Pierre Huyghe, Exomind, 2017.
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Il Numogramma Decimale

H.P. Lovercraft, Arthur Conan Doyle, millenarismo cibernetico, accelerazionismo, Deleuze & Guattari, stregoneria e tradizioni occultiste. Come sono riusciti i membri della Cybernetic Culture Research Unit a unire questi elementi nella formulazione di un «Labirinto decimale», simile alla qabbaláh, volto alla decodificazione di eventi del passato e accadimenti culturali che si auto-realizzano grazie a un fenomeno di “intensificazione temporale”?

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Hypernature. Tecnoetica e tecnoutopie dal presente

Avery Dame-Griff, Barbara Mazzolai, Elias Capello, Emanuela Del Dottore, Hilary Malatino, Kerstin Denecke, Mark Jarzombek, Oliver L. Haimson, Shlomo Cohen, Zahari Richter
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Dinosauri riportati in vita, nanorobot in grado di ripristinare interi ecosistemi, esseri umani geneticamente potenziati. Ma anche intelligenze artificiali ispirate alle piante, sofisticati sistemi di tracciamento dati e tecnologie transessuali. Questi sono solo alcuni dei numerosi esempi dell’inarrestabile avanzata tecnologica che ha trasformato radicalmente le nostre società e il...

Nuove frontiere dell’eye contact: verso un’educazione all’antispecismo
Magazine, OTHERING – Part II - Dicembre 2019
Tempo di lettura: 20 min
Valerio Veneruso

Nuove frontiere dell’eye contact: verso un’educazione all’antispecismo

Dissonanza cognitiva, realtà estese e fandom furry: l’othering animale ai tempi del Covid-19.

Frame tratto dal film di Andrej Tarkovskij, L’infanzia di Ivan.

 

«Ciò che l’essere umano fa al tessuto della vita, lo fa a se stesso. Il nostro modo di porci in rapporto alle altre specie determinerà se il Terzo millennio sarà un’era di malattia e devastazione, di esclusione e violenza, oppure una nuova era basata sulla pace e sulla nonviolenza, sulla salute e sul benessere, sull’inclusività e la compassione».
(V. Shiva, Vacche sacre e mucche pazze, DeriveApprodi, 2001)

Considerazione dell’animale nella società capitalistica: come la sua immagine viene diffusa e trasmessa mediaticamente

Per quale ragione un maiale vivo dovrebbe trovarsi a penzolare, legato a una corda da bungee jumping sospesa a circa sessantotto metri d’altezza, il giorno dell’inaugurazione di un parco di divertimenti a Chongqing? Volendo giustificare l’accaduto e scomodando la cultura di un popolo, nella tradizione cinese si è appena usciti dall’anno del maiale e si è entrati pienamente nel segno del topo; in qualche modo momenti simili vanno pur celebrati. Una ragione più critica, invece, potrebbe essere individuata nella tendenza del capitalismo a sopraffare qualunque cosa e qualsiasi essere vivente. Tuttavia, da un punto di vista logico e razionale non vi è assolutamente alcun motivo. La scena che, lo scorso 18 gennaio 2020, si è presentata sotto gli occhi di numerosi spettatori appare tanto onirica e surreale quanto grottesca e brutale, le grida di meraviglia del pubblico si confondono con il suono dei flash delle macchine fotografiche, mentre i grugniti del suino – carichi di terrore – risuonano nel vuoto. A prescindere dall’istinto morboso, insito nell’essere umano, che lo porta spesso a osservare in modo avido scene macabre o cruente,11In Storia dello sguardo, Mark Cousins definisce questa incolmabile tendenza di spingere l’osservazione oltre i limiti del buon senso con l’espressione “want see”: «Il “want see” è la reazione dell’occhio scisso del XX secolo, il suo corrispettivo neanche troppo oggettivo. Mette in dubbio l’idea borghese che gli esseri umani siano civilizzati e in perenne miglioramento. Spiega il perché del rallentare del traffico in prossimità di un incidente stradale. Entra in gioco quando la realtà comincia a diventare meno reale. Come memento mori, scaglia del materiale psichico contro il nostro ego sociale ed evoluto. Più vicino a Thanatos che a Eros, dimostra che la coscienza è affascinata dalla sua stessa fine» (M. Cousins, Storia dello sguardo, Il Saggiatore, Milano, 2018, p. 447).
a emergere qui è la poca considerazione che l’uomo nutre nei confronti del regno animale (a cui, peraltro, appartiene): una tendenza a ridurre le altre creature a uno statuto ontologico pari a quello di un oggetto inanimato.

Immagine circolante su Facebook a proposito del rovesciamento della prospettiva.

L’inclinazione specista porta non solo a considerare inferiore chi non appartiene specificamente alla sfera umana, ma persino a non ritenerla nemmeno degna di vivere. Sia chiaro: definirsi antispecisti22Dalle parole del filosofo australiano, nonché attivista, Peter Singer, si può adeguatamente comprendere il significato del vocabolo “specismo”: «Lo specismo – la parola non è elegante, ma non riesco a pensare a un termine migliore – è un pregiudizio o un atteggiamento di prevenzione a favore degli interessi dei membri della propria specie a sfavore di quelli dei membri di altre specie» (P. Singer, Liberazione animale, Il Saggiatore, Milano, 2015, p. 28).
non significa porre l’animale umano e quello non umano sullo stesso piano, bensì acquisire la consapevolezza di una distanza inevitabile33Come afferma anche John Berger, nel suo Perché guardiamo gli animali?: «L’animale può lasciarsi uccidere e mangiare, di modo che la sua energia vada a sommarsi a quella che il cacciatore già possiede. L’animale può lasciarsi addomesticare, fornendo cibo e lavoro al contadino. Ma sempre la mancanza di un linguaggio comune, il silenzio dell’animale, garantisce la sua distanza, la sua diversità, la sua esclusione dall’uomo. Proprio in virtù di questa diversità, tuttavia, la vita di un animale, che non va mai confusa con quella di un uomo, corre parallela a quest’ultima. Solo nel momento della morte le due linee parallele convergono per incrociarsi, forse, e ridiventare in seguito parallele: da qui la diffusa credenza nella trasmigrazione delle anime» (J. Berger, Perché guardiamo gli animali?, Il Saggiatore, Milano, 2016, p. 25).
che intercorre tra specie differenti concedendo, a tutte, pari diritti a vivere nel modo meno doloroso possibile. Riferendoci al celebre libro/manifesto di Peter Singer, Liberazione animale:

«L’estensione da un gruppo a un altro del principio fondamentale di eguaglianza non implica che dobbiamo trattare entrambi esattamente nello stesso modo, o garantire loro esattamente gli stessi diritti. Se dobbiamo farlo o meno dipenderà dalla natura dei membri dei due gruppi. Il principio fondamentale di eguaglianza non prescrive eguale o identico trattamento; prescrive eguale considerazione. Un’eguale considerazione di esseri differenti può portare a un trattamento differente e a differenti diritti».44Singer, cit., p. 24.

Il parametro necessario per comprendere meglio questo abisso è la sofferenza – o, volendo estendere il discorso, la capacità di essere in grado di avvertire altre esperienze come anche la gioia e il piacere –,55«La capacità di provare dolore e piacere è una condizione non solo necessaria ma anche sufficiente perché si possa dire che un essere ha interessi – come minimo assoluto, l’interesse a non soffrire» (Singer, cit., p. 30).
elemento che, tornando a quanto è avvenuto all’indifeso maiale di cui sopra, appare più che presente (soprattutto se si prende in considerazione la sua perdita di coscienza, poco dopo il momento del salto, e il successivo trasporto presso il macello).66«Per ringraziarmi del discorso che avevo tenuto in occasione del suo sessantesimo compleanno, il Dalai Lama mi inviò un bellissimo messaggio: “Tutti gli esseri sensibili, compreso il più piccolo insetto, si prendono cura di sé. Tutti hanno il diritto di non soffrire e di essere felici. Auspico pertanto che ci dimostriamo capaci di amore e compassione verso tutti”. Qual è la nostra responsabilità verso le altre specie? I confini fra le specie hanno una loro integrità, o sono costruzioni che possono essere oltrepassate sulla base dell’umana convenienza? La pretesa di “oltrepassare” i confini fissati sia dal patriarcato capitalistico che dal postmodernismo femminista richiede risposte più complesse. Richiede di distinguere a livelli complessi e sofisticati tra diversi tipi di confini; di decidere chi deve essere protetto, da quali confini, e a chi si garantisce la libertà con i diversi tipi di trasgressione» (V. Shiva, Vacche sacre e mucche pazze, DeriveApprodi, Roma, 2001, p. 80).
Nel tentativo di trovare qualcosa di positivo in tutta questa faccenda, si potrebbe pensare alla facilità – grazie all’aspetto virale dei video realizzati durante la triste performance – con la quale queste immagini sono riuscite a circolare in brevissimo tempo. Lo sguardo, a questo punto, diviene l’unico mezzo possibile per veicolare il sentimento dell’empatia: per aumentare, cioè, il grado di consapevolezza necessario a opporsi alla messa in scena di specifiche manifestazioni ricche solo di scarso intelletto. L’atto dell’osservare consente, inoltre, di prestare attenzione a ciò che viene pubblicamente mostrato dandoci la possibilità sia di scovare quei capovolgimenti logici – senza né capo né coda – ai quali l’espansione capitalista ci sottopone di continuo, che a sviluppare un sano spirito critico. Degli esempi concreti, di quanto appena detto, si possono riscontrare in tutti quei fenomeni di antropomorfizzazione che, soprattutto ai giorni nostri, non fanno altro che aumentare significativamente la distanza che intercorre tra noi e l’animale non umano.77«Fino al XIX secolo, tuttavia, l’antropomorfismo era parte integrante del rapporto tra uomo e animale ed era un’espressione della loro prossimità. Esso era la rimanenza dell’uso ininterrotto della metafora animale. Negli ultimi due secoli, gli animali sono poco a poco scomparsi. Oggi viviamo senza di loro. E in questa nuova solitudine, l’antropomorfismo ci mette doppiamente a disagio» (Berger, cit., p. 32).
La creatura in questione, seppur raffigurata con tratti tipici dell’uomo, ci appare così come qualcosa di lontanissimo, quasi inarrivabile. Il processo di snaturalizzazione che investe il soggetto rappresentato crea un paradosso che si fa beffa dell’animale stesso. Campagne pubblicitarie come quella dei sandwich Montana – nelle quali viene illustrato un Bugs Bunny intento a consumare dei panini farciti di prosciutto e gamberetti – o dei salumi Bechèr (dove vediamo un suino geloso dei propri salami) sono solo alcuni tra i casi più emblematici. Come afferma anche Matteo de Giuli, parafrasando Berger: «Oggi nelle città abbiamo eliminato le presenze animali, tollerate solo in forme domestiche, addestrate o decorative. Viviamo una nuova e più profonda solitudine di specie. Questa mancata prossimità, secondo Berger, conduce a una marginalizzazione culturale. Gli unici veri spazi che gli animali continuano ad avere nel nostro immaginario sono quelli che abbiamo concesso loro cooptandoli nello spettacolo».

Patricia Piccinini, The young family, 2002.
Fonte: https://www.corkandchroma.com.au/beautiful-or-grotesque-this-artist-walks-a-fine-line-between-two-worlds/

 

Osservazione dell’animale come spettacolo di se stesso (gli zoo)

Il 9 febbraio 2014 lo zoo di Copenaghen finì nell’occhio del ciclone per la luttuosa vicenda che coinvolse una giovane giraffa di soli due anni. Marius – questo il nome dato al quadrupede – fu vittima di una fredda uccisione compiuta per ridurre i rischi di endogamia.88Con “endogamia”, nel linguaggio zootecnico, si fa riferimento alla riproduzione sessuale che avviene tra individui appartenenti allo stesso ceppo; si tratta dell’incrocio tra esseri consanguinei o strettamente imparentati.
Successivamente all’abbattimento, la sua carcassa fu dissezionata in pubblico – per “scopi didattici” – e poi data in pasto a leoni e altri predatori rinchiusi nella struttura svedese. Episodi simili non sono così rari (la storia del gorilla Harambe99Per approfondire l’argomento sulla storia di Harambe (e della sua risonanza mediatica) si legga l’articolo Dalla cellula al JPEG: la metempsicosi digitale, pubblicato l’11 maggio 2018, su KABUL magazine.
è forse uno dei casi più eclatanti), e anche se non accadessero, gli zoo resterebbero comunque ambienti malsani e intrinsecamente violenti. Malgrado tutto, continuano a essere luoghi vivi e in costante trasformazione.1010«Uno dei primi zoo moderni, istituito al Regent’s Park di Londra nel 1862, era ben lontano dall’essere monofocale. Era una passeggiata, un’uscita sociale, un safari, una galleria di sguardi. Non si trattava del luogo dove l’élite si metteva in mostra, ma piuttosto di un intrattenimento post-industriale dove le masse potevano guardare dritto negli occhi creature provenienti da terre lontane, un piacere dal sapore archetipico. Nei decenni successivi gli zoo progettati in base ai desideri visivi degli osservatori, piuttosto che al benessere degli animali osservati, furono visti sempre più come sbagliati, ma nell’Ottocento la loro disposizione interna dipendeva dallo sguardo umano rivolto agli animali. E in quest’era di ricerca esistevano anche gli zoo umani: persone che osservavano altre persone trattate o presentate come oggetti. L’osservatore aveva il diritto di guardare; l’osservato non aveva alcun diritto di negare quello sguardo» (Cousins, cit., p. 270).
Dando per scontato che il fattore speculativo determini sempre il principio di ogni cosa, se si volesse pensare allo zoo come a un momento intimo di confronto con l’altro non esisterebbe nulla di più lontano da ciò.1111«Gli zoo pubblici nacquero all’inizio dell’epoca che avrebbe visto scomparire gli animali dalla vita di tutti i giorni. Lo zoo dove la gente va per incontrare gli animali, per osservarli, per vederli, è, in realtà, un momento all’impossibilità di tali incontri. Gli zoo moderni sono l’epitaffio di una relazione antica quanto l’uomo» (Berger, cit., p. 45).
Affidandosi nuovamente alle parole di John Berger:

«In qualunque maniera guardiate questi animali, anche se l’animale è incollato alle sbarre, a meno di un metro da voi, con gli occhi rivolti al pubblico, voi state guardando qualcosa che è stato reso assolutamente marginale; e tutta la concentrazione di cui siete capaci non basterà mai a ridargli centralità».1212Berger, cit., 49.

Secondo il teorico inglese, i continui soprusi inflitti agli animali nel corso dei secoli hanno determinato una sempre più graduale sparizione della loro stessa animalità: le vie dell’Antropocene sono infinite. La recente notizia del progressivo deperimento di quattro leoni (un quinto è già deceduto per stenti) rinchiusi all’interno del parco di Al-Qureshi, nella capitale del Sudan, sta facendo il giro del mondo attraverso petizioni online e immagini che ritraggono corpi scarni privi di qualsiasi energia vitale. La scarsità delle risorse economiche del complesso nordafricano non consente di somministrare le cure e il nutrimento sufficienti per far vivere degnamente i felini che detiene.

Davanti a spettacoli simili, far finta che stia andando tutto bene non funziona più. Che lo si voglia o meno, queste notizie non possono lasciarci indifferenti, e percepire la pena altrui dovrebbe aiutare a riconsiderare quella distanza che ci appare così insormontabile. Guardare negli occhi un animale, preferibilmente in un habitat consono, non è mai un’esperienza semplice, richiede solennità, apertura e pazienza. Elementi, questi, indispensabili per far sì che avvenga uno scambio empatico, che fluisca, cioè, la compassione necessaria per comprendere la sofferenza dell’altro. Gli occhi sono lo strumento, per antonomasia, della compassione, ed è proprio questo ciò di cui oggi abbiamo più bisogno.1313«In una causa contro Al-Kabeer, il giudice ha ordinato una riduzione del 50% della