Lina Lapelytė, What happens with a dead fish?, 2021.
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Il Numogramma Decimale

H.P. Lovercraft, Arthur Conan Doyle, millenarismo cibernetico, accelerazionismo, Deleuze & Guattari, stregoneria e tradizioni occultiste. Come sono riusciti i membri della Cybernetic Culture Research Unit a unire questi elementi nella formulazione di un «Labirinto decimale», simile alla qabbaláh, volto alla decodificazione di eventi del passato e accadimenti culturali che si auto-realizzano grazie a un fenomeno di “intensificazione temporale”?

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Hypernature. Tecnoetica e tecnoutopie dal presente

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Dinosauri riportati in vita, nanorobot in grado di ripristinare interi ecosistemi, esseri umani geneticamente potenziati. Ma anche intelligenze artificiali ispirate alle piante, sofisticati sistemi di tracciamento dati e tecnologie transessuali. Questi sono solo alcuni dei numerosi esempi dell’inarrestabile avanzata tecnologica che ha trasformato radicalmente le nostre società e il...

Nuove frontiere dell’eye contact: verso un’educazione all’antispecismo
Magazine, OTHERING – Part II - Dicembre 2019
Tempo di lettura: 20 min
Valerio Veneruso

Nuove frontiere dell’eye contact: verso un’educazione all’antispecismo

Dissonanza cognitiva, realtà estese e fandom furry: l’othering animale ai tempi del Covid-19.

Frame tratto dal film di Andrej Tarkovskij, L’infanzia di Ivan.

 

«Ciò che l’essere umano fa al tessuto della vita, lo fa a se stesso. Il nostro modo di porci in rapporto alle altre specie determinerà se il Terzo millennio sarà un’era di malattia e devastazione, di esclusione e violenza, oppure una nuova era basata sulla pace e sulla nonviolenza, sulla salute e sul benessere, sull’inclusività e la compassione».
(V. Shiva, Vacche sacre e mucche pazze, DeriveApprodi, 2001)

Considerazione dell’animale nella società capitalistica: come la sua immagine viene diffusa e trasmessa mediaticamente

Per quale ragione un maiale vivo dovrebbe trovarsi a penzolare, legato a una corda da bungee jumping sospesa a circa sessantotto metri d’altezza, il giorno dell’inaugurazione di un parco di divertimenti a Chongqing? Volendo giustificare l’accaduto e scomodando la cultura di un popolo, nella tradizione cinese si è appena usciti dall’anno del maiale e si è entrati pienamente nel segno del topo; in qualche modo momenti simili vanno pur celebrati. Una ragione più critica, invece, potrebbe essere individuata nella tendenza del capitalismo a sopraffare qualunque cosa e qualsiasi essere vivente. Tuttavia, da un punto di vista logico e razionale non vi è assolutamente alcun motivo. La scena che, lo scorso 18 gennaio 2020, si è presentata sotto gli occhi di numerosi spettatori appare tanto onirica e surreale quanto grottesca e brutale, le grida di meraviglia del pubblico si confondono con il suono dei flash delle macchine fotografiche, mentre i grugniti del suino – carichi di terrore – risuonano nel vuoto. A prescindere dall’istinto morboso, insito nell’essere umano, che lo porta spesso a osservare in modo avido scene macabre o cruente,11In Storia dello sguardo, Mark Cousins definisce questa incolmabile tendenza di spingere l’osservazione oltre i limiti del buon senso con l’espressione “want see”: «Il “want see” è la reazione dell’occhio scisso del XX secolo, il suo corrispettivo neanche troppo oggettivo. Mette in dubbio l’idea borghese che gli esseri umani siano civilizzati e in perenne miglioramento. Spiega il perché del rallentare del traffico in prossimità di un incidente stradale. Entra in gioco quando la realtà comincia a diventare meno reale. Come memento mori, scaglia del materiale psichico contro il nostro ego sociale ed evoluto. Più vicino a Thanatos che a Eros, dimostra che la coscienza è affascinata dalla sua stessa fine» (M. Cousins, Storia dello sguardo, Il Saggiatore, Milano, 2018, p. 447).
a emergere qui è la poca considerazione che l’uomo nutre nei confronti del regno animale (a cui, peraltro, appartiene): una tendenza a ridurre le altre creature a uno statuto ontologico pari a quello di un oggetto inanimato.

Immagine circolante su Facebook a proposito del rovesciamento della prospettiva.

L’inclinazione specista porta non solo a considerare inferiore chi non appartiene specificamente alla sfera umana, ma persino a non ritenerla nemmeno degna di vivere. Sia chiaro: definirsi antispecisti22Dalle parole del filosofo australiano, nonché attivista, Peter Singer, si può adeguatamente comprendere il significato del vocabolo “specismo”: «Lo specismo – la parola non è elegante, ma non riesco a pensare a un termine migliore – è un pregiudizio o un atteggiamento di prevenzione a favore degli interessi dei membri della propria specie a sfavore di quelli dei membri di altre specie» (P. Singer, Liberazione animale, Il Saggiatore, Milano, 2015, p. 28).
non significa porre l’animale umano e quello non umano sullo stesso piano, bensì acquisire la consapevolezza di una distanza inevitabile33Come afferma anche John Berger, nel suo Perché guardiamo gli animali?: «L’animale può lasciarsi uccidere e mangiare, di modo che la sua energia vada a sommarsi a quella che il cacciatore già possiede. L’animale può lasciarsi addomesticare, fornendo cibo e lavoro al contadino. Ma sempre la mancanza di un linguaggio comune, il silenzio dell’animale, garantisce la sua distanza, la sua diversità, la sua esclusione dall’uomo. Proprio in virtù di questa diversità, tuttavia, la vita di un animale, che non va mai confusa con quella di un uomo, corre parallela a quest’ultima. Solo nel momento della morte le due linee parallele convergono per incrociarsi, forse, e ridiventare in seguito parallele: da qui la diffusa credenza nella trasmigrazione delle anime» (J. Berger, Perché guardiamo gli animali?, Il Saggiatore, Milano, 2016, p. 25).
che intercorre tra specie differenti concedendo, a tutte, pari diritti a vivere nel modo meno doloroso possibile. Riferendoci al celebre libro/manifesto di Peter Singer, Liberazione animale:

«L’estensione da un gruppo a un altro del principio fondamentale di eguaglianza non implica che dobbiamo trattare entrambi esattamente nello stesso modo, o garantire loro esattamente gli stessi diritti. Se dobbiamo farlo o meno dipenderà dalla natura dei membri dei due gruppi. Il principio fondamentale di eguaglianza non prescrive eguale o identico trattamento; prescrive eguale considerazione. Un’eguale considerazione di esseri differenti può portare a un trattamento differente e a differenti diritti».44Singer, cit., p. 24.

Il parametro necessario per comprendere meglio questo abisso è la sofferenza – o, volendo estendere il discorso, la capacità di essere in grado di avvertire altre esperienze come anche la gioia e il piacere –,55«La capacità di provare dolore e piacere è una condizione non solo necessaria ma anche sufficiente perché si possa dire che un essere ha interessi – come minimo assoluto, l’interesse a non soffrire» (Singer, cit., p. 30).
elemento che, tornando a quanto è avvenuto all’indifeso maiale di cui sopra, appare più che presente (soprattutto se si prende in considerazione la sua perdita di coscienza, poco dopo il momento del salto, e il successivo trasporto presso il macello).66«Per ringraziarmi del discorso che avevo tenuto in occasione del suo sessantesimo compleanno, il Dalai Lama mi inviò un bellissimo messaggio: “Tutti gli esseri sensibili, compreso il più piccolo insetto, si prendono cura di sé. Tutti hanno il diritto di non soffrire e di essere felici. Auspico pertanto che ci dimostriamo capaci di amore e compassione verso tutti”. Qual è la nostra responsabilità verso le altre specie? I confini fra le specie hanno una loro integrità, o sono costruzioni che possono essere oltrepassate sulla base dell’umana convenienza? La pretesa di “oltrepassare” i confini fissati sia dal patriarcato capitalistico che dal postmodernismo femminista richiede risposte più complesse. Richiede di distinguere a livelli complessi e sofisticati tra diversi tipi di confini; di decidere chi deve essere protetto, da quali confini, e a chi si garantisce la libertà con i diversi tipi di trasgressione» (V. Shiva, Vacche sacre e mucche pazze, DeriveApprodi, Roma, 2001, p. 80).
Nel tentativo di trovare qualcosa di positivo in tutta questa faccenda, si potrebbe pensare alla facilità – grazie all’aspetto virale dei video realizzati durante la triste performance – con la quale queste immagini sono riuscite a circolare in brevissimo tempo. Lo sguardo, a questo punto, diviene l’unico mezzo possibile per veicolare il sentimento dell’empatia: per aumentare, cioè, il grado di consapevolezza necessario a opporsi alla messa in scena di specifiche manifestazioni ricche solo di scarso intelletto. L’atto dell’osservare consente, inoltre, di prestare attenzione a ciò che viene pubblicamente mostrato dandoci la possibilità sia di scovare quei capovolgimenti logici – senza né capo né coda – ai quali l’espansione capitalista ci sottopone di continuo, che a sviluppare un sano spirito critico. Degli esempi concreti, di quanto appena detto, si possono riscontrare in tutti quei fenomeni di antropomorfizzazione che, soprattutto ai giorni nostri, non fanno altro che aumentare significativamente la distanza che intercorre tra noi e l’animale non umano.77«Fino al XIX secolo, tuttavia, l’antropomorfismo era parte integrante del rapporto tra uomo e animale ed era un’espressione della loro prossimità. Esso era la rimanenza dell’uso ininterrotto della metafora animale. Negli ultimi due secoli, gli animali sono poco a poco scomparsi. Oggi viviamo senza di loro. E in questa nuova solitudine, l’antropomorfismo ci mette doppiamente a disagio» (Berger, cit., p. 32).
La creatura in questione, seppur raffigurata con tratti tipici dell’uomo, ci appare così come qualcosa di lontanissimo, quasi inarrivabile. Il processo di snaturalizzazione che investe il soggetto rappresentato crea un paradosso che si fa beffa dell’animale stesso. Campagne pubblicitarie come quella dei sandwich Montana – nelle quali viene illustrato un Bugs Bunny intento a consumare dei panini farciti di prosciutto e gamberetti – o dei salumi Bechèr (dove vediamo un suino geloso dei propri salami) sono solo alcuni tra i casi più emblematici. Come afferma anche Matteo de Giuli, parafrasando Berger: «Oggi nelle città abbiamo eliminato le presenze animali, tollerate solo in forme domestiche, addestrate o decorative. Viviamo una nuova e più profonda solitudine di specie. Questa mancata prossimità, secondo Berger, conduce a una marginalizzazione culturale. Gli unici veri spazi che gli animali continuano ad avere nel nostro immaginario sono quelli che abbiamo concesso loro cooptandoli nello spettacolo».

Patricia Piccinini, The young family, 2002.
Fonte: https://www.corkandchroma.com.au/beautiful-or-grotesque-this-artist-walks-a-fine-line-between-two-worlds/

 

Osservazione dell’animale come spettacolo di se stesso (gli zoo)

Il 9 febbraio 2014 lo zoo di Copenaghen finì nell’occhio del ciclone per la luttuosa vicenda che coinvolse una giovane giraffa di soli due anni. Marius – questo il nome dato al quadrupede – fu vittima di una fredda uccisione compiuta per ridurre i rischi di endogamia.88Con “endogamia”, nel linguaggio zootecnico, si fa riferimento alla riproduzione sessuale che avviene tra individui appartenenti allo stesso ceppo; si tratta dell’incrocio tra esseri consanguinei o strettamente imparentati.
Successivamente all’abbattimento, la sua carcassa fu dissezionata in pubblico – per “scopi didattici” – e poi data in pasto a leoni e altri predatori rinchiusi nella struttura svedese. Episodi simili non sono così rari (la storia del gorilla Harambe99Per approfondire l’argomento sulla storia di Harambe (e della sua risonanza mediatica) si legga l’articolo Dalla cellula al JPEG: la metempsicosi digitale, pubblicato l’11 maggio 2018, su KABUL magazine.
è forse uno dei casi più eclatanti), e anche se non accadessero, gli zoo resterebbero comunque ambienti malsani e intrinsecamente violenti. Malgrado tutto, continuano a essere luoghi vivi e in costante trasformazione.1010«Uno dei primi zoo moderni, istituito al Regent’s Park di Londra nel 1862, era ben lontano dall’essere monofocale. Era una passeggiata, un’uscita sociale, un safari, una galleria di sguardi. Non si trattava del luogo dove l’élite si metteva in mostra, ma piuttosto di un intrattenimento post-industriale dove le masse potevano guardare dritto negli occhi creature provenienti da terre lontane, un piacere dal sapore archetipico. Nei decenni successivi gli zoo progettati in base ai desideri visivi degli osservatori, piuttosto che al benessere degli animali osservati, furono visti sempre più come sbagliati, ma nell’Ottocento la loro disposizione interna dipendeva dallo sguardo umano rivolto agli animali. E in quest’era di ricerca esistevano anche gli zoo umani: persone che osservavano altre persone trattate o presentate come oggetti. L’osservatore aveva il diritto di guardare; l’osservato non aveva alcun diritto di negare quello sguardo» (Cousins, cit., p. 270).
Dando per scontato che il fattore speculativo determini sempre il principio di ogni cosa, se si volesse pensare allo zoo come a un momento intimo di confronto con l’altro non esisterebbe nulla di più lontano da ciò.1111«Gli zoo pubblici nacquero all’inizio dell’epoca che avrebbe visto scomparire gli animali dalla vita di tutti i giorni. Lo zoo dove la gente va per incontrare gli animali, per osservarli, per vederli, è, in realtà, un momento all’impossibilità di tali incontri. Gli zoo moderni sono l’epitaffio di una relazione antica quanto l’uomo» (Berger, cit., p. 45).
Affidandosi nuovamente alle parole di John Berger:

«In qualunque maniera guardiate questi animali, anche se l’animale è incollato alle sbarre, a meno di un metro da voi, con gli occhi rivolti al pubblico, voi state guardando qualcosa che è stato reso assolutamente marginale; e tutta la concentrazione di cui siete capaci non basterà mai a ridargli centralità».1212Berger, cit., 49.

Secondo il teorico inglese, i continui soprusi inflitti agli animali nel corso dei secoli hanno determinato una sempre più graduale sparizione della loro stessa animalità: le vie dell’Antropocene sono infinite. La recente notizia del progressivo deperimento di quattro leoni (un quinto è già deceduto per stenti) rinchiusi all’interno del parco di Al-Qureshi, nella capitale del Sudan, sta facendo il giro del mondo attraverso petizioni online e immagini che ritraggono corpi scarni privi di qualsiasi energia vitale. La scarsità delle risorse economiche del complesso nordafricano non consente di somministrare le cure e il nutrimento sufficienti per far vivere degnamente i felini che detiene.

Davanti a spettacoli simili, far finta che stia andando tutto bene non funziona più. Che lo si voglia o meno, queste notizie non possono lasciarci indifferenti, e percepire la pena altrui dovrebbe aiutare a riconsiderare quella distanza che ci appare così insormontabile. Guardare negli occhi un animale, preferibilmente in un habitat consono, non è mai un’esperienza semplice, richiede solennità, apertura e pazienza. Elementi, questi, indispensabili per far sì che avvenga uno scambio empatico, che fluisca, cioè, la compassione necessaria per comprendere la sofferenza dell’altro. Gli occhi sono lo strumento, per antonomasia, della compassione, ed è proprio questo ciò di cui oggi abbiamo più bisogno.1313«In una causa contro Al-Kabeer, il giudice ha ordinato una riduzione del 50% della sua capacità di macellazione per salvare il bestiame e l’economia rurale dell’Andhra Pradesh. In un altro caso, riguardante anch’esso un macello, il giudice ha affermato che invece di esportare carne, l’India dovrebbe esportare un messaggio di “compassione”. Secondo la sentenza, “il dovere fondamentale della compassione per tutte le creature viventi stabilito nella nostra Costituzione configura un preciso rapporto giuridico tra i cittadini indiani e gli animali, piccoli o grandi che siano, esistenti nel nostro paese […]. Il posto loro assegnato dalla Costituzione è il fondamento su cui poggia ogni legge per la protezione degli animali, che non si limita a proibirne il maltrattamento, ma fissa il loro diritto alla vita in armonia con gli esseri umani. Capire fino in fondo questa obbligazione fissata dallo Stato comporta alcune conseguenze. Primo, lo Stato indiano non può esportare animali vivi affinché essi siano uccisi; secondo non può collaborare nell’uccisione degli animali avallando l’export di scatolame contenente parti di animali macellati. Questo significa preservare il retaggio culturale dell’India […]. L’India può esportare un messaggio di compassione verso tutte le creature viventi del mondo, che serva da monito al mondo per preservare l’ecologia, che è il Dharma comune ad ogni civiltà”». (Shiva, cit., pp. 95-96).
A tal proposito, nel suo Se niente importa, Jonathan Safran Foer si domanda: «Che mondo creeremmo se tre volte al giorno la nostra compassione e la nostra razionalità intervenissero mentre ci sediamo a tavola, se avessimo l’immaginazione morale e la volontà pratica di cambiare il nostro atto di consumo più essenziale? Tolstoj, com’è noto, sosteneva che c’è un legame fra l’esistenza dei mattatoi e dei campi di battaglia. D’accordo, non combattiamo guerre perché mangiamo carne, e alcune guerre devono essere combattute, senza considerare che Hitler era vegetariano. Ma la compassione è un muscolo che si rafforza con l’esercizio, e allenarsi regolarmente a preferire la gentilezza alla crudeltà ci cambierebbe» (J. Safran Foer, Se niente importa, Guanda, Milano, 2010, p. 276).
Un ritorno al contatto diretto con ciò che non siamo, un momento che rimanga saldo nella nostra memoria e che non subisca deviazioni dettate da un’estetica figlia di un capitalismo sempre più efferato. Dai cartoni animati ai prodotti alimentari (quali hamburger, scatolette di tonno e surgelati a forma di stelle marine e dinosauri),1414In verità, questo processo di costante dissonanza cognitiva avviene non solo sul piano estetico-formale, ma anche attraverso altre strategie comunicative. Prendendo come esempio il sito dell’azienda tedesca Eismann, specializzata nella produzione e vendita di prodotti surgelati, si può notare come la descrizione dei suoi articoli includa vocaboli e aggettivi altamente fuorvianti. Analizzando i cosiddetti “Dinosauri” si legge: “Sembrano tre ferocissimi dinosauri preistorici, ma sotto sotto sono dei teneroni… Grazie al più tenero filetto di pollo che si è trasformato in allegri e divertenti bocconcini avvolti da una croccante e dorata panatura!”. Ovviamente il target di simili prodotti si rivolge soprattutto a una fascia di giovani consumatori, sebbene l’acquirente sia, per forza di cose, un adulto. Il tone of voice utilizzato è, in ogni caso, scherzoso e accattivante: i dinosauri in questione sembrano feroci, ma in realtà sono teneri, così come tenero è il filetto di pollo che li costituisce. L’aggettivo “tenero” viene qui utilizzato sia per caratterizzare la personalità dei dinosauri, che per descrivere la qualità delle loro membra. La narrazione creata da questo semplice accostamento di termini costruisce un mondo fantastico distanti anni luce dalla realtà. È da notare inoltre quanto sia stridente, in un simile contesto, l’inclusione di aggettivi quali “allegro” e “divertente”. La commercializzazione di prodotti che hanno a che fare con lo sfruttamento animale, con gli allevamenti intensivi e quant’altro, non ha nulla di allegro o di divertente, anzi. Attraverso un utilizzo ben studiato della lingua, si assiste così a una distorsione totale della realtà: una pratica continua mirata ad allontanare sempre più il consumatore da ciò che, effettivamente, consuma.
ogni cosa – riguardante la sfera animale – è progettata per distogliere sempre più l’attenzione non solo da ciò che realmente l’animale dovrebbe essere, ma soprattutto da quei processi che lo portano sulle nostre tavole, lo introducono nel mondo dell’intrattenimento, o lo collegano ai farmaci che assumiamo, e così via.1515«Oggi vediamo così di rado animali d’allevamento che diventa facile dimenticarsi di tutto questo. Le generazioni passate avevano più familiarità di noi sia con l’indole di quegli animali sia con la violenza che subivano. Sapevano che i maiali sono giocherelloni, intelligenti e curiosi (noi diremmo “come i cani”) e che hanno rapporti sociali articolati (noi diremmo “come i primati”). Conoscevano l’aspetto e il comportamento di un maiale in gabbia, così come lo strillo del neonato del maiale castrato o sgozzato. Gli scarsi contatti diretti aiutano a rimuovere la questione di come le nostre azioni possano influenzare il modo in cui gli animali sono trattati. Il problema che il consumo di carne pone è diventato astratto: non esiste il singolo animale, non esiste quello specifico sguardo gioioso o sofferente, quello scodinzolio o quel grido. La filosofa Elaine Scarry ha osservato che “la bellezza si rivela sempre nel particolare”. La crudeltà, invece, preferisce l’astrazione» (Foer, cit., pp. 112-113).
Ma non tutto è perduto. Una certa espressione culturale può infatti stimolare il senso della vista, facendolo convogliare verso riflessioni accurate e propositive. In questo senso, il cinema e le arti visive possono giocare un ruolo fondamentale.

Ad Minoliti, Mural, 2019
. Foto: Francesco Gally. Courtesy: La Biennale di Venezia

 

Lo sguardo empatico nel cinema e nelle arti visive

Sono innumerevoli i casi, all’interno di questi due settori, in cui ci si trova a contemplare l’animale non umano sotto una luce diversa. L’elenco sarebbe troppo lungo – per non dire infinito – per essere trattato scrupolosamente in questo contesto, bisognerà pertanto accontentarsi solo di alcuni esempi.

L’incipit onirico del film L’infanzia di Ivan, girato nel 1962 da Andrej Tarkovskij, ci mostra un fulmineo gioco di sguardi tra il giovane protagonista del racconto e una capra. Lo scambio visivo tra i due personaggi, come spiega anche il regista e teorico Mark Cousins, serve da espediente per farci vivere, in prima persona, lo spaesamento emotivo di quella specifica interazione:

«La pellicola si apre su Ivan che guarda attraverso una ragnatela; il personaggio si dirige poi verso un campo, si volta, e il regista, Andrej Tarkovskij, taglia su questa immagine: squadrata, simmetrica, a riempire tutta l’inquadratura senza sguardi laterali. Non dura che un istante, ma è sufficiente a far sobbalzare lo spettatore. Il ragazzo guarda dritto negli occhi della capra; la macchina da presa è posta all’altezza dei suoi occhi, così anche noi guardiamo la capra negli occhi. Diventiamo un surrogato del ragazzo. Instaurare un contatto visivo spesso è uno shock».

E ancora:

«Negli occhi della capra vediamo paura? Lei ne vede nei nostri? Ha l’aspetto di una bestia oppure mi assomiglia? Si può affermare che i primi umani rispettavano gli animali? Li capivano? Quando li guardavano negli occhi, desideravano essere come loro? Oppure lo sguardo è troppo intenso, imbarazzante o breve per dar spazio a riflessioni di questo genere? Forse il pensare, posto che si pensi, avviene solo a seguito dello sguardo. Forse gli occhi della capra sono un falso specchio».1616Cousins, cit., p. 48.

La meraviglia che si può provare nell’incrociare il proprio sguardo con quello di un altro essere vivente si può forse spiegare in due modi: un primo, che riguarda la bellezza del soggetto osservato (che lo si voglia ammettere o meno, il fascino che pervade l’essere animale è qualcosa di tanto misterioso quanto inestricabile), e un secondo che, ancora una volta, ha a che fare con un capovolgimento della realtà. Soprattutto nell’epoca che stiamo vivendo, l’essere umano è così presente su questo pianeta che viene quasi automatico pensare che tutto sia costruito attorno a lui.“…l’essere umano è così presente su questo pianeta che viene quasi automatico pensare che tutto sia costruito attorno a lui.” Questa visione antropocentrica rappresenta naturalmente un’alterazione del concetto di normalità. Sorprendersi nell’avvistare un cinghiale che si aggira per le strade di Roma – tralasciando discorsi relativi a un certo tipo di amministrazione – significa non essere in grado di contemplare il senso di disagio avvertito dall’animale in causa e, al contempo, dare per scontato che l’altro stia invadendo uno spazio non suo. I processi di feroce urbanizzazione non possono che destabilizzare chi condivide quegli stessi spazi, tramutando questi ultimi in invasori, problemi e nemici. Invertire la propria visuale è un buon modo per prendere coscienza di alcune problematiche, ed essere consapevoli aiuta a risolvere i problemi nella maniera più innocua e razionale che esista. Lo scambio di sguardi tra Ivan e la capra ci parla anche di questo.

Di tutt’altro genere, invece, il tipo di relazione che si instaura tra i dinosauri riprodotti all’interno di The tree of life, di Terrence Malick. L’inserimento inaspettato, all’interno del film, di due dinosauri in CGI è a dir poco spiazzante. Per quanto possa sembrare in netto contrasto con lo svolgimento della trama, quel momento incarna la chiave dell’intera narrazione. Nella scena in questione si assiste al confronto tra un predatore e una preda che, data la sua precaria condizione fisica, viene risparmiata. Ciò che Malick, in sostanza, ci mostra è il trionfo della pietà. Anche se può risultare come un qualcosa di estremamente fantasioso, il carnefice – tramite l’osservazione dell’altro – riesce a rendersi conto della propria responsabilità e, preso atto della situazione, a scegliere la strada della compassione. L’efficacia del messaggio si manifesta proprio grazie al paradosso esibito: è molto inverosimile che una cosa del genere avvenga, ma proprio per questo siamo portati a interrogarci su quanto abbiamo appena visto.

Un’operazione affine avviene con la visione di Border – Creature di confine, un film di Ali Abbasi che scandaglia pienamente le difficoltà della relazione tra specie diverse. Tratta dal racconto di John Ajvied Lindqvist, Gräns, la pellicola si insinua nella mitologia nordica per svelare quegli interstizi nascosti che, anche nella loro invisibilità, intercorrono tra noi e l’altro. In accordo con quanto asserito da John Berger: «L’ordine visibile cui siamo abituati non è unico: coesiste con altri ordini. I racconti di fate, folletti, orchi sono un tentativo umano di venire a patti con questa coesistenza».1717Berger, cit., p. 19.
Ciò che non si vede non è detto che sia inesistente, aprire gli occhi significa contemplare anche altre possibilità di convivenza.

I concetti di coabitazione, accettazione dell’altro e di empatia vengono ben espressi anche dall’artista australiana Patricia Piccinini. La sua attenzione nei confronti delle biotecnologie l’ha portata, nel corso del tempo, a realizzare sempre più lavori in cui sono riprodotti ecosistemi alternativi popolati da creature ibride ma, ciononostante, capaci sia di provare sentimenti che di instaurare un forte legame empatico con lo spettatore. L’iperrealismo che contraddistingue le sue opere accentua ancora di più questo senso di profonda connessione che si può stabilire con soggetti diversi da noi. Per quanto ci appaiano totalmente alieni, i suoi personaggi sembrano vivi, nutrono i propri figli e ci osservano con i nostri stessi occhi. Nei suoi ambienti, l’essere umano vive in stretto contatto con queste creature, accettandone la diversità e contribuendo alla loro salvaguardia.1818Nel suo Il gatto in noi, un autore così attento alle contaminazioni e all’analisi della realtà – con un conseguente occhio di riguardo verso la sfera dell’incubo – come Burroughs scrive: «Se penso alla mia prima adolescenza, mi ricordo la sensazione di tante volte in cui tenevo accoccolata sul petto una qualche creatura. Un piccolo essere, della grandezza diciamo di un gatto. Non è un bambino e non è neppure un animale. Non esattamente. È in parte umano e in parte qualcos’altro. Mi viene in mente una volta, nella casa di Price Road. Devo avere dodici, forse tredici anni. Mi domando cosa sia… uno scoiattolo?… No, non direi. Non riesco a percepirlo chiaramente. Non so neppure di cosa abbia bisogno. So che si affida a me completamente. Molto dopo avrei capito che mi spetta il ruolo del Guardiano, per dar vita e nutrimento a una creatura che è in parte gatto, in parte uomo, e in parte qualcosa di ancora inimmaginabile, che potrebbe essere il risultato di un’unione non consumata per milioni di anni» (W. S. Burroughs, Il gatto in noi, Adelphi, Milano, 1994, p. 11).
L’ambiguità delle situazioni rappresentate offre scenari futuri ipoteticamente percorribili, e lo straniamento che esse provocano è molto più vicino al concetto di utopia, piuttosto che a una visione distopica del presente. Nel 2003, Patricia Piccinini, partecipò alla 50a Biennale di Venezia (Sogni e conflitti – la dittatura dello spettatore) come rappresentante del Padiglione Australia. Il progetto presentato si intitola We are family e includeva alcune delle sue opere più emblematiche, come The young family e Still life with stem cells. La capacità di cristallizzare lo Zeitgeist è la principale prerogativa di una manifestazione come la Biennale di Venezia, e la scorsa edizione ha ben sottolineato tale aspetto. May you live in interesting times – questo il titolo della 58a Esposizione Internazionale d’Arte – si è rivelata come un grosso contenitore di sguardi su questioni estremamente urgenti. Molteplici sono state le opere che hanno ben affrontato il tema del confronto con l’altro, ma una, in particolar modo, può facilmente collegarsi a quanto finora espresso.

Ad Minoliti, Mural, 2019. Foto: Francesco Gally
. Courtesy: La Biennale di Venezia

Mural, dell’argentina Ad Minoliti, mostra due figure ibride – dai connotati propri del fandom furry1919Con il termine “furry” si indica una specifica sottocultura che ritrova nell’antropomorfismo un modo appagante per esprimere se stessa. Nella fattispecie, chi decide di prendere parte alla comunità furry, tende a indossare costumi in pelliccia sintetica che riproducono animali di diverso tipo. Questa tendenza porta spesso a una riconsiderazione sia delle relazioni interpersonali che del proprio rapporto con la sfera sessuale.
– colte nell’attimo in cui contemplano un paesaggio desertico su cui si stagliano forme astratte che delineano uno spazio sospeso. Per gli abiti che indossano e per ciò che scrutano, i due soggetti sembrano provenire da un altro tempo. Guardando attentamente l’intera scena, sopraggiungono pensieri su un’ipotetica estinzione del genere umano, quasi come se la loro specie di appartenenza fosse l’unica a muoversi sul nostro pianeta. Come afferma Laura Lopez Paniagua, all’interno della guida breve della Biennale:

«Mural è stata realizzata secondo la metodologia ibrida di Minoliti a cavallo tra analogico e digitale, che prevede pittura, fotografia, scansione, una seconda stampa su tela e ampliamento delle dimensioni attraverso il disegno. Manichini-cyborg per metà umani e per metà animali osservano il murale come normali visitatori, quasi il dipinto fosse cresciuto, inglobando l’intero spazio espositivo nel palcoscenico della casa per bambole, in un rovesciamento scanzonato della serietà e dell’angoscia delle piazze della pittura metafisica».2020L. L. Paniagua, May you live in interesting times – Biennale Arte 2019 Guida breve, La Biennale di Venezia, Treviso, 2019, p. 190.

In quest’opera vi è la rappresentazione di una visione speculare, che coincide cioè sia con lo sguardo dei due fantocci che con quello dello spettatore che guarda agli stessi. I furry in questione sono sia protagonisti che osservatori di uno scenario che ridarebbe nuova gloria alla specie animale.

 

Ampliamento dello sguardo tramite le nuove tecnologie

Ma in tutto ciò dove si collocano le nuove tecnologie? Tra sperimentazioni disparate nel campo delle realtà estese, teorie accelerazioniste e relative rivalutazioni sul piano etico, la nostra epoca rappresenta davvero un momento interessante: un’era dove lo sguardo è costantemente ampliato e in cui le visioni si fanno sempre più concrete… nel bene e nel male. Il potenziale sconfinato di strumenti simili consente di sfruttare un unico dispositivo in modi del tutto antitetici tra loro. La Realtà Virtuale, sicuramente, esprime a pieno questa condizione. Dando per assodato che la stragrande maggioranza delle innovazioni tecnologiche è sempre nata in ambiti militari, viene legittimo pensare che ogni avanzamento implichi – almeno in minima parte – l’utilizzo della violenza. Recentemente sono stati fatti esperimenti in una fattoria della cittadina russa di Krasnogorsk, che hanno coinvolto alcune mucche e dei visori per la Realtà Virtuale. La capacità di simulare spazi alternativi, con l’intenzione di immergere completamente il fruitore all’interno di essi, dà libero accesso a scenari sconfinati che spesso superano persino il limite del concepibile. Provocare illusioni per infondere nel bovino di turno uno stato di benessere, dato dalla visualizzazione di spazi ameni e rilassanti, atto ad aumentare la qualità del latte prodotto crea un cortocircuito che ci pone sempre più dinanzi alla natura distopica del nostro tempo. La silenziosità con cui strisciano pratiche così violente è interamente paragonabile ai passi felpati mossi dal capitalismo: se accettiamo ciò, è più semplice comprendere tutto il resto. Come già prevedeva Derrick de Kerckhove nel 1991:

«La Realtà Virtuale è un potenziale prolungamento tecnologico dell’immaginario individuale e collettivo e può generare applicazioni “cerebrali” in tutti i settori dell’economia. Ma la Realtà Virtuale è anche un interrogativo aperto su che tipo di persone siamo esattamente e dove stiamo andando».2222D. de Kerckhove, Brainframes, Baskerville, Bologna, 1993, p. 25.

Una mucca con un visore per la Realtà Virtuale.

Anche se può sembrare superfluo, conviene comunque ricordare che non è tanto la tecnologia a essere di per sé sbagliata, quanto l’utilizzo che se ne può fare. Possiamo, a questo punto, trovarci d’accordo con le parole di Mark Cousins, ma anche sentirci pronti a sapere come rispondere ai suoi interrogativi:

«Sì, c’è un’inondazione in corso; sì, vediamo nei modi più svariati, come mai prima d’ora, ma si tratta di un cambiamento anche tipologico? Il vedere così tante cose minaccia le nostre coscienze o le innalza a un nuovo livello?».2323Cousins, cit., p. 457.

Restando vicini alla questione animale è d’obbligo citare anche altre modalità di gestione della Realtà Virtuale. Nel 2016, dall’associazione animalista no profit Animal Equality, è stato lanciato iAnimal, un progetto partecipativo che invita chiunque ad assaggiare, con una visione a 360°, le condizioni indescrivibili che sono costrette a subire i maiali prigionieri degli allevamenti intensivi. Durante l’ultimo Salone Internazionale del Libro, a Torino, la LAV ha invece allestito uno stand in cui provare esperienze immersive finalizzate allo sviluppo di una consapevolezza ulteriore nei confronti di determinati contesti: visite all’interno di centri di recupero per animali salvati da abusi di vario genere, nuotate nel mare insieme a delfini liberi, attraversamenti di capannoni destinati agli allevamenti intensivi, e così via…

Nel frattempo – quasi come se le “profezie” del chief futurist di Google, Ray Kurzweil,2424Nel suo The age of spiritual machines, il visionario ingegnere ha ipotizzato tutta una serie di innovazioni tecnologiche che potrebbero modificare la nostra società nell’arco dei primi cento anni del terzo millennio. Tra i vari utilizzi ce ne sarebbero anche molti finalizzati al superamento di alcune disabilità fisiche come la cecità. Nel capitolo dedicato all’anno 2019, egli afferma: «Blind persons routinely use eyeglassmounted readingnavigation systems, which incorporate the new, digitally controlled, highresolution optical sensors. These systems can read text in the real world, although since most print is now electronic, printtospeech reading is less of a requirement. The navigation function of these systems, which emerged about ten years ago, is now perfected. These automated readingnavigation assistants communicate to blind users through both speech and tactile indicators. These systems are also widely used by sighted persons since they provide a highresolution interpretation of the visual world. Retinal and vision neural implants have emerged but have limitations and are used by only a small percentage of blind persons» (R. Kurzweil, The age of spiritual machines, Viking Penguin, New York, 1999, p. 143).
si stessero avverando – la startup californiana Mojo Vision sta progettando delle lenti indossabili capaci di estendere la nostra visione sino alla Realtà Aumentata. Sicuramente ci vorrà del tempo prima di comprendere concretamente gli effetti di tale rivoluzione culturale, l’auspicio è comunque quello di poter progettare applicazioni in grado di stabilire un contatto sempre più forte con le altre specie. Avere la possibilità, per esempio, di conoscere la temperatura corporea di un animale o le pulsazioni dei suoi battiti cardiaci potrebbe esserci d’aiuto a farci comprendere eventuali stati di agitazione o di armonia.

 

Lo scenario attuale e la prevenzione di epidemie future

Per chiudere il cerchio, non ci tocca che tornare in Cina: la rapida diffusione del coronavirus 2019-nCoV, di cui ancora poco si conosce, dovrebbe portare le persone non tanto a farsi fagocitare da paure difficili da gestire, quanto a farle riflettere su come arginare il più possibile simili situazioni. Come si domanda anche Jonathan Safran Foer:

«Non so perché non siano più numerose le persone consapevoli (e arrabbiate) per il tasso di infezioni e intossicazioni alimentari evitabili. Forse non sembra ovvio che qualcosa non va solo perché quello che accade di continuo, come il fatto che la carne (specie di pollame) sia contaminata da microrganismi patogeni, tende a scomparire sullo sfondo».2525Foer, cit., p. 152.

Volendo dare per buona l’ipotesi di un contagio avvenuto tramite il consumo di carne di pipistrello – e di altri animali – acquistata presso il mercato di Wuhan, bisogna, ancora una volta, scontrarsi con le problematiche derivanti dal fenomeno antropocentrico. Come tende a precisare lo scrittore scientifico Massimo Sandal:

«Lo spillover, il processo con cui i virus passano dagli animali all’uomo, è sempre accaduto ed è parte inevitabile della continua gara biologica tra virus e i loro ospiti. I coronavirus inoltre sono virus a RNA: tradotto in italiano, significa che hanno la capacità di mutare facilmente, e quindi di cambiare specie ospite con relativa facilità. Le sempre più frequenti zoonosi virali sono anche una conseguenza dell’Antropocene. Il continuo consumo di territorio e l’intensificazione dell’agricoltura porta a contatto allevamenti e specie selvatiche, aumentando le possibilità di salto di specie verso l’uomo. La bushmeat, la selvaggina tropicale che è una fonte di cibo classica per molte culture africane e asiatiche, è da sempre un mezzo con cui si trasmettono virus all’uomo. Ma lo sviluppo del suo commercio e il trasporto nelle città fa sì che animali infetti ed esseri umani vengano sempre più a contatto. La pressione ecologica può spingere specie a spostarsi e a entrare in contatto con le zone abitate. Il cambiamento climatico è un fattore minore, ma in alcuni casi può contribuire allo sviluppo di infezioni».2626Cit. M. Sandal, Davvero siamo sull’orlo di un’epidemia globale?, «Esquire», 25 gennaio 2020.

Indipendentemente dalle effettive cause scatenanti di questa nuova epidemia, una maggiore cognizione di causa sugli alimenti che vengono consumati – e soprattutto sul perché – potrebbe decisamente prevenire l’insorgere di tali fenomeni. Inoltre, prendere parte ad attività pubbliche e private che contemplino una certa responsabilità individuale sull’impatto dell’intero pianeta è sicuramente un buon modo per cominciare. Ovviamente i punti di vista sono sempre molteplici e interscambiabili, e lo stesso concetto di virus, come asserisce anche la teorica Donna Haraway, non va sempre visto in un’accezione esclusivamente negativa:

«Le malattie infettive e il parassitismo non sono i nemici delle creature della Terra: il vero crimine è la doppia morte, la morte dell’esistere e del progredire. “Quando le farfalle monarca vengono infettate pesantemente dal parassita Ophryocystis elektroscirrha, a volte possono restare incastrate nella crisalide. In questo caso, una vespa cartonaia se ne approfitta”».2727D. Haraway, Chthulucene, Nero, Roma, 2019, p. 188.

Che sia forse arrivato il momento di constatare che l’atto stesso del vivere non è eticamente sostenibile? Che l’ipotesi di un’estinzione di massa del genere umano non sia così sbagliata da concepire? Chi sopravviverà vedrà…

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di Valerio Veneruso
  • Valerio Veneruso è un artista e curatore indipendente. Si occupa dell’impatto delle immagini nella società contemporanea. Studia la dicotomia mainstream/underground e le conseguenze che il capitalismo e l’avanzamento tecnologico hanno sul nostro pianeta. Tra le mostre recenti: la personale RUBEDODOOM – Per tutti e per nessuno (Metodo Milano, Milano, a cura di Maurizio Bongiovanni) e la collettiva Neuro_Revolution (MLZ Art Dep, Trieste, a cura di Francesca Lazzarini). Collabora, inoltre, con realtà editoriali quali Artribune, NOT e Droga.
Bibliography

Aa. Vv., May you live in interesting times – Biennale Arte 2019 Guida breve, La Biennale di Venezia, Treviso, 2019.
J. Berger, Perché guardiamo gli animali?, Il Saggiatore, Milano, 2016.
J. Bridle, Nuova era oscura, Nero, Roma, 2019.
W. S. Burroughs, Il gatto in noi, Adelphi, Milano, 1994.
M. Cousins, Storia dello sguardo, Il Saggiatore, Milano, 2018.
D. De Kerckhove, Brainframes, Baskerville, Bologna, 1993.
J. S. Foer, Se niente importa, Guanda, Milano, 2010.
D. Haraway, Chthulucene, Nero, Roma, 2019.
R. Kurzweil, The age of spiritual machines, Viking Penguin, New York, 1999.
V. Shiva, Vacche sacre e mucche pazze, DeriveApprodi, Roma, 2001.
P. Singer, Liberazione animale, Il Saggiatore, Milano, 2015.
 
SITOGRAFIA
M. De Giuli, Il nostro sguardo sugli animali, «Not», 15 maggio 2018
iAnimal: guarda il mondo con gli occhi di un animale d’allevamento, «Animal Equality», 5 maggio 2016
P. Minto, Il mistero delle mucche con il visore per la realtà virtuale, «Wired», 27 novembre 2019
L. Panzerotto, Tempi duri per i cinghiali di Roma Nord, «Vignaclarablog», 15 ottobre 2019
Perché a Copenaghen hanno ucciso una giraffa, «Il Post», 10 febbraio 2014
T. S. Perry, Augmented Reality in a Contact Lens: it’s the Real Deal, «IEEE Spectrum», 16 jan 2020
M. Sandal, Davvero siamo sull’orlo di un’epidemia globale?, «Esquire», 25 gennaio 2020