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Visioni orizzontali: posthuman e spinozismo goethiano
Magazine, POST - Part II - Marzo 2017
Tempo di lettura: 8 min
Lisa Andreani

Visioni orizzontali: posthuman e spinozismo goethiano

"La metamorfosi delle piante": la prospettiva anti-antropocentrica di un saggio del 1790.

G. Caravaggio, Il mistero nascosto da una nuvola, 2012, Marmo nero del Belgio, zucchero a velo, 115 x 70 x 55 cm, Courtesy Collezione ACACIA, Milano.

Come sottolinea Giorgio Agamben, il modo migliore di accedere al nostro tempo presente è assumere una direzione archeologica. È per questo motivo che nell’attuale scenario politico, culturale e sociale, l’interpretazione di alcuni aspetti del postumanesimo attraverso un saggio di Goethe pubblicato nel 1790 – La metamorfosi delle piante – permette di estrapolare una serie di considerazioni per comprenderne il potenziale e la sua attualità.

Quale filosofia del nostro tempo, il postumanesimo è stato in grado di affrontare la ridefinizione totale del vivente in relazione agli sviluppi bio-tecnologici, scientifici e socio-culturali del XXI secolo, dando alla luce una condizione di esistenza transitoria immersa in una rete immanente di relazioni umane, animali, vegetali, organiche e inorganiche. Riformulando il legame che connette l’uomo con il mondo/spazio condiviso, il postumanesimo, come sostiene lo psicologo americano  Christopher Peterson, produce la neutralizzazione di una duplice dicotomia, da sempre centrale nel pensiero occidentale: da un lato crolla la netta separazione tra essere umano e animale, mentre dall’altro si pone al centro il concetto di alterità che ci abita come un doppio costante, inteso come io e altro da sé.

«The Great Ape Project thus urges us to protect apes from harm only because ‘‘they are inferior versions of ourselves’’. […] He describes such work as ‘‘humanist posthumanism’’ insofar as it outwardly expresses a post- humanist aim of taking the lives of nonhuman animals seriously yet internally clings to outmoded concepts and methodologies».11C. Peterson, The Posthumanism to Come, Angelaki: Journal of the Theoretical Humanities, Oxford, 2011, p. 136.

Nel cogliere la legge interna dei fenomeni, Goethe elimina l’esistenza di un sistema strutturato della natura per porre al centro una successione basata sulla co-presenza di singolo e universale, molteplice e identico. In un gioco anacronistico, i suoi studi scientifici mettono così in moto una riflessione sullo spirito del nostro tempo. Lo sviluppo scientifico, i risultati ingegneristici e della genetica applicata hanno fatto dell’io umano un essere caratterizzato da un’ibridazione capace di rendere visibile una natura condivisa con l’eterogeneità del mondo. Attraverso le relazioni strette con altre forme da sé intese tutte le possibili figure viventi – la natura stessa e le nuove tecnologie – si riesce a percepire un tutto che sta per invariante immanente di ogni manifestazione fenomenica. Nel loro processo di crescita, le scienze umane e naturali stanno progressivamente allontanando l’uomo dal suo centro.

La critica all’antropocentrismo, la cui fede illimitata nella ragione fa dell’umano un qualcosa di ‘eccezionale’, mette in moto un meccanismo (non privo di un confronto con questioni etiche e politiche) che ridefinisce il valore di ‘vita’. Questo concetto, quale semplice fatto di vivere comune a tutti gli individui, non rinnega l’elemento umano dell’esistenza, ma è posto al centro di una visione che implica la messa in gioco, su una stessa linea, di tutte le specie e forme. Trattando allo stesso modo e ignorando le differenze, l’approccio ‘zoe-centrato’ si dirige verso un’interdisciplinarità lontana da una piatta teoria istituzionale, che è possibile paragonare all’orientamento di Goethe secondo il quale il mondo dell’arte e quello della scienza sono interconnessi. Questa connessione elementare che vede entrambi i campi come agenti attivi appare in maniera evidente nel concetto di morfologia che le rende goethianamente ‘cugine’. Lo studio delle forme, quale descrizione e rappresentazione di un processo fenomenico, pone al centro, infatti, la creatività – unità di materia e spirito, motore della natura e del gesto artistico. Non a caso la Bildung, intesa da Goethe come formazione, divenire della forma e forza della metamorfosi, ha radice nel termine tedesco Bild, traduzione letterale di ‘immagine’.

J. W. Goethe, Urpflanze, 1790.

La sua teoria appare perciò ancora storicamente significativa, in particolar modo in relazione alle concezioni teoriche attuali. Se cambiate le circostanze qualcosa in questo processo di evoluzione e mutazione permane; se in questo essere in movimento l’uomo, alla ricerca di un oltre se stesso, mantiene vivo il concetto di originale, sembra possibile individuare questo ‘originale’ in un seme, elemento da cui prendono vita e forma nuova le più diverse specie. Nel suo saggio, Goethe realizza una serie di osservazioni sulle specie vegetali per porre come centrale una riflessione per certi versi opposta al metodo di ricerca del suo maestro, Carlo Linneo (1707-1778), che in Sistema naturae (1735) e Philosophia botanica (1751) aveva esposto la necessità di utilizzare un metodo di ricerca fondato su una sistematica classificazione delle specie che determinava forme fisse e astratte. Nell’osservazione di somiglianze e varietà all’interno delle forme vegetali, Goethe, invece, determina una molteplicità che confluisce in un uno – primo gradino imprescindibile per poter raggiungere quel concetto di unità, quell’unico ‘modello’ che è l’Urpflanze, pianta e fenomeno originario che presenta tutte le possibilità di sviluppo. In un passo di una lettera scritta a Herder nel 1787, Goethe scrive:

«Devo ora dirti, in confidenza, che sono prossimo a scoprire il segreto della generazione e dell’organizzazione delle piante: è la cosa più semplice che si possa immaginare. Sotto questo cielo si possono fare le più belle osservazioni. Ho trovato in modo indubbio e chiarissimo il punto essenziale, dove è riposto il germe; tutto il resto lo vedo ora all’ingrosso e solo alcuni punti devono essere meglio precisati. La pianta primitiva diventa la cosa più sorprendente del mondo, per la quale la natura stessa mi invidierà. Con questo modello e con la sua chiave si potranno inventare piante all’infinito, che saranno conseguenti, vale a dire che, anche senza esistere nella realtà, potrebbero tuttavia esistere; che non saranno ombre o parvenze pittoriche o poetiche, ma avranno una verità e una necessità interiori. La stessa legge si potrà applicare a tutti gli esseri viventi».22J. W. Goethe, La metamorfosi delle piante, Guanda, Parma 2013 [1790], p. 18.

Non prefigurava forse Goethe quello che con la pecora Dolly è stato fatto solo 20 anni fa? In questa evoluzione artificiale fatta di biotecnologie e ricostituzione genetica, l’essere umano appare quasi in grado di inventarsi e allo stesso tempo ricomporsi. È chiaro, allora, il valore centrale che Goethe attribuisce alla morfologia come totalità dinamica che ci investe rinnovandosi. Il processo di formazione colpisce in maniera efficace l’autore, i suoi studi e i suoi personaggi. Ancora Goethe:

«Dirò subito che il grande e altisonante comandamento: Conosci te stesso! mi è sempre parso sospetto, come un’astuzia di preti segretamente in combutta per confondere l’uomo con pretese irrealizzabili e deviarlo dall’attività nel mondo esterno verso una falsa contemplazione interna. L’uomo conosce se stesso nella sola misura in cui conosce il mondo, di cui ha coscienza soltanto in sé, come ha coscienza di sé soltanto in esso».33Goethe, ivi, p. 146.

La natura avvolge l’essere e la metamorfosi, è loro parte integrante. Trasformando l’identico che appartiene a ogni vivente, la direzione è quella verso un eterno divenire. Il pensiero goethiano enfatizza dunque un aspetto tragico della formazione che oggi investe la contemporaneità, mettendo così in luce la valenza anticipatrice delle sue riflessioni. Se prendiamo per esempio la figura del Faust notiamo come la ‘Bildung’ sia sofferenza, tragedia vissuta. Nel principio romantico dello Streben – continuo sforzarsi per ampliare la conoscenza del proprio sé e quindi eterno superarsi – emerge da parte del protagonista una costante insoddisfazione e tensione verso l’ignoto. Come afferma Stefano Zecchi, Faust, «che ha sempre vissuto tutto ciò che era possibile vivere, deve pur sempre essere capace di prolungare l’istante vissuto nell’eterno»44Goethe, ivi, p. 14.
. Si instaura così un ciclo di trasformazione e spossessamento di strutture rigide dell’io: i principi catalizzatori della metamorfosi sono il dramma della perdita e la speranza della nascita di una nuova forma. Divenire altro in noi e negli altri, crescere e uscire dalle proprie ‘foglie secche’ non è facile, ma imparare a comprendere la nostra trasformazione ci consente di allontanarci dalla concatenazione immutabile degli eventi.

A. Coorte, Gooseberries on a table, 1701, olio su tela, The Cleveland Museum of Art, Cleveland.

La dimensione tragica e sensibile della formazione dell’io di cui parla Goethe riacquista la sua posizione non come mera e pura negatività da cancellare in un processo di superamento, ma attraverso una presa di coscienza. Sebbene parlare di una concezione astorica possa sembrare un paradosso, è proprio questa che Goethe mette in gioco per privilegiare tale mutazione scientifico-naturale. Se oggi la natura e la scienza sembrano così lontane ma allo stesso tempo così vicine è perché qualcosa della tragedia di Faust, infondo, investe le esistenze. La sua consapevolezza è di poter trovare la salvezza nella metamorfosi, processo che non lo costringe a vivere in determinati modelli storicistici, bensì lo riconduce a quel soffio vitale della pulsione sensibile, lo rende foglia.55Goethe, ivi, p.26.

Interrogandosi sulla vita sensibile, Emanuele Coccia pone al centro la forma di questo sensibile negli uomini come negli animali, analizzandola dunque non come un tratto esclusivamente umano ma, anzi, quale scienza del vivente con un’estensione che di gran lunga supera il raggio di un limitato studio antropologico.66Cf. E. Coccia, La vita sensibile, il Mulino, Bologna 2011, pp. 17-19.
Il sensibile non è reale, per darsi come tale deve prima assumere l’aspetto di fenomeno, che Goethe chiama Urphänomen. Un corpo interamente pulsante di sensibile, allora, si può conoscere da fuori – proprio come si conosce un albero, un cigno o una stella –, ma si può anche percepire da dentro. Un dentro in cui si situa quell’esperienza primordiale di vitalità che Ortega y Gasset (1883-1955) in Vitalità, Anima e Spirito definisce come intracuerpo (‘intracorpo’): è ciò che più ci accomuna, indipendentemente dalla tipologia del nostro essere, e in cui si fondono somatico e psichico insieme. In uno spazio intermedio, visibile e invisibile convivono permettendo a ogni vivente di esistere ed essere plurale. Allora, la massima superiore di Goethe sull’organismo parla da sé:

«Ogni vivente non è un singolo, ma una pluralità; anche presentandosi come individuo, rimane tuttavia un insieme di esseri viventi e autonomi, che, eguali secondo l’idea e per natura, appaiono empiricamente identici o simili, diversi o dissimili. Questi esseri sono in parte fin dalle origini uniti, in parte si trovano e si riuniscono in seguito, si dividono e tornano a cercarsi, generando una produzione infinita in tutti i modi e in ogni direzione».77Goethe, ivi, p. 43.

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"Information is power. But like all power, there are those who want to keep it for themselves. But sharing isn’t immoral – it’s a moral imperative” (Aaron Swartz)

di Lisa Andreani
  • Curatrice e critica d’arte. Vive e lavora a Roma. Dal 2020 è coordinatore curatoriale ed editoriale all'interno del MACRO - Museo per l’Immaginazione Preventiva, sotto la direzione artistica di Luca Lo Pinto. Lavora come archivista per l'Archivio Salvo ed è parte del Comitato Scientifico. Nel 2019 ha preso parte al programma di ricerca Global Modernism Studies all'interno della Bauhaus Dessau Foundation. Nello stesso anno ha cofondato, insieme a Simona Squadrito, REPLICA, progetto di ricerca dedicato ai libri d'artista.
Bibliography

E. Coccia, La vita sensibile, il Mulino, Bologna 2011.
J. W. Goethe, La metamorfosi delle piante, Guanda, Parma 2013 [1790].
C. Peterson, The Posthumanism to Come, Angelaki: Journal of the Theoretical Humanities, Oxford 2011.