Pierre Huyghe, Exomind, 2017.
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Ottimismo Cosmico Incondizionato
Magazine, ANATOMIA – Part II - Dicembre 2020
Tempo di lettura: 53 min
Marco Mattei

Ottimismo Cosmico Incondizionato

Una metafisica per il futuro.

Alexander Sardan, Flows of Sound in Space, 1923.

 

‹‹I want more out of life than this
I want more, I want more
I want more out of life than this
I want more, I want more
I want more out of life than this
I want more, I want more
I want more out of life than this
I want more, I want more
I want more out of life than this
I want more, I want more
I want more out of life than this
I want more, I want more››.
Brockhampton

 

‹‹Andiamo a fare il mondo bello!››.
Tutti Fenomeni

 

 

1. Non c’è niente di cui essere ottimisti

Ci troviamo sul limitare di una catastrofe climatica, al contempo stiamo affrontando una enorme pandemia e un alito di vento ci separa da un periodo di grande crisi economica e politica. Le cose non sembrano migliorare: negazionismo climatico, negazionismo pandemico, no-vax e complottismo sono i temi che vanno per la maggiore. Come scrive Matteo Meschiari su «Doppiozero»:

‹‹[D]a qualche anno, praticamente ovunque, sicuramente in ogni fascia socio-culturale della popolazione globale, centinaia di milioni di persone si stanno inconsapevolmente preparando al peggio. Qualcosa, nella testa della gente, ha avvelenato l’ottimismo di specie e la prospettiva del disastro è così imminente e così psicologicamente intollerabile che il cervello non è in grado di sostenerla. Sappiamo che il mondo conosciuto crollerà ma negare il collasso sembra l’unica forma di reazione possibile. […]. Ecco allora che nel crollo, nello smarrimento panico, il superorganismo si attiva: de-evolversi, rinunciare alla complessità, cedere alle teorie del complotto, decadere culturalmente, instupidire […]. Stupidità come adattamento al collasso, dunque, cecità come protezione dal terrore››.

C’è chi parla di un ritorno a un nuovo medioevo: il tradizionalismo, il fondamentalismo e le politiche regressive delle nuove destre stanno corrodendo l’età contemporanea dall’interno, limitandone le forze propulsive – piegando, a detta di qualcuno, i mezzi tecnologici a fini militari, propagandistici e repressivi. Fenomeni climatici estremi, epidemie, eserciti che da oriente premono ai confini dell’occidente, corporazioni di avidi mercanti, crisi finanziarie, paranoie apocalittiche partorite da culti millenaristi, sono le piaghe divine che si abbattono su un pianeta martoriato. Le forze che governano i nostri tempi carichi di conflitti sono ancora bigottismo e superstizione. In ogni parte del globo, i movimenti reazionari invocano la chiusura dell’epoca moderna e il ritorno a varie configurazioni precedenti.

Non stupisce, dunque, la fascinazione nel dibattito filosofico contemporaneo per un certo tipo di pessimismo filosofico. L’onnipresenza della morte, la minaccia costante e irreversibile dell’estinzione ha trovato come risposta nell’uomo una grande cecità, o – per dirla con Francesco D’Isa – un’incapacità di gestire la morte. Come spiega Claudio Kulesko nella sua recensione al libro di D’Isa:

‹‹[N]ella cornice metafisica fornita da Francesco, la Gestione della Morte cessa di essere un paradigma meramente esistenziale (incentrato sull’elisione e sulla censura sistematica del tema della morte, come notato da numerosi filosofi, quali Zapffe, Schopenhauer, Heidegger e Sartre); l’esperimento allestito da Francesco in queste pagine culmina proprio in un tentativo di superare la dimensione puramente culturale di paradigmi quali la Terror Management Theory o l’esistenzialismo – entrando in un campo necessariamente metafisico, quello delle affermazioni (seppur ipotetiche) sulla natura delle cose in se stesse. I meccanismi che ci inducono a “evitare” la morte, in questo caso, divengono puramente biologici e, tuttavia, così raffinati e sublimati dalla selezione naturale, da permeare all’interno della sfera culturale e nel dominio delle rappresentazioni mentali – restando, al contempo, perfettamente trasparenti, ossia impossibili da individuare con la massima precisione. La bellissima definizione data da Francesco a tali pulsioni è quella di “motore arcaico”. Il territorio, seppur in versione speculativa, è quello già battuto da Dawkins (citato nello scritto) e da Pinker: l’essere umano come mera componente della cosiddetta “bomba duplicazionale” organica››.

In breve, usando le parole dello stesso D’Isa:

‹‹Non intendo che qualunque cosa tu faccia sia accompagnata dal pensiero della morte, ma che ogni tendenza è radicata in un meccanismo atto a evitarla, presumibilmente allo scopo di diffondere i tuoi geni. […] Sul versante più moderato […] abbiamo Charles Darwin, che sostiene che ogni produzione culturale è funzionale alla continuità della specie umana, e Sigmund Freud, per il quale il comportamento umano è sostanzialmente regolato dal principio di sopravvivenza e viene ammantato di rappresentazioni che sono illusorie quanto necessarie. […] È così sgradevole sentirsi manovrati da forze aliene che si preferisce giustificare le proprie mosse obbligate in termini di “era la costa giusta da fare”, persino quando si tratta di comportamenti che portano soltanto danno››.

Gettato in questo mondo senza alcun avvertimento, l’essere umano si ritrova a dover affrontare una complessità che non riesce a comprendere, dei problemi probabilmente insormontabili che lo condurranno alla morte, non senza prima aver vissuto tutta la sua vita all’interno di un sistema economico il cui unico scopo è quello di condannarlo al lavoro eterno, togliendogli qualsiasi forza creativa, qualsiasi giorno lieto della sua vita fino a lasciarlo spolpato in vecchiaia, spuntandolo via quando ormai della sua vita non può far più niente, tutto questo per generare una ricchezza di cui lui o lei non godrà mai. Trapiantato in questo ambiente che non è per nulla simile a quello per cui l’umano si è evoluto, la sua unica speranza sembrerebbe la morte. Inevitabilmente, si arriva alla comprensione che l’esistenza è priva di senso, l’unico scopo dell’esistente è riprodursi e generare nuova vita priva di senso e ricolma di sofferenza, in un cieco e orrido procreare che in tempi cosmici rimarrà comunque intrappolato nel dolce abbraccio della morte. Nel cosmo c’è solo competizione, competizione per la sopravvivenza, competizione per la riproduzione, competizione per quel lavoro che ti darà due spiccioli in più per poterti permettere quella vacanza di tre giorni in estate, competizione per lo status. Competizione che ti condurrà alla morte stressato, senza una comunità, lupo tra gli uomini-lupo.

Il nucleo teorico di questo tipo di speculazione è quella che viene chiamata la black pill:

‹‹Uno stato mentale prodotto dall’aver realizzato la brutale verità: vedere la realtà/società per ciò che essa è davvero, al di là dell’illusione dell’“uguaglianza” alla quale siamo condotti a credere. Comprendere che la vita è fondamentalmente ingiusta, che “vincitori” e “perdenti” sono determinati, per lo più, da circostanze sulle quali non si ha alcun controllo (aspetto, ricchezza, salute mentale, altezza, etnia, famiglia, fortuna ecc.). La disperazione che assale chi assume la pillola nera può divenire invalidante, conducendo il soggetto alla soglia della follia […]. Si tratta, tuttavia, di uno stadio necessario al raggiungimento dell’illuminazione […]››.

La pillola nera è quindi un passo verso l’abisso, l’abbraccio – o la caduta – verso la depressione totale, verso il nichilismo più puro; o, come la vedono i blackpillati, il passo finale verso la Verità.

La metafora della pillola nasce nella comunità incel – gli autodichiarati celibi involontari, in realtà un gruppo d’odio misogino – riprendendo la famosa scena del film Matrix, dove a Neo vengono offerte due pillole: la blu, per tornare alla sua vita normale, frutto di un’illusione e continuare a vivere la sua vita-fantoccio; la rossa, per uscire dalla tana del bianconiglio e vedere la realtà per com’è. Nel linguaggio incel, prendere la pillola blu significa continuare a vivere da maschi beta, vivere in un mondo illusorio dove si crede ingenuamente che c’è una speranza per tutti; mentre prendere la pillola rossa vuol dire comprendere che l’unico scopo della vita è scopare e riprodursi, e che le donne sono degli esseri perfidi che sfruttano gli uomini per procurarsi piacere, dunque bisogna ingegnarsi ed estorcere loro il sesso.

La pillola nera, ancora più oscura, guarda dall’alto i redpillati, sostenendo che la natura è crudele e non c’è modo di uscire, di tirarsi fuori dalla sua tirannia. L’unico modo per evitare la sofferenza è sopprimere il desiderio e riconoscere che non c’è salvezza: l’esistenza è una gara alla riproduzione senza senso, che la maggior parte degli esseri è incapace di sostenere.

Gianluca Didino scrive su «L’Indiscreto»:

‹‹Questa è la grande lezione che impara il depresso: niente al mondo è intrinsecamente irresistibile. Qualunque cosa ci sia davvero “là” non ha il potere di proiettarsi come esperienza affettiva. È tutta una faccenda vacua dal prestigio unicamente chimico. Niente è buono o cattivo, desiderabile o indesiderabile o chissà cos’altro, tranne ciò che è reso tale dai laboratori interiori che producono le emozioni di cui ci nutriamo. E nutrirsi di emozioni è vivere in maniera arbitraria, inaccurata: attribuire un significato a ciò che non ne è provvisto è […] Una brutta depressione […] fa evaporare le emozioni e ti riduce a guscio di persona abbandonata in un panorama brullo. Le emozioni sono il sostrato dell’illusione di essere un qualcuno tra altri qualcuno, oltre che della sostanza che vediamo nel mondo, o crediamo di vedere. Non conoscere questa verità-punto zero dell’esistenza umana è l’equivalente del non conoscere nulla di nulla››.

Le argomentazioni addotte a sostenere questa forma estrema di nichilismo/pessimismo, però, prendono spunto dalle ricerche di due psicologhe statunitensi,  Lauren Alloy e Lyn Yvonne Abramson, per descrivere la presunta capacità dei soggetti depressi di rapportarsi in maniera più realistica nei confronti del mondo rispetto ai non-depressi. Da un lato infatti, aspettandosi sempre il peggio, essi sarebbero meno portati a sottovalutare i rischi, mentre dall’altro sarebbero capaci di rapportarsi alla realtà in maniera più “distaccata”, senza edulcorarla. Questa rivalutazione della depressione si sviluppa in un pensiero metafisico completo, noto come realismo depressivo, che sembra dare un potente punto d’appoggio al pessimismo filosofico. Grazie alle ricerche di Alloy e Abramson in campo psicologico, infatti, il pessimismo filosofico è in grado di dare sostegno scientifico alla sua tesi fondante: il fatto che la realtà delle persone “sane” sarebbe illusoria, una finzione volta a nascondere la terribile verità del mondo e che il depresso sarebbe in grado di smascherare riuscendo a vedere la realtà per ciò che è.

È ancora Claudio Kulesko, sacerdote oscuro del pensiero pessimista, a scrivere:

‹‹L’idea che i vincenti e gli ottimisti siano preda di una comoda allucinazione collettiva, che ogni individuo non sia altro che un burattino tra le mani di un’entità impersonale e indefinibile, e che solo il pessimista “hardcore” possieda una chiara e limpida visione del reale, non può che risultare affascinante a ogni outsider là fuori. L’intero impianto concettuale di Ligotti potrebbe anche essere descritto come una versione ancor più pessimista e nichilista della Black Pill: non c’è nessuna via d’uscita; questo sarebbe, in sostanza, l’insegnamento della Black Pill. Una volta intrapresa tale strada non vi è più ritorno, se non nel reame della pura immaginazione (si veda, ad esempio, il cupo finale del Joker di Todd Phillips). Il legame tra questo concetto e la storia del pessimismo è (involontariamente?) stretto – contribuendo a mettere ancor più in luce l’aspetto “estatico”, “mistico” ed “epifanico” della scoperta dell’orrore del Reale nel campo dell’amore romantico e sessuale››.

Il depresso vedrebbe il senza filtri, al contrario dell’illuso non-depresso, magari addirittura felice, che ingenuamente crede che l’esistenza abbia un senso e stupidamente si gode la vita (chi è lo scemo?). Sempre Didino, descrivendo un mindset tipico di una certa filosofia, continua su «L’Indiscreto» dicendo:

‹‹Le premesse da cui parte il realismo depressivo sono un chiaro esempio di bias razionalista: nell’idea di Alloy e Abramson per cui all’“assenza di emozioni” (o, in termini più tecnici, al disinvestimento libidico) tipico della depressione corrisponderebbe una maggiore “oggettività” è implicita l’idea che la ragione sia lo strumento migliore che abbiamo per vedere il mondo “così com’è”. Ciò che questo discorso dà per scontato è che la depressione sarebbe una sorta di punto zero della mente, cioè la mente “così come sarebbe” se non fosse “alterata” dai processi chimici che provocano le emozioni […]. Noi crediamo di essere persone, ma in realtà siamo solo marionette, zombie mossi dal nostro apparato chimico, privi di un Io stabile, un’illusione generata dalle nostre sinapsi cerebrali. Il senso che attribuiamo alle cose è anch’esso prodotto di quegli stessi processi chimici (le emozioni), senza i quali vedremmo il niente al centro del nostro essere. Privati delle emozioni possiamo vedere come le marionette sembrino soltanto persone, le imitino senza veramente esserlo››.

Tale vuoto al centro dell’essere, questa psichedelia nera – come è stata ribattezzata – è il nucleo di gran parte del nichilismo.

Questa discrasia percepita tra la materia inorganica e la materia pensante è frutto di un sistema di pensiero che vede l’esistenza della coscienza come fuori posto. L’uomo è l’animale malato, la cui malattia consiste nella sua autocoscienza, che lo rende l’unico essere in grado di comprendere la completa insignificanza dell’esistenza; e di conseguenza di capire come non c’è gioia in questa vita, una mera gara riproduttiva cieca, il cui scopo è quello di generare altra vita, altra sofferenza seguendo un istinto biologico irrazionale. È ciò che dice Sileno al re Mida, come riporta Nietzsche in La nascita della tragedia:

«L’antica leggenda narra che il re Mida inseguì a lungo nella foresta il saggio Sileno, seguace di Dioniso, senza prenderlo. Quando quello gli cadde infine tra le mani, il re domandò quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per l’uomo. Rigido e immobile, il demone tace; finché, costretto dal re, esce da ultimo fra stridule risa in queste parole: “Stirpe miserabile ed effimera, figlia del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è morire presto”».

Questo sentimento è infatti riportato anche da Thomas Ligotti, in La cospirazione contro la razza umana, quando scrive:

‹‹La coscienza è un ostacolo esistenziale, come ogni pessimista ben sa; un errore della natura cieca che […] ha condotto l’umanità in un buco nero della logica. Per continuare a vivere, dobbiamo far finta di non essere quello che siamo: esseri contraddittori la cui continua esistenza non fa altro che peggiorare le nostre sofferenze di mutanti che incarnano la logica contorta del paradosso. Per correggere tale errore dovremmo desistere dal procreare. Cosa potrebbe esserci di più assennato e più urgente, dal punto di vista esistenziale, di un autoinflitto oblio? […] Tutte le civiltà scompaiono. Tutte le specie si estinguono. L’universo stesso ha una data di scadenza. Gli esseri umani non saranno certo il primo fenomeno a tirare le cuoia. Ma potremmo essere i primi ad accelerare la nostra dipartita, tagliando corto prima che i cadaveri comincino ad ammassarsi››.

Se non esistere è ciò che è meglio per me, allora perché esisto? Perché continuo a esistere? È inevitabile a questo punto sentir crescere l’inquietante dentro di sé, l’ironica realizzazione che la cosa che mi rende me è ciò che più mi fa male.

La coscienza è al tempo stesso la più certa di tutte le realtà e il più grande e sublime mistero nel cosmo.“…La coscienza è al tempo stesso la più certa di tutte le realtà e il più grande e sublime mistero nel cosmo.” Perché siamo coscienti? Perché si prova qualcosa a essere vivi? L’enorme difficoltà di questa problematica è immensa, e così profonda che il linguaggio si scontra, si fracassa contro la barriera della coscienza e rimane muto, incapace di esprimere alcunché perché mancante dei termini adatti. La coscienza esaurisce il linguaggio: cosa significa essere coscienti? Descrivere questo fenomeno è un compito per me impossibile. È semplicemente così: per gli esseri viventi esistere significa essere immersi in questo immenso flusso di infinite e meravigliose forme che – per dirla con Darwin – popolano i nostri spazi interiori. Sapori, speranze, parole, dolori, pensieri… Così a lungo si è lottato con questo enigma che in filosofia è noto con un nome inequivocabile: il problema difficile. Tale rompicapo consiste nello spiegare il come e il perché alcuni organismi hanno esperienze fenomeniche – come e perché ci sono sensazioni associate a stati interni, come il caldo o il freddo, la sensazione del blu profondo o di una nota musicale. Come si può spiegare perché c’è qualcosa che intimamente si prova a intrattenere un pensiero o a provare un’emozione? Anche se si accetta che l’esperienza nasca da una base fisica, non è ancora chiaro il perché questa ci sia in primo luogo. La domanda che ci si pone non è solo come sia possibile che siamo coscienti, ma ‹‹perché si prova qualcosa ad essere››? La risposta a questa domanda – ho sostenuto altrove – può svelare ogni sorta di orrore sulla natura della nostra stessa esistenza e dell’universo in generale. Perché spesso le domande sulla coscienza portano necessariamente a dover guardare quell’abisso che è la domanda fondamentale – e cosmica – della metafisica: perché c’è qualcosa invece di niente?

Alexander Sardan, Crystals are Flowers of the Earth, 1949.

Per Martin Heidegger, è solo attraverso il Dasein che si possono porre i problemi dell’essere e dell’esistenza, vale a dire che è solo attraverso la coscienza che l’esistenza presenta problemi. L’orrore della coscienza è l’orrore dell’esistenza. E la coscienza ha una componente inemendabilmente horror, strana (come l’esistenza), o meglio, per dirla con le parole di Mark Fisher, contiene una componente profondamente eerie. Il sentimento dell’eerie (parola intraducibile in italiano, ma che può esser resa con “inquietante” o “straniante”), sostiene Fisher, riguarda l’inspiegabilità di certe agency: quando ci sono tracce e segni di un’agency che non dovrebbe esserci o mancano segni e tracce di un’agency che c’è, sentiamo che sta succedendo qualcosa di eerie. E il fenomeno della coscienza è proprio questo: l’esistenza di un’agency che non dovrebbe esserci. Perché non è nemmeno lontanamente chiaro come mai questa carne nuda, materia organica umida, dovrebbe dare origine al mondo delle più belle e infinite forme che è la nostra vita interiore. La coscienza è un fenomeno che non possiamo nemmeno sperare di spiegare e che non comprendiamo appieno; eppure quella coscienza siamo noi, la stessa entità che pone il problema. I soggetti sono alieni a loro stessi. La soggettività è inquietante.

Due cose vanno notate di questo rinascimento nichil-pessimistico: uno è che è esclusivamente maschio; due – ed è forse collegato – che ama ricoprirsi di un’aura di scientificità. Dalle ricerche delle due psicologhe già citate, agli studi di Steven Pinker in ambito neuroscientifico e di Richard Dawkins in ambito biologico, il realista depressivo brama essere oggettivo, gongola del suo essere dalla parte dei fatti – non delle emozioni – e compatisce l’ottimista per la sua illusione.

Il ricorso alla razionalità, alla scienza, ai fatti non dovrebbe stupirci; da un lato la tradizione razionale, filosofica, oggettivista è stata appannaggio degli uomini per la maggior parte della storia; dall’altra Didino continua a spiegarci:

‹‹Nel suo lavoro più famoso, Nihil Unbound: Enlightenment and Extinction, Brassier, che è stato uno dei quattro fondatori del Realismo Speculativo (un fondatore riluttante, proprio come una decina d’anni prima era stato un accelerazionista riluttante), sostiene una tesi che ancora oggi trovo affascinante: il nichilismo di cui è pervasa la filosofia contemporanea sarebbe la conseguenza necessaria della modernità del pensiero occidentale, quel movimento cominciato con l’Illuminismo e al centro del quale si trova il potere “distruttivo” della ragione. Il nichilismo insomma sarebbe il frutto del weberiano disincanto del mondo, e in quanto tale non andrebbe rifuggito –  tentando, dice Brassier, un improbabile “reincanto” del mondo – ma piuttosto spinto alle proprie estreme conseguenze per sfruttarne fino in fondo le possibilità speculative››.

A mio avviso, questo tipo di pessimismo è filosoficamente insostenibile. Innanzitutto, la scissione ontica tra ragione e sentimento, tra realtà oggettiva e realtà “emotiva” è inesistente: lungi dall’essere il risultato dell’assenza di emozioni, la depressione è essa stessa uno stato d’animo, tanto quanto, per esempio, il rapimento estatico. Lo sguardo del depresso, quindi, non sarebbe affatto più “realistico” dello sguardo del non-depresso. Tale tesi è famigeratamente sostenuta dal neuroscienziato Antonio Damasio nel libro L’errore di Cartesio, dove attraverso una attenta analisi della letteratura medica mostra come i centri cerebrali che governano la razionalità sono gli stessi centri delle emozioni, e che persone con forti disturbi dell’emotività presentano sempre forti disturbi anche nella logica e nel ragionamento. È paradigmatico lo studio sugli stati della coscienza del filosofo inglese Tim Crane. Secondo le sue ricerche, avere una mente significa avere una prospettiva sul mondo. Prospettiva (o punto di vista) è un termine metaforico, che non si riferisce solamente all’immaginario visivo; in questo senso avere una prospettiva sul mondo significa che le cose “appaiono” in una certa maniera alla creatura dotata di prospettiva. Significa, simpliciter, avere un punto di accesso al mondo. La “prospettività” è la condizione di possibilità per avere una mente, e può essere intesa come la possibilità di relazionarsi con altre cose. Questa caratteristica si chiama “intenzionalità”, ed è quel fenomeno per cui la coscienza è sempre coscienza-di, la memoria sempre memoria-di, il desiderio sempre desiderio-di. Crane si sofferma a studiare gli stati d’animo, come l’euforia, la gioia, la depressione e si chiede: qual è l’oggetto di tali sensazioni? La risposta può essere solo una, che lui riprende da Heidegger, ed è il mondo. L’oggetto della depressione è il mondo nella misura in cui dovendo attraversare la coscienza, tutte le nostre percezioni si colorano della tinta della depressione. In altre parole, è quel processo che Heidegger chiama demondificazione: nel momento in cui si perde l’unità di senso della coscienza, a cascata si perde il principio che tiene insieme tutto il resto.

Il problema più grave, però, è una paralisi dell’azione. Come scrive Claudio Kulesko su Not:

‹‹Estremizzando la posizione depressiva, non ci si avvede di come ciò che appare durante la crisi non sia l’inesistenza di tutte le cose ma la loro inconsistenza, la precarietà, la fragilità e la metastabilità del mondo stesso. Quando, in fisica e in cosmologia, si utilizza il termine “metastabilità”, si intende dire che persino un lieve squilibrio sarebbe in grado di distruggere o alterare un sistema, o addirittura tutto l’universo. Per l’empirismo (la filosofia dell’esperienza), questa spaventosa inconsistenza è dovuta al fatto che le “leggi della natura” non sarebbero vere e proprie leggi. Non si tratterebbe, infatti, di comandamenti eterni, impressi nella materia dalla benevola mano di un creatore, ma di regolarità appese a un filo, dominate dal caso ‒ catene di cause ed effetti solo all’apparenza necessarie. Come notò il filosofo inglese David Hume, dire che domani il sole sorgerà sicuramente è fallace: siamo portati a credere che ciò accadrà solo perché l’abbiamo verificato una mattina dopo l’altra, o perché è così ci è stato insegnato fin da bambini; non vi è, tuttavia, alcuna necessità logica che ciò accada. Sebbene possa apparire improbabile (ed ecco che siamo costretti a impiegare tutto un vocabolario probabilistico!) che l’universo venga annientato proprio in questo istante, non vi è nulla che lo impedisca, tanto meno le mie aspettative e le mie speranze››.

Paradigma del pessimismo è il paradosso dei viaggi nel tempo nei film: alterare un minimo dettaglio nel passato può distruggere il presente. Ma quanti di noi credono che alterare un minimo dettaglio nel presente possa cambiare radicalmente il futuro? Non diamo lo stesso peso ontologico al cambiamento scaturito da un’azione se questa è avvenuta nel passato rispetto all’azione presente.

Nel momento in cui il mondo viene spogliato di qualsiasi consequenzialità organica viene meno il presupposto dell’agire. Perché darmi da fare? Privato di ogni prospettiva futura, con la verità alle spalle, il pessimista annichilisce la sfera della prassi, ritirandosi dall’agire“…il pessimista annichilisce la sfera della prassi, ritirandosi dall’agire” – alla fine, il cambiamento è inutile, è solo un’illusione. Questa triste verità è una semplice conseguenza del “niente senza limiti”: Ray Brassier lo spiega in maniera eccellente, il nulla è assoluto. ‹‹Il niente nientifica››, per usare un’espressione di Heidegger infelicemente tradotta: ciò che questo sta a significare è che se alla fine di tutto – alla fine del tempo e del cosmo – ci sarà soltanto il nulla allora la potenza ontologica di questo nulla sarà eterna e retroattiva. Non ci sarà mai stato niente. Per questo, dice Brassier, la fine del mondo c’è già stata; anzi, il mondo non c’è mai stato. L’arrivo del nulla cancellerà tutto, non ci sarà mai stato alcunché. Das Nichts Nichtet. A poco servono le giustificazioni di Ligotti quando dice di essere socialista perché, sebbene l’esistenza sia una sofferenza per tutti e l’unica cosa da fare è aspettare la morte, è giusto aspettarla tentando di contenere al minimo la sofferenza di tutti. Perché impegnarsi? Quando arriverà il nulla, e arriverà, non ci sarà nemmeno mai stata questa sofferenza.

‹‹[I]l terrore non è in noi. Esso si irraggia dal cuore pulsante del reale ‒ è il suo sangue, la sua linfa, il suo Spirito Assoluto. Negazione, paralisi, annientamento: ecco la sua sequenza operativa. Un effetto serra della paura, un crescendo che sbuffa, soffia, ansima, precipitando a testa bassa verso il blackout e il collasso. A volte capita che gli animali, le piante, le cose, vengano travolti da questo fluido, irradiati, sovrastati da esso, annichiliti. Ne avverto l’aroma elettrico, elettrizzante, nelle creature assalite da esseri più forti, più veloci, più letali, più sfuggenti; ne colgo l’essenza nei loro occhi, che sembrano urlare in direzione delle correnti cosmiche: “Padre! Padre! Perché mi hai abbandonato?”. Lo osservo penetrare nei corpi come un miasma, innervandoli. Mi blocco, interrompendo ogni gesto, ogni conversazione, ogni discorso in atto: “Perché quei cadaveri tornano a ossessionarmi, come spettri vendicativi?”, mi domando a mezza bocca, “Perché non riesco a levarmeli dalla testa? Cosa c’è di sbagliato in me, cosa vogliono da me i morti?”››.

Si interroga Kulesko.

Su Domus, Flavio Pintarelli scrive:

‹‹Viviamo in una realtà a tal punto problematica che la distopia è il tono che più di ogni altro contribuisce a definire il mood a cui si accordano la maggior parte delle visioni del futuro prodotte dalla nostra cultura: dal cyberpunk allo steampunk alla climate science fiction, la nostra capacità di immaginare ciò che verrà domani appare dominata da visioni cupe, intrise di pessimismo››.

Quando parlo di questo progetto a un amico, di scrivere un testo sulla metafisica dell’ottimismo, mi guarda con aria interrogativa. Poi dice ‹‹Non c’è nulla di cui essere ottimisti››.

 

2. Cosmo e Speranza

Questa inquietudine non è connaturata all’esistenza, è piuttosto il risultato di una domanda mal posta, di un atteggiamento passivo nei confronti del cosmo.

Ebbene, per quanto profondamente affascinante, attraente, forse anche sensuale questa visione oscura del cosmo e dell’esistenza possa essere, io ritengo contenga alla base un errore concettuale che una volta scoperto inficia completamente la teoria. Perché mai, connaturata all’essenza stessa dell’esistenza dovrebbe esserci l’ironica superiorità dell’inesistenza? Se il non-essere è ontologicamente superiore all’essere, se l’essere intrinsecamente non è be’… perché allora l’essere è? Chi lo forza a ritorcersi contro la sua stessa natura? Io ritengo che uno dei compiti della filosofia sia quello di spiegare la possibilità del reale, ossia di render conto del perché il cosmo è come è e di come potrebbe essere, e un atteggiamento simil-pessimista potrebbe fare l’esatto opposto: spiega perché lo stato presente è una perversione della perfezione del nulla. Il problema dell’inquietante quindi è un problema di presupposti, che coglie le donne e gli uomini nell’incontro con l’abisso, ma che è compito della filosofia di trasformare e spiegare, trasformando l’eerie nella meraviglia.

Quindi, se il dilemma è la coscienza, che tipo di risposta alla sfida lanciata dal problema difficile potrebbe soddisfarci?

Voglio sostenere una soluzione che tenga conto di due criteri: in primo luogo, prende sul serio la fenomenologia (cioè riconosce le nostre esperienze intuitive del mondo e di noi stessi come reali, per lo più accurate, e di valore intrinseco); in secondo luogo, è in linea di principio compatibile con ciò che la scienza dura ci dice sul mondo. Una teoria promettente, che vale la pena di esplorare, è una forma della teoria dell’identità che tratta il mentale e il fisico come identici: termini che si riferiscono alla stessa entità.

Questo approccio è anche chiamato panpsichismo.

Alexander Sardan, Flows of Sound in Space, 1923.

Per dirla in modo poetico, il panpsichismo è la visione che ‹‹Il mondo è sveglio››. Fuor di metafora, i suoi sostenitori dicono che la coscienza – la nostra capacità di avere sensazioni, nel senso più ampio possibile dell’espressione, o il fatto che ci sia qualcosa che si provi a essere noi – è fondamentale e onnipresente in tutto l’universo. Per quanto possa sembrare folle, è stata etichettata come ‹‹una visione eminentemente sensata del mondo e del suo rapporto con la mente››. Il panpsichismo non implica che le opere d’arte, gli smeraldi e i droni abbiano esperienze interiori complesse, insicurezze, desideri e speranze; piuttosto, presuppone che alcune forme di coscienza siano onnipresenti e fondamentali in tutta la natura per la ragione fondamentale che ex nihilo nihil fit. Dire che gli elettroni sono visti come coscienti significa semplicemente dire che se potessimo cambiare posto e assumere il punto di vista di un elettrone – non come avremmo accesso al mondo se fossimo quell’elettrone, ma come quell’elettrone stesso accede al mondo – allora proveremmo qualcosa. Forse una sensazione incredibilmente semplice, debole, piuttosto confusa e diffusa: la coscienza non è mai nulla, non svanisce mai completamente, ma si presenta in gradi. Forse anche i sistemi auto-organizzati più grandi sono coscienti, in un senso radicalmente differente rispetto al modo in cui gli esseri umani sono coscienti, ma ci sarebbe comunque qualcosa che provano: quei sistemi più complessi potrebbero essere per esempio rocce, ste