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La sperimentazione nelle fiere d'arte: intervista a Stefano Collicelli Cagol (#artissimalive)
Project, 08 November 2016
Collaborazione

La sperimentazione nelle fiere d'arte: intervista a Stefano Collicelli Cagol (#artissimalive)

Intervista a Stefano Collicelli Cagol, curatore di "What is Experimental" per Artissima2016.

Solo Shows, São Paulo, Masturbar, Fabiana Faleiros.

 

La redazione di KABUL magazine ha deciso di rendere disponibili, all’interno del sito, le registrazioni audio di alcuni dei talk di Artissima2016. What is Experimental (prima parte / seconda parte) è un talk diviso in due incontri, a cura di Stefano Collicelli Cagol, che vede la partecipazione di alcuni curatori di spazi e realtà no-profit e indipendenti. L’obiettivo è di affrontare un’indagine sulla sperimentazione di modelli espositivi e di produzione, attraverso l’analisi di alcuni casi studio.
Abbiamo deciso di porre tre domande al curatore dell’iniziativa per inquadrare meglio il tema affrontato nelle due giornate di talk.


KABUL magazine: Vorremmo iniziare chiedendoti qual è la tua definizione del termine «sperimentazione» e se, alla fine di questi due incontri, abbia subìto o meno un cambiamento.

Stefano Collicelli Cagol: Quest’anno, insieme ad Artissima, ho pensato fosse importante riflettere su cosa possa essere considerato «sperimentale» al giorno d’oggi, con un formato particolare come quello del talk. Si è soliti immaginare l’esperimento come qualcosa che avviene all’interno di una situazione completamente neutra, nel senso che, avendo una ricerca da portare a termine e da dimostrare, quello a cui miri sin da subito è di ricreare situazioni in laboratorio uniche e neutrali in cui puoi avere a che fare con l’esperimento in condizioni, direi, quasi asettiche. Noi, ovviamente, trovandoci in un contesto diverso, quello della fiera, abbiamo cercato di fare l’opposto. Portando il discorso all’ambito dell’arte, il luogo neutrale in cui desideravamo affrontare il tema era appunto il suo sistema.

Tramite questa iniziativa mi interessava dribblare in qualche modo questa situazione per cui ti trovi a dover inseguire concetti e parole che diventano sempre più fossilizzati. Ad esempio, nel caso del secondo talk, Natalia Sielewicz è stata abbastanza critica sull’uso di un’espressione come «post-internet», poiché ciò che accade online è spesso inserito indiscriminatamente sotto questa accezione, dimenticando che ne esiste dietro una storia.

Trovo che lo spirito di What is Experimental sia stato anche quello di mantenere una certa ambiguità rispetto al concetto di «sperimentazione», che non deve essere inteso semplicemente come un modo di differenziarsi all’interno del sistema dell’arte, ma come una riflessione su come posso arrivare, con i mezzi che ho a disposizione, dove voglio. Come abbiamo intuito dalle parole di Davide Quadrio, nel primo talk, si tratta anche di negoziazione, di non rigettare in modo ideologico la collaborazione con delle entità più istituzionali, di reinventarsi un linguaggio.

Infine, un altro aspetto che mi interessava affrontare in questi due talk è quello relativo alla dimensione del fallimento. Quando sperimenti, devi sempre tenere in considerazione il possibile fallimento. Ecco, desideravamo capire in quali condizioni e con quale durata si trovassero a vivere le imprese raccontate.

KABUL magazine: La seconda domanda è legata a come si è evoluto il progetto nel corso di questi mesi. Quali modalità di ricerca e criteri hai adottato per selezionare casi studio e curatori? Inoltre, il contesto fieristico ti ha in qualche modo condizionato nelle scelte?

What is Experimental, Pt. 2, curated by Stefano Collicelli Cagol

Stefano Collicelli Cagol: La sperimentazione è uno dei mezzi attraverso cui Artissima presenta se stessa, in primis nella sua struttura, ad esempio con le giovani gallerie, come avviene in Present Future, o con gli artisti per certi versi ignorati dai canoni della storia dell’arte, come in Back to the future. All’interno del ricco panorama di fiere, Artissima si differenzia perché riceve anche il contributo di una forte partecipazione pubblica, dalla Regione e dal Comune di Torino. A partire da ciò, con Sarah Cosulich abbiamo pensato a come rilanciare il concetto di «sperimentale» in maniera più discorsiva e produttiva.

L’idea di fare dei talk sulla questione della sperimentazione è finalizzata a rendere Artissima un luogo di confronto sulle iniziative sperimentali messe in pratica in diversi contesti internazionali. Con What is experimental intendevo dare spazio non solo a realtà no profit, che sono di solito quelle più attive dal punto di vista della ricerca, ma anche a gallerie commerciali che presentano effettivamente un’attitudine sperimentale nell’approccio con gli artisti o, ad esempio, nelle modalità di distribuzione. Insieme a Sarah abbiamo deciso così di selezionare quattro curatori internazionali attivi in differenti realtà geografiche, già coinvolti con la fiera e dunque consapevoli delle logiche di funzionamento del contesto. Desideravamo creare, per il pubblico di collezionisti, curatori e anche solo appassionati, due momenti per accedere ad alcune tematiche che in Italia non sono ancora state discusse o sono fonte di fraintendimenti.

Nel primo talk, sottotitolato Pacific Institution, ho voluto coinvolgere due figure rappresentanti di due poli estremi: da un lato Davide Quadrio, curatore che da quasi trent’anni lavora a Shanghai e ha maturato l’esperienza di una situazione che, a livello istituzionale, è molto lontana dalla nostra visione occidentale. Durante il talk, ad esempio, Davide spiegava la difficoltà di creare una vera e propria rete di no profit a Shanghai, proprio perché in questo genere di realtà non vengono investiti fondi. Ciò crea delle difficoltà, ma indubbiamente anche delle reazioni, innanzitutto per reinventare un linguaggio per chi in Occidente è abituato a parlare di no profit, quando invece a Shanghai la situazione è ben diversa. Dall’altro lato, sempre nel primo talk, c’era invece Sohrab Mohebbi, curatore di Los Angeles, città fissa nell’immaginario collettivo perché onnipresente all’interno di cinema, musica, pubblicità e serie tv, ma tuttavia percepita da sempre, rispetto a città come New York o Chicago, come periferica all’interno del sistema artistico statunitense.

Nel secondo talk, invece, abbiamo avuto Tobi Maier e Natalia Sielewicz, che in passato erano già stati ad Artissima. Ciò che mi interessa di Tobi è questa sua sorta di ‘dimensione domestica’ del suo essere curatore, la sua attenzione nei confronti di progetti incentrati sul concetto di ‘domesticità’. Natalia, invece, ha degli interessi molto differenti che spaziano dalla performance al public program più discorsivo e all’exhibition making, è testimone di cosa accade a Varsavia e in Polonia, ed è molto informata anche in ambito virtuale.

Il titolo di questo secondo talk, We do it our way, si riferisce proprio all’attenzione che Tobi e Natalia hanno avuto per curatori, artisti e critici che fanno il loro mestiere per vocazione tentando di rompere le gerarchie ed elaborando differenti modalità per navigare tra contesti che impongono un certo tipo di linguaggio, una struttura e un modo di procedere.

Riallacciandomi all’ambito del virtuale, penso che per una fiera che sta cercando, da un punto di vista sperimentale, di rinnovarsi e confrontarsi con le realtà più virtuali sia una gran bella sfida affrontare questo genere di argomenti e, nello specifico del secondo talk, quello legato al post-internet.

L’idea generale è stata quindi di selezionare dei curatori in cui la spinta dell’avanguardia del Ventesimo secolo fosse in qualche modo ancora presente, quindi quell’idea di avere arte e vita ancora in conflitto, o in un continuo tentativo di porsi in dialogo. Non desideravamo fermarci a «sperimentazioni» legate a un modo canonico di mettere in discussione il sistema dell’arte, a proporre dei talk per analizzare a scatola chiusa una reazione a questo sistema, ma di includerlo come spinta in grado di suscitare delle risposte, delle reazioni. Da questo punto di vista, nel primo talk è stata molto interessante la presentazione che ha fatto Mohebbi del Main Museum, nella Downtown di Los Angeles, in cui si sta sviluppando un museo a partire da pratiche sociali di artisti impegnati, negli anni ’60 e ’70, a contrastare le spinte alla gentrificazione e trasformazione degli spazi. Ebbene, il Main Museum è nato proprio dalla cannibalizzazione di quegli spazi sociali, e non a caso è stato definito da Mohebbi un «ironic museum».

What is Experimental, Pt. 2, curated by Stefano Collicelli Cagol

KABUL magazine: Pensi di voler approfondire ulteriormente queste prime basi che hai gettato nelle prossime edizioni di Artissima o in altri contesti? Potrebbe essere il punto di partenza per una ricerca da proseguire su temi che, come dicevi prima, in Italia non sono spesso affrontati?

Stefano Collicelli Cagol: Non so come il progetto potrebbe evolvere con la nuova direzione di Artissima, magari uscirà dalla fiera per entrare in altri contesti, ma molto dipende dall’interesse che questi altri contesti avranno nei confronti del tema. Artissima è un’istituzione a cui interessa molto questa tematica, e mi chiedo se in Italia, oltre alle università, ci siano o meno altri contesti che possano nutrire lo stesso interesse, come ad esempio le aziende, che potrebbero diventare dei luoghi adatti ad affrontare questo tipo di dialogo.

Future view of The Main Museum rooftop from Spring Street. Credit: Tom Wiscombe Architecture

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Autori
  • Carolina Gestri
    Carolina Gestri è storica dell’arte, docente e curatrice. Dal 2015 è coordinatrice di VISIO – European Programme on Artists’ Moving Images, progetto di ricerca promosso dallo Schermo dell’arte strutturato in una mostra e una serie di seminari. È co-fondatrice di KABUL magazine. È docente di Fenomenologia delle arti contemporanee e di Exhibition Planning rispettivamente nei corsi di Design della comunicazione visiva di IED Firenze e di Multimedia Arts di Istituto Marangoni Firenze.
  • Francesca Vason
    Francesca Vason è curatrice e storica dell'arte. Lavora con M+B Studio a Venezia come curatrice e project coordinator di​ progetti espositivi internazionali​. Collabora con TBA21-Academy e Ocean Space, La Biennale di Venezia, Danish Art Foundation, OCA - Office for Contemporary Art Norway, Singapore​ ​Design Council, oltre a sviluppare progetti indipendenti. ​Prende parte a Campo - programma per curatori italiani della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo​ e, dopo aver scritto​ per magazine come Juliet e InsideArt​,​ è tra i fondatori di​​ KABUL magazine, dove attualmente opera come autrice e referente per le sezioni Project ed Editions.
  • Valeria Minaldi
    Laureata in Neuroscienze all'Università degli Studi di Padova, ha collaborato nella ricerca scientifica in particolare nell'ambito della Neuroestetica. È psicologa e psicoterapeuta specializzanda a orientamento cognitivo costruttivista. Lavora come consulente nell'ambito delle valutazioni dello stress lavoro-correlato presso COM Metodi; si occupa di consulenza e divulgazione scientifica, supporto psicologico individuale e di gruppo. Fa parte del board curatoriale, è cofondatrice e managing editor di KABUL, magazine online che tratta di arti e culture contemporanee, casa editrice indipendente e associazione culturale no-profit dal 2016.