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Omero nel Baltico: la fine dell’epocalità e la mobilitazione della mitologia
Magazine, MORIRE – Part II - Marzo 2018
Tempo di lettura: 23 min
Simone Santilli

Omero nel Baltico: la fine dell’epocalità e la mobilitazione della mitologia

L’attualizzazione del mito classico all'interno del dibattito sull’Antropocene: da Medusa a Gaia. Felice Vinci e l’ipotesi dell’origine baltico-scandinava dei poemi omerici.

Immagine tratta dalla campagna di lancio del Blu-Ray di The Day After Tomorrow, sviluppata da Luke Kelly e Malcolm Riley di Feref Advertising Agency, Londra, 2004. Fotografia di Nick Payne Cook.

 

«The end of the world is a seemingly interminable topic – at least, of course, until it happens».11D. Danowski, E. Viveiros de Castro, The Ends of the world, trad. ingl. Rodrigo Nunes, Cambridge, Polity Press, 2017 (ed. orig. Hà mundo por vir? Ensaio sobre os medos e os fins, Desterro, Cultura e Barbárie: Instituto Socioambiental, 2014), p. 1.

(Déborah Danowski, Eduardo Viveiros de Castro)

Medusa

In Staying with the trouble. Making kin in the Chthulucene, Donna Haraway propone di sostituire il termine Antropocene con il concetto di Chthulucene: una temporalità complessa e dichiaratamente antiantropocentrica, ispirata alle entità ctonie (dal greco χθόνιος, khthonios, ‘sotterraneo, della terra’) delle mitologie arcaiche. La loro natura, infatti, rievoca una dimensione terrestre, confusa e mortale22Ibid., pp. 52-57.
e ne fa le figure ideali per contrastare le narrazioni eroiche di un Uomo che si è proclamato padrone e proprietario della natura, trasformando il mondo in una distesa desolata, «questo nulla che deve incessantemente devastare attraverso il proprio lavoro».33The Invisible Commitee, To our friends, trad. ingl. R. Huxley, South Pasadena, Semiotext(e), 2015, p. 30.
È lo stesso uomo che, per proteggersi dall’instabilità, dall’irriducibilità e dalla corporeità delle cose, le ha proiettate nella dimensione incorporea, ideale e liscia di Internet. Lo stesso uomo che molto tempo prima, su ordine di Atena, uccise Medusa con l’astuzia e represse una potenziale minaccia all’autorità degli dei celesti dell’Olimpo, ristabilendone il governo.

Medusa era una delle tre Gorgoni, le creature della mitologia greca il cui sguardo trasformava gli uomini in pietra. In alcune versioni del mito, queste creature presentano alcune caratteristiche fondamentalmente queer, che rifuggono le classificazioni di specie e genere: di qui la loro mostruosità.

Insieme alle Erinni (anch’esse creature ctonie, incaricate di vendicare i crimini contro l’ordine naturale), le Gorgoni derivano da un comune archetipo noto come Πότνια Θηρῶν (Potnia Theròn, la ‘Signora degli animali’). L’espressione compare per la prima volta nell’Iliade quale attributo di Artemide, signora della fauna, ma si riferisce probabilmente a una figura molto più antica, risalente alla Preistoria44T. Fischer-Hansen, B. Poulsen (a cura di),  From Artemis to Diana: the Goddess of Man and Beast, Copenhagen, Museum Tusculanums Forlag, 2009, p.  23.
e conosciuta in diverse aree che spaziano da Creta all’India.

Lungi dall’essere semplicemente una protettrice della natura, Potnia Theròn è la metafora di forze e legami che mostrano il proprio potere viaggiando lontano nello spazio e nel tempo: si tratta di quelle energie irriducibili che l’uomo ha tentato di estirpare o relegare ai margini del proprio mondo, ma che continuano a intromettersi prepotentemente «nei suoi affari».55D. Danowski, E. Viveiros de Castro, cit., p. 114. Sull’intrusione di Gaia, vedi anche I. Stengers, In Catastrophic Times: Resisting the Coming Barbarism, trad. ingl. A. Goffey, New Jersey, Open Humanities Press/Meson Press.
E non è un caso che Haraway si auguri che i coralli dei mari occidentali (il cui nome scientifico è Gorgoniari), fioriti dal sangue di Medusa, diventino la barriera che affonderà le navi degli eroi del ventunesimo secolo.

 

Gaia

Cleon Peterson, Hysteria, 2013, serigrafia.

«I walk and I see it, this is all we deserve
The wrongs of our past have resurfaced
Despite all we did to vanquish the traces
My very language is tainted
With all that we stole to replace it with this».66K. Tempest, Europe is Lost, da K. Tempest, Let Them Eat Chaos, Fiction Records, 2016, [CD].

(Kate Tempest)

Una simile ripresa e attualizzazione della mitologia antica all’interno del dibattito sull’Antropocene non è isolata. Il caso più famoso è quello di Gaia, riproposta per la prima volta dai biologi James Lovelock e Lynn Margulis, per riferirsi all’interdipendenza tra la vita e le condizioni che la sostengono. Come notano Déborah Danowski ed Eduardo Viveiros de Castro, la diffusione e il successo di questo concetto consistono nel suo ruolo di antidoto all’idea di Antropocene.77«Gaia is selfregulated as if it were a living organism and, depending on how much warming our greenhouse gas emissions cause, it could ‘readjust’ its thermodynamic state to a new set of values, that might be favourable to some of the presently existing species, but not necessarily to us humans. That means that, from now on, all our actions need to take this entity that is Gaia into account […] It is no less important to highlight how the concept of Gaia has been growing in importance as an antidote to the concept of Anthropocene, a position that brings together authors such as Stengers (2009, 2013), Donna Haraway (2013) and Elizabeth Povinelli (2013) – for whom the latter notion is at risk of carrying the contraband of an anthropocentric (Haraway) or even biocentric (Povinelli) metaphysics in the seemingly innocent naming of a geological epoch, whose menacing reality none of the authors questions. This is a metaphysics that would ascribe to Homo sapiens a ‘destinal’ power – even if only a destructive one – over the planet’s history, abstracting from all the participations that tie our species in with endless others, as much as those that take place elsewhere, in networks, places, scales and dimensions very far from our epistemological jurisdiction and our technological imagination». D. Danowski, E. Viveiros de Castro, International Colloquium, The Thousand Names of Gaia: From the Anthropocene to the Age of the Earth, Rio de Janeiro, September 15-19, 2014.
Nelle sue molteplici riletture, infatti, Gaia contesta la centralità dell’uomo e sottolinea il fatto che l’ambiente sia improvvisamente diventato al tempo stesso esiguo e fragile, suscettibile e implacabile, sempre più simile a una divinità arcaica: indifferente, imprevedibile e imperscrutabile.88Ibid.

Tuttavia, l’adozione del repertorio concettuale e linguistico antico nella fabbricazione di nuove mitologie opposte alle narrazioni dominanti, che hanno portato il pianeta sull’orlo di una catastrofe senza precedenti, non è priva di contraddizioni: «It is no doubt not merely a coincidence that all the vocabulary mobilized by the planet’s present crisis comes (as do, in fact, the words “planet” and “crisis”) from our ancient mythical language [ancient Greek]: Anthropocene, Gaia, catastrophe, cataclysm, apocalypse… (Bruno Latour probes deep here with his trinity of demos, nomos and theos). We anticipate the day when global warming, having arrived at an incendiary +8°C, will be called ekpyrosis instead of the good old Latin equivalent, conflagration».

È questa una delle problematiche alla base di Ten Thousand Names of Gaia, una conferenza internazionale, organizzata a Rio de Janeiro da Danowski e Viveiros de Castro, con lo scopo di costruire una piattaforma di dialogo teorico e delineare un programma di intervento politico in campo internazionale: da un lato si mira a sottrarre il concetto di Gaia alle visioni che lo confinano nella Grecia antica e nel successivo eurocentrismo; dall’altro, si vuole comprendere quanto la cultura e la lingua della Grecia classica permeino la storia dell’Occidente, nel bene e nel male.

Se, infatti, è innegabile che il mondo occidentale sia costruito sul modello della Grecia classica,1010«Ancient Greece invented democracy as a continuation of war with other means. The assembly practice on the scale of the city-state came directly from the assembly of warriors. Equality of speech stemmed from equality in the face of death. One was citizen because one was a soldier. […] It’s significant that the Greeks are credited with the invention of democracy only on condition that its link with the particular war tactic called the phalanx – form of line warfare that replaces skill, bravery, prowess, strength, and genius with pure and simple discipline, absolute submission of each to the whole – is glossed over». The Invisible Commitee, cit., p. 135.
dobbiamo riconoscere che ci separano da essa duemilacinquecento anni in cui la grecità, per esempio, è stata mobilitata per legittimare il potere secolare,1111M. Foucault, Bisogna difendere la società, Milano, Feltrinelli 2009, trad. it. (tit. orig. Il faut défendre la sociétéCours au Collège de France.1976, Paris, Seuil, 1997).
oppure idealizzata ed epurata in diverse occasioni, specialmente con Winckelmann, Schliemann e infine durante il nazismo,1212Sulla trasfigurazione degli ideali di equilibrio e armonia in relazione all’elaborazione della teoria della superiorità razziale cf. A. Sooke, The Discobolous: Greeks, Nazis, and the body beautifulBBC.com, 24 Marzo 2015, http://www.bbc.com/culture/story/20150324-hitlers-idea-of-the-perfect-body. Sulla costruzione dell’idea della grecità nell’Europa moderna, vedi anche: M. Bernal, Black Athena. The Afroasiatic roots of Classical Civilization, Volume One: the fabrication of Ancient Greece 1785-1985, Vintage/Ebury, New York, 2002.
producendo una distorsione storica non indifferente.

Infatti, a fare da contraltare al pensiero della Grecia antica vi era una frammentazione politica che risaliva alla nascita delle prime polis, intorno al IX secolo a.C., e proseguiva durante il periodo classico (l’arco di 200 anni compreso tra la caduta dell’ultimo tiranno ateniese nel 510 a.C. e il IV secolo a.C.). La storia dei popoli ellenici è un susseguirsi di conflitti, specialmente quando l’aumento demografico e la carenza di risorse innescò il processo di colonizzazione del Mediterraneo.

Il popolo greco si unì solo di fronte alla minaccia di totale annientamento rappresentata dall’invasione dei Persiani e raccontata nella più antica tragedia teatrale a noi pervenuta: I Persiani di Eschilo (472 a.C.). Questo episodio rimarrà un unicum, come dimostrerà la guerra del Peloponneso poco più tardi: la civiltà greca era attraversata da fortissime tensioni interne, sintomo della sua scarsa unità e della sua grande eterogeneità.

Durante il III Reich, il classicista tedesco Werner Jaeger si interrogava su un’apparente contraddizione: tutte le caratteristiche e le tendenze della grecità si presentavano già chiaramente preformate in Omero.1313W. Jaeger W., Paideia, trad. it. A. Setti, Bompiani, Milano 2003 (tit. orig. Paideia; die Formung des griechischen Menschen, 1933).
In altre parole, Jaeger si trovava di fronte al paradosso per cui Omero sembra aver consegnato ai Greci un’antica storia nazionale collettiva che essi non hanno mai avuto, perché le loro imprese in tal senso iniziano solo con le Guerre Persiane (e finiscono subito dopo).

La conclusione più logica suggerisce dunque che i poemi omerici siano la testimonianza di un mondo preesistente alla realtà storica di cui diventeranno in seguito espressione, cioè che i versi dell’Iliade e dell’Odissea descrivano un mondo proto-greco, importato nel bacino del Mediterraneo da altre popolazioni.

Tra il V e il I millennio a.C., infatti, si verifica un fenomeno migratorio durante il quale i popoli indoeuropei si diffondono in tutta l’Eurasia, portando con sé il loro patrimonio linguistico, di miti e leggende, tecnologie ed esperienze. Le cause di questo processo non sono del tutto chiare, ma diversi paleoclimatologi concordano nell’attribuire un ruolo rilevante ai cambiamenti climatici: il periodo di migrazione dei popoli indoeuropei si articola a cavallo dell’optimum climatico dell’Olocene (che culmina attorno al 4000 a.C., e inizia in seguito un lento declino fino al 2500 a.C.), quando la temperatura terrestre salì di almeno 4 °C al Polo Nord, provocando un innalzamento del livello del mare di circa tre metri, lo spostamento a nord delle foreste di latifoglie e un sensibile riscaldamento di tutta l’Europa settentrionale.

Cleon Peterson, Poison in the Minds I, 2015, serigrafia

 

Origini storico-geografiche dei poemi omerici

«Continuing to rise as usual [the tide] dashed over his feet and legs without respect to his royal person. Then the king leapt backwards, saying: “Let all men know how empty and worthless is the power of kings, for there is none worthy of the name, but He whom heaven, earth, and sea obey by eternal laws”».
(Henry of Huntingdon)

Il primo consenso scientifico sul nesso causale tra attività antropica e cambiamenti climatici si è sviluppato nei primi anni ’90 del XX secolo e, da allora, l’idea di una fine imminente è diventata sempre più popolare nell’immaginario collettivo man mano che gli squilibri aumentano in magnitudine e frequenza.1515D. Danowski, E. Viveiros de Castro, cit., p. 2. Il nuovo successo delle narrazioni apocalittiche e il ritorno in voga delle distopie costituiscono il ritorno dell’eterno confronto di ogni civiltà con il fantasma della fine. «John’s Revelation already has a whole Hollywoodian-style phantasmagoria with its air attacks by furious angels, its horrendous floods, its spectacular scourges. Only universal destruction, the death of everything, comes close to giving the suburban employee the feeling he’s alive, since he’s the least alive of all the creatures». (The Invisible Committee, cit., p. 28).

Nell’indeterminatezza di un ambiente danneggiato, la natura diventa improvvisamente inconsueta: il tessuto della realtà sembra strapparsi, dando luogo a fenomeni così strani da essere usciti da un film di fantascienza. La psicologia sociale definisce questa sensazione dissonanza cognitiva, una condizione che si verifica quando un soggetto si trova di fronte a due rappresentazioni contraddittorie o divergenti. In questo caso, a scontrarsi, sono la nostra immagine del mondo così come lo abbiamo sempre conosciuto e la nostra esperienza della realtà.1616Le parole di Roy Scranton ne sono un ottimo esempio. Veterano di guerra in Iraq e autore di Learning to die in the Anthropocene. Reflections on the end of a civilization (San Francisco, City Light Publishers, 2015), al ritorno negli Stati Uniti dopo 4 anni di conflitto, è convinto di essersi lasciato alle spalle le minacce. Invece, Scranton assiste ai devastanti effetti dell’uragano Katrina, la cui potenza evoca in lui un misto di “shock and awe”, allo stesso modo del teatro bellico: «Now, when I look into our future — into the Anthropocene — I see water rising up to wash out lower Manhattan. I see food riots, hurricanes, and climate refugees. I see 82nd Airborne soldiers shooting looters. I see grid failure, wrecked harbors, Fukushima waste, and plagues. I see Baghdad. I see the Rockaways. I see a strange, precarious world. Our new home». R. Scranton, Learning how to die in the Anthropocene, 10 Novembre 2013 (consultato in data 17/03/2018).

Probabilmente, le popolazioni che ci hanno lasciato l’Iliade e l’Odissea hanno vissuto qualcosa di simile. È questa la conclusione a cui giunge Felice Vinci, un ingegnere che, nei primi anni ’90, inizia uno studio approfondito dei poemi omerici, convinto che le loro origini vadano ricercate al di fuori del bacino del Mediterraneo.

Le perplessità di Vinci sono più che fondate: sin dall’antichità, infatti, l’Iliade e l’Odissea hanno sollevato moltissime questioni: le inesattezze e le ambiguità venivano sfruttate (come nel caso delle città antiche che si proclamavano patria di Omero) o aggirate, attribuendo inesattezze e contraddizioni alla fantasia del poeta.

Tuttavia, i dettagli che non tornano sono così numerosi che, in più di due millenni, nessuno sembra essere riuscito a far combaciare tutti i pezzi del puzzle. La questione più nota è quella della geografia omerica: se alcuni dei luoghi descritti sembrano trovare una corrispondenza con coste e isole di una parte del Mediterraneo, non appena questi vengono fissati su una mappa, tutto il resto presenta totali incongruenze in termini geografici, morfologici, orografici, tanto che i punti cardinali sembrano addirittura invertiti, le distanze errate e alcuni eventi del tutto incongruenti.

In assenza di prove tangibili, si è sempre sostenuto che Omero sia un poeta e non un geografo. Anche Heinrich Schliemann, uno dei più accaniti sostenitori della storicità degli eventi narrati nei poemi omerici e nell’Eneide, non fu mai in grado di dimostrare che Hissarlik, il sito archeologico in prossimità dello Stretto dei Dardanelli in cui dal 1873 aveva condotto una serie di scavi – e in particolare il livello Troia VII -, corrisponda al teatro della battaglia descritta nell’Iliade. Quali fossero i fatti originali, sembra che si ritraggano in un passato in cui appaiono indistinguibili dalla finzione.

L’indagine di Vinci inizia con un indizio, contenuto nel De facie que in orbe lunae apparet di Plutarco (scrittore greco vissuto tra il 55 e il 120 d.C.) in cui l’autore cita un verso di Omero («un’isola, Ogigia, giace lontana nel mare»), facendo una curiosa aggiunta: Ogigia si troverebbe navigando dalle coste della Britannia per cinque giorni verso Ovest. Incrociando l’indicazione con i versi dell’Odissea corrispondenti, Vinci deduce che si tratta di un’isola lontana nel mare e la colloca approssimativamente nell’arcipelago delle Färöer.

Da questo momento, molte delle apparenti contraddizioni della geografia omerica iniziano a incastrarsi come tessere di un puzzle, trovando una collocazione non solo armoniosa, ma plausibile: le corrispondenze con il contesto baltico-scandinavo sono così numerose da convincere Vinci che non si tratti solo di coincidenze. Infatti, anche i luoghi tradizionalmente ritenuti di fantasia non trovano solamente corrispondenza geografica, ma spiegazioni scientificamente plausibili: Scilla e Cariddi si troverebbero dunque in prossimità del Maelstrom di Saltstraumen, il fiume Oceano sarebbe la Corrente del Golfo, l’Ade si collocherebbe nella baia di Kandalaksha, e le Colonne d’Ercole, invece, nelle Färöer settentrionali.1717F. Vinci, Omero nel Baltico. Le origini nordiche dell’Odissea e dell’Iliade, Roma, Palombi & Partner Srl, 2008, pp. 403-421.

Nasce così una ricerca che lo porterà a interagire con storici, botanici, esploratori, archeologi e grecisti, e che si concretizzerà in Omero nel Baltico. Le origini nordiche dell’Odissea e dell’Iliade, pubblicato per la prima volta nel 1995. Secondo l’autore, i poemi omerici avrebbero quindi origine nel Mar Baltico attorno al II millennio a.C., quando il drastico calo delle temperature che accompagna la fine dell’optimum climatico dell’Olocene spinse le popolazioni locali ad abbandonare un mondo sempre più inabitabile. Una volta insediatesi nel Mediterraneo, esse cominciarono ad attribuire ai luoghi gli stessi nomi che avevano lasciato nel vecchio mondo, di cui perpetuarono il retaggio nei poemi omerici e nella mitologia greca.1818A rendere questa ipotesi una possibilità tutt’altro che remota contribuiscono le decifrazioni della scrittura micenea, nota come “lineare B”, che restituiscono una realtà molto distante da quella presentata nei poemi, al punto da spingere degli studiosi del mondo omerico ad ammettere che sembra esserci una completa mancanza di contatto tra la geografia micenea e i racconti omerici. Sull’argomento vedi M. Finley, Il mondo di Odisseos.l., Pgreco, 1992 (tit. orig. The world of Odysseus, New York, New York Review Books, 1954) p. 147.

Felice Vinci, Il mondo di Omero e della mitologia greca lungo il Baltico all’inizio del II millennio a.C., ricostruito attraverso le indicazioni geografiche fornite dall’Iliade e dall’Odissea, in Vinci F., Omero nel Baltico, seconda di copertina.

 

Omero nel Baltico

«The idea that disaster will come is not new; disaster, indeed genocide and devastated home places, has already come, decades and centuries ago, and it has not stopped».1919D. Haraway, Staying with the trouble. Making kin in the Chthulucene, Londra, Duke University Press, 2016, p. 86.

(Donna Haraway)

La tesi di Vinci combina una serie di assunti in circolazione già da tempo. In primis, l’idea che popolazioni indoeuropee vivessero nelle zone settentrionali dell’Europa e dell’Asia e che, successivamente, con periodi e percorsi sui quali manca completamente un consenso, migrarono a sud portando con sé le divinità, l’arte, la tecnologia, i miti, le epiche, i tropi, le unità di misura e i sistemi sociali del loro mondo.

In secondo luogo, la concordanza tra i climatologi circa l’optimum climatico dell’Olocene, durante il quale le temperature del pianeta erano mediamente di 4 °C superiori a quelle contemporanee, un fenomeno che risuona incredibilmente attuale.

Infine, la toponomastica in relazione al fenomeno delle migrazioni: spesso gli emigranti portano con sé anche i nomi dei luoghi cari e li applicano ai nuovi territori in cui si stabiliscono.

Questi elementi convergono all’interno del quadro delineato da Vinci, secondo cui l’Iliade e l’Odissea contengono molte informazioni che proverebbero la loro provenienza baltica a opera di popolazioni indoeuropee. Le vicende narrate si sarebbero pertanto svolte in prossimità del collasso climatico convenzionalmente collocato tra il 2500 e il 1600 a.C., quando il clima diventa Sub-boreale e vira in direzione di quello attuale, con un drastico calo delle temperature, l’aumento di tempeste marine, precipitazioni atmosferiche e la desertificazione delle aree più settentrionali dovuta al gelo.

Il clima descritto da Omero, infatti, è frequentemente freddo e perturbato:2020Ibid., p. 236.
vento, nebbia, gelo, burrasche, neve sono elementi frequenti che non compaiono solo come agenti atmosferici, ma anche in qualità di immagini metaforiche (l’eloquio di Ulisse è spesso paragonato a copiose nevicate). A ciò si aggiungono una serie di fenomeni apparentemente strani, come ad esempio giornate interminabili, notti lunghissime e luoghi in cui il sole non tramonta mai, giustificabili se associati ai lunghi inverni e alla posizione del sole tra i due equinozi nelle regioni del Circolo Polare Artico.2121A margine della sua indagine sui poemi omerici, Vinci sottolinea una curiosità contenuta in una delle dodici fatiche di Ercole: la cattura della cerva di Cerinea, nota per le sue corna d’oro. Sebbene possa trattarsi di un’opera di fantasia, tra i cervidi europei, le uniche femmine dotate di corna sono quelle della renna (cf. F. Vinci, cit., p. 625).

Le ripercussioni sulle popolazioni locali sono drammatiche e comprendono carestie, epidemie, crisi economiche, dovute alle difficoltà nel mantenere integra una rete commerciale prevalentemente marittima, e inevitabilmente una diffusa instabilità politica.

Fino a questo momento, secondo la ricostruzione di Vinci, supportata da alcune prove archeologiche, nella penisola scandinava e nel Mar Baltico era fiorita una civiltà del bronzo che presentava tutti i caratteri di quella che più tardi sarebbe diventata la grecità: come hanno infatti notato diversi archeologi, le antiche civiltà barbariche che abitavano l’Europa centrale e settentrionale presentavano diversi tratti in comune con i popoli descritti nei poemi omerici, che spaziano dalle tecniche di navigazione all’economia, dalla stratificazione sociale all’arte dei tumuli. Queste e altre somiglianze si riscontrano non solo nei poemi omerici, ma anche nelle Opere e i Giorni di Esiodo, nel Rig-Veda e nella saga di Beowulf.

Il mondo dell’Iliade e dell’Odissea sarebbe dunque quello dell’Europa barbarica del III e II millennio a.C.: una civiltà che assiste allo sgretolamento della cornice spazio-temporale della realtà. Con l’ingresso in uno stato di costante eccezione, la sicurezza e il benessere retrocedono nel tempo sino a trasformarsi in mito.

Una volta approdati nel Mediterraneo orientale, molti migranti si spingono nell’entroterra, perdendo gradualmente la loro attitudine alla navigazione, mentre altri si insediano in alcune aree costiere che ricordano loro le terre abbandonate tempo addietro.

Nel momento in cui collochiamo all’interno di questo quadro le vicende narrate nei poemi omerici, l’Iliade e l’Odissea assumono una connotazione radicalmente diversa, evidenziando lo stretto legame tra cambiamenti climatici e attività umana, in questo caso dipingendo un quadro in cui i primi innescano una situazione di instabilità politica che sfocia nelle vicende descritte nei poemi omerici.

Secondo la prospettiva proposta da Vinci, il teatro di guerra dell’Iliade corrisponderebbe alla Finlandia, in cui avrebbe luogo la rappresaglia degli Achei2323Gli Achei (in greco antico: Αχαίϝοι, Akhaí(w)oi) sono la prima popolazione ellenica, seguiti dagli Ioni e gli Eoli, che invase la Grecia nel II millennio a.C., egemonizzando le genti pre-elleniche (definite dai più Pelasgi). Sono detti anche Argivi, dalla città di Argo, o Danai, cioè “figli di Danao”.
a seguito del ratto di Elena. Qui, come nell’Odissea, dove Penelope è contesa tra i Proci e Ulisse, è una lotta per la dignità regale a innescare l’azione: la determinazione dei sovrani achei nel riprendere Elena, moglie di Menelao, re di Sparta, riflette la necessità di evitare un pericoloso precedente che minerebbe la consuetudine in base alla quale un uomo può diventare reggente grazie al matrimonio con una donna di stirpe regale.

La guerra di Troia consisterebbe dunque in un’operazione di polizia internazionale. Inoltre è probabile che la guerra sia durata all’incirca un anno2424Vinci suggerisce che il conflitto sia durato all’incirca un anno avvalendosi di una libera interpretazione di un episodio collaterale dell’Odissea: durante l’assenza di Agamennone, impegnato sul campo a Troia, Egisto seduce Clitemnestra e fa appostare una spia per avvisarlo del rientro del rivale, che avviene solo un anno più tardi.
con modalità simili a quelle di una serie di raid nello stile delle scorrerie vichinghe. Se infatti il ratto di Elena è avvenuto durante la stagione della navigazione, Agamennone e Menelao impiegano del tempo per radunare gli alleati con i quali compiere la spedizione militare. La flotta achea salpa per Troia soltanto nella primavera successiva, quando il tempo consente di nuovo la navigazione, e durante il tragitto metterà a ferro e fuoco le città incontrate sulla rotta. Una volta sbarcati a Troia, gli Achei, dopo una serie di battaglie campali, riescono a prendere la città e a distruggerla. Tuttavia, a questo punto, dovrebbe essere già sopraggiunta la stagione autunnale e, a quelle latitudini, con un optimum climatico in declino, rimettersi in mare è un’operazione alquanto rischiosa.2525F. Vinci, cit., pp. 174-175.
Nonostante ciò – racconta Nestore nel terzo libro dell’Odissea -, piuttosto che attendere il ritorno della buona stagione, molti scelgono di prendere il largo: di qui le numerose difficoltà di molti rientri flagellati da repentini cambiamenti dei venti e dalle tempeste che causano perdite di rotta e naufragi (di cui saranno vittime Ulisse, Menelao e Agamennone).

Cleon Peterson, End of days, The light Bearer, 2014, acrilico su legno.

 

Poemi omerici e genere distopico

«If modernity dreamed of the future, the Anthropocene dreams of the present as seen from the future, a perspectival shift that makes our necropolitics apparent to ourselves in the starkest of lights».2626N. Bubandt, Haunted Geologies, in A. Tsing, H. Swanson, E. Gan, N. Bubandt, Arts of living on a damaged planet, Minneapolis, University of Minnesota Press, 2017, p. G137.

(Nils Bubandt)

Nell’Odissea si racconta che, prima di lasciare definitivamente la dimora della maga Circe alla volta di Scilla e Cariddi, Ulisse visita le case dell’Ade per incontrare l’ombra dell’indovino Tiresia, al quale spetta il compito di predire il futuro del viaggiatore, flagellato da una serie di sciagure. Il rito attraverso cui Ulisse evoca il fantasma dell’indovino, sacrificando alcuni animali nell’oscurità del mondo dei morti, circondato da ombre che bramano il sangue appena versato, è molto antico e presenta parallelismi con l’India vedica, connotandosi come un episodio che appare arcaico rispetto alle stesse vicende narrate all’interno dell’Odissea.

Il regno dell’Ade è avvolto in una perenne oscurità e caratterizzato dalle immense ricchezze che si pensava vi fossero celate. Vinci lo colloca nel circolo polare artico, a una latitudine piuttosto elevata, e non è il solo: anche Saxo Grammaticum, nelle Gesta Danorum, situa il mondo dei morti nella medesima area.

Se accettiamo l’ipotesi per cui i poemi omerici risalgono al declino dell’optimum climatico nel contesto baltico-scandinavo, Vinci propone di interpretare il mondo dei morti come i resti di una civiltà precedente a quella che emigrerà nel Mediterraneo e vissuta al culmine del periodo di riscaldamento climatico, quando era possibile coltivare persino alle latitudini più estreme. Ormai scomparso ai tempi dei poemi omerici, il ricordo di un’antica civiltà, seppellita dai ghiacci perenni e dalle lunghe notti artiche, viene trasfigurato nell’immagine del regno dei morti.

Al di là dell’impossibilità di verificare un’ipotesi affascinante quanto infondata, l’episodio della visita alle case dell’Ade costituirebbe dunque un doppio flash-forward: se da un lato Tiresia prevede l’immediato futuro di Ulisse, dall’altro l’idea di una civiltà scomparsa a seguito di un’apocalisse climatica poteva risuonare alle popolazioni dell’epoca come un presagio alquanto sinistro (oggi lo chiameremmo cli-fi). Si tratta di un salto temporale in cui, attraverso l’incontro con i fantasmi del passato, è possibile, per Ulisse, intravedere il futuro.

In questo senso, l’Iliade e l’Odissea si inseriscono nella tensione tra distopie e utopie che sembra caratterizzare il tema della fine del mondo, ritornato prepotentemente alla ribalta di pari passo con l’assorbimento dell’apocalittico da parte del sistema capitalista, nell’ottica della creazione di uno stato di eccezione costante: le profezie apocalittiche sono destinate a restare disattese, poiché il loro unico scopo è di agire sul presente, consentendo a un ordine costituito il dispiegamento di misure predeterminate.2727The Invisible Committee, cit., pp. 28-39.

Le vicende evocate dai poemi omerici si trasformano allora in una serie di archetipi del presente: una crisi politica, un’azione di polizia internazionale, razzie e scontri armati funestati da inondazioni, nevicate, tempeste, epidemie, tormentati rientri in patria, membri di tutti gli strati sociali inghiottiti dal mare, eroi traditi che devono ristabilire la propria autorità ecc., tutto sotto lo sguardo costante di tutori dell’ordine plenipotenziari, che non esitano a compiere incursioni aeree o a impiegare armi batteriologiche per favorire una fazione piuttosto che l’altra.

All’interno di tale contesto, la proposta di Vinci risulta affascinante non tanto per la sua veridicità storica (tutta da dimostrare), ma perché ci consente di rileggere i pilastri della letteratura occidentale sotto una luce diversa: per una strana ironia della sorte, sembra che gli studi omerici si siano dedicati per secoli a due testi che descrivono un futuro prossimo, quello di un mondo impoverito.

Seguendo questa interpretazione, i poemi omerici, dunque, possono ritenersi due capolavori della letteratura distopica, giocando un ruolo simile a quello della cosmologia Amerindia come antidoto a quella che Danoswki ed Eduardo Viveiros de Castro definiscono la “Saga dello Spirito”.2828«Ogni pensiero della fine del mondo pone la questione dell’inizio del mondo e del tempo prima dell’inizio, la questione del katechon e quella dell’escathon». Danowski e Viveiros de Castro propongono una rilettura delle mitologie Amerindie, storie di popolazioni che sono sopravvissute a due apocalissi — la prima, secondo la mitologia Maya, è il prodotto di uno scontro tra divinità avvenuto all’alba dei tempi, che ha spazzato via l’umanità originaria. La seconda, un annientamento a opera di una razza di invasori tecnologicamente avanzati giunti dall’altra sponda dell’Oceano — e che in seguito hanno adattato la retorica ambientalista Occidentale alle loro cosmologie, ai loro vocabolari concettuali e ai loro progetti esistenziali, ritraducendo questi ultimi in un linguaggio moderno che gradualmente si sta diffondendo e mostra come le popolazioni indigene e altre minoranze sociopolitiche possano diventare una risorsa fondamentale in un tempo post-catastrofico o in un mondo permanentemente impoverito (D. Danowski, E. Viveiros de Castro, The ends of the world…, p. 19).
Se accettiamo infatti l’idea che essi siano in realtà il prodotto di una civiltà nordica emigrata nel Mediterraneo in seguito al cambiamento delle condizioni climatiche globali, l’identità e il sentimento di unità e solidarietà che l’Iliade e l’Odissea consegnano al popolo ellenico costituiscono l’eredità di quelle popolazioni aliene e subumane che i Greci disprezzavano e definivano proprio barbaroi (da βάρβαρος).

Barbaros è un termine onomatopeico impiegato per indicare chi non parlava greco (letteralmente significa “balbuziente”): la ripetizione della sillaba bar- riproduceva suoni che alle orecchie degli ellenofoni risuonavano come versi inintelligibili e animaleschi. Secondo alcune fonti, i popoli stranieri erano infatti classificati in base alla distanza della loro lingua dal greco. Per estensione, il barbaro rappresenta quindi una figura priva dei tratti caratteristici del cittadino ed è portatore della fine della civiltà.

A questo punto, immaginando uno scenario alquanto diverso da quello dell’Odissea di Franco Rossi (1969), o del più recente Troy (2004), e spostandoci dunque più verso nord, tra nebbia, gelo, neve, mari tempestosi, giorni in cui il sole non tramonta mai e navi a doppia prua con gli alberi smontabili, ecco che otteniamo un immaginario forse molto più simile a una puntata di Vikings.

Cleon Peterson, Trump, 2017, serigrafia.

 

Nuove mitologie tra fiction e speculazione

«For though your ship be sturdy, no
Mercy has the sea,
Will you survive on the ocean of being?».3232Genesis, Watcher of the skies, da T. Banks, P. Collins, P. Gabriel, S. Hackett, M. Rutherford, Foxtrot, Charisma Records, 1972 [LP].

(Genesis)

Le narrazioni di cui abbiamo bisogno per dare un senso al presente e creare modelli di sviluppo alternativi a quello che ci ha portati alla crisi attuale implicano un cambiamento di prospettiva, che nella sua portata «sarà un gran cambiamento. Per usare il mondo nel modo giusto, per essere capaci di smettere di gettarlo via e di gettare il nostro tempo nel farlo, dobbiamo apprendere nuovamente il nostro modo di esservi. La capacità di vivere, la coscienza di appartenere al mondo, il piacere di essere parte del mondo, tende sempre a coinvolgere la conoscenza dei nostri legami in quanto animali con gli altri animali. Darwin diede a questa coscienza una base scientifica. E ora, poeti e scienziati stanno estendendo l’aspetto razionale del nostro senso di relazione a creature senza sistema nervoso ed entità non-viventi – la nostra amicizia come creature con altre creature, cose con altre cose».3333U.K. LeGuin, Deep in admiration, in A. Tsing, H. Swanson, E. Gan, N. Bubandt, cit., p. M15 (traduzione dell’autore).

Le nuove mitologie chiedono una certa sospensione di ontologie ed epistemologie3434D. Haraway, cit., p. 88.
a favore di racconti naturali, più sperimentali e aperti. Haraway propone il concetto di SF, figura ubiqua in Staying with the trouble. Making kin in the Chthulucene: una modalità di figurazione interconnessa e di trasmissione di informazioni a più livelli3535Ibid., pp. 2-3.
, che si inserisce in un generalizzato appello all’impiego della fiction e della speculazione come strumenti di emancipazione3636«Whenever we try to envision a world without war, without violence, without prisons, without capitalism, we are engaging in speculative fiction. All organizing is science fiction. Organizers and activists dedicate their lives to creating and envisioning another world, or many other worlds — so what better venue for organizers to explore their world than science fiction stories? […] be able to claim the vast space of possibility […] using their everyday realities and experiences of changing the world, they can form the foundation for the fantastic and build a future where the fantastic liberates the mundane. […] This space is vital for any process of decolonization, because the decolonization of the imagination is the most dangerous and subversive form there is: for it is where all other forms of decolonization are born. Once the imagination is unshackled, liberation is limitless». W. Imarisha, Introduction, in A. M. Brown, W. Imarisha (a cura di), Octavia’s Brood. Science fiction stories from social justice movements, Oakland, AK Press, 2015, pp. 3-5.
e costruzione di pattern di convivenza su un pianeta ferito e vulnerabile.

In questa prospettiva si inserisce Arts of living on a damaged planet, a cura di Anna Tsing, Heather Swanson, Elaine Gan, Nils Bubandt. Secondo i curatori del volume, è necessario riabilitare mostri e fantasmi come figure per pensare l’Antropocene, ricollegandosi in questo senso all’operazione di Haraway nel momento in cui rievoca Medusa.

I mostri si presentano come meraviglie della simbiosi e minacce di distruzione ecologica. Le attività dell’uomo hanno riportato alla luce una forma di mostruosità che la modernità ha cercato di estinguere: quella delle chimere dell’Antica Grecia o dei coralli, cioè delle connessioni multi-specie che permettono la vita sulla Terra. La simbiosi diviene lo scudo che i mostri sollevano contro l’idea dell’individuo, del soggetto, dell’uomo. I fantasmi, invece, rappresentano le vestigia di modalità e stili di vita le cui conseguenze hanno profondamente influenzato il presente e continuano a manifestare i loro effetti. Ogni paesaggio è infestato dalle sue vite precedenti e dalle immagini del futuro (per esempio, i residui delle nostre attività, che sopravvivranno a noi per migliaia di anni).

Sebbene tra le righe di Omero nel Baltico traspaia il grande entusiasmo di Vinci di fronte all’apparente congruenza della sua tesi, l’autore non si sbilancia mai in una pretesa di verità. Il suo libro resta pertanto uno spunto che ci invita a sospendere l’incredulità per addentrarci in un viaggio alle origini dell’Occidente, un’esplorazione che, una volta conclusa, ci lascia con un assemblaggio di morti e vivi, di mostri e fantasmi che dal passato e dal futuro riemergono e ricadono nel presente. Così come accade nella scena finale del primo Planet of the Apes, diretto da Franklin J. Schaffner, in cui l’astronauta Taylor e Nova, una ragazza della tribù umana tenuta in schiavitù dalle scimmie, percorrendo la costa, incontrano le rovine della Statua della Libertà, che emergono dalla sabbia, rivelando così che quello che ritenevano essere un pianeta alieno era in realtà la Terra di un lontano futuro.

Se Donna Haraway si augurava che le nuove navi degli eroi si incagliassero in rigogliose barriere coralline, i fantasmi di quei naufragi ci stanno già perseguitando. Alcuni studiosi del paranormale ritengono che le infestazioni siano una reviviscenza del passato, un’esperienza soggettiva attraverso cui il passato si fa presente: la prospettiva con cui Vinci rilegge l’Iliade e l’Odissea ne fa degli strani fossili, che, raccontando un mondo le cui vestigia sopravvivono nella nostra lingua, nel nostro pensiero e nella nostra penisola, rivelano visioni di un futuro non troppo lontano che destituiscono l’anthropos dal suo fulcro e ci ricordano l’importanza dello storytelling nel dar senso a un’epoca che sembra sottrarsi a ogni forma di rappresentazione.

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di Simone Santilli
  • Simone Santilli è un artista visivo e fotografo. Nel 2012 fonda il duo d’artista The Cool Couple, con il quale analizza i processi di produzione, circolazione e fruizione delle immagini. I progetti di TCC sono stati esposti presso istituzioni e festival italiani ed internazionali, quali CCC Strozzina, Unseen Photography Fair, Centquatre, Les Rencontres des Arles, MACRO, MAMBO, Museo del Novecento. Oltre a numerose presenze come visiting artist e workshop, è lecturer presso il Master internazionale in Photography and Visual Design e per il Biennio di Arti Visive e Studi Curatoriali di NABA (Milano) e Course Leader del Triennio di Arti Visive presso MADE Program (Siracusa).
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