Pierre Huyghe, Exomind, 2017.
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Cybernetic Culture Research Unit

Il Numogramma Decimale

H.P. Lovercraft, Arthur Conan Doyle, millenarismo cibernetico, accelerazionismo, Deleuze & Guattari, stregoneria e tradizioni occultiste. Come sono riusciti i membri della Cybernetic Culture Research Unit a unire questi elementi nella formulazione di un «Labirinto decimale», simile alla qabbaláh, volto alla decodificazione di eventi del passato e accadimenti culturali che si auto-realizzano grazie a un fenomeno di “intensificazione temporale”?

K-studies

Hypernature. Tecnoetica e tecnoutopie dal presente

Avery Dame-Griff, Barbara Mazzolai, Elias Capello, Emanuela Del Dottore, Hilary Malatino, Kerstin Denecke, Mark Jarzombek, Oliver L. Haimson, Shlomo Cohen, Zahari Richter
Nuove utopieTecnologie

Dinosauri riportati in vita, nanorobot in grado di ripristinare interi ecosistemi, esseri umani geneticamente potenziati. Ma anche intelligenze artificiali ispirate alle piante, sofisticati sistemi di tracciamento dati e tecnologie transessuali. Questi sono solo alcuni dei numerosi esempi dell’inarrestabile avanzata tecnologica che ha trasformato radicalmente le nostre società e il...

Agency e healing: come immaginare il museo del futuro. Intervista a Carolyn Christov-Bakargiev
Magazine, ASSEDIO - Part I - Ottobre 2016
Tempo di lettura: 22 min
Caterina Molteni, Dario Alì

Agency e healing: come immaginare il museo del futuro. Intervista a Carolyn Christov-Bakargiev

Che cosa contraddistingue il museo dagli altri luoghi deputati all’arte? Come può la sua collezione essere riletta e ‘attivata’? Un museo senza più arte contemporanea: il museo del futuro.

Olafur Eliasson – The sun has no money (Il sole non ha soldi) – 2008 – filtro di vetro colorato, specchio, cavo di acciaio, motori elettrici, faretti, treppiedi, supporti a muro (colour effect filter glass, mirror, steel cable, electric motors, spotlights, tripods, wall mounts) – dimensioni variabili, 2 annelli in specchio, 94 cm diametro; 4 anelli con filtro colorato, 30 cm diametro (dimensions variable, 2 mirror rings: Ø 94 cm; 4 colour effect filter rings: Ø 30 cm) – Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea, Rivoli-Torino – Deposito permanente (Permanent loan) – Fondazione CRT Progetto Arte Moderna e Contemporanea – 2009.

Nel febbraio 2016 ho incontrato, insieme a Dario Giovanni Alì, Carolyn Christov-Bakargiev per discutere insieme a lei di come sia cambiato, negli ultimi decenni, il ruolo del museo e di come potremmo immaginarlo nei prossimi 50 anni. La direttrice del Castello di Rivoli e GAM di Torino ci ha raccontato di come una collezione possa essere ‘attivata’ e in che modo gli artisti ne rimangano spesso suggestionati, guardando all’opera d’arte come un oggetto ‘magico’ capace di innescare una serie di energie che lo fanno essere sempre parte del presente. Superando la classica divisione fra passato, presente e futuro, la memoria e il desiderio di collezione diventano operazioni che si muovono nel e sul presente, riferendosi costantemente a una contemporaneità condivisa di cui sono possibili attivatori per nuove creatività.

Il museo diventa un luogo in cui è possibile l’esperienza ‘supremamente inattuale’ di osservare e stare di fronte a opere d’arte. Carolyn Christov-Bakargiev ci parla di healing, una cura possibile attraverso la contemplazione e per mezzo di un particolare modo di stare nel mondo che si innesca quando siamo di fronte alla materia e agli oggetti. Guardando all’era digitale in cui viviamo, c’è l’urgenza di chiedersi quali strumenti utilizzare, e in che modo, per superare la scissione tra reale e virtuale, un’esperienza vissuta quotidianamente attraverso l’utilizzo di dispositivi ready-to-hand.

Che posto lasciare al termine contemporaneità? Questa domanda risuona lungo tutta l’intervista, riferendosi a un concetto che fa parte del linguaggio comune ma che esige un chiarimento o, come suggerisce Christov-Bakargiev, un superamento, accettandone la storicità e iniziando a costruire le basi per nuovi termini con cui guardare l’arte e la cultura.

Questo è il punto di partenza di una personale ricerca sui termini etici che entrano in gioco lavorando nel sistema dell’arte. Che tipo di responsabilità si trova ad assumere il direttore di un museo? Chi sono gli attori coinvolti?

Commitment e trust sono i due concetti con cui la curatrice risponde a questi quesiti, aprendo un discorso sull’importanza dei ruoli e dei loro confini, fino a rimarcare l’eccezionalità di azioni che negli ultimi anni hanno visto direttori museali sacrificarsi per custodire le proprie collezioni. L’azione e la sua forza nel tempo torna centrale, guardando all’impegno sociale non come astratta propaganda ma come possibilità di un’effettiva incidenza nella conservazione della memoria da tramandare ai posteri.