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Il Numogramma Decimale

H.P. Lovercraft, Arthur Conan Doyle, millenarismo cibernetico, accelerazionismo, Deleuze & Guattari, stregoneria e tradizioni occultiste. Come sono riusciti i membri della Cybernetic Culture Research Unit a unire questi elementi nella formulazione di un «Labirinto decimale», simile alla qabbaláh, volto alla decodificazione di eventi del passato e accadimenti culturali che si auto-realizzano grazie a un fenomeno di “intensificazione temporale”?

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Hypernature. Tecnoetica e tecnoutopie dal presente

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Survivor (feat. Cripta747 & Not)
Magazine, OTHERING – Part I - Settembre 2019
Tempo di lettura: 7 min

Survivor (feat. Cripta747 & Not)

Abbiamo invitato alcuni docenti, artisti e curatori a riflettere sulle possibili interconnessioni tra teoria queer e attuale critica ecologica: l'ecoqueer come possbile prospettiva per superare la logica binaria e dicotomica della società occidentale.

Immagine dal talk SURVIVOR, 19 ottobre 2019.

 

“La critica ecologica e la teoria queer sembrano incompatibili, ma se dovessero incontrarsi assisteremmo a una fantastica esplosione”.
(Timothy Morton)

Con queste parole, il filosofo inglese Timothy Morton dà inizio a un articolo, pubblicato nel 2010 e intitolato Queer ecology, in cui tenta di ricondurre il discorso sulle discriminazioni sociali, sessuali e di genere all’interno della più ampia cornice dei temi ambientali.

Lo slogan di Donna Haraway “Make Kin, Not Babies” in un adesivo della Duke University Press, 2015.

Che cos’hanno in comune l’improvviso aumento del livello dei mari – per cui si stima che dall’inizio del 2019 si siano sciolte più di 200 miliardi di tonnellate di ghiaccio proveniente dalla Groenlandia – con l’attuale crisi umanitaria dei migranti, che ha visto tra il 2014 e il 2019 quasi 15.000 persone decedute nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l’Europa dalle coste africane? Esiste un minimo comune denominatore tra le quotidiane discriminazioni di genere e sessuali e i recenti fatti accaduti in Amazzonia che prospettano l’immagine di un’imminente distruzione ecologica?

Esempio di Dictyostelium discoideum, la cosiddetta “Ameba sociale”, riferimento emerso durante l’intervento di Marco Pustianaz.

Le categorie dualistiche attraverso cui si esprime la società occidentale hanno precise origini storiche che si riflettono quotidianamente sia nelle modalità tramite cui si definisce l’identità degli individui, con le definizioni normative di sesso, genere ed etnia, sia nel processo di oggettivazione dell’ambiente, con la distinzione discriminante tra uomo e natura. La logica binaria genera infatti sistemi gerarchici di oppressione, in cui concetti normativi come “maschio”, “eterosessuale”, “bianco” e “naturale” esercitano continue forme di dominio e pratiche di esclusione.

Il nostro modello sociale, politico ed economico si nutre di “differenze” (e di termini oppositivi che generano antagonisti), le sfrutta e fa dipendere la propria sopravvivenza da esse, attuando una pratica radicale di espulsione e sfruttamento nei confronti degli individui e di interi ecosistemi.

Contro questo immaginario incalzante della catastrofe, le prospettive e le teorie queer, fondate su una logica di inclusività, equità, biodiversità e condivisione, possono oggi intervenire in opposizione a tali dinamiche di sfruttamento ecologico, umano e sociale, basate su strutture gerarchiche ormai obsolete, prospettando pertanto scenari alternativi a quello sinora vigente.

Zheng Bo, WEED PARTY III, 2018, Installation view at PAV – Parco Arte Vivente, ph. Alessio Anastasi.

Estendere la teoria queer alla critica ecologica, applicando pertanto il concetto di queerness non solo alla storia culturale ma persino alla sostanza biologica, ci consente di schierare un nuovo e potente immaginario contro il modello culturale, sociale ed economico antropocentrico che vede quale suo esclusivo protagonista l’uomo bianco, maschio, eterosessuale, predatore e consumatore delle risorse del pianeta. All’interno di un’unica prospettiva onnicomprensiva si rivela pertanto possibile coniugare la lotta al patriarcato, all’eteronormatività e al colonialismo con quella all’antropocentrismo e allo specismo. La proposta di un’ecologia queer ci consente in altre parole di superare i codici normativi del “naturale” correlati a quelle categorie sociali come classe, genere, razza e sessualità.

Immagine dal talk SURVIVOR, 19 ottobre 2019.

Il 19 ottobre, in occasione di Survivor, realizzato in collaborazione con CRIPTA747 all’interno della programmazione del “Tour della Catastrofe” di Not, KABUL magazine ha invitato Marco Pustianaz, esperto di queer studies e docente di Letteratura inglese e teatro presso l’Università degli Studi del Piemonte Orientale, e Cristina Giudice, docente di Storia dell’arte all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, a discutere e confrontarsi con artisti e curatori – Giulia Mengozzi, Emanuela Ascari, Cleo Fariselli e Hilary Galbreaith – sulle possibili interconnessioni tra arti, biopolitica, identità di genere nell’ottica di un radicale e urgente superamento dell’imperante logica binaria e dicotomica che contraddistingue il nostro modo di essere e di vivere all’interno della società.

L’incontro è partito dalla definizione del verbo OTHERING, redatta da KABUL magazine e argomento dei numeri #15 e #16 del magazine: «[dall’ing. other (“altro”) + -ing; traducibile in it. con “alterizzazione”]. Termine che indica un processo di identificazione e simultaneo distanziamento da ciò che è percepito e considerato come altro, diverso da sé. Nel linguaggio comune indica quell’atteggiamento conscio o inconscio, insito nella società occidentale contemporanea, che mira all’esclusione e alla discriminazione di ciò che è considerato diverso, inferiore e, quindi, identificato come una potenziale minaccia o come non desiderabile.

Una rappresentazione immaginaria di Plantoidi, i primi robot al mondo ispirati alle piante. Il progetto è stato coordinato da Barbara Mazzolai, Direttrice del Center for Micro-BioRobotics dell’Istituto Italiano di Tecnologia a Pontedera (Pisa), e conduce da una parte studi avanzati sul comportamento degli apici radicali, dall’altra fornisce modelli e prototipi di radici robotiche che li imitino, con un focus particolare sulla loro capacità penetrativa, esplorativa e adattativa. Trova la sua principale applicazione nel monitoraggio e nella bonifica dei suoli inquinati.

Le radici teoriche del concetto di Othering sono fornite dal filosofo tedesco Georg Wilhelm Friedrich Hegel all’interno della sua trattazione sulla dialettica servo-padrone. Nel corso del ’900, la riflessione sull’Altro ha conosciuto in filosofia diverse declinazioni, andando a costituire una tappa fondamentale nello sviluppo del bambino nel processo di rispecchiamento nell’Altro (Lacan); luogo dell’incontro etico rappresentato nel volto dell’Altro (Levinas); vittima della violenza ontologica nell’atto archetipico della scrittura (Derrida); contrapposizione razziale nell’analisi delle discriminazioni durante l’Olocausto (Adorno); descrizione del rapporto tra uomo e donna all’interno della società patriarcale (de Beauvoir). Il termine attraversa pertanto filosofia, scienze sociali e psicologia indicando quel processo di costruzione e identificazione del sé messo in atto da un soggetto o da un gruppo, attraverso l’opposizione/esclusione di altri soggetti o altri gruppi.

Esistono almeno due dimensioni distinte del processo di Othering: la prima si riferisce alla tendenza di attribuire all’altro una connotazione di inferiorità; mentre la seconda alla tendenza di identificare l’altro come radicalmente alieno ed estraneo dal gruppo dominante. Si tratta di due concetti – quello di inferiorità e quello di estraneità – diversi tra loro e che portano di conseguenza a esiti differenti, traducendosi spesso in un’opposizione dialettica tra un ipotetico “noi” e un “loro”, e in particolare nel secondo caso nella svalutazione dell’Altro.

Immagine dal talk SURVIVOR, 19 ottobre 2019.

Per comprendere tale processo la sociologia ha cercato di mettere in luce i modi in cui le identità sociali si costituiscono, giungendo a sconfessare la convinzione fallace che la costruzione delle identità sia un presupposto naturale e innato. Le idee di “somiglianza” e “differenza” sono fondamentali per il modo in cui costruiamo un senso di identità e appartenenza sociale. “Identità” e “alterità”, quindi, si stabiliscono e costituiscono vicendevolmente. All’opposto di Othering non vi è in concetto di “saming”, ma un termine che dovrebbe più avvicinarsi a un’idea di appartenenza, accettazione e inclusività.

Il geografo della cultura Mike Crang (1998) definisce il processo di alterizzazione in questi termini: «Il processo […] attraverso cui le identità sono cristallizzate in una relazione di disuguaglianza». In questa visione, l’Altro è sempre meno umano dell’Io/Noi che pone la propria identità come valore costituente: tale violenza discorsiva è un ponte verso quella simbolica e materiale, che viene così giustificata.

A proposito di Othering, Jean-Francois Staszak sostiene che l’alterizzazione prende forma attraverso quelle pratiche di marginalizzazione fondate sulle differenze culturalmente definite da parte del gruppo dominante, che sfociano in una negazione e non accettazione dell’identità dell’Altro, di un gruppo, di una religione o di una cultura. Staszak spiega che se la differenza, somatica o culturale, è una questione di fatto, l’alterità è invece il risultato di una pratica discorsiva, di stereotipizzazione o stigmatizzazione. Tali pratiche di oppressione ed esclusione si sviluppano all’interno di una logica binaria di potere tipica del mondo occidentale, in cui l’asimmetria di potere insita in tali valori binari ne rappresenta di fatto il perno ideologico portante».

Immagine dal talk SURVIVOR, 19 ottobre 2019.

A seguito di tale premessa, in occasione dell’incontro abbiamo quindi posto agli invitati e al pubblico presente in sala le seguenti domande:

1) Contro le catastrofi ambientali e umanitarie quali modelli sociali, politici ed economici alternativi possiamo immaginare? In che modo dare forma a tali alternative?

2) Possiamo porre in relazione i queer studies (fondati sul valore della molteplicità e sulla decostruzione dell’identità) con l’attuale critica ecologica? Quali interconnessioni individuiamo?

3) Come risponde l’arte contemporanea di fronte a queste urgenze? In che modo può contribuire alla costruzione di un pensiero critico e all’elaborazione di modelli alternativi alla catastrofe? Qual è il ruolo dell’arte contemporanea nella sopravvivenza?

Alcune possibili risposte a queste domande le trovate nella registrazione che segue (audio gentilmente fornito da Paynomindtous):

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