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Il fattore biennale: l’impatto sul contesto (feat. Miart)
Magazine, POST - Part II - Marzo 2017
Tempo di lettura: 3 min

Il fattore biennale: l’impatto sul contesto (feat. Miart)

Douglas Fogle, Rafal Niemojewski, Ippolito Pestellini Laparelli, moderati da Stefano Baia Curioni, presentano il talk "Il fattore biennale: l’impatto sul contesto".

Sharjah Art Foundation.

 

La redazione di KABUL magazine, in collaborazione con ATP DIARY, ha deciso di rendere disponibili, all’interno del sito, le registrazioni audio di alcuni dei talk di Miart 2017. Gli ospiti invitati al programma di miartalks 2017 – a cura di Ben Borthwick (Direttore Artistico, Plymouth Arts Centre, Plymouth), Diana Campbell Betancourt (Direttrice Artistica, Samdani Art Foundation e Capo Curatrice, Dhaka Art Summit 2018, Bataan e Dhaka) – affronteranno un tema di grande attualità che coinvolge il sistema artistico su scala globale: «il presente e il futuro delle biennali e le sfide delle grandi mostre periodiche nel mondo». L’archivio digitale di KABUL si arricchirà così di podcast, accompagnati da brevi testi introduttivi, facilmente fruibili dai lettori. La raccolta restituirà una documentazione significativa sull’argomento rappresentativo di quest’anno, considerato dai più come uno dei più ricchi per il mondo dell’arte per la grande quantità di appuntamenti offerti.

Ieri, venerdì 31 marzo, presso lo spazio dedicato alla sezione miartalks, si è concluso il primo incontro incentrato sull’impatto che eventi come biennali e manifestazioni itineranti (ad esempio MANIFESTA) possono avere sulla rivalutazione delle città da un punto di vista turistico e urbanistico. Protagonisti dell’incontro sono stati Douglas Fogle (curatore indipendente e scrittore a Los Angeles), Rafal Niemojewski (direttore della Biennial Foundation, New York), Ippolito Pestellini Laparelli (partner, OMA/AMO, Rotterdam), e il moderatore dell’incontro Stefano Baia Curioni, (professore Associato, Dipartimento di Analisi delle Politiche e Management Pubblico, Università Bocconi, Milano).

Participants of the seminar Documenta 13 in Kabul about the exhibition at the Queen’s Palace in June/July 2012 within the context of the Documenta 13 program in Afghanistan. © Photo: Jeanno Gaussi.

Stefano Baia Curioni – che fin dalla fine degli anni Novanta si è dedicato allo studio della trasformazione dei sistemi di produzione culturale e di gestione del patrimonio culturale – apre la discussione paragonando la grande proliferazione di fiere degli ultimi anni a quella delle bienniali. Se agli inizi del 2000 si contavano solo 50 fiere dedicate all’arte visiva, oggi se ne vedono più di 200. La stessa proporzione ha interessato le biennali, con la differenza che queste sono distribuite sul territorio diversamente, attenendosi maggiormente ai criteri e alle strategie territoriali adottati dai musei. Sulla base di questi dati ci si chiede se sia possibile delineare un’identità predominante della Biennale, oppure se ognuna si caratterizzi per alcune precise specificità.

Prende la parola Douglas Fogle, che parla di The Carnegie International, la bienniale più antica del nord europa, organizzata per la prima volta a Pittsbourgh nel 1896, seconda su scala mondiale solo a quella di Venezia. Fogle spiega di come questa iniziativa sia nata, come altre manifestazioni internazionali, con il fine di aumentare il prestigio della città ospitante. Tuttavia, presentandosi concentrata e chiusa all’interno di un unico edificio, si differenzia dall’idea di una Biennale o dal modello di mostra diffusa nel tessuto urbano e itinerante come MANIFESTA.

Tacita Dean, Documenta 13 in Kabul.

Ippolito Pestellini Laparelli racconta della colloborazione avviata dallo studio OMA con la Biennale di Architettura di Venezia, introducendo poi i diversi criteri adottati nell’ideazione e nella progettazione della dodicesima edizione di MANIFESTA che si terrà a Palermo nel 2018. Il concept è stato ‘ricavato’ dalla città stessa: MANIFESTA per Palermo diventerà un catalizzatore, rendendo visibili alcune problematiche formali, a livello di infrastrutture, della città e dando spazio a realtà  attive sul territorio che ancora sono in ombra e non godono di prestigio internazionale. La ricerca stessa è dunque sia lo strumento, sia il formato utilizzato per lo sviluppo dell’evento espositivo.

Rafal Niemojewski, rifacendosi al discorso introduttivo di Stefano Baia Curioni parla di un rapporto di simmetria e reciproco scambio che con gli anni si è venuto a costituire tra fiere, biennali e musei, andando a mettere in pratica una «radical reshaping of cartography».

Monica Bonvicini, Stairway to Hell, Istanbul Biennial 2003.

Vengono passati in rassegna alcuni casi studio per esporre la tendenza degli ultimi anni: decentrare le grandi manifestazioni da città già inserite nel sistema dell’arte per interagire maggiormente con comunità e istituzioni locali – come il ruolo svolto prima da Kabul e ora da Atene nelle ultime edizioni di dOCUMENTA -, inserendo all’interno del board curatoriale personalità già attive nel contesto.

La discussione si conclude riflettendo su quale sia l’eredità che ogni edizione lascia alle città in cui si sono sviluppate: quali gli effetti a breve e a lungo termine?

 

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