Pierre Huyghe, Exomind, 2017.
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Cybernetic Culture Research Unit

Il Numogramma Decimale

H.P. Lovercraft, Arthur Conan Doyle, millenarismo cibernetico, accelerazionismo, Deleuze & Guattari, stregoneria e tradizioni occultiste. Come sono riusciti i membri della Cybernetic Culture Research Unit a unire questi elementi nella formulazione di un «Labirinto decimale», simile alla qabbaláh, volto alla decodificazione di eventi del passato e accadimenti culturali che si auto-realizzano grazie a un fenomeno di “intensificazione temporale”?

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Hypernature. Tecnoetica e tecnoutopie dal presente

Avery Dame-Griff, Barbara Mazzolai, Elias Capello, Emanuela Del Dottore, Hilary Malatino, Kerstin Denecke, Mark Jarzombek, Oliver L. Haimson, Shlomo Cohen, Zahari Richter
Nuove utopieTecnologie

Dinosauri riportati in vita, nanorobot in grado di ripristinare interi ecosistemi, esseri umani geneticamente potenziati. Ma anche intelligenze artificiali ispirate alle piante, sofisticati sistemi di tracciamento dati e tecnologie transessuali. Questi sono solo alcuni dei numerosi esempi dell’inarrestabile avanzata tecnologica che ha trasformato radicalmente le nostre società e il...

Autonomy: self-design or self-deconstruction?
Magazine, AUTONOMY - Part I - Maggio 2017
Tempo di lettura: 13 min
Lisa Andreani

Autonomy: self-design or self-deconstruction?

Discrezione e anonimato come forme per superare la perdita di autonomia: le riflessioni di Marina Garcés e Federico Ferrari.

David Firth, Cream, short film, 2017, courtesy the artist (https://www.youtube.com/watch?v=0UgiJPnwtQU).

Il contesto attuale “iperoccupato”, dove il tempo e lo spazio in cui viviamo vengono riempiti da azioni e strumenti che ne limitano la reale libertà, vede ‘la vita’ invadere l’arte in modo sempre più prepotente. Tanto che essa non è solamente uno degli oggetti principali dell’indagine artistica, ma ha finito per appropriarsi dei mezzi utilizzati dall’arte per raggiungere una forma estetica stimolante e coinvolgente. Per essere più precisi tale estetizzazione avviene colmando ogni nostro giorno di attività collettive e processuali (pensiamo a Twitter e alla pratica dello sharing di ciò che ci accade in ogni istante), mantenendo le persone occupate senza apportare alle loro esistenze alcun risultato o realizzazione. È bene precisare infatti ciò che in primo luogo differenzia l’occupazione dal concetto di lavoro: una conclusione o risultato non necessari. Occupazione è da intendersi, quindi, come azione fine a se stessa, di pura gratificazione, lontana da quel ‘mezzo per un fine’ che è il lavoro. Inserendosi nei più diversi contesti quotidiani l’occupazione determina una serie di slittamenti che producono nuovi parametri relativi a un tempo e uno spazio che non sono più circoscritti in un quadro, ma sono legati al semplice trascorrere, al “leisure and pleasure”. Molti si potrebbero chiedere a questo punto come possano le implicazioni sopra evidenziate essere reali. Probabilmente alcune delle domande che Hito Steyerl, artista e filmmaker tedesca, pone nell’articolo pubblicato su «e-flux journal» nel dicembre 2011 possono risultare illuminanti per un richiamo a una nuova interpretazione del concetto di autonomia nei confronti del reale, dove la dissociazione arte e vita appare ormai utopica e impossibile. Ecco qui alcune delle domande di Steyerl: «Does art process you in the guise of endless self-performance? Do you wake feeling like a multiple? Are you on constant auto-display?».

Oppure:

«Have you been beautified, improved, upgraded, or attempted to do this to anyone/thing else? Has your rent doubled because a few kids with brushes were relocated into that dilapidated building next door? Have your feelings been designed, or do you feel designed by your iPhone?».

Se proviamo a rispondere o a interrogarci su queste domande, l’onnipresenza dell’arte nella vita di tutti i giorni si rende visibile in maniera più lucida e chiara. Le azioni sopracitate si manifestano come sintomi di una vera e propria occupazione artistica. La dematerializzazione dell’oggetto o dell’opera e la loro relativa sostituzione a favore di azioni relazionali e performance sono diventate oggi le regole di un processo iniziato negli ultimi cinquant’anni. Lo slittamento, che è avvenuto e sta ancora realizzandosi, vede quindi l’incorporazione del mondo dell’arte nella vita, nella forma anche di un processo di estetizzazione politica. L’autonomia artistica, per com’è stata analizzata e teorizzata crocianamente nei primi del Novecento, appare oggi non solo morta ma paradossalmente persino funzionale alla costruzione di modelli di business apparentemente clever e super cool. Se, recuperando il pensiero crociano, nella separazione dalla vita l’arte generava la sua purezza, se nell’indipendenza dal contesto produceva un valore aggiunto, ora è la base portante per la costruzione della vita stessa. Questo ribaltamento è evidenziato anche da Steyerl quando scrive: «Artistic autonomy was meant to separate art from the zone of daily routine – from mundane life, intentionality, utility, production, and instrumental reason – in order to distance it from rules of efficiency and social coercion».

Cécile B. Evans, Hyperlinks, video, 2014-in corso, courtesy the artist.

Nel tratteggiarla come tale, Steyerl si sofferma – per mostrare il cambiamento avvenuto – sulla scelta presa in passato dagli artisti di rifiutare le specializzazioni nel settore. In quanto tale, questa decisione, giustificata anche da una volontà di allontanamento dall’alienazione, appariva come una delle mosse principali per rendersi per così dire ‘autonomi’. Il rifiuto della specializzazione da parte dell’artista appare oggi recuperato e trasformato in una pratica ben precisa dai sistemi neoliberisti che ne fanno uso al fine di coprire il dilettantismo professionale presente in molte forme di occupazione contemporanea. Mostrandosi come apparentemente multitasking, i soggetti d