Pierre Huyghe, Exomind, 2017.
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Dalla visione del mondo alla sua esposizione
Digital Library, February 2019
Tempo di lettura: 24 min
Boris Groys

Dalla visione del mondo alla sua esposizione

La favola di Internet come esposizione mondiale d’arte universalmente inclusiva e la figura dell’artista contemporaneo da artefice della forma a fornitore di contenuti. In esclusiva su KABUL magazine, un saggio inedito del 2018 di Boris Groys.

Documenta 13, Pierre Huyghe, Untilled, 2012, Kassel.

In questo testo inedito, pubblicato qui per la prima volta, il filosofo dei media Boris Groys, quasi parafrasando il celebre saggio di Heidegger, L’epoca dell’immagine del mondo, sostiene e difende una speciale posizione che il sistema dell’arte ricopre o dovrebbe ricoprire nella nostra epoca. Le mostre d’arte, afferma il filosofo, «svolgono un ruolo politico cruciale, compensando almeno solo in parte la mancanza di uno spazio pubblico e di una politica globali». Assumendosi questo ruolo, «il sistema dell’arte contemporanea svolge la funzione di sostituto simbolico di un tale Stato universale, organizzando mostre che hanno il diritto di presentare l’arte e la cultura universali, globali – ossia l’arte e la cultura dell’utopistico e inesistente Stato globale».

Le mostre a cui si riferisce Groys sono quelle manifestazioni culturali come Documenta o le Biennali, che oggi svolgono il ruolo di “grandi musei del passato”, sia per la panoramica sul mondo che offrono, sia perché svincolate dalle logiche del mercato globale. Si tratta appunto di arte «che non è commercializzata globalmente, ma che ha un significato storico e internazionale – manifestare e riflettere sull’epoca contemporanea».

La conclusione del saggio rivela certamente un punto di vista opinabile in cui non tutti potrebbero trovarsi d’accordo, soprattutto nell’affermazione di Groys che grandi manifestazioni come Documenta e Biennali siano effettivamente libere e svincolate dai meccanismi instaurati con la speculazione di mercato. Tuttavia, a rendere davvero interessante questo saggio non sono tanto le conclusioni appena citate, quanto le efficaci argomentazioni utilizzate nel corso dell’intero impianto saggistico.

Il saggio ripercorre infatti le teorie che più di ogni altre hanno inciso sulla nostra visione e sulla produzione dell’arte. I pensieri Benjamin, Heidegger e Hegel sono qui discussi e intrecciati nel tentativo di rispolverare e rispondere a vecchi ma pur sempre attuali quesiti: che cosa si intende per verità dell’opera d’arte? Qual è il rapporto tra il valore culturale di un’opera rispetto al suo valore espositivo? Che differenza c’è tra la documentazione dell’arte e l’arte stessa? In che rapporto si trova l’arte in relazione ai mass media?

Il nostro presente e il sistema dell’arte sono contrassegnati dall’utilizzo massiccio di Internet, uno strumento che apre nuovi scenari e nuove questioni, e che rappresenta di fatto, per il filosofo , un’arma a doppio taglio. Se da un lato sembra aver semplificato le pratiche espositive, la creazione dell’arte e la sua divulgazione, riuscendo anche a fare a meno del curatore, in altre parole offrendo una soluzione al conflitto tra arte e mass media, Internet, dall’altra, strumento «estremamente narcisistico», non fa altro che confinarci nel territorio già noto dei nostri interessi: Internet «non ci mostra ciò che non vogliamo vedere. Nel contesto di Internet, inoltre, comunichiamo solo con le persone con cui condividiamo i nostri stessi interessi e punti di vista, siano essi politici o estetici».

La chiave di volta per superare le insidie celate dall’utilizzo di Internet all’interno della produzione dell’arte e della sua fruizione è rappresentata, per Groys, dalla figura del curatore, vero e proprio deus ex machina in grado di superare, attraverso una selezione universalistica ma non onnicomprensiva di opere, i confini locali, siano essi geografici o virtuali, e di mostrare «la pratica universale dell’inquadratura», in poche parole il Gestell, termine che il filosofo prende in prestito da Heidegger. Il Gestell è un prodotto della tecnologia moderna ed è tradotto con i seguenti termini: “apparato”, “impianto” o “dispositivo”. È ciò che consente all’essere umano di posizionarsi di fronte al mondo da una speciale inquadratura che fa dell’uomo l’unico soggetto in relazione a un mondo di oggetti. Ciò che viene pertanto esposto all’interno delle mostre non sono soltanto le opere, che si trovano quasi sempre decontestualizzate dal loro tempo e spazio di origine (quindi private della propria aurea), ma anche e soprattutto il dispositivo.

«L’unico modo per rivelare il Gestell è di rimuovere e ricollocare le immagini e gli oggetti del nostro mondo. In altre parole, di fare una mostra». Una mostra d’arte, quindi, «presenta al nostro sguardo non solo un’immagine, ma mostra anche la tecnologia del presentare, l’apparato e la struttura interni del Gestell, il modo in cui il nostro sguardo viene determinato, orientato e manipolato dalla tecnologia moderna. Infatti, quando visitiamo una mostra, noi non guardiamo solo le immagini e gli oggetti esposti, ma riflettiamo anche sulle relazioni spaziali e temporali tra di essi, alle loro gerarchie, alle scelte e strategie curatoriali che hanno prodotto l’esposizione ecc. La mostra espone se stessa – prima di esporre qualsiasi altra cosa. E facendo così, la mostra espone il Gestell, la tecnologia moderna che ci consente di vedere il mondo come immagine del mondo (Weltbild), di avere una visione del mondo (Weltanschauung)».

 

Introduzione di Simona Squadrito