Mary Maggic, fotogramma da Housewives Making Drugs, 2017.
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Il Numogramma Decimale

H.P. Lovercraft, Arthur Conan Doyle, millenarismo cibernetico, accelerazionismo, Deleuze & Guattari, stregoneria e tradizioni occultiste. Come sono riusciti i membri della Cybernetic Culture Research Unit a unire questi elementi nella formulazione di un «Labirinto decimale», simile alla qabbaláh, volto alla decodificazione di eventi del passato e accadimenti culturali che si auto-realizzano grazie a un fenomeno di “intensificazione temporale”?

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Hypernature. Tecnoetica e tecnoutopie dal presente

Avery Dame-Griff, Barbara Mazzolai, Elias Capello, Emanuela Del Dottore, Hilary Malatino, Kerstin Denecke, Mark Jarzombek, Oliver L. Haimson, Shlomo Cohen, Zahari Richter
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Dinosauri riportati in vita, nanorobot in grado di ripristinare interi ecosistemi, esseri umani geneticamente potenziati. Ma anche intelligenze artificiali ispirate alle piante, sofisticati sistemi di tracciamento dati e tecnologie transessuali. Questi sono solo alcuni dei numerosi esempi dell’inarrestabile avanzata tecnologica che ha trasformato radicalmente le nostre società e il...

Bagni pubblici, bagni privati
Magazine, ESCAPISMI -Part II - Giugno 2025
Tempo di lettura: 12 min
Caro Gervasi

Bagni pubblici, bagni privati

La transfobia in nome delle donne.

Cassils, PISSED: A Monument of Protest, 2017.

Ho scritto questo pezzo molto tempo fa, con l’intenzione di sfogarmi. L’ho ritrovato anni dopo, ancora e purtroppo attuale. Dall’affossamento del DDL ZAN è passata un po’ di acqua sotto i ponti, ma è acqua putrida: Marina Terragni eletta garante per l’infanzia; J. K. Rowling e la sua agenda transfobica alla ribalta mondiale; provvedimenti lesivi per la cittadinanza delle persone trans presi sistematicamente dai governi di destra, con Trump instancabile aprifila. Ho quindi deciso di proporlo nonostante la latenza, nella speranza che possa contribuire a fare un po’ di chiarezza e rimettere un paio di questioni al posto che a loro compete. 

Tweet di J. K. Rowling in sostegno di Maya Forstater

Un mix irresistibile di incredulità e masochismo mi porta a riguardare con cadenza semestrale il video che racchiude il meglio dell’opposizione al DDL Zan in Senato. Il montaggio offre una cornucopia di transfobia, un precipitato di misoginia e sessismo, un golem di furia cieca e non sequitur che mi lascia imbambolato, incapace di distogliere lo sguardo. I motivi classici delle posizioni anti-gender sono tutti presenti: il sacrosanto diritto dei bambini ad avere un padre e una madre, le maglie sempre più strette e asfissianti del politicamente corretto, l’incombere minaccioso della deriva morale e della recrudescenza sovietica, con i suoi spettri di collettivizzazione dell’infanzia. Stando al senatore di Forza Italia Perosino, il disegno di legge sarebbe ispirato a una visione nichilista della società che presenterebbe sintomi analoghi a quelli della caduta dell’impero romano. Un pensiero estremamente empowering, quello del senator Perosino, a cui va il nostro ringraziamento per il paragone lusinghiero. Il mio impero romano è pensare al senatore che piange sulle rovine di un impero crollato per mano di un branco di frocie languide e antilavoriste.

Un’altra argomentazione pregnante arriva dalla senatrice di Forza Italia Pizzoli, che, per dare un’idea del ribaltamento orwelliano di cui il DDL Zan sarebbe viatico, si serve di una suggestiva immagine naturale: «È come se io affermarsi che piovono patate e non acqua e minacciassi di portare in tribunale chiunque osi metterlo in dubbio».

Il mio impero romano è pensare al senatore che piange sulle rovine di un impero crollato per mano di un branco di frocie languide e antilavoriste.

L’intervento di Salvini, se paragonato all’atmosfera millenaristica e spengleriana dei colleghi e delle colleghe, appare sottotono, quasi ragionevole: dimostrando di non aver tradito l’etica protestante degli esordi padani, il ministro afferma che per lui l’unico criterio per valutare la serietà di una persona è la competenza e la voglia di lavorare. Per le discriminazioni non c’è tempo, ci sono ponti da costruire, chiunque abbia voglia di rimboccarsi le maniche sarà attenzionatə.

Juliana Huxtable, Untitled (Psychosocial Stuntin’), 2015.

Ciò su cui vorrei soffermarmi, però, è una parte dell’intervento del senatore di Forza Italia Zaffini, che riporto qui per esteso: «Per cui io una settimana decido di stare dentro il genere maschile e frequento gli spogliatoi dei maschi e poi, facendo lo stesso sport, percepisco di essere dentro un genere femminile (sic) e frequento gli spogliatoi delle femminucce». Sarebbe facile dare addosso al senatore e accusarlo di essere un uomo viscido e malintenzionato, che non vede l’ora di trovare un pretesto per infilarsi impunito negli spogliatoi delle, come le chiama lui con un vezzeggiativo che dà i brividi, femminucce. La preoccupazione di Zaffini si inserisce però in una strada già battuta, in un’apprensione condivisa e in uno dei tropi transfobici più diffusi: quello che vede le donne trans come predatori (il maschile è loro) opportunisti, pronti a cavalcare le derive woke di questo strano inizio di millennio travestendosi da femmine. Ovvero, che in sostanza non le vede, nega loro qualsiasi esistenza riducendole a “maschi” in cerca di mezzi per avvicinare le “femmine” e abusare di loro nei luoghi in cui la vulnerabilità è più alta. L’intervento di Zaffini attinge a piene mani e contribuisce a sdoganare la credenza, di fatto strumentale all’affossamento della possibilità di autodeterminazione delle persone trans*, che adottare misure per contrastare la transfobia danneggerà le donne, le metterà in pericolo. Quello dei bagni pubblici e degli spogliatoi è un “problema” in cui si condensano le apprensioni di donne e uomini eterosessuali e cisgender, di lesbiche radicali, di scrittrici di chiarissima fama. Mi sembra superfluo ribadire, ma lo spirito dei tempi evidentemente lo richiede, ciò che mi pare – ma confido che sarete tuttə d’accordo – ovvio: che quello messo in luce dal senator Zaffini è un timore che non ha niente a che vedere con le persone trans, con le donne trans o con le persone che si sentirebbero più a loro agio a frequentare bagni e spogliatoi femminili. È un problema legato agli uomini, alla maschilità (quella eterosessuale in primis), che dovrebbe essere problematizzato e contestualizzato in questi precisi termini, e non proiettato su persone che devono quotidianamente confrontarsi con una violenza che dissimula se stessa. Il senator Zaffini non si sarebbe mai sognato di fare l’esempio inverso, sarebbe ridicolo sostenere che le donne coglierebbero al volo l’occasione offerta dal decreto di legge per travestirsi da uomini e intrufolarsi nei bagni e negli spogliatoi maschili con l’intenzione di danneggiarli. Questo perché, nonostante Zaffini faccia parte di uno schieramento politico che continua a negare strenuamente la natura sistemica e asimmetrica della violenza di genere, sa benissimo che sono gli uomini a essere un pericolo per le donne, sa benissimo che non tutte le persone sono esposte allo stesso grado di violenza: lo ha affermato lui, con la sua bocca. Lo ha confermato trasformando con il suo sguardo viscido i luoghi adibiti a cacare, pisciare, lavarsi le mani, cambiarsi, in zone ad alta sessualizzazione, con tutti i pericoli che ne derivano. E da cosa derivano la sessualizzazione e il senso del pericolo se non dallo sguardo maschile che proietta nefandezze e nasconde la sua predatorietà attribuendola alle donne trans, o meglio, seguendo la fantasia morbosa che traspare dall’intervento di Zaffini, a uomini travestiti da donne che si strofinano le mani al pensiero che nessuno potrà dire più niente, perché la legge (quale?) è dalla loro parte? Mentre scrivo queste frasi mi rendo conto che quella avvenuta in Senato non è stata una discussione politica, ma un delirio (e non lo dico in senso buono) di Stato. Come se gli uomini avessero bisogno di questo ulteriore “lasciapassare” per danneggiare le donne, come se non lo facessero già, nell’impunità e nell’omertà della maggior parte dei loro compari.

Non sto difendendo una purezza trans* o una visione angelicata delle persone queer, ma sto sostenendo che le narrazioni eterosessuali e cisgenere riguardo a cosa significhi essere persone trans sono, nella maggior parte dei casi, proiezioni paranoiche, totalmente slegate dall’esperienza delle persone trans stesse.“…Non sto difendendo una purezza trans* o una visione angelicata delle persone queer, ma sto sostenendo che le narrazioni eterosessuali e cisgenere riguardo a cosa significhi essere persone trans sono, nella maggior parte dei casi, proiezioni paranoiche, totalmente slegate dall’esperienza delle persone trans stesse.” Oltretutto, le due narrazioni egemoniche sulla transness che circolano attualmente sono diametralmente opposte, confezionate per servire scopi diversi e accomunate solo da una colpevole ignoranza e da una manifesta transfobia. La prima narrazione, la più classica, quasi – Gesù mi perdonerà – cristologica, prevede un lungo calvario alla scoperta della propria verità, prescrive sofferenza, travaglio, odio di sé e promette, alla fine del tunnel e se si è sofferto a sufficienza e nei modi indicati, la ricompensa dell’apoteosi, della rinascita, della nuova vita. Sempre, rigorosamente, nel genere opposto a quello voluto dal Fato. Come se la concessione a transitare verso l’altro genere potesse essere accordata solo a caro prezzo. Come se l’unico modo per accettare le persone a cui capita in sorte un destino così disgraziato sia tramite compassione per la loro sofferenza e ammirazione per la loro eroica tenacia. Penso che le persone trans trarrebbero un grande vantaggio da un ragionamento collettivo sui motivi della loro sofferenza, che si presume discenda naturalmente dall’essere trans, inscindibile dal pacchetto. La vita delle persone trans è difficile perché ci muoviamo in un contesto sempre più ostile, che, se va bene, ci prevede condizionalmente. Questo è un tipo di rivendicazione già in atto e che ha molto in comune con il rovesciamento di paradigma messo in campo dall’attivismo delle persone disabili, che ha permesso il passaggio da una visione della disabilità come proprietà intrinseca della persona disabile, a una visione in cui sono le persone a essere disabilitate da una società che prevede un certo tipo di funzionalità fisica, psichica e relazionale. 

L’altra narrazione egemonica è legata al passo del DDL che ha creato più panico morale e allarmismo, ovvero quello in cui si definisce l’identità di genere come “identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione”. Vale la pena ricordare che la richiesta di autodeterminare il proprio genere prescindendo del sigillo di garanzia delle istituzioni mediche, psichiatriche e giuridiche viene dal basso, dai collettivi e dalle lotte di persone trans* e queer, non da un’agnizione del bear ex-machina Zan o da un sogno lucido di Cirinnà. La possibilità di avere la prima e l’ultima parola sulla propria identità di genere ha dato il via a una vera e propria isteria collettiva, che ha portato a dipingere le persone trans* come indecise, infantili, saltellanti da un genere all’altro, volubili, manchevoli di qualsiasi serietà e affidabilità adulta. Un giorno di qua, un giorno di là, non si capisce niente, non stiamo più dietro al numero di generi, saranno almeno una cinquantina, ma che modo è. Non amo arrogarmi il diritto di sapere cosa le persone provano e pensano davvero, ma nell’accanimento con cui è stata accolta questa richiesta di autodeterminazione, questa professione di libertà dai vincoli binari, non riesco a non vedere il risentimento di chi cammina, ligio e infelice, sotto un giogo e mal sopporta di vedere altrə scorrazzare a destra e a manca. Magari mi sbaglio, non so. Quello che vorrei dire alle persone cis è: fate chiarezza, snebbiatevi la mente. O siamo creature destinate a un calvario doloroso e interminabile, e allora la vostra apprensione per la possibilità che da un giorno all’altro le carte cambino è un puro nonsense; o ci svegliamo un bel giorno pretendendo di abitare un altro dei centoventi generi a disposizione, e allora la narrazione tragica e stillante sangue e lacrime ve la riprendete indietro. Ovviamente, entrambe le opzioni sono lesive e immaginifiche, peccato che abbiano conseguenze materiali così tangibili per tante persone.

Applausi e urla in Senato per il non passaggio agli articoli del DDL ZAN (27.10.21)

Le persone trans* non sono immacolate, non sono aprioristicamente virtuose, ma credo di poter affermare che non sono di certo quello che i loro “avversari” vogliono che siano. Che si tratti della versione pietista e commossa che guarda a chi soffre, o la versione sprezzante di fronte all’inaffidabilità di chi non vuole comportarsi da adulto, lo sguardo cisgenere è del tutto fuori asse. Anche le nostre cattive sono migliori di quelle mortifere, prigioniere di complessi psicoanalitici, animate da una furia omicida, malate create dall’immaginazione di persone cisgenere. Basti paragonare la deliziosa malvagità camp della Divine di John Waters alle trans assassine, prigioniere di circuiti edipici che girano a vuoto, di Dressed to Kill o di Il Silenzio degli Innocenti. L’ignoranza delle persone cisgenere che pretendono di sapere, senza averne cognizione alcuna, cosa significa essere trans non è quasi mai un’ignoranza ingenua, aperta a una smentita, disponibile all’ascolto; è un’ignoranza colpevole, che si accanisce, che vuole dettar legge. “…L’ignoranza delle persone cisgenere che pretendono di sapere, senza averne cognizione alcuna, cosa significa essere trans non è quasi mai un’ignoranza ingenua, aperta a una smentita, disponibile all’ascolto; è un’ignoranza colpevole, che si accanisce, che vuole dettar legge. “È un’ignoranza che gode, come ha affermato Eve K. Sedgwick, di un privilegio epistemologico: è infatti chi ha o finge di avere la comprensione più angusta e limitata dei termini dello scambio a definire le modalità, la posta in gioco e le regole dello scambio stesso.

Per concludere, vorrei tornare ribadire la centralità occupata dalla violenza maschile nella costruzione di posizioni transfobiche. Come esiste un razzismo in nome e in difesa delle donne – a cui la studiosa Sara R. Farris si riferisce col termine ‘femonazionalismo’ – esiste anche una transfobia in nome e in difesa delle donne. Come ben dimostra il saggio A Short History of Trans Misogyny di Gill-Peterson, la transmisoginia ha una lunga storia, ma nel momento presente ci troviamo di fronte a una congiuntura peculiare: con lo stesso movimento con cui si getta a mare la prospettiva femminista e si rifiuta di prendere in considerazione i modi in cui il patriarcato funziona, si ostentano una sensibilità e un’attenzione a tematiche erroneamente definite “femministe”, come, appunto, la preoccupazione per l’incolumità delle donne (che non è altro che stretta securitaria e infantilizzante). È necessario che la legittima paura che le donne provano in relazione alla violenza maschile sia riportata alla sua vera scaturigine e che le persone trans smettano di pagare lo scotto di questa narrazione capziosa. Così come è necessario che la questione della maschilità (non tossica, della maschilità e basta) diventi centrale nella massiccia presenza mediatica del tema della violenza di genere. Non voglio continuare a incappare in programmi su femminicidi palesemente e sfrontatamente rivolti alle donne, in cui con dovizia di particolari si ricostruiscono quelle notti in cui l’inevitabile è accaduto, in cui le forze dell’ordine esortano le donne a denunciare, denunciare, denunciare, in cui psicologhe istruiscono le donne sulla necessità di riconoscere subito le avvisaglie di violenza e abuso, di avere il coraggio e la prontezza d’animo di fare qualcosa, altrimenti l’epilogo non potrà che essere tragico. Non voglio continuare a incappare in interviste a sopravvissute in cui la morale salmodiata da conduttrici commosse è che finché le donne non impareranno ad amare se stesse non incontreranno uomini in grado di farlo. Non voglio continuare a incorrere in pruriginosi terzi gradi a ragazze che hanno subito uno stupro, come se ravanando nelle loro storie familiari, nelle loro abitudini e nei meandri delle loro anime spezzate si potesse trovare la chiave di volta di quanto avvenuto. Queste non sono soluzioni ma, nel migliore dei casi, riduzioni del danno a carico delle donne, nel peggiore dei casi forme infide di colpevolizzazione secondaria. Gli uomini sono i grandi assenti, e non perché non siano fisicamente presenti, anzi, sono ovunque, a condannare, a indignarsi, a incitare i giovani a rispettare le donne, a incitare le donne a farsi forza e ad avere il coraggio di uscire dalla spirale della violenza. Visto che, come recita il titolo di un best seller degli anni novanta, gli uomini vengono da Marte, non possono gentilmente tornarci? Paga Elon Musk. Troveranno ad aspettarli i fascisti di Guzzanti e Matt Damon, che, povera stella, nel film del 2011 di Ridley Scott viene dimenticato dai suoi amici astronauti sul pianeta rosso, senza niente al di fuori del suo maschio ingegno a cui appigliarsi per sopravvivere.

Nel mentre sono io a provare apprensione all’idea di entrare nel bagno degli uomini. Mi procurerò un pitale.

Cassils, Etched in Light, 2024.

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di Caro Gervasi
  • Caro Gervasi è dottorando, i suoi ambiti di interesse sono gli studi sulla mascolinità, la teoria queer e gli studi sulla disabilità. Fa parte del collettivo Dalla Ridda, con sede a Bologna. Nel 2023 è uscito per i tipi di Eris il romanzo breve L'espropriazione.