Alessandro Sciarroni, FOLK-S, will you still love me tomorrow?, 2012, ph. Matteo Maffesanti.
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Dancing is what we make of falling (1, 2, 3): audio e sinossi dei talk
Project, 01 November 2018
Playlist/Podcast

Dancing is what we make of falling (1, 2, 3): audio e sinossi dei talk

Registrazioni audio e sinossi dei primi tre talk tenuti in occasione di "Dancing is what we make of falling" (OGR, Torino).

Fanzina edita da KABUL, anteprima della nuova collana K-STUDIES, 2018.

 

Dal 13 settembre al 19 ottobre si è svolta a OGR, Officine Grandi Riparazioni Torino, l’iniziativa Dancing is what make of falling, un evento scandito in sei appuntamenti serali che hanno visto la proiezione di una serie di video d’artista e l’intervento di ricercatori e collaboratori all’interno di dibattiti e talk sugli argomenti affrontati dalla mostra.

Preso in prestito dal poeta e ricercatore Fred Moten, il titolo dell’evento trasforma “la caduta in una danza”, mostra un tentativo di osservare attraverso una diversa prospettiva tutto ciò che è considerato come “periferico”, “altro” rigettato dallo sguardo a difesa di immaginari precostituiti.

Voguing, Will Ninja.

A partire da tali premesse, siamo stati parte attiva dell’evento collaborando con OGR attraverso una duplice modalità: da un lato abbiamo selezionato e tradotto per la prima volta in italiano alcuni testi che consideriamo oggi necessari per approfondire il dibattito sull’attuale movimento queer, individuato da noi come espressione più peculiare di quell’“altro” e “periferico” a cui l’evento di OGR fa riferimento. Di seguito il riepilogo dei 6 testi che abbiamo tradotto e distribuito gratuitamente nel corso di ciascuna serata:

  • bell hooks, Selling hot pussy. Rappresentazioni della sessualità femminile nera nel mercato culturale, 1992.
  • Tim Lawrence, Una storia di drag ball, house e della cultura del voguing, 2011.
  • Emi Koyama, Il manifesto del transfemminismo, 2001.
  • Jason Ritchie, Come si dice in arabo “fare coming out”? L’attivismo queer e la politica della visibilità, 2010.
  • Jeffrey A. Tucker, “La contraddizione umana”: identità come/ed essenza nella trilogia Xenogenesis di Octavia E. Butler, 2007.
  • Moya Bailey, Virilità omolatente e cultura hip hop, 2013.

Dall’altro lato, la nostra collaborazione con OGR è consistita nella registrazione (consultabile sul nostro sito) dei vari talk che si sono tenuti in occasione di ciascuna serata e nella stesura delle relative sinossi che riportiamo qui di seguito per orientare il lettore nella fitta e complessa trama di argomenti che sono stati trattati.

Per approfondire la seconda parte del nostro contributo clicca qui.

Testi di Lisa Andreani e Simona Squadrito.


Dancing is what make of falling #1

Durante il talk che ha aperto la prima serie di appuntamenti ci si è interrogati sulla produzione di immaginari a partire da figure-simbolo in grado di influenzare in modo massivo lo sviluppo di movimenti culturali e politici. Sovrapponendo i montaggi dell’artista australiana Tracey Moffatt alle parole di Irene Dioniso, regista e artista italiana, attualmente direttrice del Lovers Film Festival, questo episodio ha fatto da apertura e introduzione all’evento.

Soffermandosi sul razzismo dilagante e su identità considerate come pericolose, Dioniso concentra il suo ragionamento, aperto e collettivo, sull’idea di immaginario tendenzialmente proposto da classi dominanti e non subalterne: in particolare, a imporsi sulle altre, è la visione che corrisponde al punto di vista maschile di razza caucasica.

Tommie Smith, John Carlos e Peter Norman, Città del Messico, 1968.

A partire da una storica immagine – quella delle Olimpiadi del ’68 in Messico -, Dioniso racconta e attraversa un momento di rivendicazione di identità e, al tempo stesso, il suo contrario: durante la premiazione sul podio, tre atleti – due dei quali afro-americani, Tommie Smith e John Carlos – assumono la stessa posa attraverso un gesto simbolico; schierandosi a sostegno del movimento Olympic Project for Human Rights, i due atleti a capo chino alzano  il pugno in cielo. Peter Norman – dei tre l’unico bianco – non assume la stessa posa, ma in segno di solidarietà indossa lo stemma del progetto olimpico per i diritti umani. Per ironia della sorte Norman pagherà le conseguenze di tale scelta attraverso il biasimo dei media australiani dell’epoca e la progressiva esclusione dalle attività sportive.

Successivamente, nel corso del talk, segue un’interpretazione di alcuni prodotti cinematografici come veicoli di propaganda, diffusori di un messaggio sociale che genera spesso ripercussioni sulla creazione di immaginari. Il film Selma – La strada per la libertà (2014), diretto da Ava DuVernay e vincitore del premio Oscar nel 2015, pone una serie di riflessioni. Considerando che dal ’29 al 2015 le minoranze nere hanno avuto un margine di rappresentaz

ione del 30-35% all’interno dell’industria cinematografica, quale punto di vista occorre adottare per affrontare e risolvere tale situazione?

Con la figura di Jennifer Kent, unica regista donna presente alla 75° Mostra del Cinema di Venezia e bersaglio di forti critiche, Dioniso introduce il personaggio simbolico dell’uomo nero. Nell’horror di genere realizzato dalla regista australiana nel 2014, Babadook, il mostro rappresenta in un primo momento la figura da temere ma, al termine del film, il suo ruolo si ribalta e finisce per essere accudito dalla madre e dal figlio, consentendo a tutti di vivere finalmente in serenità. La storia sconvolge pertanto il punto di vista costringendo di fatto a riesaminare la paura della diversità.

Altra figura su cui vale la pena soffermarsi è quella di Magic Negro. Il termine, reso popolare nel 2001 dal regista Spike Lee nell’analisi di una serie di film, tra cui The Family Man (2000), The Legend of Bagger Vance (2000) e The Green Mile (1999), denota la costruzione di un’immagine stereotipata dell’eroe nero buono. Tropo generato dai bianchi, esso diviene il dispositivo della trama che innesca il riconoscimento degli errori e il relativo miglioramento del protagonista bianco. The Mask of Cruelty (2018), installazione realizzata in occasione di Manifesta12 dall’artista Patricia Kaersenhout, presenta una serie di ritratti di cittadini palermitani coperti in volto dall’edizione italiana del romanzo del 1852 La capanna dello zio Tom. Collegando idealmente la storia della città palermitana, fatta di numerose conquiste e dominazioni, alla Carta di Palermo, manifesto di diritto alla mobilità internazionale, il tentativo sembra, come sottolinea Dioniso, quello di evitare di nascondere visioni di identità entro modelli stipati.

Ultimo riferimento trattato da Dioniso è quello a Paul B. Preciado, filosofo e scrittore spagnolo, precedentemente noto come Beatriz Preciado. L’articolo pubblicato per «Libération» il 1° giugno 2018 rilegge la raffigurazione della mutilazione dei genitali di Urano da parte di Cronos come immagine di un’amore che procede verso un’altra direzione, incanalato ed esternalizzato dalla forza corporea del genitale. La forma di concezione non eterosessuale presentata richiama poi il termine “uranista”, coniato da Karl Heinrich Ulrichs, scrittore e poeta tedesco considerato come uno dei pionieri del movimento omosessuale, per definire gli amori del terzo sesso. Come afferma Ulrichs «la segmentazione di anima e corpo riproduce nell’ordine esperienziale l’epistemologia binaria della differenza sessuale: esistono soltanto due opzioni, il maschile e il femminile. Gli uranisti […] non sono né malati né criminali, ma anime femminili prigioniere di corpi maschili che si sentono attratte da anime maschili».

Un’esistenza nomade in termini di identità, sia che si tratti di migrazioni, nuovi razzismi od orientamenti gender fluid, mostra in conclusione uno stato politico che vive di un trauma non ancora metabolizzato ma che può costituirsi come fertile base per la costruzione di nuovi immaginari.

In corrispondenza con gli argomenti affrontati della rappresentazione del diverso e del ruolo dell’identità nera all’interno della società, KABUL magazine ha deciso di tradurre il saggio Selling hot pussy della scrittrice e attivista statunitense bell hooks. Il testo analizza la rappresentazione oggettivata e sessualizzata del corpo femminile nero all’interno del mercato culturale occidentale e del sistema dei media. Un approfondimento sull’uso e consumo dei “culi” neri che, benché diffusi e resi pop dall’industria musicale, continuano a trovarsi nell’immaginario come oggetti indisciplinati e oltraggiosi.


Dancing is what make of falling #2

Nel corso del secondo appuntamento del ciclo di eventi di OGR, ci si è soffermati sulla sottocultura delle “drag ball” nate negli Stati Uniti e diffuse in tutto il mondo come veicolo di espansione della cultura queer. A questo riguardo, durante il talk di presentazione dell’evento, Samuele Piazza ha condotto un rapido excursus per introdurre e spiegare la ballroom community. Divenuto popolare a partire dal 1990 grazie al film-documentario Paris is burning, ancora oggi pietra miliare della cultura queer, il fenomeno delle “drag ball” nasce all’interno delle prime comunità nere e latine dell’East Coast statunitense.

Nel raccontare come la storia delle “drag ball” abbia origini ancora più lontane, Piazza ha mostrato al pubblico un documento del 1901 che testimonia proprio l’esistenza di un genere di manifestazione che presenta alcuni aspetti che possono essere rintracciati anche ai giorni nostri. Il testo riporta una storia che destò scalpore, attirando su di sé l’interesse della stampa. Nel corso di un raid della polizia, un ambasciatore messicano fu trovato a un ballo a cui partecipavano 41 uomini vestiti da donne, definiti nel documento come “maricones”. Si trattava soprattutto di uomini in vista e di spicco della società. Nonostante tali “feste” non fossero considerate rispettabili, esse rimasero un fenomeno diffuso proprio in virtù della loro stravaganza. Organizzate frequentemente da diversi gruppi legati al mondo della drag culture, tali feste avevano luogo all’interno di club che rappresentavano un punto di ritrovo per tali comunità.

Minor matter, Ligia Lewis.

Se in un primo momento l’esistenza delle ball fu tollerata, in seguito, durante il periodo del proibizionismo, le cose cominciarono nettamente a cambiare, ed esse furono così messe al bando e criminalizzate. Mentre i raid della polizia si diffondevano sempre più all’interno delle grandi città dell’East Coast, le ball venivano organizzate di notte, in segreto, dopo la chiusura dei club, quando le strade erano deserte e le drag queen potevano in questo modo prendere possesso della città.

Prima di diventare un fenomeno circoscritto alle comunità LGBTQIA afroamericane e ispaniche, queste feste avevano rappresentato un momento di incontro tra bianchi e neri. Più che di “feste” sarebbe opportuno parlare di “competizioni”, così come verranno sempre più a delinearsi con il trascorrere degli anni, arrivando a prevedere persino veri e propri premi in palio. La storia di queste competizioni fu segnata da una progressiva frattura che culminò con il celebre episodio che vide la drag queen Crystal LaBeija accusare la giuria di una ball di favorire canoni di bellezza tipicamente caucasici. Crystal LaBeija decise pertanto di emanciparsi dal sistema e costituì la prima “house”, conosciuta come “The House of LaBeija” (1977). Da quel momento, nacquero le ball così come le conosciamo adesso, ovvero come luogo di sfida e competizione tra le diverse house tra balli, sfilate, esibizioni in playback e messe in scena. Configurandosi come piccole comunità con vincoli e regole ben precise, le diverse house presentano una struttura che in un certo senso replica quella della famiglia. All’epoca, gli individui che entrano a far parte delle house sono perlopiù persone abbandonate o ripudiate dalle loro famiglie, spesso dopo aver fatto coming out. Se le house sono dunque diventate una struttura di vicendevole supporto, le ball hanno rappresentato l’occasione per poter diventare ciò che, all’interno della società, non si poteva essere nella realtà quotidiana. Il concetto di voguing ha origine proprio all’interno del contesto appena delineato: il mito vuole che nasca nel corso di una competizione tra house, dove uno dei due sfidanti, in atteggiamento provocatorio, per far colpo sulla giuria prese un numero della rivista «Vogue» cominciando a imitare le pose delle modelle ritratte. In seguito, nel corso degli anni pose e danze del vouging hanno inglobato anche altre discipline, come quella delle arti marziali, introdotta per la prima volta nelle drag ball da Willi Ninja.

In occasione di questo incontro, KABUL magazine ha presentato Una storia di drag ball, house e della cultura del voguing, un testo di Tim Lawrence che introduce, attraverso una ricostruzione che parte dalle origini, alla sottocultura delle ballroom e alla nascita della cultura drag.


Dancing is what make of falling #3

Il terzo appuntamento ospitato da OGR ha visto la scrittrice Nicoletta Vallorani impegnata in una lecture sulla narrativa contemporanea di fantascienza. Dopo un veloce excursus sulla nascita del genere e sulle sue forme, passando da Mary Shelley – autrice di Frankenstein (1818) -, Herbert George Wells, sino al celebre scherzo via radio War of the Worlds (1938) del regista Orson Wells, Nicoletta Vallorani approda alla letteratura fantascientifica contemporanea e alle sue evoluzioni. Un elemento rilevante emerso è la difficoltà per la “science” e “speculative” fiction contemporanea di basarsi sulla scienza per costruire le proprie narrazioni. Scrivere di fantascienza e, quindi, delle possibilità di sviluppo del progresso scientifico all’indomani della sua notevole accelerazione tecnologica presenta alcuni rischi, come quello, ad esempio, di pubblicare oggi un romanzo che già domani apparirà come realistico, mentre il giorno successivo potrebbe magari risultare addirittura come elemento dell’“archeologia industriale”.

Per queste ragioni, la sfida attuale consiste nel concentrarsi sulle possibilità di raccontare e narrare storie fondate su un ragionamento radicato al mondo reale, e che siano quindi portate ad aiutare il lettore ad acquisire una consapevolezza storica sul mondo attuale.

Octavia Butler, foto via MoCADA Museum.

Se immaginando mondi si creano forme alternative di resistenza, la tendenza attuale sembrerebbe dunque quella di riflettere sui problemi dell’attualità, come quelli legati alle questioni ambientali. Vallorani si sofferma quindi su Donna Haraway, illustrando sinteticamente la progressione delle sue teorie filosofiche, a partire dal Manifesto Cyborg (1985), in cui le distinzioni sociali tra genere maschile e femminile sembrano vacillare davanti allo sviluppo del progresso tecnologico. Il discorso sul genere di Haraway produce in questo modo una riformulazione del femminismo, inaugurando il cosiddetto “cyberfemminismo”. All’interno di questo scenario, che ne è quindi della scienza? E in che modo la fantascienza può fotografare le comunità contemporanee?

Cercando di rispondere a queste domande, Vallorani esplora quelle narrazioni che hanno quale luogo privilegiato la rappresentazione della città, da sempre indagata nella letteratura di fantascienza ma oggi più che mai suo paradigma primario.

Quella che viene raccontata non è più una città tecnologica, ma è la sede di una fitta serie di contraddizioni, uno spazio sovraffollato, multietnico e multilingue, che somiglia sempre più alle moderne megalopoli. Al pubblico è così esposta una selezione di narrazioni di fantascienza contemporanea in cui appare evidente come l’archetipo di partenza sia ancora Do Androids Dream of Electric Sheep? di Philip K. Dick, da cui fu tratto Blade Runner, il celebre film girato da Ridley Scott. Quello di Dick è un romanzo che mostra gli sviluppi distopici della tecnologia, un mondo in cui la scienza non ha più le risposte adeguate a domande fondamentali come quelle relative all’ontologia dell’essere umano: «Che cosa rende umano un essere umano?», «Che cos’è che dà agli umani il diritto di abbreviare la vita dei non umani?».

Chiude l’incontro una rassegna di romanzi di fantascienza collegati alle riflessioni appena esposte. A seguire i titoli: Eva di Nicoletta Vallorani (2002), The City & the City di China Mieville (2009), Miden di Veronica Raimo (2018), Annihilation di Jeff VanderMeer (2014), Cat’s cradle di Kurt Vonnegut (1963), The word for word in forest di Ursula K. Le Guin (1972) e Oryx and Crake di Margaret Atwood (2013).

In occasione di questo appuntamento, KABUL magazine ha presentato “La contraddizione umana”: identità come/ed essenza nella trilogia Xenogenesis di Octavia E. Butler. Proprio Butler è la prima scrittrice afroamericana ad aver raggiunto la notorietà grazie ai suoi romanzi di science fiction. Nella trilogia Xenogenesis, la scrittrice affronta il tema della diversità focalizzandosi soprattutto sull’antiessenzialismo e sulla messa in discussione del concetto di “Natura”, muovendo da alcune riflessioni legate alle nuove frontiere della corporeità, della riproduzione, delle biotecnologie e dell’ingegneria genetica come pratiche rivoluzionarie.

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"Information is power. But like all power, there are those who want to keep it for themselves. But sharing isn’t immoral – it’s a moral imperative” (Aaron Swartz)

Autori
  • Lisa Andreani
    Curatrice e critica d’arte. Vive e lavora a Roma. Dal 2020 è coordinatore curatoriale ed editoriale all'interno del MACRO - Museo per l’Immaginazione Preventiva, sotto la direzione artistica di Luca Lo Pinto. Lavora come archivista per l'Archivio Salvo ed è parte del Comitato Scientifico. Nel 2019 ha preso parte al programma di ricerca Global Modernism Studies all'interno della Bauhaus Dessau Foundation. Nello stesso anno ha cofondato, insieme a Simona Squadrito, REPLICA, progetto di ricerca dedicato ai libri d'artista.
  • Simona Squadrito
    Simona Squadrito è curatrice e critica d'arte, vive e lavora a Milano. Dopo il conseguimento della laurea magistrale in Filosofia e Storia delle Idee all'Università degli Studi di Torino ha intrapreso un percorso lavorativo e formativo nelle arti visive, conseguendo nel 2020 il master di secondo livello in Museologia Museografia e Management dei Beni Culturali. Presidente dell'Associazione culturale Casagialla, è stata dal 2015 al 2020 direttore di Villa Vertua Masolo. È cofondatrice di "REPLICA. L'archivio italiano del libro d'artista" e cofondatrice e autrice dell'associazione culturale KABUL magazine. Dal 2014 scrive e collabora per diverse testate e piattaforme digitali.