delle misure di isolamento domestico previste per contenere i contagi, gli abusi domestici potessero aggravarsi, è stato espressamente chiesto agli stati di agevolare e rafforzare il ricorso ai servizi per le vittime, coinvolgendo in maniera più mirata le forze dell’ordine nell’azione di prevenzione e repressione delle violenze domestiche.

L’Italia ha recepito tali raccomandazioni: meritano menzione la campagna promossa dal Dipartimento per le pari opportunità tesa a rendere accessibili canali di comunicazione alternativi per denunciare eventuali abusi domestici,2020Ci si riferisce alla campagna #liberapuoi, protocollo di intesa siglato tra il Dipartimento per le pari opportunità e la Federazione Ordini dei Farmacisti, Federfarma e Assofarm, per coinvolgere nella campagna di informazione sulle modalità, anche alternative al numero verde antiviolenza 1522, attraverso cui chiedere aiuto in caso di abusi, le farmacie, luoghi facilmente accessibili per le donne durante l’isolamento imposto dalle misure di contrasto all’epidemia. Si veda qui.
 nonché la Circolare del 21 marzo 2020 del Ministero dell’Interno che, al fine di potenziare l’accoglienza sul territorio delle donne vittime di abusi domestici, autorizza enti territoriali e prefetture a individuare nuove soluzioni alloggiative, anche di carattere temporaneo, che consentano di offrire l’indispensabile ospitalità alle donne vittime di violenza che, per motivi sanitari, non possono trovare accoglienza nei Centri Antiviolenza e nelle Case Rifugio.

Le azioni poste in campo non sono state tuttavia sufficienti. In base alla relazione della Direzione Centrale della Polizia Criminale del Dipartimento di Pubblica Sicurezza presso il Ministero dell’Interno,2121Violenza di genere e omicidi volontari con vittime donne gennaio-giugno 2020.
 nel periodo del lockdown i reati di maltrattamenti in famiglia sarebbero diminuiti. In verità, già nel periodo delle prime aperture di maggio, e dunque con il progressivo affievolimento delle limitazioni alla libertà di movimento, la percentuale delle denunce raggiunge un valore superiore rispetto a quello dell’anno precedente. A dimostrazione che, nei mesi di confinamento, in una situazione di costante contatto con il maltrattante, a diminuire non sono stati i reati, ma le possibilità di denunciarli.

Ünãgükü Taüchina, giovane indigena Tikuna che porta avanti una campagna a tutela delle donne del luogo, per evitare che diventino oggetto di tratta degli esseri umani.

Senza un cambio di rotta, una vera presa di coscienza, corriamo inevitabilmente verso l’epilogo.

Manifestazione dei giovani di Fridays For Future, 2019. Fonte: https://www.greenpeace.org/italy/storia/6109/fridays-for-future-cosa-non-siamo-noi-giovani-per-il-clima/

Il Covid-19 non ha soltanto creato un aggravamento della sicurezza personale delle donne: ha influito in maniera significativa anche sulla loro partecipazione al mercato del lavoro. Il Rapporto Istat 20202222https://www.istat.it/storage/rapporto-annuale/2020
 ha sottolineato come durante la fase del lockdown la chiusura dei servizi per l’infanzia, l’impossibilità di contare sulla rete familiare e le difficoltà oggettive di conciliare il lavoro di cura a loro carico, e impieghi già di per sé precari, ha comportato un progressivo aggravamento delle disuguaglianze, scoraggiando l’occupazione femminile. Con un grave danno in termini di condizioni economiche delle famiglie.

Ancora una volta, dunque, dinanzi a eventi devastanti per l’intero pianeta, a farne le spese in maniera più grave sono le donne, maggiormente vulnerabili da un punto di vista fisico ed economico.2323Già nel 2009, Amnesty International aveva sottolineato lo stretto legame tra disastro ambientale, situazioni di estrema povertà ed esponenziale crescita delle violenze sulle donne

È evidente, quindi, che l’attuale situazione, sebbene – forse – non ancora drammatica, sia senza alcun dubbio seria. Senza un cambio di rotta, una vera presa di coscienza, corriamo inevitabilmente verso l’epilogo. E sforzi importanti non sono richiesti esclusivamente a carico dei governi, cui spetta sicuramente l’onere di porre in essere azioni ben precise. È necessario investire risorse in un modello economico differente da quello capitalistico oggi dominante.2424Attraverso l’Accordo di Parigi, siglato nell’omonima città francese e formalmente ratificato dall’Unione europea nell’ottobre 2016, è stato previsto il progressivo abbandono dei combustibili fossili in favore di energie alternative e una serie di piani generali nazionali per l’azione per il clima, per raggiungere l’ambizioso obiettivo di mantenere l’aumento medio della temperatura mondiale al di sotto di 2°C rispetto ai livelli preindustriali. Obiettivo raggiungibile solo se tutti gli stati saranno in grado di lavorare in sinergia, attenendosi alle prescrizioni. Ecco perché ha suscitato non poco scalpore la decisione presa dal 45° presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, nel novembre 2019, di intraprendere l’iter previsto per recedere dall’accordo, considerandolo dannoso per le imprese e dunque l’economia americana.
 Una presa di posizione è richiesta soprattutto ai singoli individui: la modifica delle proprie abitudini di vita, l’abbandono di retaggi culturali patriarcali e sessisti, un’educazione alimentare più consapevole.

Rachel Carson, nell’ultimo capitolo di Primavera Silenziosa, era convita che l’umanità si trovasse già allora di fronte a un bivio: in realtà, si trova ancora lì, ferma all’imbocco di quelle due strade non agevoli che si diramavano dinanzi ai suoi occhi.2525A settembre di quest’anno, secondo uno studio pubblicato sulla rivista «Nature Communications Earth and Environment», condotto dagli studiosi del Byrd Polar and Climate Research Center dell’Ohio State University, i ghiacciai della Groenlandia avrebbero subito una compromissione talmente grave da potersi ormai parlare di punto di non ritorno. Ciò significherebbe che il loro scioglimento non potrebbe essere arrestato neanche da interventi mirati contro il riscaldamento globale. In realtà, la comunità scientifica sul punto non è unanime. Non mancano voci contrarie, che affermano che un’effettiva e decisa azione, con un repentino intervento di riduzione del riscaldamento globale potrebbe, in effetti, arrestare o quanto meno mitigare i cambiamenti climatici. L’articolo è consultabile qui.
 Dagli anni ’60 a oggi, abbiamo mosso pochi, incerti e insufficienti passi. Il libro di Carson contiene, quale epigrafe, una citazione di Elwyn Brooks White, che recita:

«Sono pessimista sul genere umano perché esso è troppo ingegnoso per poter essere felice. Il nostro rapporto con la natura consiste nel cercare di sottometterla. Noi avremmo migliori possibilità di sopravvivere se ci adattassimo al nostro pianeta e lo valutassimo in modo più positivo, invece di considerarlo in modo così scettico e dittatoriale».

Una visione fosca, disillusa, incapace di affidarsi al buon senso e alla lungimiranza degli esseri umani. Abbiamo ancora la possibilità di dimostrare il contrario.

Vero, indigena della nazione Achuar, in Ecuador, sdraiata accanto al giardino nel quale coltiva anche piante medicinali, con le quali assiste le partorienti. Fonte: https://pabloalbarenga.com/Seeds-of-resistance

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di Veronica Sicari
  • Veronica Sicari è avvocata presso il Foro di Catania, diplomata alla Scuola di Specializzazione in Professioni Legali. Di recente ha conseguito il Master in Diritto dell’ambiente e gestione del territorio dell’Università di Catania Ha pubblicato articoli e note a sentenza su alcune riviste giuridiche on line. Interessata ad ambiente e tutela delle donne, si occupa prevalentemente di reati endofamiliari e degli aspetti civilistici del diritto di famiglia.
Bibliography

Rachel Carson, Primavera silenziosa, Feltrinelli, Milano, 1999 [1962].
Caroline Criado Perez, Invisibili. Come il nostro mondo ignora le donne in ogni campo. Dati alla mano, Einaudi, Torino, 2020.
Luisiana Gaita, Ambiente, 212 attivisti uccisi nel 2019: non sono mai stati così tanti. Vittime molti indigeni, strage in Colombia, «Il Fatto Quotidiano», 30 luglio 2020.
Paolo Pinto, Tra salute e ambiente: osservazioni sul ruolo del diritto di fronte alla crisi, «Ambiente Diritto.it», Anno XX, 3/2020.
Leonardo Salvemini, Lo sviluppo sostenibile: l’evoluzione di un obiettivo imperituro, «Rivista Giuridica Ambiente Diritto.it», Anno XX, 2/2020.
Laura Sugamele, Subalternità sessuale, corpo femminile e controllo della natura: connessioni, in www.istitutoeuroarabo.it.
Francesco Suman, Punto cieco nella prevenzione delle pandemie: la tutela dell’ambiente, in ilbolive.unipd.it.
Paola Tabet, La grande beffa: sessualità delle donne e scambio sessuo-economico, Rubbettino, Catanzaro, 2005.
Patrizia Varone, Ritratti di indigeni dall’Amazzonia che prova a resistere, «La Lettura. Corriere della Sera», n. 465, 25 ottobre 2020.