Alessandro Sciarroni, FOLK-S, will you still love me tomorrow?, 2012, ph. Matteo Maffesanti.
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L’Alterità nella costruzione dell’identità europea: intervista a Boris Groys
Magazine, OTHERING – Part I - Settembre 2019
Tempo di lettura: 9 min
Simona Squadrito

L’Alterità nella costruzione dell’identità europea: intervista a Boris Groys

L’arte tra mercificazione e propaganda politica, per un ripensamento del rapporto tra soggetti (io-l’Altro).

Frame dalla serie televisiva statunitenze di fantascienza “Visitors” andata in onda negli Stati Uniti dal 1984 al 1985.

 

Nell’attuale scenario geopolitico globale, il progressivo aumento di azioni volte a contrastare e inibire i fenomeni migratori, in un’epoca in cui oggi più che mai la mobilità rappresenta invece un modo di stare al mondo, si inserisce all’interno di una più ampia cornice di diritti regolarmente violati e negati a quella parte di popolazione che la cultura e la società dominante identificano oppositivamente come “altra” e minoritaria rispetto a sé, che si tratti sia di processi di identizzazione fondati sul colore della pelle o il credo religioso, che di processi basati invece su categorie come il genere e l’orientamento sessuale. Nell’antica società del patriarca bianco eterosessuale, la reciproca dipendenza dei due concetti di “identità” e “alterità” si esprime attraverso la definizione del termine oppositivo (l’altro, il loro) come pericolo e minaccia per la sicurezza della comunità a cui l’io (il noi) sente di appartenere. L’altro, in questa visione, rappresenta pertanto l’estraneo su cui il gruppo dominante può esercitare forme di dominio e pratiche di esclusione, il corpo “alieno” da espellere e negare.

Prendendo le mosse da tali considerazioni, Visitors, terzo volume della collana K-pocket guide, edito da KABUL magazine e stampato nel mese di ottobre 2019, intende analizzare il fenomeno dei flussi migratori e delle attuali catastrofi umanitarie riconducendoli all’interno di una riflessione più ampia che indaghi i rapporti tra soggetti e il processo di alterizzazione che ne può conseguire.

In questa prospettiva, per contrastare la logica duale del binarismo oppositivo, da cui discendono tutte le forme di discriminazione ed esclusione sociale, cultura e arte sono oggi chiamate in campo per denunciare le radici storiche alla base di tali processi e produrre immaginari alternativi a quelli precostituiti e stereotipati del modello culturale vigente. Nello specifico dell’intervista a Boris Groys, di cui qui si riproduce un estratto, la ricerca di tale immaginario alternativo si traduce pertanto nell’aspirazione a una comunità partecipata di soggettività non fuse tra loro e interagenti: se la definizione e il riconoscimento dell’altro è infatti inevitabile, l’arte, in quando generatrice di eventi che possono essere collettivi, può ergersi come momento dalla valenza unificante nonostante la sua intrinseca transitorietà. In questo modo, con il suo linguaggio, può diventare fonte di ispirazione per ripensare e contrapporsi alle politiche contemporanee europee che tendono alla xenofobia e per suggerire la formazione di comunità eterogenee, non più caratterizzate solamente dalla condivisione di aspetti identitari ma dal riconoscimento dell’altro senza una conseguente repulsione di esso.

Boris Groys è critico d’arte, teorico dei media e filosofo. È professore di Slavistica e di Russistica alla New York University ed è ricercatore all’Università di Arti e Design di Karlsruhe, in Germania, dove è stato professore di Estetica, Storia dell’arte e Teoria dei media. È stato inoltre professore insigne in diverse università negli Stati Uniti e in Europa, compresa l’Università della Pennsylvania, l’Università del Sud California e il Courtauld Institute of Art di Londra. Tra i maggiori studiosi di teoria dei media, tra le altre cose, di Art power (Postmedia Books, 2012), Going Public (Postmedia Books, 2013) e In the Flow. L’arte nell’epoca della riproducibilità digitale (Postmedia Books, 2018).

Visitors è un volume che riporta le voci, oltre quella di Boris Groys, di Gaia Giuliani, Thomas Nail, Oleksiy Radynski, Saskia Sassen e Daniel Trilling. Contro società come quella fondata sul patriarcato bianco eterosessuale che identificano l’altro come minaccia per la stabilità e sicurezza del gruppo dominante, gli intervistati ci presentano un immaginario alternativo per la promozione di una cultura inclusiva in grado di preservare le differenze e contrastare le discriminazioni legate al sesso, al genere, all’etnia e alla religione. Il glossario a compendio della pubblicazione è stato steso a più mani in occasione del workshop Cat’s Cradle che si è tenuto a Borca di Cadore durante Simposio, un progetto di NONE Collective.

KABUL magazine, Visitors, K-pocket guide, 2019.

Simona Squadrito: Nell’introduzione ad Art Power sostiene che l’arte può essere mostrata al pubblico in due modi: o come merce o come propaganda politica. Ma l’arte presentata come merce non è a sua volta una forma di propaganda politica in seno al sistema capitalistico? 

Boris Groys: Non esattamente. Per comprendere la produzione e lo scambio di merci come caratteristiche specifiche del capitalismo, occorre già avere un punto di vista critico e politico. Il consumatore d’arte “comune” non pensa in questi termini: guarda l’arte come una fonte di esperienza estetica, senza pensare al modo in cui essa abbia raggiunto i consumatori. Una persona con uno sguardo politico percepisce l’arte come un messaggio politico esplicito. 

Simona Squadrito: Sostiene che nella nostra nostra epoca, contrassegnata dalla biopolitica, si sia sviluppata la bioarte, una forma d’arte che predilige la documentazione rispetto all’opera. Nel saggio L’arte nell’era della biopolitica: dall’opera alla documentazione sostiene quanto segue: «La documentazione artistica è quindi l’arte di creare cose viventi con qualcosa di artificiale, un’attività viva da una pratica tecnica: si tratta di bioarte che è simultaneamente biopolitica». Che cos’altro possiamo aggiungere al concetto di bioarte?

Boris Groys: Non parlerei propriamente di bioarte. Ciò che intendo è che ai nostri tempi l’arte non significa solo – e neanche principalmente – la produzione di opere d’arte, ma piuttosto il mettere in scena eventi artistici. Un evento ha luogo non nello spazio ma nel tempo. L’evento fa pertanto sempre parte della vita. In questo senso, sostengo che la documentazione appartiene alla biopolitica, poiché ogni documentazione ci consente di ricostruire eventi e, in questo senso, di ricostruire vita. 

Frame dal video “Other” di Tracey Moffatt, 2009

Simona Squadrito: In L’Europa e i suoi altri sostiene che l’arte può suggerire alla politica contemporanea soluzioni rispetto alla formazione di una comunità eterogenea. Nell’arte di oggi a essere importante non sarebbe più l’oggetto, ma lo spazio della sua esposizione, dove al suo interno si regolano autonomamente, coscientemente e orizzontalmente le relazioni tra i visitatori. Il singolo spettatore sa che non potrà abbracciare la totalità dell’esposizione, che si raggiunge solo attraverso la somma di tutti gli sguardi. Questo suo ragionamento, che la porta a evidenziare un’intercambiabilità dei corpi, si avvicina a mio avviso al concetto bachtiniano di trasgredienza, ovvero quella posizione particolare che consente di completare l’altro attraverso ciò che aggiungo nei suoi riguardi, a partire dalla mia posizione che consiste nel trovarmi fuori di lui. Il punto di vista trasgrediente chiama in causa quello di eccedenza (di visione e di sapere) e quello di orizzonte (dell’eroe dal suo contorno, dell’Io dall’Altro). Io percepisco una particolare porzione di mondo, occupata e vista esclusivamente da me, per l’altro inaccessibile e, viceversa, l’altro percepisce una porzione di mondo a me altrettanto inaccessibile. Ritiene che i concetti di eccedenza e di orizzonte possano aiutarci a regolare la relazione di convivenza interculturale all’interno di una società cosmopolita e a mantenere una distinzione tra il familiare e l’alieno?

Nel XX secolo lo sguardo dell’Altro comincia a dominare del tutto.

Boris Groys: Be’, sì. In realtà questo concetto di alterità venne proposto da Husserl nella sua teoria dell’intersoggettività – Bachtin se ne è solo servito. Tuttavia, uno può sempre sostenere che l’Altro non solo occupi una differente posizione nello spazio e nel tempo (in termini bachtiniani, un diverso cronotopo), ma che sia anche in qualche modo strutturato in modalità differenti. Questa è precisamente l’argomentazione contro cui si è battuto Husserl, poiché in realtà si tratta di un ragionamento razzista. Questo ragionamento risiede nelle teste di molte persone – a dispetto di qualsiasi critica filosofica. 

Simona Squadrito: Certo, è indubbio che Bachtin attinga dal concetto di intersoggettività di Husserl. Ma ciò che a mio avviso è interessante è che il filosofo russo, pur riprendendola, si distanzi proprio dalla filosofia husserliana, considerata come puramente idealistica. L’evento per Bachtin deve essere «descritto solo con partecipazione» e difficilmente può essere espresso in termini puramente teorici. Inoltre, in un secondo momento, quando Bachtin arriverà a teorizzare il carnevale affermerà che: «L’uomo non può trovare mai tutta la pienezza soltanto in sé stesso». Attraverso la sua estetica, Bachtin da all’Altro un significato ontologico e introduce nel rapporto Io/Altro il concetto fondamentale di “responsabilità”. Ogni io occupa un posto unico nel mondo e in modo responsabile è chiamato a “prendere una posizione”. È attraverso il concetto di “esotopia” che Bachtin riesce a esprimere la relazione tra l’autore e il suo personaggio, così come anche quella tra Io e Altro. L’esotopia indica infatti la condizione dell’Io di trovarsi fuori rispetto a qualcosa, sebbene ne sia a ridosso, è ciò che consente di avvertire non solo l’Altro come presenza ma anche come limite. Rispetto a quanto da lei sostenuto nell’articolo L’Europa e i suoi altri, il concetto di esotopia, che considero di elevata portata politica, potrebbe essere un utile strumento per regolare le relazioni tra gli europei e quelli che lei definisce gli “alieni”?

Marco Godinho – Written by Water, 58esima Biennale di Venezia, Padiglione Lussemburgo

Boris Groys: Non vi è alcun dubbio che il pensiero moderno privilegi lo sguardo dell’Altro rispetto alla mia abilità di autoriflessione e introspezione. Già Hegel credeva che la verità della soggettività si rivelasse non per mezzo dell’introspezione, ma attraverso l’azione storica che può essere colta dallo sguardo dell’Altro – di uno storico, in questo caso. Nel XX secolo lo sguardo dell’Altro comincia a dominare del tutto: il marxismo crede che il pensiero individuale sia controllato dagli interessi economici; Freud crede che sia controllato dal subconscio; lo strutturalismo crede che sia controllato dal linguaggio. Perciò il nostro pensiero è visto solo come effetto di determinate congiunture economiche, erotiche o linguistiche, che sono a noi celate ma che possono essere capite dall’Altro – questa volta, l’Altro come scienziato. Bachtin cerca una via di mezzo. La sua nozione di esotopia crea una simmetria tra me e l’Altro: io ho bisogno dell’Altro per capire me stesso, ma l’altro ha bisogno di me per capire se stesso. Questa simmetria ha anche una dimensione politica, chiaramente. 

Simona Squadrito: Quando parla dell’enorme potenziale che vi è nella cultura di massa, fa leva sull’idea di un gruppo di individui che formano una comunità transitoria, come per esempio il pubblico presente a un concerto o quello in visita a un museo. Questa idea di comunità transitoria potrebbe secondo lei essere traslata nel concetto laicizzato di sobornost’? Questa comunità caratterizzata dalla vicinanza delle persone nell’assenza di discriminazione dei ruoli dei singoli individui potrebbe essere un concetto fertile per nuovi modi di pensare a una comunità partecipata?

Boris Groys: La risposta è sì. È la sobornost’, ma la comunità è qui intesa non come un corpo sociale stabile, ma piuttosto come un evento. È la sobornost’ come evento. Effettivamente è qualcosa di simile a ciò che anche Wagner propose come Gesamtkunstwerk. Finché l’arte diventa produzione di eventi, diviene anche produzione di simili eventi collettivi – creazione di un’esperienza unificante che è sì transitoria, ma che può anche essere ricordata come un passato comune. […]

KABUL magazine, Visitors, K-pocket guide, 2019, interni.

 

L’intervista continua all’interno della pubblicazione Visitors, edita da KABUL magazine nel mese di ottobre 2019.

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"Information is power. But like all power, there are those who want to keep it for themselves. But sharing isn’t immoral – it’s a moral imperative” (Aaron Swartz)

di Simona Squadrito
  • Simona Squadrito è curatrice e critica d'arte, vive e lavora a Milano. Dopo il conseguimento della laurea magistrale in Filosofia e Storia delle Idee all'Università degli Studi di Torino ha intrapreso un percorso lavorativo e formativo nelle arti visive, conseguendo nel 2020 il master di secondo livello in Museologia Museografia e Management dei Beni Culturali. Presidente dell'Associazione culturale Casagialla, è stata dal 2015 al 2020 direttore di Villa Vertua Masolo. È cofondatrice di "REPLICA. L'archivio italiano del libro d'artista" e cofondatrice e autrice dell'associazione culturale KABUL magazine. Dal 2014 scrive e collabora per diverse testate e piattaforme digitali.