Pierre Huyghe, Exomind, 2017.
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Cybernetic Culture Research Unit

Il Numogramma Decimale

H.P. Lovercraft, Arthur Conan Doyle, millenarismo cibernetico, accelerazionismo, Deleuze & Guattari, stregoneria e tradizioni occultiste. Come sono riusciti i membri della Cybernetic Culture Research Unit a unire questi elementi nella formulazione di un «Labirinto decimale», simile alla qabbaláh, volto alla decodificazione di eventi del passato e accadimenti culturali che si auto-realizzano grazie a un fenomeno di “intensificazione temporale”?

K-studies

Hypernature. Tecnoetica e tecnoutopie dal presente

Avery Dame-Griff, Barbara Mazzolai, Elias Capello, Emanuela Del Dottore, Hilary Malatino, Kerstin Denecke, Mark Jarzombek, Oliver L. Haimson, Shlomo Cohen, Zahari Richter
Nuove utopieTecnologie

Dinosauri riportati in vita, nanorobot in grado di ripristinare interi ecosistemi, esseri umani geneticamente potenziati. Ma anche intelligenze artificiali ispirate alle piante, sofisticati sistemi di tracciamento dati e tecnologie transessuali. Questi sono solo alcuni dei numerosi esempi dell’inarrestabile avanzata tecnologica che ha trasformato radicalmente le nostre società e il...

Realpolitik
Magazine, MOBILITY - Part I - Settembre 2018
Tempo di lettura: 9 min
Caterina Riva

Realpolitik

Curatela e globalizzazione: da Documenta X a Mr. Robot. Una narrazione diegetica di Caterina Riva tra arte e cinema.

Janet Lilo – Right of Way – installation at Artspace NZ as part of the 5th Auckland Triennial – 2013.

Parigi, Agosto 2016

Esco dalla metropolitana alla fermata Belleville, solita confusione interrazziale, cerco l’uscita che mi porta sul boulevard, e sulle scale appare Catherine David, con il trucco alla Cleopatra che esalta i suoi occhi scuri e contrasta la carnagione diafana. Si tratta della mitica curatrice di Documenta X e della pioniera del dialogo con il mondo arabo, e in questi tempi di burkini e di censure religiose nella ‘laica’ Francia Catherine David rimane un simbolo di un’apertura al mondo seria ma anche imbevuta di un ottimismo globale che ci riporta indietro di almeno tre decenni.

Per lavoro ho girato molto, per esempio tra il 2011 e il 2014 ho vissuto in Nuova Zelanda. Stare agli antipodi allarga la prospettiva, e quell’ubicazione mi ha permesso di viaggiare più agilmente in Asia e Australia, ma mi ha anche fatto mettere in dubbio la storiografia occidentale ed eurocentrica che davo per scontata. Ho avuto modo di conoscere da vicino esperienze di coabitazione postcoloniale, come quella dei Maori e della loro identità e legame con il territorio, o delle popolazioni provenienti dalle Isole del Pacifico che, oltre ad atolli dalle spiagge bianchissime e acque cristalline, sono nazioni con diversi problemi climatici e sociali.

Ad Auckland dirigevo Artspace ed ero responsabile della sua programmazione curatoriale. Nel 2013 era uno degli otto spazi espositivi impiegati dalla Triennale, diretta nella sua quinta edizione da Hou Hanru. Hanru, a fine anni novanta, aveva organizzato con Obrist Cities on the move, una serie di mostre con il merito di presentare per la prima volta in ambito espositivo gli aspetti positivi della globalizzazione e di aprire l’orizzonte verso la Cina e il continente asiatico. Quindici anni dopo e a seguito di ribaltamenti e vicissitudini socio-economiche con ripercussioni globali, non si abbandona l’idea positivista di una biennale che possa ‘mettere sulla mappa’ il luogo in cui si svolge. Questo tipo di mostra costa uno sproposito e dovrebbe attirare grandi somme di denaro, sia pubblico che privato, oltre che molti visitatori. Spesso però le conseguenze sul territorio, dopo il dispendio, non sono tangibili né a lungo termine, e i finanziamenti ridotti si prolungano negli anni per gli spazi espostivi esistenti, soprattutto quelli di piccola e media grandezza.

Ci ripensavo, mentre viaggiavo sulla linea 2 della metro parigina, quando ho scorto uno dei personaggi del video di Angelica Mesiti, Citizens’ Band, uno dei pezzi forti della Triennale ospitati ad Artspace. La videocamera segue in diverse città del mondo, tra cui Parigi e Sydney, le storie di persone che hanno lasciato i loro paesi d’origine per provare a farcela in una nazione ricca. Uno dei protagonisti con indubbio talento musicale, ripresi dall’artista australiana, è la stessa persona che ho davanti, e fa la stessa cosa mostrata nell’opera: canta e suona su un treno della metropolitana in cambio di qualche moneta. Dal vivo è meno eroico di quanto una proiezione ambientale lo facesse immaginare. Ho inoltre l’impressione che le corde vocali siano logorate dal troppo uso. Io, in ogni caso, gli allungo 2 euro; per lui e per le sue condizioni di vita, quella triennale e quel lavoro che aveva emozionato molta parte del pubblico non hanno fatto alcuna differenza.

Conclusasi l’avventura neozelandese per fine validità del visto e del contratto lavorativo, torno in Italia e cerco di capire come muovermi. Forse potrei fare ‘l’esperta di’ ma, a pensarci meglio, la Nuova Zelanda è lontana ma non esotica, in chiave occidentale, come altri paesi, come l’India o la Cambogia. L’arte contemporanea gioca un po’ a fare la giramondo informata, ma la verità è che se non è fruibile sull’asse L.A.-New York-Londra-Berlino è un po’ come se non esistesse. A me continuano a dire perché non sono andata in Asia, perché sono tornata, che in Europa è un casino. Continuo a chiedermelo anche io.

Tahi Moore – Paranoid Structures – video still – 5th Auckland Triennial – 2013.

Dagli antipodi, gli studenti di arte che non si sono ancora potuti permettere di viaggiare verso l’Europa o l’America sono più informati di me rispetto alle mostre e agli artisti di quei luoghi, guardano più di una volta al giorno siti alla «Contemporary Art Daily» e simili, come se fosse una specie di Mecca digitale. Il problema è che pensano davvero di conoscere quello che succede dall’altra parte dello schermo, ma in realtà vedono solo la proiezione bidimensionale e piuttosto taroccata di opere che dal vivo hanno decisamente un altro effetto. Inoltre, si innesca una specie di reazione alternativa sia alla storia dell’arte che alla produzione artistica contemporanea, che diventa senza canoni o con canoni globali del tutto omologati, in cui parametri di luce, materiali e interessi sono i medesimi